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02.05.2024 # 6418
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Il 3 maggio inaugura all‘A‘Mbasciata Fragments in collaborazione con il Consolato della Repubblica Socialista del Vietnam

di Marco Maraviglia

In uno degli spazi più affascinanti di Napoli, dal 2016 officina e trampolino di lancio di artisti emergenti, lì dove il burlesque, feste a tema e serate vintage allietano gli ospiti, Piero Corvo espone cinquanta fotografie 30x45 sul Vietnam.

 

Il progetto presentato da Piero Corvo fa parte di due lavori distinti sul Vietnam che riprendono l‘aspetto tradizionale del Paese e quello più moderno che è ancora in progress.

Il primo lavoro è stato esposto in occasioni non aperte al pubblico: per il Bridging Vietnam-Napoli Forum, un evento celebrativo in occasione dei cinquant‘anni di amicizia e partenariato tra Italia e Vietnam, presso il Grand Hotel Santa Lucia di Napoli e all‘Institut Français Napoli, organizzata nell‘ambito delle Giornate internazionali della Francofonia 2024.

 

In esposizione, e solo per tre giorni, ci sono le fotografie della prima parte, quella con gli aspetti tradizionali del Vietnam, con immagini scattate in luoghi lontani dalle grandi città e realizzate nel 2023.

 

Il Vietnam è una terra di mistero e bellezza, una sinfonia in continuo movimento, una finestra aperta sulla vita. Questa mostra non ha l‘intenzione di imporre una narrazione predefinita o di comunicare una storia specifica. Al contrario, invita il pubblico a esplorare i luoghi e a creare le proprie storie e interpretazioni dietro ciascuna foto. Ogni immagine esposta rappresenta un frammento della vita quotidiana nel Vietnam più tradizionale, catturato in modo autentico e spontaneo. Si tratta di istanti fugaci, gesti, sguardi e scenari urbani che possono ispirare diverse emozioni e riflessioni in ognuno di noi. Questa mostra è un invito a immergersi nella bellezza e nella complessità di un paese, non c‘è una trama predeterminata da seguire, ma piuttosto una tela aperta su cui dipingere la propria immaginazione.
- Piero Corvo

 

Fu una “sporca guerra” quella in Vietnam, durata venti anni e che terminò ufficialmente nel 1973. Di fatto nel ‘75.

Non è che le altre guerre siano “pulite”, ma oltre un milione e mezzo di vietnamiti morti, senza contare le vittime degli eserciti che si schierarono, fanno bene intendere la portata di quell‘incubo che coinvolse emotivamente l‘opinione pubblica occidentale. E ricordiamo tutti la foto di Nick Ut che ritraeva la bambina scottata dal napalm mentre correva e che fece il giro del mondo alimentando l‘indignazione internazionale.

Probabilmente fu l‘unico periodo in cui decine di artisti si schierarono contro una guerra generando le cosiddette canzoni di protesta. Da Bob Dylan a Jim Morrison, da Crosby Still Nash & Young ai Deep Purple, Joan Baez, John Lennon, Arlo Guthrie e altri ancora.

La versione teatrale di Hair nel ‘67 raccontava il dramma dei ragazzi americani, pacifisti e impauriti dall‘arruolamento.

Make love not war, fate l‘amore non fate la guerra era il claim nato negli anni ‘60. E quando tutto finì, il cinema iniziò a raccontare gli effetti devastanti che provocò sotto il profilo sociale, umano, psico-fisico: Tornando a casa, Il cacciatore, Taxi driver, Rambo… ma anche film indipendenti politically incorrect che trasversalmente erano metafore della sistematica distruzione dei villaggi vietnamiti come Soldato blu o Piccolo grande uomo, entrambi del 1970.

 

Ma qui non stiamo a rimuginare sugli orrori storici causati dall‘uomo. Il Vietnam si è rialzato. Risorge dalle ceneri come l‘Araba Fenice. Oggi è uno Stato economicamente aperto ai mercati di tutto il mondo con grandi abilità diplomatiche ed è considerato quindi una delle principali “tigri asiatiche”.

All‘inaugurazione sarà presente il Console che probabilmente potrà raccontarci nuovi e piacevoli aspetti del Vietnam illustrando il progetto fotografico e per promuovere il turismo in Vietnam.

Le fotografie di Piero Corvo non le ho viste tutte perché, come già scritto, sono inedite. La mostra sarà l‘occasione giusta per farsi raccontare il suo viaggio.

Perché mi piace respirare l‘odore del Vietnam nella sua veste contemporanea alla sera osservandone le foto all‘A‘Mbasciata.

 

 

Bio

Piero Corvo, è nato a Napoli nel 1996.

Pur lavorando come Partnership Manager nel reparto marketing di un brand di moda streetwear, la fotografia rappresenta per lui il centro del mondo attorno al quale ruota tutta la sua esistenza.

Appassionato di fotografia documentaristica e reportage, raccontare una storia attraverso le immagini o per il suo lavoro, lo fa sentire in sintonia con la sua vita.

Coltiva da sempre l‘amore per il cinema che è stato l‘imprinting fondamentale per avvicinarsi alla fotografia.

Autore di progetti fotografici come un reportage ad Hebron in Palestina esposto in diverse mostre.

Sul sito raccoglie i suoi lavori improntati principalmente sull’aspetto umano.

 

 

Fragments, una mostra fotografica sul Vietnam

di Piero Corvo

3-4-5 Maggio 2024

Vernissage venerdì 3 maggio ore 21.00

Sabato 4 e domenica 5 maggio ore 16.00-00.00
Luogo: A‘mbasciata – Via Benedetto Croce, 19 – Napoli

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31.07.2024 # 6435
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Prescrizioni fotografiche per la vacanza

Se state per staccare la spina, per godervi il meritato riposo estivo, dopo un anno di lavoro, potrebbero tornarvi utili le mie prescrizioni fotografiche

di Federica Cerami

Se state per staccare la spina, per godervi il meritato riposo estivo, dopo un anno di lavoro, potrebbero tornarvi utili le mie prescrizioni fotografiche.
Senza impegni di lavoro, senza orari prestabiliti e senza nemmeno precisi obiettivi da mettere a punto, la vacanza può facilmente diventare l’immagine concreta della sua etimologia.
Il VACUUM degli antichi romani, da intendere come spazio vuoto nel quale andarsi a rigenerare, può assumere le forme di un vuoto smarginato, da riempire indiscriminatamente, a tutti i costi, senza compiere alcuna selezione.
Qualsiasi relazione avete con la fotografia, prima di andare in vacanza vi suggerisco di dedicarvi del tempo per ricordarvi di cosa avete realmente bisogno prima di lasciarvi andare a una produzione fotografica composta di una serie di scatti di indistinti momenti irripetibili.
Viaggiamo portando con noi un bagaglio fatto di vissuti personali, più o meno pesanti, di aspettative da dissimulare velocemente, di quel sottile, ma persistente senso di precarietà che non ci fa mai arrivare dove realmente vorremmo e di eccentrici occhialoni con le lenti rosa che ci mostrano rappresentazioni del mondo perfette, iconiche e senza alcuna sbavatura.
Con queste premesse, al rientro dalle vacanze, il rapporto con la realtà diventerà due volte più difficile da smaltire poiché avremo lasciato a casa una parte fondamentale del nostro processo creativo e percettivo fotografico, ovvero la nostra inimitabile e irripetibile autenticità.
Occorre partire con una valigia leggera ma concreta, specchio della nostra reale essenza, riempita da poche cose, ma utili per passare questo tempo con noi stessi, senza sovrastrutture e inganni.
Lasciamo a casa maschere, corazze e filtri di bellezza che sembrano proteggerci dall’insostenibile idea del vuoto e mettiamo in valigia una dose abbondante di surrealismo fotografico, sia teorico che pratico, che, vi garantisco, ci aiuterà a essere liberi in ogni circostanza.
Sarà da questo punto in poi che potremo permetterci di essere noi stessi, nella luce e nell’ombra, nei colori e nel bianco e nero, nelle nostre visioni e nelle nostre riletture del mondo.
Nel Manifesto del Surrealismo, pubblicato da Andrè Breton nel 1924, questo movimento viene definito come: Automatismo psichico puro, con il quale si intende esprimere sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento REALE del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale.
Questa esigenza di abbandonarsi al surrealismo nasce, nella Parigi di inizio novecento, con la lettura dell’interpretazione dei sogni di Freud, nel quale si afferma che i temi del sogno e dell’inconscio devono avere un ruolo centrale in una società all’insegna del progresso.
Verranno privilegiati, in tal senso, gli aspetti propositivi e liberatori presenti nell’inconscio e nell’esperienza del sogno, capaci, secondo i surrealisti, di rivelare la reale natura delle cose.
Il surrealismo, fondando le sue radici nell’esaltazione dell’inconscio e del subconscio, nell’ambito del processo creativo, permette all’uomo, togliendo le restrizioni della ragione, di essere libero di esprimere la parte più autentica del suo essere. 
Vi auguro questa libertà che va oltre il socialmente accettato, travalica i confini del gusto fotografico imperante e porta, con forza, la firma di chi la riesce a esprimere
Attraverso il Surrealismo lo spettatore, ma anche il creatore d’arte può mostrare una realtà diversa che esiste in un universo che non può essere toccato, ineffabile come un sogno o reale come il mondo visto con gli occhi di bambino.
La fotografia, con questa premessa, è uno degli strumenti più efficaci per far emergere gli aspetti profondi e sorprendenti della quotidianità, paradossalmente, attraverso l’esaltazione dell’ambiguità delle immagini, di cui è costituita la realtà fino a rendere l’oggetto fotografato apparizione misteriosa, ambigua e spesso inspiegabile attraverso la sola ragione. 

