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Mostre ed eventi // Pagina 69 di 216
26.09.2013 # 3283
ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

Daria La Ragione // 0 comments

ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

a Milano fino 20 dicembre 2013

Dal 25 settembre al 20 dicembre 2013, la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano celebra Enrico Baj (Milano 1924 – Vergiate 2003), a dieci anni dalla sua scomparsa, con una mostra la cui attenzione è rivolta agli anni ’50, in cui Baj, fervido protagonista dell’avanguardia europea del dopoguerra, è l’epicentro di un vortice di iniziative che saldano alcuni momenti cruciali delle ricerche internazionali d’allora, riprendendo ed evolvendo la matrice storica dada e surrealista.

L’esposizione, curata da Flaminio Gualdoni, realizzata in stretta collaborazione con Roberta Cerini Baj e l’Archivio Enrico Baj, presenta un gruppo di opere fondamentali dell’artista milanese degli anni Cinquanta e una serie di rari documenti, manifesti, riviste, fotografie che restituiscono il clima di scambi culturali, amicizie, polemiche, tipico del periodo in cui Milano si afferma come centro autorevolissimo dell’avanguardia internazionale, in uno dei suoi momenti culturalmente più vividi.

Fondatore nel 1951 con Sergio Dangelo del Movimento Nucleare - di cui verranno proposti Bum-Manifesto Nucleare del 1952, replicato dall’artista nel 1997 e molti documenti originali, a cominciare dal Manifeste de la peinture nucléaire del 1952 - Baj stringe amicizia con personaggi come Asger Jorn, Édouard Jaguer, E.L.T. Mesens, Raoul Hausmann, dando vita al Mouvement International pour un Bauhaus Imaginiste e nel 1955 alla rivista “Il Gesto”, in stretto dialogo con pubblicazioni d’avanguardia come la francese “Phases”, l’argentina “Boa”, la belga “Edda”, l’italiana “L’Esperienza Moderna”. Nel 1958 Baj sarà l’anima artistica di un’altra importante rivista d’avanguardia, “Direzioni”, fondata con Fabrizio Mondadori.

Nel 1957 la pubblicazione del manifesto Contro lo stile, promosso da Baj e Dangelo, indica la volontà impellente della giovane generazione europea di uscire dalle retoriche dell’informale: tra i firmatari figurano Yves Klein, Piero Manzoni, Arnaldo e Gio’ Pomodoro.

Accompagna la mostra il secondo numero dei “Quaderni della Fondazione Arnaldo Pomodoro”, che riproduce le opere e i documenti esposti, introdotto da saggi critici di Flaminio Gualdoni e di Angela Sanna, studiosa dell’artista.

08.10.2013 # 3301
ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

Daria La Ragione // 0 comments

I volti, le pietre, la città: Mario Carbone, Emilio Gentilini

a Roma fino al 13 ottobre 2013

Alcune delle immagini in mostra, scattate tra il 1952 e il 1985, non sono mai state esposte al pubblico.
Molte le affinità tra i due autori, come la scelta rigorosa del bianco e nero e il soffermarsi sui volti espressivi delle persone. Differenti invece la poetica e le tematiche oggetto delle fotografie.
Le immagini di Mario Carbone si distinguono per una poetica realista che documenta luoghi ed individui colti con nitida coerenza sia nelle istantanee che ritraggono ambulanti e operai nei rioni della città popolare, sia in quelle che documentano le vie dell’arte o della moda (Via Margutta, Via Veneto, Piazza del Popolo), frequentate da signore eleganti e personaggi famosi. Lo sguardo di Carbone si fa più antropologico nelle fotografie che ritraggono i fedeli in visita a San Pietro con il sacerdote che fa da cicerone o le turiste devote inginocchiate con i loro abiti stravaganti. Le donne e gli uomini ritratti nella semioscurità delle osterie (si veda la famosa immagine Osteria del Vero Albano) sono invece pervase da una vena di struggente malinconia. Le immagini di Roma degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo danno invece più spazio alletematiche sociali: le manifestazioni politiche e di protesta, la scena “povera” e le pareti spoglie di cantine e garage adattate a palcoscenici dove Carbone ritrae l’avventura irripetibile dei teatri d’avanguardia romani.
Emilio Gentilini circoscrive la sua indagine per immagini, negli anni Settanta dello scorso secolo; in particolare nel rione popolare di Trastevere. Luoghi e personaggi esprimono carica vitale ed energia: piazze e vie sono ingombre di persone e dei loro spesso poveri “strumenti del mestiere”. La città è ancora vissuta nella comune partecipazione di spazi e ritualità quotidiane e festive. Gentilini osserva e ritrae, con ironia e personale leggerezza, una Roma intenta e indaffarata in
molteplici attività, personaggi alle prese con lavori scaturiti da una creatività spesso tutta romana, lavori stanziali ed ambulanti (le botteghe storiche, ma anche le improvvisate vendite di generi alimentari davanti alla soglia di casa, la raccolta di cartoni etc.).
Molte le immagini dedicate alla socialità e alla religiosità (il battesimo, il matrimonio, le processioni). Usi e costumi nati dal bisogno e dall’inventiva estemporanea, tali da tramutare la necessità in vera estetica popolare (l’arredo dei balconi e dei davanzali, la metodica nello stendere i panni alle finestre, il catino per lavare i panni che diventa scaldino). E ancora, lo svago e il tempo libero vissuti fuori dalle mura domestiche dove strade, marciapiedi e cortili diventano territorio vissuto e partecipato per ballare il saltarello, giocare a “zecchinetta” e scambiare quattro chiacchiere con la vicina.
Dunque i due autori ci restituiscono attraverso queste immagini un patrimonio prezioso di umanità generosa e vitale che si fonde con la storia stessa della città che abitano.

