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Mostre ed eventi // Pagina 80 di 216
28.06.2013 # 3122
CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

Daria La Ragione // 0 comments

CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

a Venezia fino al 7 settembre 2013

CIRIACA+ERRE

TRA I PROTAGONISTI DEL PADIGLIONE TIBET
Evento parallelo della 55. Biennale d’Arte di Venezia

Per l’occasione, l’artista italo-svizzera proporrà l’opera video
EPOCHÈ - SUSPENSION OF DISBELIEF
La sospensione del giudizio.
Solo eliminando i preconcetti e i pregiudizi è possibile conoscere la verità

Dal 1 giugno al 7 settembre 2013, la Chiesa di Santa Marta a Venezia ospiterà il Padiglione Tibet, evento parallelo della 55. Biennale d’Arte di Venezia.

L’iniziativa, curata da Ruggero Maggi, con il patrocinio del Comune di Venezia – Assessorato alle Politiche Giovanili Centro Pace, presenta artisti cui è stato chiesto di sottolineare coralmente il profondo senso di spiritualità dell'universo tibetano e creare un ponte sensibile che induca i visitatori a una maggiore conoscenza di questo popolo che ormai si può definire una minoranza etnica che rischia di perdere il proprio patrimonio culturale e spirituale fondato su concetti di pace e non violenza.

L’artista italo-svizzera Ciriaca+Erre, tra i protagonisti di questa esposizione, è stata selezionata con la sua nuova e inedita opera Epochè - Suspension of disbelief che fa parte di un progetto più ampio dal titolo Identità sospese, che la vede impegnata già da alcuni anni.

Nel video, incentrato sulla tutela dei diritti umani, si alternano flash che danno vita a un racconto: immagini di giardini, corpi costretti, fluire di sabbie colorate, cavalli, monaci tibetani, poliziotti, scorci di interviste.
Uno sparo conduce il visitatore in un labirinto di sensazioni scandite da voci che sussurrano, respiri, preghiere, cigolii, passi.
All’osservatore non è dato sapere dove ci si trova: Ciriaca+Erre cerca infatti di sospendere il giudizio di chi guarda affinché possa avvicinarsi all’opera senza pregiudizi.

Il video è girato interamente all’interno del carcere speciale a trattamento avanzato di Bollate (MI), improntato sulla tutela dei diritti umani. Gli uomini che si vedono intenti in attività differenti e che vengono intervistati, sono detenuti e agenti, mentre i monaci tibetani sono stati invitati, nell’ambito di un progetto speciale all’interno del penitenziario, a creare meticolosamente un mandala di sabbia per i carcerati stessi.
Il Tibet e i detenuti di un carcere italiano possono sembrare due realtà molto distanti, sia socialmente che geograficamente, ma per l’artista esiste un filo conduttore molto forte.
In Tibet i monaci muoiono “di carcere”, mentre in Italia sono gli stessi monaci che si recano in carcere per realizzare e distruggere un mandala, simbolo fondamentale della loro tradizione, e rappresentazione dell’’impermanenza: tutto passa e niente è eterno, esiste solo il presente.
Al tempo stesso all’interno del carcere alcuni detenuti fanno un percorso di autoconsapevolezza, di cui a tratti, durante le interviste, intuiamo la vicinanza alla filosofia buddista, cercando di raggiungere un nuovo equilibrio, di dare ordine e senso alle cose, che nel mondo fuori dalle sbarre, non avevano.

“Non sono poi così distanti le due realtà; tutto torna e ritorna come in un cerchio, niente esiste in maniera indipendente”, afferma Ciriaca+Erre.
Quest’anno infatti la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia in relazione al suo sistema penitenziario per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”, gli stessi diritti che vengono da anni violati in Tibet e per cui molti monaci si danno fuoco nella speranza di rompere un terribile silenzio e di stimolare una volontà di cambiamento in coloro che hanno il potere di innescarlo.