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10.07.2024 # 6434
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Massimo Siragusa archeologo del tempo

Vuoti di memoria. Sicilia ‘43: le immagini di oggi. Una mostra extrasensoriale

di Marco Maraviglia

A Catania c‘è un museo dedicato allo sbarco degli alleati avvenuto il 10 luglio 1943. È il Museo storico dello Sbarco in Sicilia. In questo museo c‘è lo spazio espositivo Phil Stern Pavilion che ospita 70 fotografie dello stesso Stern che documentò l‘Operazione Husky. Un vero tempio della memoria dove Massimo Siragusa espone il suo ultimo lavoro.

 

A cosa serve ricordare? Perché rispolverare il passato? Perché celebrare giorni della memoria? Cercare, trovare e conservare tracce del passato aiuta a migliorare il futuro? O solo per intristire i comuni mortali che non sono mai stati artefici di crimini contro i propri simili?

Massimo Siragusa in questa occasione si è messo nei panni di un archeologo del tempo. Alla ricerca dei segni ancora presenti nei luoghi della Sicilia che ricordano i giorni dello sbarco degli alleati.

E lo fa allontanandosi dal suo modo consueto e ghirriano di fare fotografia, quello di scattare in high key, al limite della sovraesposizione lasciando il punto bianco. Qui infatti, in oltre 30 fotografie in mostra, l‘occhio deve entrarci allargando la pupilla, come osservare nella penombra e nell‘ombra. Un low key che intensifica quel contesto drammatico fatto di notti insonni degli abitanti dell‘isola, di respiri affannosi di paura e fatica dei soldati immersi nell‘ascolto e nelle attese di mosse del nemico. Tra bunker, casematte, trincee e aperta campagna.

 

Massimo Siragusa ha creato un rapporto empatico col territorio, andando oltre il lavoro di pura documentazione. Immagini notturne che lasciano intuire la difficoltà degli spostamenti al buio dei plotoni, riprese aeree che mostrano spazi dai confini indefinibili, intonaci di muri blindati ma erosi dal tempo. E la costa, il mare, sempre implacabilmente in movimento come lo era nel 1943.

Come se esso non fosse stato scalfito dai rumori ed esplosioni delle armi e il suo suono che rintuzza sulla battigia sembra volerci raccontare che la sua grandezza non fa guerre ma ci rimanda urla nel silenzio.

 

A implementare questa mostra, sono i suoni digitali prodotti dal sound artist Michele Spadaro con la sua opera Reflection in Time creata per l‘occasione.

 

Reflection in Time, esplora le conseguenze acustiche della riverberazione all‘interno di un particolare luogo, i bunker della seconda guerra mondiale situati lungo la costa sud-orientale della Sicilia.

Il risultato è ottenuto utilizzando un approccio noto come misurazione della risposta agli impulsi, che consente lo sviluppo di una mappa delle prestazioni acustiche di un luogo, che può poi essere utilizzata a livello statistico o, come nel caso di questa ricerca, per ricreare digitalmente l‘effetto del suono in una determinata posizione nello spazio. Queste misurazioni vengono quindi impiegate per generare due scenari sonori differenti e in antitesi, che avvengono nello stesso luogo: quello originale, che mira a raffigurare l‘acustica drammatica dovuta all‘utilizzo primario dello spazio; e quello contemporaneo, che esprime un‘esperienza acustica che persiste in condizioni opposte. 

- Dal comunicato stampa

 

Non è una mostra in senso lato, ma un‘opera extrasensoriale. Il pubblico proverà senz‘altro emozioni torbide, cupe, avvertendo il dramma di situazioni belliche.

 

L‘ambasciatore tedesco Otto Abetz, osservando il Guernica di Picasso:

«Avete fatto voi questo orrore, maestro?»

Pablo Picasso rispose:

«No, è opera vostra!»


Se non ci fosse stato il nazismo non avremmo avuto nemmeno questa mostra di Massimo Siragusa con i suoni di Michele Spadaro che ci ricordano la II guerra mondiale.

Ma probabilmente conoscere gli orrori del passato non serve. Perché ancora oggi esistono guerre. Documentare, reinterpretare, materializzare segni del passato forse può servire da scherno ai “Masters of war”, come direbbe Bob Dylan. Ma noi non ci auguriamo come Dylan di poter seguire un giorno le loro bare, ci basterebbe non seguire più quelle delle vittime innocenti.

 

 

GLI ARTISTI

Massimo Siragusa (Catania, 1958) vive a Roma dove insegna allo IED. Ha esposto in numerosi musei e gallerie in Italia e all‘estero, tra cui Polka Galerie a Parigi, Forma Galleria di Milano, Museo di Roma in Trastevere, Auditorium Parco della Musica di Roma, Galleria del Credito Valtellinese di Firenze, Centro di Fotografia nell‘Isola di Tenerife, Coalface Gallery di Genk e Photo Vernissage Manege di San Pietroburgo. In campo pubblicitario, ha firmato numerose campagne per diverse aziende. Ha vinto quattro World Press Photo e pubblicato vari libri tra cui Il Cerchio Magico, Credi, Solo in Italia e Bologna.

 

Michele Spadaro (Catania, 1994), sound artist, inizia la sua esperienza suonando musica, per poi svilupparla nella comprensione della tecnologia audio. Per acquisire le conoscenze e le competenze desiderate, completa un corso di diploma in Produzione musicale e ingegneria del suono presso Point Blank London; un BA (Hons) in produzione audio presso l‘istituto SAE, Londra, ed è attualmente iscritto a un MMus in Sonic Arts presso la Goldsmiths University. Durante i suoi studi universitari è  coinvolto in progetti che includono programmazione audio per piattaforme XR, inclusa la sua tesi: Efficient Real Time Auditory Display for Virtual Reality Experience (2016), che esplora la percezione psico-acustica dell‘udito umano.

 

 

Vuoti di memoria Sicilia ‘43: le immagini di oggi

Fotografie di Massimo Siragusa e opera sonora di Michele Spadaro

A cura di Ezio Costanzo

Phil Stern Pavilion – Museo storico dello Sbarco in Sicilia 1943 - Le Ciminiere, piazzale Rocco Chinnici, Catania

inaugurazione mercoledì 10 luglio 2024, ore 19.00
dal 10 luglio 2024

martedì – domenica, 09.00 – 15.30, ultimo ingresso. Lunedì chiuso

Informazioni: segreteria@fondazioneoelle.com


Foto di copertina:

Agira (Enna) – Cimitero Militare Canadese © Massimo Siragusa

Foto sotto:

Siracusa – Tonnara Terrauzza © Massimo Siragusa


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26.06.2024 # 6433
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Erotica, la fotografia erotica nel XX secolo

Quarantotto autori reinterpretano grandi fotografi dell‘eros, nudo e glamour del ‘900

di Marco Maraviglia

Dal 1° al 14 luglio, presso le Officine Forte Marghera di Venezia, la collettiva di 48 fotografi che hanno ripercorso la storia di grandi fotografi dell‘eros come Jean Agélou, František Drtikol, Man Ray, Horst P. Horst, Bunny Yeager, Carlo Mollino, Helmut Newton, Jeanloup Sieff, Sylvie Blum.

