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Mostre ed eventi // Pagina 8 di 216
20.05.2016 # 4546

Daria La Ragione // 0 comments

SOL LEWITT

a Milano fino al 25 novembre 2016

La mostra presenta 34 opere su carta - gouache, disegni, acquerelli - e tre progetti per i famosi Wall Drawings dell’artista americano, uno dei padri fondatori dell’arte concettuale.

"Mi piacerebbe produrre qualcosa che non mi vergognerei di mostrare a Giotto"
Sol LeWitt

Dal 24 maggio al 25 novembre 2016, lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano (c.so Monforte 23) dedica una mostra a Sol LeWitt, artista americano (Hartford, 1928 - New York, 2007) tra i più influenti della seconda metà del Novecento, uno dei padri fondatori dell’arte concettuale.


I suoi lavori sollecitano prima di tutto la mente dell’osservatore piuttosto che il suo occhio o le sue emozioni e si definiscono concettuali nella misura in cui è l’idea a presiedere all’esecuzione dell’opera.
L’esposizione propone 34 opere su carta - gouache, disegni, acquerelli - e tre progetti per i famosi Wall Drawing, i suoi murales, che rappresentano la sua cifra espressiva più alta e riconoscibile.


Il disegno e la pittura murale sono i due poli attorno ai quali si sviluppa la produzione dell’artista a partire dal 1968. È in questo periodo che LeWitt argomenta come l’idea sia la componente fondamentale della sua arte, ponendo l’esecuzione e l’oggetto come secondari. È infatti significativo che la realizzazione dei Wall Drawing sia lasciata ai suoi assistenti, e il risultato finale sia presentato insieme al progetto esecutivo, esposto a fianco del murales per aiutare l’osservatore a comprenderne l’idea di base e la conseguente complessità di sviluppo.

“Dal punto di vista espressivo - afferma Gianluca Ranzi nel testo in catalogo - quanto interessa a LeWitt è principalmente dato dal fatto che non solo il pensiero deve presiedere e superare d’importanza la realizzazione, ma che quest’ultima deve racchiude in sé il pensiero rendendolo manifesto allo spettatore”.


“Per far comprendere questo concetto - continua Gianluca Ranzi - LeWitt è ricorso all’esempio della musica: essa, come la udiamo, è il risultato finale, mentre le note che la producono esistono solo per essere lette da chi le può comprendere e utilizzare, cioè i musicisti che eseguono il pezzo musicale indicato sulla partitura. Il pubblico invece ascolterà la musica che nasce dall’esecuzione ma sarà all’oscuro delle unità minime che la sovrintendono, così come delle modalità del loro armonico relazionarsi le une con le altre”.


Le opere presenti in mostra ricostruiscono di fatto l’evoluzione creativa di LeWitt, da alcuni esempi di quella rigorosa e schematica moltiplicazione di un cubo di base (Cube Without a Cube, 1982, matita su carta, 56x56 cm) o di un rettangolo (Folded Paper, 1971, carta piegata, 15x30 cm) che svelano in bianco e nero il principio delle sue note sculture a griglie modulari, fino alle grandi figure di solidi geometrici irregolari che anche nell’uso astratto e matematico del colore si ricollegano alla pittura di Piero della Francesca (Geometric Figure, 1997, gouache su carta, 152,9x173 cm), per finire con molti significativi esempi delle famose linee colorate ondulate o aggrovigliate che sono alla base di importanti interventi pubblici come quelli per l’Ambasciata Americana alla Porta di Brandeburgo a Berlino o per la Metropolitana di Napoli.


11.05.2016 # 4537

Daria La Ragione // 0 comments

Dalla terra alla luna e oltre

a Piacenza fino al 12 giugno 2016

Le riproduzioni fedeli delle tute degli astronauti e le attrezzature originali usate nelle diverse missioni, i modellini delle stazioni orbitanti e i manuali di volo: una mostra racconta a Piacenza l’avventurosa conquista dello spazio.

Esposto un frammento originale del suolo lunare, raccolto nel 1971 dalla NASA.


Dall’11 maggio al 12 giugno lo Spazio Mostre di Palazzo Rota Pisaroni ospita, a Piacenza, la mostra Dalla Terra alla Luna e oltre, con decine di oggetti, documenti e memorabilia che ricostruiscono l’affascinante epopea della conquista dello spazio, facendo il punto su oltre sessant’anni di missioni alla scoperta dello spazio.
L’esposizione, organizzata dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano in collaborazione con la NASA, il Gruppo Astrofili, l’associazione Daedalus e con il patrocinio del Comune di Piacenza, propone un viaggio nella storia e nella scienza declinato attraverso reperti e filmati: dagli esemplari di tuta (repliche fedeli di quelle in dotazione con le missioni Apollo, Mercury e Shuttle) alle attrezzature tecniche originali, dai documenti di volo ai modellini delle stazioni spaziali, arrivando alle razioni alimentari in uso nelle diverse missioni. Tra i reperti in esposizione, anche un autentico frammento del suolo lunare, raccolto dalla missione Apollo 14 nel 1971.