Ciriaca+Erre si pone, e pone attraverso la sua opera, la domanda se sia possibile immaginare il cambiamento sociale con un risveglio di coscienza, che non riguarda solo un paese, ma una dimensione umana di crescita.

Ciriaca+Erre
Epochè - Suspension of disbelief
Venezia, Padiglione Tibet, Chiesa di Santa Marta
(Spazioporto, ex Chiesa Santa Marta, Area Portuale 301239)
1 giugno – 7 settembre 2013
Orari: martedì – domenica 10.00/18.00. Chiuso lunedì

28.06.2013 # 3124
CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

Daria La Ragione // 0 comments

PALADINO/RAVELLO

a Ravello (SA) fino al 31 ottobre 2013

Dal 29 giugno al 31 ottobre 2013, Ravello ospiterà cinquanta opere scultoree di Mimmo Paladino (Paduli, 1948) ambientate nei suggestivi spazi di Villa Rufolo (Giardini e Cappella) e sul piazzale dell’Auditorium “Oscar Niemeyer” .

Curata da Flavio Arensi, promossa dalla Fondazione Ravello, in stretta collaborazione con Stefano Valanzuolo, Direttore Artistico del Ravello Festival, – l’esclusiva mostra di Paladino presenta 50 opere, tra cui l’imponente installazione dei venti «Testimoni» scelta per dialogare con l’architettura di Niemeyer.

«Il percorso espositivo – spiega Flavio Arensi - prende il via fin dai cancelli della Villa, dove è collocata la grande “Stele” di marmo bianco, una figura schematizzata che accoglie il visitatore e lo invita a concedersi un viaggio fra matematica, musica e sogno. Le opere di Paladino, che sono tutte un equilibrio fra segni, simboli e misteri, denotano da sempre un forte legame con la musica e più in generale con l’armonia vissuta come elemento geometrico. Il visitatore è sollecitato da richiami e rimandi al mondo dell’opera lirica e della musica, vivendo il connubio fra scultura e paesaggio». L’esposizione si snoda lungo i principali luoghi di Villa Rufolo, a cominciare dal giardino all’ombra della Torre maggiore dove l’anello di «Zenith» richiama l’Anello di Wagner. Per i viali e i giardini si potranno così incontrare alcune delle celebri opere del maestro beneventano, ambientate negli scorci più poetici, fra le colonne del chiostro, o raggruppate nell’antica sala da pranzo dove sono sistemate tredici sculture di medio formato. Monumentali, invece, il cavallo «Architettura», «Caduto a ragione», la composizione in ferro rosso «Respiro». Si tratta di una sorta di itinerario nella melodia che in Paladino diviene, appunto, motivo geometrico, slancio simbolico, forma pura.

Particolare rilevanza ha l’installazione dei venti «Testimoni» in pietra sulla piazza dell’Auditorium progettato dall’archistar brasiliana Oscar Niemeyer. Il rapporto che si crea fra le sculture di Paladino e la costruzione è spettacolare e stravolge la normale prospettiva del luogo.

Per celebrare il quattrocentesimo anniversario della morte del compositore Carlo Gesualdo, noto come Gesualdo di Venosa (1566-1613), Paladino è stato invitato dal direttore artistico del Ravello Festival, anche ad elaborare alcune opere ad hoc, collocate e presentate in anteprima nell’antica cappella della villa (“Un omaggio – spiega Valanzuolo, al più visionario ed innovativo tra i musicisti dell’antichità, reso dall’impeto creativo di Paladino nell’anno in cui, non a caso, il Festival si affida al tema conduttore del Domani”). Un ulteriore approfondimento della vicenda umana di Gesualdo prenderà forma grazie alla commissione di un corto che Paladino ha realizzato con l’attore Alessandro Haber, il quale impersonerà il musicista nelle sue ultime ore di vita mentre detta il testamento. «Labyrinthus» - così si intitola il video che sarà proiettato nell’ambito della mostra - si ispira a questo straordinario documento letterario, adattato da Filippo Arriva e reinterpretato con musiche originali da Franco Mussida.