Quarantotto autori selezionati da oltre ottanta partecipanti che hanno risposto a una call il cui bando era stato pensato in maniera che i fotografi costruissero un percorso proprio, facendosi ispirare anche dal corso del mondo attuale.

 

Non si tratta quindi di lavori che scimmiottano i grandi fotografi sopra citati, non è ricalcato lo stile di questi, nessun “copia e incolla” che sarebbe sconfinato in banali plagi. Qui emergono invece processi di ispirazione emulativa, come se gli autori fossero stati assistenti post litteram dei grandi maestri ma lavorando sulla propria sensibilità e creatività determinata dalle influenze degli eventi contemporanei vissuti.

Perché in ogni processo creativo c‘è la metabolizzazione, conscia o inconscia che sia, degli eventi storici che viviamo che non raramente possono definire una databilità del risultato. Detto in termini positivi.

In questo caso però è stato fatto un lavoro sulla macchina del tempo che ha viaggiato simultaneamente su due periodi storici differenti. A cavallo tra oggi e ieri.

 

Per dare uno spunto da cui partire con l‘indagine fotografica; abbiamo chiesto ai fotografi: «se tu fossi vissuto in quella particolare decade del 900 come avresti interpretato la tua fotografia erotica?”

- Ivana Galli

 

I fotografi in mostra si sono ispirati quindi ai 10 autori, secondo una precisa decade:

 

1900-1909: decade degli anonimi

1910-1919: decade di Jean Agélou
1920-1929: decade di František Drtikol
1930-1939: decade di Man Ray
1940-1949: decade di Horst P. Horst
1950-1959: decade di Bunny Yeager
1960-1969: decade di Carlo Mollino
1970-1979: decade di Helmut Newton
1980-1989: decade di Jeanloup Sieff
1990-1999: decade di Sylvie Blum

 

Le fotografie selezionate sono così piene di stile che ogni scatto messo in mostra è un inedito d‘autore. Abbiamo scelto diverse visioni dell‘erotismo, dalla ragazza giovane a quella più matura, dal corpo statuario a quello più corpulento ma quello che le accomuna è una fotografia erotica del tutto autoriale.

- Ivana Galli 

 

Sono fotografie realizzate in formati vari e con tecniche di scatto e stampa differenti: alcune realizzate con banco ottico; stampe ai sali d‘argento, gomma bicromata, Polaroid, cianotipie, diorami.

Fotografi provenienti da varie parti d‘Italia: da Palermo a Bolzano, da Torino a Trieste, alcuni anche dalla Germania, Francia e Svezia, tutti con mood diversi per un‘unica mostra.

 

Quando si pensa ad una collettiva con fotografie di diversi autori, queste devono dialogare tra loro, noi in più abbiamo aggiunto questo vincolo dei decenni, dunque oltre al dialogo dovevamo tenere presente il nostro concetto di partenza, far capire il cambiamento dei tempi a chi vede questa mostra.

- Ivana Galli

 

Quando Cimabue prese a bottega Giotto nacque il detto dell‘allievo che supera il Maestro.

Questi 48 fotografi hanno superato il “proprio” maestro?

Non è questa la domanda. Ritornare al punto di partenza.

 

 

Gli autori della collettiva

Adolfo Valente (TV) -Aldo Feroce (Roma) - Alessandro Comandini (FI) - Alessandro Sarasso (TO)  - Alessandro Zaffonato (VI) - Anca Abondio -Teke (BG) - Andrea Pozza (BZ) - Beppe Giardino (TO)  - Davide Fascetta (MI) - Eva Tomei (Roma)  - Fabrizio Brugnaro (VE)  - Federico Fiorenzani (GR)  - Francesca Paradiso (BA) - Gaia Adducchio (Roma) - Gerlando Giaccone (PA) - Giorgio Figini (MI) - Giovanni Cannizzo (CL) - Giulia Venus (TS)  - Giuseppe Briguglio (GE)  - John Doe (Canada)  - Jörg Flor (Germania) - Kalter Bergman (Svezia) - Ketty Domesi (AN) - Laura Daddabbo (Francia) - Letizia Rostagno (BO) - Madame Liné (Germania) - Marco Ragana (PD) - Mario Battaglia (CS) - Matteo Chinellato (VE) - Mauro Falcone (VB) - Max Lazzerini (MI) - Nadia Frasson (TV) - Osvaldo Sponzilli (Roma) - Paola Musumeci (TV) - Paolo Del Frate Roma) - Paolo Sbalzer (BS) - Patrick Morini (BO) - Renata Petti (NA) - Roberto Bernocchi (LI) - Roberto Bressan (TV) - Roberto Mazzarelli (Roma) - Roberto Zaninelli (MI) - Sandro Goldoni (MO) - Sir Robert - (Roma) - Stefano Questorio (BO) - Stefano Ulisse (Roma) - Th Photography (FI)) - Theo Decker (MI)

 

Ricco il programma collaterale della mostra

L‘esperienza del vedere è arricchita dall‘opportunità del fare: per ogni giorno delle due settimane di durata della mostra sono previsti incontri, conversazioni, lezioni teoriche e dimostrazioni pratiche, a cura di alcuni degli autori e degli organizzatori.

 

 

 

EROTICA, la fotografia erotica del XX secolo

Mostra collettiva di fotografia

Officine Forte Marghera - Padiglione Palmanova, C32 - Via Forte Marghera, Venezia

Vernissage venerdì 5 luglio 2024, ore 19.00

Da lunedì 1° a domenica 14 luglio 2024

Orario: 18.00-22.30 (il sabato e la domenica anche 10.00-12.00)

 

Info

Ufficio stampa: bandoerotica2024@gmail.com, ig: e.r.o.t.i.c.a.fotografia, fb: Erotica2024  

 

Officine Forte Marghera

Officine forte Marghera è un‘officina creativa, uno spazio espositivo di 300 mq. con atelier laboratori e altre realtà artistiche; è collocata dentro una fortezza storica immersa in un parco di 40 mila ettari: il Forte Marghera, che a sua volta ospita alcune sedi dell‘Accademia delle belle arti di Venezia, un padiglione della biennale arte e teatro e molti altri eventi culturali ed artistici.

 

Ivana Galli

Ivana Galli, è direttore artistico (fotografa e artista), affiancata da un importante di staff: Carlo Gallerati  (fotografo e gallerista con sede a Roma), Patrizio Cipollini (fotografo), Simona Innocenti (modella).

 

Copertina: Ph. Roberto Zaninelli (decade 1930-1939 - Man Ray)

Foto in basso di Roberto Bressan (decade 1900-1909 - anonimi)


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30.05.2024 # 6424
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Premio Driving Energy di Terna: La via dell‘invisibile è ciò che non vediamo che lascia un segno

Concorso fotografico alla scoperta dell‘invisibile. Entro il 30 giugno

di Marco Maraviglia

Nello splendido scenario del chiostro cinquecentesco di Santa Caterina a Formiello a Napoli, spazio di rigenerazione urbana della Fondazione Made in Cloister, il 24 maggio si è svolta una conversazione per presentare la III edizione del prestigioso Premio Driving Energy di Terna. Un evento all‘insegna della fotografia contemporanea, della rigenerazione urbana e dell‘inclusione sociale attraverso l‘arte. In collaborazione anche con Wine&TheCity, progetto indipendente riconosciuto come “una delle esperienze più interessanti e coinvolgenti di impresa creativa concepite a Napoli”.

 

Sono intervenuti: RosaAlba Impronta (Presidente Fondazione Made in Cloister), Michele Gaudenzi (Responsabile Comunicazione interna di Terna ), Marco Pisciottani (Coordinatore del Premio Driving Energy di Terna) e Donatella Bernabò Silorata (Founder Wine&TheCity).

In esposizione nel chiostro, i lavori di alcuni autori partenopei selezionati dalle edizioni 2022 e 2023: Pino Musi, Antonio Biasiucci, Raffaela Mariniello e Gaia Renis.