Dalla Terra alla Luna e oltre presenta diverse sezioni tematiche, tra cui una dedicata ai cosiddetti space memorabilia: manuali di volo, parti di veicoli spaziali, oggetti portati a bordo nel corso di varie missioni. Saranno esposti anche modelli di diversi veicoli, come quello della stazione spaziale internazionale, il razzo del programma Apollo, lo Space Shuttle e altri ancora. E poiché la storia dello spazio è fatta soprattutto di uomini, la mostra rende omaggio a scienziati, sognatori e precursori: a tutte le figure, insomma, che con le loro scoperte e le loro idee hanno gettato le basi che hanno permesso le conquiste e lo sviluppo della tecnologia moderna. Tra i più noti Jurij Gagarin e John Glenn, i primi due uomini in orbita attorno alla Terra, protagonisti della sfida a distanza tra Usa e Urss per la conquista dello spazio.


Non manca un’apposita sezione dedicata allo sbarco sulla Luna e ai suoi retroscena, ai successi e fallimenti del programma Apollo e delle missioni spaziali più note; ma anche ai segreti della Stazione Spaziale Internazionale, il nostro “avamposto nello spazio”: la sua costruzione, le sue finalità e curiosità sulla vita di tutti i giorni a bordo, nonché le scoperte e i risultati raggiunti nei suoi oltre quindici anni di servizio, documentati nell’apposita sezione video da contributi da spettacolari contributi realizzati dagli stessi astronauti.
Tra i pezzi esposti più affascinanti un campione di pietra lunare del peso di circa 160 grammi: si tratta di uno degli esemplari più grandi tra quelli messi a disposizione dalla NASA per esposizioni ed eventi, arrivato sulla Terra al termine della missione Apollo 14 del 1971, l’ottava del programma con equipaggio e la terza ad allunare. Per approfondire la conoscenza della roccia lunare, tutti i visitatori della mostra riceveranno un biglietto omaggio per entrare al Museo di Storia Naturale di Piacenza, forte di una ricca sezione mineralogica.
La mostra presenta anche un vasto programma di eventi collaterali e incontri. Attesi a Piacenza, tra gli altri, l’astronauta Maurizio Cheli – il primo italiano ad avere il ruolo di mission specialist durante la missione spaziale STS-75 del Programma Space Shuttle – e il giornalista Paolo Attivissimo, impegnato a smentire in modo rigoroso e scientifico le tesi che mettono in dubbio l’effettivo sbarco dell’uomo sulla Luna; tra gli appuntamenti più suggestivi quello con il Gruppo Astrofili di Piacenza, che sabato 14 maggio propone – dalle 21.15 alle 23.00 in p.zza Sant’Antonino – la visione via telescopio dei particolari lunari ingranditi e delle bande equatoriali del pianeta Giove, insieme alla cosiddetta danza dei suoi satelliti medicei, scoperti da Galileo Galilei nel 1610.


Dalla Terra alla Luna e oltre

Piacenza, Palazzo Rota Pisaroni – Sala Mostre

11.05.2016 # 4536

Daria La Ragione // 0 comments

La Città Utopica

a Trento fino al 25 settembre 2016

Nell’ambito delle celebrazioni nate intorno ai 500 anni dalla pubblicazione di Utopia di Tommaso Moro, il Mart presenta una mostra che, nella sua seconda sede, la Casa d’Arte Futurista Depero, raccoglie preziosi materiali d’archivio.


Vengono presentati disegni, progetti e documenti provenienti dalle collezioni del Mart; dal Museo Civico Ala Ponzone di Cremona; dall’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Bologna; dall’Archivio Luigi Saccenti e dall’Archivio Quirino De Giorgio di Vigonza. Si tratta di disegni di artisti e architetti che, nelle prime decadi del XX secolo, hanno rappresentato il tema della città come luogo privilegiato della modernità, del futuro, della velocità e del movimento. 

