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Mostre ed eventi // Pagina 76 di 216
23.07.2013 # 3171
La meraviglia come esercizio

Daria La Ragione // 0 comments

La meraviglia come esercizio

a Milano fino al 22 settembre 2013

Triennale Design Museum presenta oltre 150 esercizi degli studenti dell’Atelier di Riccardo Blumer all'Accademia di architettura USI realizzati fra il 2010 e il 2013. Performance, installazioni e modelli tridimensionali animeranno gli spazi della Triennale per raccontare il percorso propedeutico all’architettura svolto dagli studenti del primo anno dell’Accademia. Sono presentati progetti che indagano la relazione tra spazio, corpo, movimento e suono, spettacolo visuale e scenografia urbana: dalla struttura formata da megafoni utilizzata per La processione degli architetti alle sagome dei corpi degli studenti impiegate in L'uomo come misura topologica della città, dagli studi dei movimenti e delle leggi fisiche che animano e plasmano le forme delle nuvole di Come si muovono le nuvole fino alle costruzioni “indossabili” di Architetti in Ri-voluzione. Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: ”Quella di Riccardo Blumer è una modalità progettuale sempre sorprendente, epifanica, ma al contempo di grande sperimentazione, innovazione e precisione. È un metodo che applica anche nei suoi laboratori con i suoi studenti, trasformando ogni esperienza didattica in una grande metafora ed esplorazione del mondo”. Dice Riccardo Blumer: “Tra i vari parametri che toccano direttamente la pratica architettonica, mi interessa in particolare il senso di verità. L’architettura è una forma di espressione che modifica lo stato naturale delle cose, ovvero la realtà fisica. In tal senso essa è “vera” al pari dei fenomeni della natura, come lo possono essere un monte o un tramonto. Nell’accostarsi al progetto come modificazione degli stati di Natura, diventa inevitabile incontrare la bellezza. Per restare nell’esempio prima citato del tramonto, mentre si manifesta, l’osservatore collega in modo inconscio ed inscindibile la verità fenomenica all’estetica. Il senso della meraviglia permette allora di percepire la corrispondenza tra vero e bello ed è per questo motivo che è necessario”.

23.07.2013 # 3170
La meraviglia come esercizio

Daria La Ragione // 0 comments

Il design italiano incontra il gioiello

a Milano fin o al 8 settembre 2013

Triennale Design Museum presenta un’ampia rassegna dedicata al gioiello dei designer italiani, a cura di Alba Cappellieri e Marco Romanelli.
La mostra percorre un arco temporale che va dagli anni Cinquanta a oggi, attraversa stili e momenti differenti, dal Razionalismo al Post Moderno fino al Minimalismo: un percorso con salti generazionali che includono grandi maestri e giovani designer, produzione industriale e pezzi unici.
L’ipotesi curatoriale si compone di due parti: una rassegna storica con numerosi progetti inediti presentati per la prima volta a Milano e una sezione con gioielli progettati e realizzati ad hoc per la mostra.
Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: ”Fin dagli anni Trenta del secolo scorso la storia della Triennale di Milano è densa di episodi emblematici e intelligentemente precursori nel rivendicare un rapporto non convenzionale del design con l’oreficeria e, soprattutto, con la gioielleria. Riprendendo questa grande tradizione, Triennale Design Museum ha reintrodotto con la mostra Il Design della Gioia, nel 2004, una particolare attenzione al tema del gioiello, negli anni successivi di nuovo protagonista nella sezione dedicata ai jewels designer in The New Italian Design(mostra itinerante dal 2007 a oggi), e nelle mostre Gioielli di Carta (2009), Gioielli per Milano (2011) fino a Il gioiello sostenibile di Riccardo Dalisi (2012). Per lungo tempo il mondo del design ha fatto finta di non vedere i gioielli. Li ha relegati nel limbo dell’ornamento o nella gratuità del decoro, e li ha espunti da sé e dal proprio universo progettuale come tentazioni pericolose, come deviazioni eretiche, come indizi di quella ‘delittuosità’ che Adolf Loos denunciava in ogni deragliamento del designer verso la sfera dell’ornamentale, del superfluo, dell’orpello. In realtà, se il gioiello serve (ed è servito storicamente) a definire l’identità di chi lo indossa, risulta molto discutibile il tentativo di relegarlo nella sfera del superfluo, a meno di non ritenere tutto ciò che è funzionale alla costruzione dell’identità meno utile o meno nobile di ciò che è funzionale al soddisfacimento dei bisogni “primari” del corpo. Di quello stesso corpo, per altro, che oltre a nutrirsi, sedersi, dormire e abitare da sempre fa progetti intorno a sé e alla propria immagine, e trova spesso proprio nei gioielli alcuni dei vocaboli più preziosi per costruire un linguaggio con cui cercare di dirci cos’è, cosa vorrebbe essere, come vorrebbe apparire”.
Per la curatrice Alba Cappellieri, professore di Design del Gioiello al Politecnico di Milano “Questa mostra presenta la più ampia rassegna mai dedicata ai gioielli dei designer italiani, progettisti cioè abituati a confrontarsi con tipologie che vanno dall’arredo all’illuminazione ma che non hanno mai considerato il gioiello come una sfida in cui cimentarsi. Certo, i padri del design italiano progettarono anche gioielli ma ciò avvenne nel privato degli affetti, come doni per familiari e amici e non come ambito di ricerca professionale. Da Roberto Sambonet a Ettore Sottsass e Michele de Lucchi, da Gianfranco Frattini, Sergio Asti, Alessandro Mendini o Gae Aulenti fino a Mario Bellini, Antonio Citterio, Fabio Novembre questa mostra interseca generazioni e linguaggi, maestri e giovani talenti nel segno del gioiello. La mostra presenta 72 designer che definiscono l’intelligenza del design italiano in un gioiello. Al centro del progetto vi è l’uomo, il rispetto della sua anatomia, la preferenza per il comfort piuttosto che per lo choc, l’evoluzione piuttosto che la rivoluzione, la bellezza e la qualità piuttosto che l’astrazione o il concetto. I gioielli, con il loro pluralismo semantico, rappresentano in questo scenario la perfetta intersezione tra eterno ed effimero, materia e concetto, tradizione e sperimentazione, business e bellezza”.