 

Il Premio Driving Energy

È un concorso la cui partecipazione è gratuita, con premi importanti, con un‘eccellente giuria, aperto a tutti i fotografi professionisti e amatori in Italia, finalizzato alla promozione dello sviluppo culturale del Paese e dei nuovi talenti del settore.

 

La via dell‘invisibile è il tema proposto per la III edizione del Premio Driving Energy 2024 - Fotografia Contemporanea di Terna che vuole declinare artisticamente, attraverso questo concorso, il suo impegno per la sostenibilità, visto che, gestendo la trasmissione della rete elettrica nazionale, realizza infrastrutture elettriche sempre più “invisibili”, con bassissimo impatto ambientale.

 

I lavori fotografici finalisti verranno esposti in una mostra gratuita, allestita a Palazzo Esposizioni Roma, che sarà inaugurata in occasione della proclamazione e premiazione dei vincitori.

 

Invisibile è il mondo delle emozioni e quello del pensiero, in tutte le loro possibili declinazioni: artistiche, scientifiche e tecnologiche, immaginative o razionali.

 

Quante cose sono invisibili ma i cui effetti determinano invece eventi visibili?

Penso ai cumuli di granelli di terreno prodotti dalle formiche e, sotto di essi, le loro micro gallerie scavate laboriosamente che si intercettano tra loro e i depositi di uova e cibo.

Penso agli invisibili byte che formano i pixel di una fotografia.

Penso ad alcune opere di land art dove l‘artista non c‘è più ma ha lasciato il segno. Signs, come i cerchi nei campi di grano disegnati da quei burloni Doug Bower, Dave Chorley che dall‘invisibilità vennero poi allo scoperto.

Penso al cratere di un vulcano sotto cui si cela la potente energia magmatica.

Penso a Michelangelo che vedeva in un blocco di marmo ciò che avrebbe poi realizzato e in merito alla Pietà disse «Non fatta di marmo da mano mortale ma discesa divinamente dal Paradiso».

Le radici di una pianta crescono nel terreno, non le vediamo, sono invisibili all‘occhio, ma sappiamo che ci sono: lavorano intensamente per raccogliere nutrimento dal terreno inviandolo al fusto e alle foglie. Quanta energia!

Invisibile è l‘energia. Vediamo dighe di centrali idroelettriche, turbine, trasformatori, cavi elettrici, che trasportano energia… che non vediamo ma sappiamo che c‘è quando accendiamo la luce o un elettrodomestico.

«Non riesco a vederti ma so che ci sei. Lo sento», volendo citare Wings of Desire di Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, una delle più belle liriche del cinema.

Vedere l‘invisibile, insomma. Chi accetta la sfida?

 

Cinque i riconoscimenti previsti come per le precedenti edizioni:

  1. Premio Senior, del valore di 15 mila euro, aperto ai partecipanti dai 31 anni in su
  2. Premio Giovani, del valore di 5 mila euro, dedicato ai fotografi fino ai 30 anni
  3. Premio Amatori, del valore di 5 mila euro, aperto a coloro che non perseguono professionalmente la carriera da fotografi
  4. Menzione Accademia, del valore di 2 mila euro, aperta agli studenti iscritti alle realtà di alta formazione nei settori attinenti al Premio
  5. Menzione Opera più votata da Terna, del valore di 2 mila euro, aperta a tutte le categorie e assegnata dalle persone di Terna che voteranno la propria opera preferita, tra le finaliste, visionandole in anteprima sul portaleTernaCult, piattaforma di promozione culturale a esclusivo uso interno

 

Una giuria di alto profilo

Un Premio che al Curatore Marco Delogu e alla Presidente di Giuria Lorenza Bravetta, si affiancano i nuovi giurati scelti tra personalità di alto profilo nei settori di riferimento del Premio: Francesca Barbi Marinetti, critica d‘arte, curatrice e imprenditrice culturale; Micol Forti, Curatrice della Collezione d‘Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani; Rosa Alba Impronta, collezionista, imprenditrice e fondatrice del progetto Made in Cloister; i fratelli Fabio e Damiano D‘Innocenzo, registi, sceneggiatori, poeti e fotografi. Completa la Giuria David Massey, Direttore Relazioni Esterne e Affari Istituzionali di Terna.

E inoltre un Comitato d‘Onore, composto dai vincitori dell‘edizione 2023 del Premio: Dione Roach (Premio Senior), Martina Zanin (Premio Giovani), Antonio Vacirca (Premio Amatori), Beatrice Aiello (Menzione Accademia), e Lorenzo Pipi (Menzione Opera più votata da Terna). A loro il compito di assegnare la Menzione Accademia.

 

 

 

PREMIO DRIVING ENERGY

Bando

Chi è Terna

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20.05.2024 # 6422
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Mexicans, il libro che racconta con oltre 100 immagini uno spaccato del Messico

di Marco Maraviglia

Secondo Fabio Troncarelli, paleografo e docente universitario, Zorro fu un personaggio realmente vissuto nel Messico del XVII secolo ed era individuato in tal Guillén Lombardo alias William Lamport. Un eroe che combatteva contro la corruzione e per i diritti della collettività.

Ci sono luoghi che se non vissuti di persona, non è possibile farsene un‘idea precisa.
Nell‘immaginario collettivo il Messico ha i colori sgargianti, suoni di tromba e maracas, sombreri a gogo, mare fantastico azzurro cristallino lungo la costa, monumenti straordinari della civiltà Maya, rivoluzionari a cavallo come Pancho Villa e Zapata e le drammatiche guerre tra i cartelli dei narcos.
Tutto il mondo è paese, in fondo. Ma potrebbe capitare che, girando il Messico per mesi e mesi, in lungo e largo, ci trovi solo bellezza, gentilezza, rispetto del territorio e della gente, pulizia, trasporti pubblici funzionanti, serenità.

Il Messico è a colori e, come ogni macrocosmo, ha i suoi colori che prevalgono o meno.
In Mexicans abbiamo un Messico in bianconero. Perché a volte, come dicono tanti fotografi, il colore distrae dall‘attenzione della scena.

Nella sua fusione stilistica tra foto giornalismo documentario e ricerca formale, il progetto offre uno sguardo senza filtri sulla vita e le dinamiche di questo Paese. Le immagini raccontano storie di passione e resilienza, catturando con naturalezza l‘energia delle sue strade e gli aspetti della vita quotidiana. - Filippo Cristallo

È un Paese, il Messico, che cerca di riscattarsi attraverso le nuove generazioni, cercando un equilibrio tra passato e futuro di una realtà frammentata e contrastante. Urbanisticamente varia, tra zone rurali, grattacieli e casermoni popolari. Territori dalle atmosfere un po‘ anni ‘50 dell‘Italia, dove la tecnologia è una macchina da scrivere e telefoni pubblici per le strade. Dove le donne hanno fasce marsupiali non firmate per portare i propri figli. La gente veste senza seguire mode, e nel contempo i marchi delle multinazionali campeggiano su qualche facciata degli edifici graffiati dalle ombre di una gran quantità di cavi elettrici che passano da un palo all‘altro.

Questa opera non è solo un insieme di immagini, ma un invito a immergersi completamente nel contesto culturale e sociale del Messico, promuovendo una riflessione profonda e un apprezzamento per la sua intricata tessitura. - Filippo Cristallo


È un libro con 105 fotografie. Senza didascalie. Senza riferimenti geografici specifici se non la sola consapevolezza che si tratta di immagini scattate in Messico.
Come l‘album che allestiamo quando torniamo da un viaggio. Perché le risposte alle curiosità che sorgerebbero durante la loro visione, sono già lì. Informazioni visive che non hanno la pretesa di voler spiegare qualcosa perché le parole sono spesso soggette a interpretazioni. Che potrebbero essere sbagliate, travisate, insufficienti. Il racconto è tutto lì. Non resta che affondare lo sguardo nei bianconeri di Filippo Cristallo lasciandosi abbracciare nel proprio immaginario da questi, senza cercare necessariamente delle risposte.
Perché la presentazione del libro, scritta dal ricercatore Ricardo Pérez Montfort, offre un ampio spaccato socio-antropologico introduttivo sul Messico e sul lavoro di Cristallo.