Sempre in Villa, negli spazi del Museo, saranno esposti i quattro manifesti che Paladino ha disegnato per la stagione verdiana del Teatro dell’Opera di Roma diretto da Riccardi Muti (Nabucco, I due Foscari, Attila e Simon Boccanegra), con alcune varianti grafiche, per un totale di ventiquattro tavole fin qui mai presentati al pubblico.

28.06.2013 # 3123
CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

Daria La Ragione // 0 comments

MURANO>

a Merano fino al 8 settembre 2013

L’esposizione accosta le esperienze di una serie di artisti contemporanei internazionali quali Aldo Mondino, Aron Demetz, Jan Fabre, Jaume Plensa, Oleg Kulik, Marya Kazoun, Orlan, Robert Pan, Vik Muniz e altri, e si propone di individuare un percorso critico e di studio in grado di espandere le capacità espressive di un materiale come il vetro di Murano.

Il filo conduttore è il rapporto che s’instaura tra l’artista e il vetro, il confronto con le caratteristiche e i vincoli tecnici che il medium impone, il dialogo tra il pensiero dell’ideatore e la mano del maestro, in cui l’opera è la sintesi di saperi, conoscenze ed esperienze diverse attraverso le quali si approda a un nuovo linguaggio espressivo.

Gli artisti presenti in questa rassegna sono entrati in contatto solo saltuariamente con il mondo del vetro. Anche per questo motivo i risultati sono di grande originalità e innovazione, straordinari e non prevedibili.
Quello che emerge è che l’incontro tra due realtà apparentemente lontane, l’arte contemporanea da un lato, il vetro dall’altra, ha consentito di immaginarne, idearne e costruirne una terza: un mondo nuovo, in cui il vetro non rappresenta più semplicemente un simbolo della tradizione ma si apre a nuovi orizzonti e prospettive.

Il vetro, materiale estremamente duttile, aperto a recepire la creatività artistica nelle sue forme più innovative, è protagonista negli ultimi anni di un rilancio mondiale. L’occasione è stata la prima edizione nel 2009 di “Glasstress”, iniziativa presentata come evento collaterale della Biennale di Venezia e diventata una piattaforma di riflessione sul rapporto tra design e arte, tra tecniche antiche e arte contemporanea. Grazie ad Adriano Berengo e al suo laboratorio di Murano la manifestazione si è successivamente arricchita di interventi da parte delle più importanti personalità contemporanee, diffondendosi in tutto il mondo, Stati Uniti e Asia compresi. In pochi anni non c’è stato artista che non abbia provato a misurarsi con questo materiale, ricco di storia e allo stesso tempo anche adattabile alle idee e alle invenzioni.
A Merano, in contemporanea con la Biennale di Venezia, in occasione della quale viene presentata la terza edizione di “Glasstress”, saranno esposti una serie di opere straordinarie realizzate presso la Berengo Fine Arts da artisti internazionali che provengono anche da esperienze apparentemente lontane da questo medium, come il russo Oleg Kulik, presente a Merano già nel 1998, la francese Orlan, celebre performer e artista mediale, il belga Jan Fabre, che ha esposto in una personale al Louvre nel 2011. Proprio per queste differenti poetiche e pratiche, le diversità dei lavori diventa una mappa articolata e interessante delle possibilità espressive intrinseche a un materiale che accompagna da sempre il corso dell’arte contemporanea, basti pensare al “Grande vetro” di Marcel Duchamp (1915-1923).
Il risultato è una mostra affascinante e curiosa, arricchita dal contributo di due nuove realizzazioni da parte di due noti e apprezzati artisti altoatesini come Aron Demetz e Robert Pan, che per l'occasione hanno voluto confrontarsi con una tecnica differente rispetto a quella da sempre praticata.
Durante l’inaugurazione, la libanese Marya Kazoun eseguirà una performance legata al lavoro esposto.
In occasione dell’appuntamento meranese, giovedì 11 luglio nella sede della DOC di Bolzano saranno presentati in anteprima i lavori in vetro realizzati nei laboratori di Vetro Ricerca dall’artista argentina Silvia Levenson, che ha partecipato alla seconda edizione di “FROM & TO” nel 2010.