23.07.2013 # 3169
La meraviglia come esercizio

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Andata e ricordo

a Rovereto fino al 8 settembre 2013

Fotografie dei Grand Tour ottocenteschi, le prime guide dei viaggiatori di inizio novecento, i diari di viaggio dei futuristi, la parabola della pubblicità dall’illustrazione d’autore al kitsch, l’ironia della Pop-Art, i linguaggi contemporanei del video e dell’installazione. Sono alcune delle sorprese di una mostra prodotta dal Mart di Rovereto e a cura di Nicoletta Boschiero, Veronica Caciolli, Daniela Ferrari, Paola Pettenella, Alessandra Tiddia, Denis Viva, con presenta in catalogo un saggio di Fernando Castro Florez.

La mostra si apre con “Tempo di viaggio”, un racconto per immagini del grande regista russo Andreij Tarkovsky che nel 1983 compiva il suo Grand Tour accompagnato dal poeta e sceneggiatore Tonino Guerra. Un modo di viaggiare, quello di Tarkovsky e Guerra, che non cedeva alle tentazioni della memoria, ma che raccoglieva immagini per appropriarsi di se stessi e del mondo.
Il racconto di questo viaggio introduce in modo critico il tema chiave della mostra: oggi l’industria globale del turismo di massa ci inonda di immagini di luoghi con un “taglio turistico”. Sono “immagini delle immagini”, che alimentano le nostre mappe mentali e che condizionano la nostra immagine del mondo in un senso ben preciso: quello della progressiva sovrapposizione degli spazi turistici e di quelli culturali.

23.07.2013 # 3168
La meraviglia come esercizio

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Controcultura tra America e Italia

a Rovereto fino al 8 settembre 2013

Grazie alla lungimiranza del collezionista Paolo Della Grazia, l’Archivio del ‘900 del Mart si arricchisce di tutto il pubblicato di due importanti riviste d’artista legate all’underground internazionale: Kulchur e Roman High/Roma sotto, tra i cui collaboratori spiccano Andy Warhol, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Robert Rauschenberg, Robert Indiana, Fernanda Pivano e Gregory Corso. Le riviste sono in mostra alla Biblioteca del Mart dall’11 luglio all’8 settembre 2013. “Controcultura tra America e Italia”, questo il titolo della mostra, integra e approfondisce i temi affrontati anche nella sala “Controcultura” de “La magnifica ossessione”, l’allestimento delle collezioni del Museo al secondo piano del Mart

Kulchur, pubblicata a New York da Marc Schleifer (poi da Lita Hornick) tra il 1960 e il 1966, è uno dei principali periodici letterari legati alla Beat Generation. I suoi venti numeri ospitano interventi, tra i tanti, di Gregory Corso, Allen Ginsberg, William Burroughs, Paul Bowles e Jack Kerouac. Gli articoli - che spaziano dalla letteratura al teatro, dal jazz alle arti visive - sono spesso accompagnati da illustrazioni e fotografie. Notevoli anche le copertine, appositamente realizzate da artisti pop quali Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Robert Indiana.