08.10.2013 # 3300
ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

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POLLOCK E GLI IRASCIBILI. LA SCUOLA DI NEW YORK

a Milano fino al 16 febbraio 2014

Attraverso le opere del gruppo di artisti, tra cui il carismatico Jackson Pollock, e definiti “Irascibili” da un celeberrimo episodio di protesta verso il Metropolitan Museum of Art, al visitatore verrà offerto un panorama completo dello stile artistico che seppe re-interpretare la tela come spazio per esprimere la libertà di pensiero e di azione dell’individuo e che influenzò l’arte moderna.
Uno stile e insieme un fenomeno unico che dette vita alla “Scuola di New York”.
Era il maggio del 1950 quando il Metropolitan Museum of Art di New York annunciò l’organizzazione di un’importante mostra dedicata all’arte contemporanea americana. Assenti dal parterre degli invitati furono proprio i pittori che a partire dalla seconda metà degli anni Trenta avevano mosso i primi passi verso un linguaggio pittorico nuovo, rivolto all’Espressionismo Astratto. Nel movimento emersero le personalità di Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Robert Motherwell, Barnett Newman, che si fecero promotori di un codice stilistico più attuale. Sono proprio questi i principali nomi che composero il gruppo degli “Irascibili”, così definiti dal quotidiano “Herald Tribune”, perché firmatari della lettera inviata al presidente del Metropolitan, Roland L. Redmond, e presentata al “New York Times”, in cui dichiararono il totale dissenso nei confronti delle posizioni assunte dal museo.
Nel gennaio del 1951 la rivista “Life” pubblicò l’emblematica fotografia di Nina Leen che ritrasse quindici degli “Irascibles” vestiti da banchieri.
Al centro Jackson Pollock, con lui, oltre a Willem de Kooning, Mark Rothko, Barnett Newman e Robert Motherwell, Adolph Gottlieb, William Baziotes, James Brooks, Bradley Walker Tomlin, Jimmy Ernst, Ad Reinhardt, Richard Pousette-Dart, Theodoros Stamos, Clyfford Still e Hedda Sterne, unica donna del gruppo.

03.10.2013 # 3288
ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

Daria La Ragione // 0 comments

Robert Capa in Italia 1943 - 1944

a Roma fino al 6 gennaio 2014

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione. Robert Capa il famoso fotografo ungherese, pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita nei campi di battaglia, seguendo i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

Settantamila foto scattate in quasi quarant’anni di vita. Questa è l’eredità custodita a New York, all’International Center of Photography. Da questo enorme patrimonio il fratello Cornell e il biografo di Capa Whelan hanno selezionato 937 foto, tra le più caratteristiche ed importanti che hanno dato vita a tre serie identiche – le master Selection I, II e III - ognuna completa di tutte le immagini, conservate a New York, Tokyo e Budapest.

Una selezione di 78 fotografie saranno ospitate dal 3 ottobre 2013 al 6 gennaio 2014 nel Museo di Roma Palazzo Braschi nella mostra “Robert Capa in Italia 1943 - 1944”.

Per l’occasione saranno utilizzati i nuovi ambienti espositivi, destinati esclusivamente alle mostre temporanee. Una volta ultimati i lavori di allestimento di tutti gli spazi recentemente restaurati, le sale espositive del palazzo saranno 58, distribuite su tre piani.

Questa importante esposizione, ideata dal Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con il Museo Nazionale Ungherese di Budapest, il Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria, il Fondo Nazionale Culturale, l’Istituto Balassi – Accademia d’Ungheria a Roma e l’Ambasciata di Ungheria a Roma. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura e la cura di Beatrix Lengyel. Il catalogo è una coedizione del Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia.

Una mostra – la cui tappa successiva sarà Firenze presso il MNAF Museo Nazionale Alinari della Fotografia dal 10 gennaio al 30 marzo 2014 - organizzata in occasione dell’Anno Culturale Ungheria Italia 2013 che coincide con il centenario della nascita di questo grande maestro della fotografia del XX secolo (1913–1954) e che racconta con scatti in bianco e nero il settantesimo anniversario dello sbarco degli alleati. Esiliato dall’Ungheria nel 1931, inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola dal 1936 al 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno da luglio 1943 a febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune foto di Robert Capa “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino.”

Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la distruzione della posta centrale di Napoli o il funerale delle giovanissime vittime delle Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagnedove infuriano i combattimenti. E i soldati alleati, accolti a Monreale dalla gente, o in perlustrazione in campi opachi di fumo.

Settantotto fotografie nelle quali l’obiettivo di Capa mostra una guerra subita dalla gente comune, piccoli paesi uguali in tutto il mondo ridotti in macerie, soldati e civili vittime della stessa strage.

Così Ernest Hemingway, nel ricordare la scomparsa, descrive il fotografo:”Ѐ stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto.”

Foto, famose in tutto il mondo, che raccontano a modo loro la vita.

26.09.2013 # 3282
ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

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JOSEF ALBERS: SUBLIME OPTICS

a Milano fino al 6 gennaio 2014

Fino al 6 gennaio 2014 la Fondazione Stelline, in collaborazione con la Josef & Anni Albers Foundation, ospita la prima esposizione monografica a Milano delle opere di Josef Albers, grande artista modernista ed esponente del Bauhaus.

Il percorso espositivo presenta settantasei opere - rari disegni giovanili, vetri colorati, dai vetri sabbiati e una selezione di dipinti astratti - realizzate dall'inizio della sua carriera artistica, quando insegnava in Vestfalia fino agli ultimi giorni della sua vita: dal primissimo disegno conosciuto fino all'ultimo Omaggio al Quadrato. Albers, di formazione cattolica, religione che non ha mai abbandonato per tutta la sua vita, ha incorporato il linguaggio figurativo della tradizione cristiana in molti dei suoi lavori, interpretando la trasformazione del colore e del tratto come eventi spirituali se non addirittura di natura mistica.
Gli esperimenti di Albers con la linea, la forma e il colore, sono esercizi spirituali per i nostri occhi. Il suo"obiettivo" nell'arte è stata la" rivelazione ed evocazione della visione”, aiutandoci a vedere meglio il sublime che ci circonda.
Nel 1971 Josef Albers fu il primo artista vivente a cui il Metropolitan Museum of Art di New York dedicò una retrospettiva. 

L’esposizione segna, inoltre, il primo “ritorno a Milano” delle opere dell’artista dopo quasi 80 anni di assenza, da quando - nel 1934 - Wassily Kandinsky organizzò una mostra di stampe di Albers nel capoluogo lombardo a un anno dalla chiusura della Bauhaus (di cui Albers fu studente e docente dal 1920 al 1933).


In contemporanea alla mostra alla Fondazione Stelline, dal 2 ottobre al 1 dicembre 2013, la Josef and Anni Albers Foundation, in collaborazione con l'Accademia di Brera, porta a Milano i metodi di insegnamento di Josef Albers e le opere dei suoi allievi con una esposizione dal titolo:  "IMPARARE A VEDERE. JOSEF ALBERS PROFESSORE, DAL BAUHAUS A YALE".
In questa rassegna complementare si rivela l’impatto dirompente del suo rivoluzionario modo di insegnare.

Josef Albers ha sempre affermato la necessità di rendere accessibile l'arte al maggior numero di persone, compresi coloro che non possono liberamente godere di questo privilegio. Per questo, in accordo con la Josef and Anni Albers Foundation, è nata la preziosa collaborazione con la II Casa di Reclusione Milano – Bollate e la cooperativa E.S.T.I.A., per avvicinare le persone detenute all'arte tramite attività culturali e artistiche, aperte anche al pubblico.

25.09.2013 # 3272
ENRICO BAJ. Bambini, ultracorpi & altre storie

Daria La Ragione // 0 comments

ARTES MECHANICAE

a Roma fino al 27 ottobre 2013

Al via dal 31 agosto e prorogate per tutti i sabato mattina sino al 20 ottobre 2013 le visite guidate alla mostra in programma presso la Casa dei Teatri "Artes Mechanicae. Ricercando tra le radici del teatro italiano".

Tutti i sabato dalle 10.30 alle 12.30 i curatori della mostra accompagneranno e guideranno il pubblico nella visita gratuita della mostra dedicata alle "macchine sceniche" del maestro Luciano Minestrella, in cui il teatro si raffigura in installazioni - dal Rinascimento ai congegni contemporanei - che il visitatore attraversa seguendo un percorso conoscitivo.

Nuove macchine teatrali straordinarie in scala, create attraverso il lavoro del dettaglio e della limatura. Un artigianato che diventa arte della falegnameria, del cesello sul legno di piccoli oggetti che riproducono gli antichi marchingegni e altri nuovi che si avventurano verso un piano fantastico pieno di echi.

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