Proiettavamo decine di diapositive quando tornavamo da un viaggio. Qualche amico si addormentava mentre per ogni foto raccontavamo ciò che non si vedeva in quell‘inquadratura, le nostre presunte prodezze e aneddoti per realizzare certi scatti. Oggi mostriamo centinaia di foto inutili sul display del fotofonino, dopo un viaggio.
In certi casi è meglio sfogliare un libro, cartaceo, immergervisi e viaggiare: in Messico!

Senza la smania di incapsulare in formule prevedibili o banali generalizzazioni, l‘impatto che ognuna di queste immagini generano nell‘osservatore suggerisce uno o più momenti che ci permettono di farci un‘idea completa di com‘è la vita nel Messico contemporaneo. – Ricardo Pérez Montfort

Bio

Filippo Cristallo, autore e fotografo con base ad Avellino, ha intrapreso il suo viaggio artistico nella fotografia con una dedizione particolare al reportage. Le sue esposizioni hanno preso il via con la mostra collettiva "12x12" nel 2013, seguita dalla presentazione del suo lavoro "My Mexico" al Circolo della Stampa di Avellino nel 2015.
Nel 2017, in collaborazione con Antonella Cappuccio, Cristallo ha presentato "Memorie di palazzo", progetto accolto con interesse in occasione di Fotografia Europea a Reggio Emilia e al Museo Antropologico Visivo di Lacedonia. Questo lavoro è stato nuovamente esposto al PAN di Napoli l‘anno successivo, e ha coinciso con la creazione di "Senza Tempo", un altro progetto significativo esposto al Circolo della Stampa e accompagnato da un volume pubblicato da Edizioni Zerotre.
Nel 2021, insieme ad Antonella Cappuccio, pubblica il libro "Memorie di palazzo". Nel 2023, Cristallo pubblica "Dia de muertos", con l‘introduzione di Antonella Cappuccio, un‘opera che continua a esplorare il ricco panorama culturale del Messico. Il suo impegno e la sua visione sono stati riconosciuti a fine 2022 durante l‘esposizione "Latino America Inspira" a Casa Argentina a Roma.
Le sue opere hanno trovato spazio su piattaforme come Witness Journal, Clic.hè magazine, Positive Magazine, Discorsi Fotografici, The Street Rover, Thetrip Magazine, EyeOpen Magazine, permettendo a Cristallo di condividere le sue narrazioni visive con un pubblico più ampio.
Con la pubblicazione del suo ultimo libro "Mexicans", Cristallo offre un affresco intimo e dettagliato del Messico, catturando momenti di vita quotidiana e scorci culturali attraverso la sua fotografia in bianco e nero.


Mexicans, di Filippo Cristallo
Pagine: 180

105 fotografie

Formato: 30x23 cm

Introduzione di Ricardo Pèrez Montfort

lingue: italiano/inglese/spagnolo

Prezzo: 32,00 Euro

2024
 ISBN 979-12-22732-82-4

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16.04.2024 # 6411
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Some People. Opere dalla collezione di Ernesto Esposito

Diciotto fotografie e due serigrafie che raccontano i cambiamenti dell‘arte e della vita contemporanea

di Marco Maraviglia

Questa è una storia della storia. Di quelle che accadono quando ci sono persone che hanno voglia di raccontare, trasmettere conoscenze sui saperi dell‘arte visiva che ha subito trasformazioni riflettendo la civiltà e cultura che scorrono.

Questa è una storia della fotografia contemporanea i cui contenuti richiamano i gusti, l‘estetica, la poetica dei tempi che abbiamo vissuto. E quelli che stiamo vivendo.

Questa è una storia sulla bellezza del collezionismo che condivide la grande bellezza.

Sì, sono venti immagini di grandi autori che hanno determinato punti di passaggio dell‘arte. Fotografi che, chi negli anni, chi da subito, sono approdati nell‘Olimpo delle iconografie splendidamente quotate.

 

Questa storia, ma chiamiamola mostra dai, nasce dal rapporto decennale di collaborazione tra il collezionista Ernesto Esposito e la storica dell‘arte e curatrice Maria Savarese.

Il collezionista vive un po‘ nell‘ombra. Alle inaugurazioni gran parte del pubblico non lo conosce e a volte non si rende nemmeno conto che l‘evento ha luogo grazie al suo lavoro di ricerca e accumulazione che dura per anni. Il collezionista in fondo è il protagonista di alcune mostre. Senza di lui molte opere non sarebbero custodite e fruibili.

La collezione Ernesto Esposito nasce nel 1971, quando acquistò la sua prima opera dal gallerista Lucio Amelio: Electric chair (1964), una serigrafia di Andy Warhol.

Da lì non si è più fermato aggiungendo al proprio patrimonio opere di altri artisti contemporanei. Non in maniera compulsiva ma seguendo il tempo che caratterizzava le opere, appassionandosi agli artisti che via via conosceva personalmente e vantando amicizie con Cy Twombly, Joseph Beuys, Andy Warhol, Helmut Newton. Solo per citarne alcuni.

 

Per Ernesto Esposito il collezionismo non è ostentare ma è una forma di mecenatismo. Sostenere gli artisti e l‘arte rendendola pubblica, fruibile attraverso i prestiti.

 

Stilista di fama internazionale, che ha da sempre collezionato opere dei più grandi artisti contemporanei spaziando dalla fotografia all‘installazione, dalla pittura al video fino a opere monumentali, con una grande poliedricità e intuito anticipatore.

 

Per la prima volta a Milano sono esposte alcune opere della collezione Esposito. Diciotto fotografie di fotografi contemporanei e due serigrafie di Andy Warhol.

David Bailey, Matthew Barney, Larry Clark, Luis Gispert, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton, Jack Pierson, Richard Prince, Herb Ritts, Ugo Rondinone, Sterling Ruby, Francesco Scavullo, Cindy Sherman, Hank Willis Thomas, Qingsong Wang, Andy Warhol, Bruce Weber, Joel Peter Witkin, la mostra racconta e analizza l‘arte dei giorni nostri, da un punto preciso di rottura degli schemi sociali, sessuali e di identità di genere.

Sono opere che sembrano non avere un nesso tra loro ma il cui filo che le lega è invece caratterizzato dai diversi linguaggi dell‘arte contemporanea che Ernesto Esposito ha intercettato negli anni.

 

Come in un‘antica quadreria di una dimora del passato, le venti opere esposte raccontano, attraverso i personaggi ritratti, le contraddizioni e le inquietudini del nostro tempo, permettendo di individuare una serie di tematiche aggreganti, come la quotidianità e la sua parodia, l‘erotismo e il sesso, l‘identità e la non identificazione di genere, l‘alienazione sociale, i miti immortalati in eterno, mediante un vocabolario di parrucche, cosmetici, tinture per capelli, chirurgie plastiche, piercing, tatuaggi, corpi scolpiti e manipolati.

 

 

Mappa descrittiva delle opere esposte a cura di Maria Savarese:

 

Matthew Barney con Cremaster 2: The Ballad of Gary Gilmore incentra la sua allucinata struttura narrativo – estetica sulla vita e sulla mitologia che caratterizza la figura di Gary Gilmore, interpretato dall‘artista stesso e sull‘ipotesi affascinante che Gilmore possa essere il nipote illegittimo di Harry Houdini.

Larry Clark, fra i più importanti e influenti fotografi della sua generazione, con la serie Tusla, fa di questa provincia degli States in cui è nato, il simbolo per raccontare le frustrazioni, le devianze, gli abusi e le repressioni di ragazzi disadattati, di giovani adolescenti borderline, disillusi e vulnerabili.

Luis Gispert, focalizzandosi sulla cultura giovanile cubano - americana e sull‘hip hop, con Wrestling Girls attualizza la statuaria antica dell‘Ercole e Anteo del Pollaiolo, riproponendone la posa ed il dinamismo nelle due ragazze ritratte.

La fotografia di Robert Mapplethorpe, Ken Moody, è fra le sue opere più conosciute e rappresentative. Il soggetto, come nella statuaria classica, grazie al carattere formale della composizione ed all‘utilizzo magistrale delle luci e delle ombre, perde qualsiasi riferimento identificativo di natura sessuale o temporale.