28.06.2013 # 3121
CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

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Joel-Peter Witkin. Il Maestro dei suoi Maestri

a Napoli fino al 20 ottobre 2013

La Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia, in collaborazione con la Galleria Baudoin Lebon di Parigi, presenta al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli giovedì 27 giugno alle ore 19.00  l'opera fotografica unica e provocatoria di Joel-Peter Witkin (New York, 1939).

La mostra patrocinata dalla Regione Campania è realizzata con il patrocinio ed il sostegno del Comune di Napoli, Assessorato alla Cultura e Turismo, esito di una proficua collaborazione avviata da diversi mesi, e con il contributo del Consolato Generale degli Stati Uniti d'America, Napoli.
L'artista sarà presente per la prima volta nella città partenopea e terrà il giorno dell'opening  alle ore 17.00 anche un open lecture per il pubblico napoletano.
In mostra una selezione dei lavori del fotografo americano, noto per le sue immagini enigmatiche in cui la gloria del corpo umano si confonde con la miseria e la ricerca spirituale con l'inquietudine religiosa. Nel suo lavoro Witkin applica la metodologia compositiva tipica del pittore, rivisitando i temi della mitologia occidentale, i capolavori della tradizione artistica europea e la rappresentazione canonica del corpo umano. Le sue opere sono dense di citazioni formali in cui mescola insieme i grandi nomi della storia della fotografia, come Muybridge, Rejlander e HollandDay, con la scultura greca e romana, l'arte barocca, neoclassica e moderna. Il lavoro di Witkin è dominato dal tema della rappresentazione della nudità, i suoi legami con l'erotismo, la sofferenza e il piacere, ma anche con il deterioramento e la morte. Il percorso espositivo composto da  55 opere,  offre l'occasione di apprezzare l'aspetto creativo e interpretativo di Witkin. Nella sua sperimentazione fotografica, ogni opera è il risultato di una lunga e complessa elaborazione formale che riguarda sia i soggetti ritratti che il processo di stampa. Le fotografie sono frutto di una serie di passaggi manuali in cui Witkin sperimenta le tecniche più diverse dal graffio allo strappo dei negativi, dall'utilizzo di filtri a varie tipologie di ostacoli posti tra il supporto e l'ingranditore. Le sue composizioni sono ampiamente studiate e create con la massima cura per i dettagli. Le scene sono ricche di rimandi, più o meno espliciti, ai grandi maestri dell'arte da Velasquez a Manet. Witkin affronta le stesse problematiche plastiche e gli stessi ambiti iconografici di questi capolavori, ritraendo e celebrando in atmosfere sublimi i corpi di soggetti ritenuti storicamente non rappresentabili come nani e storpi, androgini ed ermafroditi

24.06.2013 # 3128
CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

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Desiring the Real. Austria contemporary

fino al 8 settembre 2013

Merano Arte 22 Giugno – 8 Settembre 2013

Museion 22 Giugno – 22 Settembre 2013

L'unica cosa che l'opera d'arte può, è suscitare il desiderio di uno stato differente del mondo.
E questo desiderio, ha un senso rivoluzionario.
Heiner Müller


Dal 22 giugno 2013, MERANO ARTE e MUSEION - Museo di arte e moderna e contemporanea di Bolzano ospitano Desiring the Real, una mostra realizzata dal Ministero Federale Austriaco per l'Istruzione, l’Arte e la Cultura, Dipartimento di Relazioni Internazionali e di Culto. L’esposizione presenta le opere acquisite negli ultimi anni da parte della collezione d'arte del Governo Federale, oltre che alcune opere concesse in prestito per l’occasione.