Il paesaggio urbano da statico diventa mobile, cresce contemporaneamente alla nuova ideologia della macchina. Ma se la metropoli immaginata da Antonio Sant’Elia è un sogno solo progettuale, Angiolo Mazzoni e Adalberto Libera – due pilastri della progettazione architettonica razionalista – cercano di renderlo possibile. Entrambi infatti si sono cimentati con programmi utopici, il primo con alcuni edifici presenti nelle città nuove dell’Agro Pontino e il secondo nella grande realizzazione dell’EUR42, per l’Esposizione Universale. Tullio Crali e Quirino De Giorgio sviluppano invece tematiche e intuizioni futuriste grazie a tavole scenotecniche con punti di vista plurimi suggeriti dal manifesto dell’aeropittura futurista. 


Accompagnano l’esposizione alcuni frammenti di Metropolis di Fritz Lang (1927), primo film inserito nel progetto dell’UNESCO Memoria del mondo.

06.05.2016 # 4522

Daria La Ragione // 0 comments

WHITE. Il bianco nella moda

a Carpi fino al 12 giugno 2016

1960 – 2010: DA PIERRE CARDIN A PRADA


Una mostra racconta attraverso trenta capi iconici come i più importanti stilisti italiani e internazionali hanno affrontato il colore bianco, in un periodo che va dagli anni del Boom Economico al Nuovo Millennio. In mostra grandi classici, come la storica camicia di Gianfranco Ferré, ma anche il corsetto punk di Vivienne Westwood, insieme alle creazioni di Armani, Cardin, Galliano, Prada, Versace.


Dal 15 aprile al 12 giugno 2016 la città di Carpi (Modena) ospita nelle sale dei Musei di Palazzo dei Pio la mostra WHITE. Il bianco nella moda. Trenta capi iconici di grandi stilisti italiani e internazionali – da Giorgio Armani a Vivienne Westwood, passando per firme quali Pierre Cardin, Gianfranco Ferré, John Galliano, Miuccia Prada, Gianni Versace – raccontano come i maggiori fashion designer del mondo abbiano affrontato la tinta simbolo di purezza per antonomasia.


L’esposizione, a cura di Manuela Rossi, è ideata e prodotta dal Comune di Carpi – Musei di Palazzo dei Pio in collaborazione con Carpi Fashion System e si collega in modo diretto alla vocazione manifatturiera di Carpi, città capofila di un distretto del tessile capace in provincia di Modena di coinvolgere circa 2.600 aziende, con un fatturato annuo stimato attorno ai 3 miliardi di euro, di cui circa il 30% ottenuto dalle esportazioni.


L’allestimento riproduce lungo le logge di Palazzo dei Pio una passerella da sfilata, trasformandola in una ideale time-line sulla quale passano in rassegna i modelli in prestito dagli Archivi di Ricerca Mazzini di Massalombarda (RA), che con i suoi oltre 250mila abiti e accessori è una delle più complete raccolte italiane dedicate alla storia della moda. Il percorso si snoda così lungo la parentesi cronologica che va dal 1960 – in coincidenza del Boom Economico, che ha significato per Carpi l’affermazione dell’industria tessile – fino al 2010, assunto come anno simbolico delle nuove sfide che il comparto della moda è chiamato ad affrontare.


La mostra si apre con una sezione che, grazie a riviste d’epoca e a strumenti multim
ediali degli archivi del Labirinto della Moda di Carpi, introduce il pubblico al vocabolario tipico della moda, ai concetti base che regolano l’attività creativa dei fashion designer, offrendo quindi gli strumenti necessari ad avvicinarsi agli abiti esposti in modo critico.

Il primo periodo affrontato riguarda gli Anni Sessanta e Settanta, interpretati come momento di forte contestazione delle regole e delle tradizioni: si trovano qui esposti i modelli no logo in uso nella Swinging London – con la scelta da parte degli stilisti di non “brandizzare” le proprie creazioni in polemica con il sistema consumistico – ma anche gli ormai leggendari corsetti punk di Vivienne Westwood, fino ad arrivare alle fantasiose sperimentazioni della giapponese Rei Kawakubo, che ideando sul finire degli Anni Settanta il marchio Comme des Garçons getta un inedito ponte tra la sensibilità orientale e lo stile occidentale.


La sezione dedicata agli Anni Ottanta e Novanta presenta senza soluzione di continuità tutti i maestri dell’Età dell’Oro del made in Italy: Armani, Prada, Versace e soprattutto Gianfranco Ferré, vero e proprio filosofo della camicia bianca, che trasformò da capo apparentemente semplice e umile in autentico feticcio, tela candida sulla quale trasferire le proprie straordinarie intuizioni. Accanto a modelli di grande successo anche progetti più arditi e curiosi, forse poco incisivi in termini di fortuna commerciale ma a loro modo storici: come le creazioni surreali del misconosciuto Bobo Kaminsky, firma collettiva del gruppo di stilisti veneti da cui sarebbe emerso Renzo Rosso.
L’ultima sezione guarda al Nuovo Millennio, alle evoluzioni dello stile e all’introduzione di materiali inediti – l’analisi dei tessuti, dai più immediati a quelli sperimentali, è uno tra i fili conduttori dell’intera mostra – passando dalle creazioni di John Galliano ai più recenti prodotti griffati Prada.