Don‘t interrupt the sorrow di Jack Pierson, fra i massimi esponenti con Nan Goldin della cosiddetta Scuola di Boston, rientra nella straordinaria produzione fotografica dell‘artista, in cui elementi della vita quotidiana, frammenti di paesaggi urbani, nature morte ed oggetti ordinari, ritratti di persone incontrate anche per strada, sono fra i suoi temi prediletti.

Con New Portraits Richard Prince mette in evidenza l‘elemento chiave della sua poetica, ovvero il riappropriarsi di immagini tratte dal mondo dei mass media e della pubblicità, ridefinendo, così, il concetto di autorialità. Il soggetto dell‘opera, infatti, è un‘immagine scaricata da internet nella sua totalità: le didascalie, i likes, tutto portato al grado zero dell‘informazione.

Herb Ritts, fra i più grandi ed importanti fotografi del secolo scorso, è autore di opere di grande eleganza formale che ritraggono spesso famose personalità del mondo del cinema, della moda, della musica e della società contemporanea. Come nel caso di Mick Jagger, dove è sufficiente il nome ricamato sulla pettorina argentata per evocare il volto assente e il mito del leader dei Rolling Stones.

Ugo Rondinone, che utilizza diversi media, dalla pittura, al disegno, dalla scultura, al video ed alla fotografia, mostrando particolare attenzione e sensibilità verso tematiche di identità sessuale ed emancipazione delle categorie LGBT in rapporto alla società contemporanea, in I don‘t live here anymore altera ironicamente l‘immagine di una modella alla quale sostituisce il volto con il proprio.

Sterling Ruby in Physicalism the Recombine 1 ritrae una donna con il corpo scolpito dai muscoli ed il volto nascosto che si sovrappone ad un‘altra immagine riferita ad un interno, con cui non c‘è alcun rapporto o possibilità di comunicazione.

Storico fotografo di “Vogue”, “Harper‘s Bazaar”, “Rolling Stone”, Francesco Scavullo ha ritratto nei lunghi decenni della sua attività, celebrità come questo Harnold Schwarzenegger agli esordi della sua carriera.

L‘opera di Cindy Sherman, Untitled #334, unendo performance e fotografia, attraverso l‘autoritratto ed il travestimento, ironizza sugli stereotipi imposti alle donne dalla società e dalla cultura, generando un forte senso di turbamento ed impatto emotivo in chi osserva.

Con Requesting Buddha, Wang Qingsong analizza il rapido cambiamento che la società cinese sta vivendo ormai da decenni, come attestano i marchi Coca Cola e Marlboro presenti nell‘opera, evidenti riferimenti ai beni di consumo occidentali diffusi nel suo paese.

Le due serigrafie di Andy Warhol Mark Leibowitz e Nico Williams, sono fra le opere più importanti e conosciute del grande artista pop, così come l‘Olimpic Games di Bruce Weber, il quale, sin dagli anni Ottanta, ha proposto un‘immagine di uomo americano bello, sano, sportivo e giovane, come il ginnasta Marc Caso protagonista della foto.

In Who can say no to a Gorgeous Brunette? H. Willis Thomas affronta il tema del pregiudizio razziale e politico, fotografando Angela Davis, attivista politica, femminista appartenente al movimento Black Panters degli anni Sessanta.

L‘uomo travestito e mascherato in indumenti intimi e bendaggi, che Joel P. Witkin ritrae nella fotografia Woman, ribalta il concetto stesso di femminilità, rientrando nella moltitudine dei suoi personaggi macabri, figure di nani, transessuali, deformi, che popolano il mondo dei freak show e che lui sapientemente rende icone di una bellezza altra, spesso in rapporto all‘arte del passato, in special modo quella rinascimentale.

I ritratti di Ernesto di David Bailey ed Helmut Newton, sono soltanto alcuni fra i numerosi realizzati.

 

 

Bio

Designer di scarpe ed accessori, Esposito vanta una lunga e prestigiosa carriera con le griffe ed i brands del lusso a livello internazionale. Ha esordito negli anni Settanta con Thierry Mugler by Linea Lidia ed ha affiancato per i successivi quindici Sergio Rossi, il più importante produttore di scarpe del mondo. I decenni seguenti lo hanno visto accanto a Marc Jacobs durante la direzione creativa di Louis Vuitton a Parigi, città dove lui già collaborava con i marchi Sonia Rykiel, Chloè, Missoni, Alessandro dell‘Acqua. Nel 2004, per ben undici anni, inizia il suo rapporto con Karl Lagerfeld, come shoes designer da Fendi. Premiato nel 1998 come Designer of the Year dalla rivista americana “Footwear New”, è entrato nel 2006 nella HALL OF FAME per le calzature.

 

 

Some People. Fotografia dalla collezione Ernesto Esposito

dal 5 aprile al 10 giugno 2024

a cura di Maria Savarese

Other Size Gallery, presso lo spazio polifunzionale Workness Club

Via Andrea Maffei, 1 – Milano

ingresso gratuito

Lunedì - venerdì dalle 10.00 alle 18.00

                                  

Contatti:

info@workness.it

+39 02 70006800

 

Foto di copertina: © Robert Mapplethorpe

Foto sotto: © Cindy Sherman



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03.04.2024 # 6406
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Francesca Sciarra ‘Na topografia – La linea immaginaria

Gli indefinibili confini della Città Metropolitana di Napoli in mostra

di Marco Maraviglia

Per questo progetto Francesca Sciarra ha percorso principalmente a piedi ma anche in bicicletta la linea di confine della Città Metropolitana di Napoli. A volte ritornando su alcuni luoghi.

 

Con le Città Metropolitana è come se si fossero buttate giù le cinte murarie immaginarie ma pur restando burocratiche tra città e province.

Costeggiando i confini dei quattordici comuni che circondano Napoli, coast to coast, da Bagnoli che confina con Pozzuoli al confine con il Comune di Portici, affacciandosi su Quarto, Marano, Melito, Mugnano, Arzano, Casavatore, Casoria ecc., Francesca Sciarra ha immortalato alcuni punti di questa linea “separatoria” a volte riconoscibile solo da indicazioni stradali. Dove non c‘è filo spinato a definire un confine, ma solo strade o i lati delle facciate di edifici. Quelli che affacciano sulla Città Metropolitana ma che in realtà appartengono al Comune adiacente. Sono zone in cui a volte possono esserci conflitti di competenza per lo spazzamento o forse per altri servizi.

 

È una storia fotografica di confini. Alla ricerca di essi e di una loro improbabile identità. Cercando di capire dove sono, quali sono, cosa definisce i confini. Quanto siano riconoscibili, se lo sono. Cosa cambia, se cambia qualcosa, tra di qua e di là delle coordinate GPS di un navigatore che indica dove ci si trova.

Il muretto di un villino, un recinto in lamiera, l‘accesso a un campo agricolo, un vecchio mercato abbandonato, elettrodotti aerei, tutto e nulla può trovarsi a cavallo della Città Metropolitana.

Cercavo recinzioni, cancelli e altri tipi di separazioni che potessero dare l‘idea del confine.

Ma ho fotografato anche edifici che mi colpivano, terre coltivate, elementi religiosi, cose strane come la barca in mezzo alla vegetazione incolta di Marano.


Il risultato è che le immagini, se non fossero abbinate ai dati GPS, mostrano l‘assenza delle differenze tra un Comune e l‘altro. Come se in realtà non esistesse un confine.

 

Questo di Francesca Sciarra è un lavoro che fa riflettere sul paradosso dei confini, potenzialità e la loro inutilità fisica.

In effetti i confini li abbiamo inventati noi uomini, incapaci di condividere lo spazio in cui viviamo.

Gli animali non mettono paletti, filo spinato, non disegnano cartine geografiche politiche o catastali.

Il confine limita. È un blocco sulle contaminazioni che invece sono quelle che possono evolversi in benessere collettivo.

Lo scambio di idee, di culture, in un contesto senza confini, rende la crescita più rapida. Libera. Se si avesse a cuore il bene comune e il rispetto dei propri simili. Condividendolo, senza sopraffazioni. Senza badare unicamente alla proprietà, al profitto. Ma questa è un‘altra storia.

 

La mostra, ‘Na topografia – La linea immaginaria, si svolge presso uno spazio polifunzionale accogliente e suggestivo di Ottaviano.

In una sala la cartina geografica con sopra alcune anteprime delle immagini applicate, rende la veduta di insieme del percorso effettuato da Francesca Sciarra.