Il desiderio come forza creativa e motrice della realtà è la materia di cui è fatta l’arte e si costituisce in ricerche artistiche che traducono l’esistenza in immagini, parole, installazioni e film. A differenza di un tempo, l’arte non è più volta necessariamente alla mimesis, alla mera e semplice rappresentazione della realtà, ma si è fatta strumento di sperimentazione e riflessione sul modo di guardare al mondo e sul confine tra ciò che chiamiamo realtà e ciò che chiamiamo finzione.

A MERANO ARTE - fino all’8 settembre - vengono proposte le opere di undici artisti che si confrontano con diversi modelli di realtà e assurgono questo tema a questione contrale della loro poetica. Le immagini di Caltrin Bolt, di Bele Marx & Gilles Mussard, di Margherita Spiluttini, l’installazione di Siggi Hofer, il paesaggio di Michael Goldgruber, disattendono le aspettative dell’osservatore minando la logica delle associazioni simboliche e linguistiche, facendo riflettere su come il nostro sguardo sia influenzato dal filtro mediatico e determinato dalla cultura e dalla politica.
Le fotografie di Maria Hahnenkamp, l’installazione di Ulrike Königshofer, il video di Adriana Czernin, di Josef Dabernig e quello di Hannes Zebedin, approfondiscono in più il tema dell’identità, l’apertura verso una moltitudine di interpretazioni e di variazioni formali, il fatto che la complessità esistenziale sia irriducibile ad alcuna e conclusa lettura ordinaria. L'installazione di Esther Stocker inventa invece uno spazio astratto, definendo un nuovo ordine tra significato e realtà.

Nella Project Room di MUSEION - fino al 22 settembre - vengono presentati due progetti inediti, esposti a rotazione. Si inizia con l’installazione “Spazio delle fasi” dell’artista Judith Fegerl (dal 22/06 al 28/07), a cui segue un progetto di Leopold Kessler (dal 9/08 al 22/09). Il focus sui protagonisti della giovane arte austriaca è completato dal video “Decomposition” realizzato da Rainer Gamsjäger per la facciata mediale di Museion (proiezioni: 20-21/06 e 23/07, ore 22). È in programma anche un momento dedicato alla danza, con una performance del coreografo-ballerino Sebastian Prantl - l’evento è organizzato nell’ambito di Bolzano Danza ed è in collaborazione con il Südtiroler Kulturinstitut di Bolzano (23/07 ore 18).

Merano arte - artisti partecipanti: Catrin Bolt (Friesach, 1979), Adriana Czernin (Sofia, 1969), Josef Dabernig (Kötschach-Mauthen, 1956), Michael Goldgruber (Leoben, 1975), Maria Hahnenkamp (Eisenstadt, 1959), Siggi Hofer (Brunico, 1970), Ulrike Königshofer (Koglhof, 1981), Bele Marx & Gilles Mussard (Salisburgo, 1968, Parigi, 1956), Margherita Spiluttini (Schwarzach, 1947), Esther Stocker (Silandro, 1974), Hannes Zebedin (Lienz, 1976).

Museion - artisti partecipanti: Judith Fegerl (Vienna, 1977), Rainer Gamsjäger (Bad Ischl, 1974), Leopold Kessler (Monaco, 1976)

Desiring the real è una mostra itinerante presentata a partire da Aprile 2012 in vari stati in tutto il mondo. Sedi espositive in cui è già stata ospitata la mostra: il Museo d’Arte Contemporanea di Belgrado, Serbia, il MUAC University Museum of Contemporary Art di Città del Messico e il FIC Cervantino Festival International, Università di Guanajuato, Messico, il Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam dell'Avana, Cuba, la Galleria Gaal a Culiacan, Messico e il Museo di Arte Contemporanea di Zagabria, Croazia.
L’esposizione si trasferirà in futuro anche in sedi espositive in Macedonia, Turchia, Francia, Bosnia-Herzegovina, Russia, Lettonia.