Roman High/Roma sotto (poi Fallo!), fu stampata a Roma tra il 1971 e il 1972 per iniziativa di Angelo Quattrocchi, supportato da Marcello Baraghini, poi fondatore di Stampa Alternativa, sempre generoso nel concedere il proprio nome in qualità di direttore responsabile a chiunque l’avesse richiesto, in nome della libertà di stampa. La rivista, che cambiò più volte formato, è un tipico esempio di periodico controculturale: da una parte temi “caldi”, dalle droghe alla sessualità, dalla musica rock al cinema underground; dall’altra un apparato grafico alquanto movimentato e psichedelico, segnato da uno stretto dialogo tra parola e immagine e rafforzato dall’utilizzo di inchiostri in più colori utilizzati anche per i testi. Tra i collaboratori si segnalano Fernanda Pivano, Jerry Rubin, Max Capa, Robert Crumb e Matteo Guarnaccia, autore tra l’altro del manifesto “Movimento Ippi” uscito come supplemento al quinto numero della rivista.

23.07.2013 # 3167
La meraviglia come esercizio

Daria La Ragione // 0 comments

Fiona Tan - Inventory

a Roma fino al 8 settembre 2013

La mostra presenta, in anteprima mondiale, l’ultima opera di Fiona Tan, Inventory.
Inventory nasce dalle suggestioni della casa privata e del museo di Sir John Soane, appassionato collezionista che oltre duecento anni fa costruì, nei confini angusti della propria casa, il proprio monumento privato, incarnazione del fascino e della passione dell’architetto per Roma, in cui raccolse sculture classiche, frammenti e dettagli.
Attorno a Inventory ruotano altri tre importanti lavori video dell’artista: Correction, sei proiezioni allestite secondo il modello delPanopticon (il carcere ideale progettato nel 1791 da Jeremy Bentham), in cui l’artista presenta 330 ritratti di prigionieri e guardie americani; Disorient, doppia proiezione che partendo dai diari di Marco Polo arriva a immaginare come sarebbe stato il museo dell’esploratore veneziano, e Cloud Island opera che ha per protagonista l’isola di Inujima simbolo dell’industrializzazione del Giappone che hanno snaturato la vita dell’isola e le abitudini dei suoi abitanti.
Insieme ai video di Fiona Tan anche una serie di incisioni selezionate da Le Carceri d’Invenzione di Piranesi, opera fonte di ispirazione per Correction e che instaura un’affascinante conversazione con l’architettura di Zaha Hadid.

16.07.2013 # 3166
La meraviglia come esercizio

Daria La Ragione // 0 comments

Diafane Passioni: avori barocchi dalle corti europee.

a Firenze al 3 novembre 2013

Dalla metà del Cinquecento, per circa due secoli, la scultura in avorio fu apprezzata e ricercata dalle corti europee come una delle massime e più sofisticate forme di espressione artistica. 

I più importanti scultori del periodo barocco, sia in Italia che nei paesi transalpini e addirittura nelle colonie portoghesi e spagnole, si cimentarono in questa tecnica raffinatissima e difficile, che univa alla perizia dell’artefice la preziosità della materia prima.

In tutta Europa, imperatori e granduchi, papi e principi, altissimi prelati e ricchi banchieri si contendevano l’opera degli scultori in avorio, e spesso formavano collezioni di capolavori eburnei, che andavano dagli esemplari figurativi veri e propri ai tour de force torniti. Questi ultimi univano al piacere del capriccio visivo il rigore scientifico del calcolo matematico.

L’Italia giocava un ruolo chiave per la più grande fioritura della scultura in avorio tra il Cinque e il Settecento: la seconda dopo quella gotica, che aveva avuto il suo centro a Parigi. Le zanne dell’elefante arrivavano in Europa attraverso le grandi città portuali, Venezia, Genova, e Napoli, con Roma i centri principali della lavorazione della preziosa ed esotica materia, ricercata particolarmente per la sua qualità mimetica di raffigurare l’incarnato umano. L’ammirazione per l’avorio nell’Italia del Sei e Settecento favorì inoltre il collezionismo di avori africani e indiani, oltre a quelli tardoantichi e medievali. Proprio a Firenze fra il  XVII e XVIII secolo si formarono le prime collezioni di avori di epoche passate, e proprio qui si pubblicarono i primi studi dedicati agli avori medievali.

Una mostra di quasi centocinquanta pezzi, che unisce i tesori fiorentini a pregevoli esemplari provenienti dai più importanti musei stranieri e ad altri avori mai visti prima, custoditi in collezioni private, dà vita a un nuovo e spettacolare capitolo della storia dell’arte: un capitolo mai studiato prima, soprattutto nel suo aspetto “internazionale”, così peculiare del collezionismo mediceo.

La mostra si articola in varie sezioni che percorrono l’arte dell’avorio dal Quattrocento, quando catturò l’attenzione di Lorenzo il Magnifico, al maturo Rinascimento, fino all’esplosione del Barocco con opere degli scultori fiamminghi e tedeschi più famosi del periodo, da Leonhard Kern a François du Quesnoy, da Georg Petel a Balthasar Permoser.

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