Le fotografie sono state volutamente scattate in giornate con sole velato o con cielo grigio. Stinte, sbiadite, come quello stesso confine esplorato, indefinibile, immaginario, dall‘apparenza insignificante ma che racconta un macrocosmo di situazioni non dette, che ci sono ma impalpabili, ibride, anonime. Luoghi figli di un Dio minore.

È ‘Na topografia, ‘Na come “una” in napoletano o inteso anche come “Napoli”. Un rilievo topografico fatto senza teodolite, tacheometro, stadie e livelli, gli strumenti indispensabili del topografo, ma con l‘ausilio della fotografia e di coordinate GPS poste in calce alle stesse foto. Un racconto di confini ma ai confini di un limbo.

 

La Napoli che tutti conoscono, quella solare e mediterranea, quella rumorosa e folkloristica, persino quella nera e violenta, svanisce quando ci si avvicina ai confini, e si trasforma in un limbo anonimo, in una terra di nessuno di cui nessuno si cura. I paesaggi sono caratterizzati da qualcosa che manca, da spazi vuoti, da paradossi architettonici. La campagna, a tratti, insegue la città in un groviglio di muri, cancelli e recinzioni che non dividono più nulla.

 

 

Bio

Francesca Sciarra vive e lavora a Napoli. Ha iniziato giovanissima a fotografare e stampare in camera oscura. Dal ‘97 la fotografia è la sua professione.

Dalle news ai viaggi e al trekking, per 14 anni ha lavorato nel fotogiornalismo collaborando con varie testate e agenzie fotogiornalistiche, sia come autrice di testi sia come fotografa, diventando nel ‘99 giornalista pubblicista. Oggi si dedica alla fotografia di stock e documentazione geografica, e alla fotografia di famiglia.

Dal 2009 svolge attività legate alla fotografia all‘interno del collettivo Photonapoli da lei ideato.

Ha scritto più di cinquanta articoli nel campo geo-turistico per riviste di viaggio, monografie e guide tematiche. Ha partecipato a più di venti mostre fotografiche, tra personali e collettive.

La passione per il paesaggio urbano è il leitmotiv della sua ricerca personale.

 


 

‘Na topografia – La linea immaginaria

di Francesca Sciarra

Rassegna di fotografia al femminile Adrenaluna a cura di Tiziana Mastropasqua

ETC Officine Culturali

via Carmine 20, Ottaviano (NA)

dal 24 marzo al 21 aprile 2024

finissage 21 aprile ore 11.00

visitabile su prenotazione telefonando al 371 6313548



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21.03.2024 # 6404
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Da scultore di marmo a scultore di fotografie

di Marco Maraviglia

Francesco Chiarenza è nato a Comiso in Sicilia il 27 febbraio 1944 dove consegue l‘Attestato di Licenza in Decorazione Plastica. Con un gruppo di compagni si trasferì a Perugia per ottenere il diploma di Maestro d‘Arte in Marmo e Pietra. Successivamente vinse una borsa di studio per quattro anni per frequentare l‘Accademia di Belle Arti, ma vi rinunciò per seguire un corso di due anni all‘Istituto Statale d‘Arte di Napoli per conseguire il diploma di Magistero e poter insegnare.


Fu allievo dello scultore Lelio Gelli che lo tenne sotto la sua ala trasmettendogli tecniche e segreti della scultura.


Finalmente iniziò a insegnare: in Sardegna.

Tornò poi a Napoli per insegnare all‘Istituto Palizzi grazie a una segnalazione di Lelio Gelli. Per meriti.

Perché negli anni ‘60-‘70, per l‘insegnamento negli istituti d‘arte, c‘era bisogno della chiara fama.

Al Palizzi era docente di scultura dove insegnò la lavorazione di marmo e pietra. Andò in pensione come docente di disegno professionale e progettazione e con relativa direzione del laboratorio dove gli allievi realizzavano ciò che disegnavano.


Francesco Chiarenza fa parte di quell‘epopea di artisti che frequentava, e con alcuni sta ancora in contatto, come Vittorio Pandolfi, Aulo Pedicini, Eduardo Alamaro, Enrico Cajati, i fratelli Luigi e Rosario Mazzella, Gaetano Gravina. Un ricco serbatoio di energie e conoscenze condivise.

 

Nel frattempo fotografava con una vecchia macchina a soffietto, imparò la pratica di camera oscura per stampare le proprie foto in bianconero che scattava a sculture e oggetti di design.

 

Una vita da curioso e sperimentatore. Negli anni ‘70 disegna e realizza vetrate artistiche, oggetti di design, lampade, vassoi, specchi. Progetta giardini per alcuni amici fin quando negli anni ‘80 inizia a smanettare su un programmino della Apple per il ritocco delle immagini.

Oggi ha ottant‘anni di mente fresca che gli ha consentito di non perdere il treno delle tecnologie digitali.

 

Cominciò a usare il Photoshop e solo da qualche anno ha iniziato la sua ricerca di destrutturazione delle immagini fotografiche dopo qualche indicazione del figlio Stefano.

Chiarenza realizza immagini le cui composizioni richiamano gli effetti dei lavori di Agostino Bonalumi o, talvolta, quelli di Enrico Castellani.

 

Se non c‘è si può immaginare. Se non si vede si può osservare perché a volte anche l‘astratto può ingannare: potrebbe non essere astratto in senso lato. Ci sono figure astratte che nascono esclusivamente da un concetto basato sulla poetica di un artista, sul loro concetto espressivo, dalla pulsione emozionale dell‘artista. Ma possono esserci immagini indefinite, blur, che partono dalla realtà. Modificate, manipolate, smontate, destrutturate.

Non è importante che le fotografie destrutturate di Chiarenza partano da immagini di soggetti reali da lui scattate o di altri, scaricate dalla rete. Perché gli interventi di elaborazione digitale le trasformano per ottenere altre visioni. Interpretazioni che dilatano, contraggono scene, restituendo percezioni oniriche, come realizzate da un caleidoscopio anarchico.

Immagini che incuriosiscono, sulle quali ci si sofferma per cercare di intercettare elementi della realtà, stentare nel riconoscere un dettaglio di partenza. Come sogni che ricordi di aver fatto ma di cui non riesci a ricostruire la loro logica e la storia.

Mondi nuovi, come paesaggi di fantascienza o metafisici, colori elettrici, shocking, immagini dinamiche che suggeriscono un movimento in spazi indefiniti dove il primo piano a volte non è che lo sfondo.

È l‘immaginazione creativa di un 80enne che non cerca gloria ma è bello sapere che c‘è, come un “perfetto sconosciuto”.




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21.02.2024 # 6394
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

DRAMA. Cesare Accetta, un manipolatore della luce in mostra

Dopo otto anni dall‘ultima mostra, torna Cesare Accetta. Al Blu di Prussia

di Marco Maraviglia

Fino al 6 aprile in mostra alla galleria Al Blu di Prussia, DRAMA, di Cesare Accetta.

 


Conobbi Cesare Accetta di persona solo nel ‘97 in occasione di uno degli appuntamenti dei Lunedì della fotografia organizzati da Vera Maone e ospitati presso l‘Archivio Parisio.

Quel pomeriggio mostrò un video che consisteva in una panoramica circolare che non era di 360° ma, in maniera surreale, riprendeva più piani verso l‘infinito.

La ricerca fotografica di Cesare Accetta è sempre stata prevalentemente sul “movimento” sperimentando le varie opportunità che esso propone.

Un movimento fotografico che non si ferma esclusivamente sui tempi lunghi di esposizione dell‘otturatore ma basato anche sul movimento della fotocamera in fase di ripresa.

 

E non è tutto.

Cesare Accetta indaga da sempre anche il movimento della luce.
Se fotografia è “scrivere con la luce”, Accetta scrive le sue fotografie osservando le infinite variazioni della luce. In studio o in esterni. Plasmandone l‘immaterialità dei fotoni. Caratteristica essenziale per la conduzione della direzione della fotografia per il teatro e il cinema. Non a caso Accetta è wikipedizzato come Direttore della Fotografia.

E quando entri nella galleria di Al Blu di Prussia per visitare DRAMA, la sua attuale mostra, ti rendi conto che per la sistemazione della luce in sala c‘è la sua esperienza di light designer fatta in oltre quarant‘anni di esperienza.