20.06.2013 # 3127
CIRIACA+ERRE. Epochè - Suspension of disbelief

Daria La Ragione // 0 comments

I SETTE SAVI DI FAUSTO MELOTTI

a Milano fino al 10 novembre 2013

Recentemente restaurato grazie al contributo di SEA - Aeroporti di Milano, il gruppo scultoreo viene esposto, fino al 10 novembre 2013, alla Porta di Milano dell’aeroporto Malpensa

Dopo quasi cinquant’anni, tornano visibili al pubblico I sette savi di Fausto Melotti. Grazie al contributo di SEA - Aeroporti di Milano che ha finanziato il suo accurato restauro, facendo sua la sollecitazione della Provincia di Milano, il gruppo scultoreo torna come unico protagonista di un’esposizione, in programma dal 20 giugno al 10 novembre 2013, nell’affascinante spazio della Porta di Milano, collocato nell’aeroporto di Malpensa, tra l’ingresso del Terminal principale e la stazione ferroviaria che conduce in città.

La Porta di Milano è un’opera architettonica che rappresenta la “dodicesima porta” di accesso alla città, realizzata dagli architetti Pierluigi Nicolin, Sonia Calzoni - che hanno firmato anche l’allestimento della mostra -, Giuseppe Marinoni, Giuliana Di Gregorio, vincitori del concorso internazionale, promosso da SEA Aeroporti di Milano nel giugno 2009, con un progetto selezionato tra gli oltre 90 provenienti da tutto il mondo.
La Porta di Milano rappresenta un unicum nel panorama delle aerostazioni mondiali, in quanto progettato come struttura funzionale di accesso all’aeroporto e al tempo stesso come spazio espositivo in grado di arricchire la già importante offerta di Milano, ospitando iniziative d’arte con cadenza periodica.

Il gruppo scultoreo de I sette savi nasce da una lunga gestazione. Fu concepito infatti come un insieme di 12 gessi per la sala intitolata “Coerenza dell’uomo” della VI Triennale di Milano. Di queste, sopravvissero intatte solo sette sculture e questo stesso numero portò Melotti a non volere reintegrare le cinque perdute. L’opera infatti acquisì un nuovo senso, facendo riferimento alla magia del ‘sette’ che si ritrova in tanta parte della cultura: l’ordine dell’universo secondo la matematica antica, i Sette contro Tebe e la ricorrenza del numero nel pensiero greco, le Sette Odi arabe, le sette meraviglie del mondo, nel Cristianesimo i sette peccati capitali, i sette sacramenti, i vizi e le virtù, e così via fino ai “Sette messaggeri” di Dino Buzzati.

Dovendolo ricostruire, l’autore decise quindi di creare sette statue in pietra. Ogni statua è simile ma differente dalle altre, creando un ritmo quasi musicale come era tipico anche della scultura astratta di Melotti. La sequenza si propone come variazione su un tema unico e induce a riflettere sulla compostezza e l’aspetto sacrale di coloro che dedicano la loro vita alla conoscenza.

Il pubblico ne conosce altre due versioni: quella in gesso, esposta al MART di Rovereto, eseguita nel 1960 e probabilmente modello per quella del Carducci, e quella in marmo di Carrara creata nel 1981 ed esposta nel giardino del PAC di Milano. La versione originaria del 1936 in dodici elementi è andata parzialmente distrutta.

I SETTE SAVI di FAUSTO MELOTTI

Aeroporto di Malpensa, Porta di Milano (Terminal 1)

20 giugno 2013 – 10 novembre 2013

Orari: dalle 10.00 alle 22.00

Ingresso libero

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