Carpi (MO) – Musei di Palazzo dei Pio
Piazza dei Martiri, 68
Info: tel 059/649955 - 360

06.05.2016 # 4521

Daria La Ragione // 0 comments

MARCEL DUCHAMP Dada e Neodada

ad Ascona fino al 26 giugno

Nel 2016, la Svizzera festeggia il 100° anniversario del movimento Dada, fondato a Zurigo nell’ormai leggendario Cabaret Voltaire. Nel 1916, reagendo agli eventi della prima guerra mondiale, i dadaisti attaccarono i falsi valori del progresso borghese, le certezze e i sistemi costituiti, rompendo con ogni schema razionale. Anche in campo artistico, si adoperarono a demolire i canoni vigenti, sovvertendo le norme gerarchiche e le barriere fino ad allora esistenti tra letteratura, teatro, musica e belle arti.


Per celebrare il centenario, il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona ospita, dal 27 marzo al 26 giugno 2016, la mostra Marcel Duchamp – Dada e Neodada, organizzata in collaborazione con lo Staatliches Museum di Schwerin che, per l’occasione, ha deciso di concedere in prestito le opere della sua prestigiosa collezione.
La rassegna presenta una selezione dei più importanti o emblematici lavori di Marcel Duchamp, personalità che ha avuto una grande influenza sulle avanguardie sviluppatesi tra le due guerre, fino a diventare il nuovo “Michelangelo dell’arte moderna”, precursore e ispiratore di gran parte dei movimenti che sono giunti fino ai nostri giorni: dalla Pop art all’arte concettuale, da Fluxus, alla Net e Mail art.


Il percorso espositivo ruoterà attorno alla famosa manipolazione della Gioconda di Leonardo da Vinci con barba e baffi - tra i ready-made più divertenti e dissacratori della produzione di Duchamp - trasformata in un ritratto dadaista. A essa si aggiungono altre creazioni altrettanto significative, dalla celebre Boîte-en-valise (1941) al Nu descendant un escalier (1911/1937), dai primi ready-made come Il pettine (1916/1964), a quelli più tardi come i Tabliers de la blanchisseuse (Grembiuli della lavandaia) del 1959.
Accanto a queste opere si alternano le opere degli artisti di Fluxus, un movimento neodadaista (o meglio un flusso, un gruppo aperto di personalità che radicalizza in modo diretto o indiretto le premesse dei dadaisti storici), costituitosi nel 1962 ma già operante sul finire degli anni 1950, anche grazie all’intermediazione di Duchamp. La mostra riunisce 11 adepti del gruppo, dal suo promotore George Maciunas, qui rappresentato con la serigrafia Stomac Anatomy Apron, a Nam June Paik, Ben Patterson, Dick Higgins, Philip Corner, Daniel Spoerri, Ben Vautier, e altri.


Come già per Duchamp, anche per gli esponenti di Fluxus il senso dell’umorismo e il gioco diventano strategie imprescindibili per intaccare schemi visivi e di pensiero consolidati dalla cultura e dal luogo comune: i loro lavori sconfinano in campi diversi dell’operare artistico, contaminandosi grazie all’eclettica fusione di più codici artistici. Caratteristiche che si manifestano in modo particolarmente evidente in Al Hansen (pioniere della performance e dell’happening art), nella sua nota serie di collage ispirati all’immagine di Venere, come la Streichholz Venus del 1992, composta da fiammiferi, o la Zoo Venus del 1995, realizzata con un assemblaggio di animaletti in plastica. Così il Fluxus Altar di Geoffrey Hendricks associa alle sue immagini di cielo, apparentemente romantiche, oggetti e mobili installati nello spazio circostante. Anche le famose boîtes di Duchamp sono riprese in nuove varianti, nell’assemblaggio collettivo della Fluxus Virus Box (1992), nella scatola Autoritratto (1986) di Emmett Williams e nelle Optimistic Box di Robert Filliou, a indicare quanto il pensiero e l’agire di Duchamp siano ancora vivi e attuali.

Ascona, gennaio 2016


MARCEL DUCHAMP – DADA E NEO-DADA
Ascona (Svizzera), Museo Comunale d’Arte Moderna (via Borgo 34)
25 marzo – 26 giugno 2016

Inside Ilas