Esperienza maturata come fotografo di scena per il Teatro Instabile di Napoli, per Falso Movimento di Mario Martone, per Antonio Neiwiller e tanti altri. Fino ad avere incarichi come fotografo di scena per Morte di un matematico napoletano e poi con L‘amore molesto di Martone.

E finalmente esordisce come direttore della fotografia nel cinema per le regie dei film di Antonietta De Lillo, Pappi Corsicato, Nina Di Majo e per lo stesso Martone.

 

Si parte dal nero per plasmare la luce:

 

Il nero è stato ed è il mio momento di ricerca privilegiato e continua ad essere presente nella mia ricerca; il teatro, inteso come scatola nera, è come la camera oscura. Tutto con la luce deve e può succedere. Quello che si vede e quello che si intravede, ma anche «quel che non si vede»,come diceva Antonio Neiwiller”.

 -  Cesare Accetta, dicembre 2023

 

Si entra nella galleria di Al Blu di Prussia e nel primo spazio vi sono fotografie in grande formato a colori. Un corpo femminile mosso, indefinito, tra le fronde di un bosco e anch‘esse mosse, fanno da contrappunto ai ritratti di attrici siti nello spazio successivo. Volti immersi in un nero intenso dai quali scorgere pathos espressivi e l‘occhio si spinge nel dettaglio delle immagini quasi a voler cogliere altre vibrazioni nella bassa luce che li illuminano.

In fondo, un video al rallenty che ricorda la tecnica delle installazioni di Bill Viola. Il ritratto femminile è unico, fisso, ma il lento movimento delle luci e ombre sul suo volto fanno scoprire l‘infinità della gamma emozionale dell‘immagine con le quasi impercettibili variazioni della luce.

 

In questa mostra ritornano tutte le coordinate e le costanti del lavoro di Cesare: il nero, la luce, il corpo, il colore, il tempo, la ricerca della costruzione di un‘idea incarnata sempre nella figura femminile, in un‘impostazione creativa dove la finzione, ed il soffermarsi innanzitutto sul dato emozionale che essa genera, conferma quanto determinante sia per lui il rapporto con la dimensione drammatica del teatro e del cinema.

- Maria Savarese

 

 

Cesare Accetta

Si approccia alla fotografia negli anni ‘70, intrecciando da subito la sperimentazione personale con il teatro di ricerca come fotografo di scena dei principali gruppi e teatri d‘avanguardia napoletani e italiani.

Cesare Accetta ha esposto negli anni il suo lavoro in diverse gallerie e musei italiani. Vanno ricordate alcune importanti mostre, come 03 – 010 nel 2010 al Museo di Capodimonte di Napoli; Dietro gli occhi nel 2012 al PAN| Palazzo delle arti Napoli, in cui ha raccontato vent‘anni di teatro di ricerca napoletano dal 1976, attraverso fotografie per lo più inedite tratte dal suo prezioso archivio di teatro; In luce nel 2016 al Museo Madre di Napoli, opera acquisita nella collezione permanente.

 

 

CESARE ACCETTA – “DRAMA”

A cura di Maria Savarese

ideato e realizzato in collaborazione con Alessandra D‘Elia

Al Blu di Prussia – Fondazione Mannajuolo

Via Gaetano Filangieri, 42

dal 9 febbraio al 6 aprile 2024

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13.00 



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30.01.2024 # 6387
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Brassaï. L’occhio di Parigi

Milano, Palazzo Reale, dal 23 febbraio al 2 giugno 2024

di Paolo Falasconi

Dal 23 febbraio al 2 giugno, un‘importante esposizione artistica è in programma presso Palazzo Reale, intitolata "Brassaï. L’occhio di Parigi". Questa mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta con la collaborazione di Palazzo Reale e Silvana Editoriale, insieme all‘Estate Brassaï Succession.

La retrospettiva, curata con grande maestria da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del celebre fotografo, presenta una straordinaria collezione di oltre 200 stampe d‘epoca, sculture, documenti e oggetti appartenuti a Brassaï. Questo eclettico assortimento offre uno sguardo inedito sull‘opera dell‘artista, con particolare enfasi sulle iconiche immagini dedicate alla vita parigina.

Nato ungherese con il nome Gyula Halász, Brassaï ha adottato lo pseudonimo in onore della sua città natale, Brassó, diventando un parigino d‘adozione. Definito da Henry Miller come "l‘occhio vivo" della fotografia, Brassaï ha giocato un ruolo chiave nella scena fotografica del XX secolo.

In stretta relazione con figure come Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, Brassaï ha catturato l‘atmosfera notturna della Parigi dell‘epoca, immortalando lavoratori, prostitute, clochard, artisti e girovaghi solitari. La sua opera del 1933, "Paris de Nuit" (Parigi di notte), è considerata fondamentale nella storia della fotografia francese.

Collaboratore della rivista surrealista "Minotaure", Brassaï ha interagito con noti scrittori e poeti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray. Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra, sottolinea l‘importanza di esporre Brassaï oggi, esplorando la diversità dei soggetti affrontati e immergendosi nell‘atmosfera culturale di Montparnasse, dove l‘artista si mescolava con altri intellettuali, tra cui il connazionale André Kertész.

Brassaï appartiene alla "scuola" francese di fotografia definita "umanista", caratterizzata dalla sua attenzione ai protagonisti dei suoi scatti. Oltre alla fotografia di soggetto, Brassaï ha esplorato i muri di Parigi e i loro graffiti, testimonianza del suo legame con le arti marginali e l‘art brut di Jean Dubuffet.

La sua notorietà cresce ulteriormente nel 1956, quando Edward Steichen lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York con la mostra "Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï". Successivamente, la collaborazione con la rivista "Harper’s Bazaar" consolida i legami di Brassaï con l‘America.

La mostra sarà arricchita da un catalogo curato da Silvana Editoriale e Philippe Ribeyrolles, con un testo introduttivo di Silvia Paoli.



INFO

Brassaï. L’occhio di Parigi
Milano, Palazzo Reale Piazza Duomo 12
23 febbraio - 2 giugno 2024
 
Orari
Da martedì a domenica 10:00 -19:30
Giovedì chiusura alle 22:30 Lunedì chiuso
 
Biglietti
Open: € 17,00 Intero: € 15,00 Ridotto: € 13,00
 
Per informazioni
palazzorealemilano.it  mostrabrassaimilano.it
 
Social IG, FB @silvanaeditorialeprojects
 
Ufficio stampa Mostra
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
tel. 049.66.34.99 - ref. Simone Raddi simone@studioesseci.net
 
Ufficio stampa Silvana Editoriale
Alessandra Olivari – press@silvanaeditoriale.it
 
Ufficio Stampa Comune di Milano
Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it


in copertina: Brassaï: Soirée Haute couture, Paris 1935 © Estate Brassaï Succession - Philippe Ribeyrolles

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31.10.2023 # 6360
Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Alfa Castaldi, un outsider della fotografia

Al Blu di Prussia per conoscere il lavoro di uno dei fotografi più trasversali del ‘900

di Marco Maraviglia

E poi ci si vedeva come le star a bere qualcosa al Jamaica bar, citando Vita Spericolata di Vasco Rossi. Intellettuali, artisti, politici, gente di spettacolo, tutti passavano di lì, in via Brera a Milano. Dove si formavano parte dei fermenti culturali milanesi e italiani del dopoguerra.

Il Jamaica era frequentato anche dal fotografo Alfa Castaldi. Classe 1926, eccentrico, dinamico nonostante la sua mole robusta, dalla simpatia contagiosa, era versatile, eclettico. Un professionista della fotografia conosciuto come “fotografo di moda” ma che ha abbracciato reportage, ritrattistica, fotografia sociale, pubblicità, ricerca e sperimentazione. E le sue immagini riflettono il suo essere esuberante, creativo, ironico, affabile. Un grande comunicatore che portò nella fotografia una ventata di fresca innovazione.

 

La fotografia di Alfa è stata davvero un grande contenitore di moda a – suo – modo, vissuta sempre con l‘occhio del reporter, con l‘etica del ricercatore, con il “clin d‘oeil” degli amici artisti del bar Giamaica…

- Anna Piaggi, 2005

 

Alfa Castaldi, nato a Milano, è stato un riferimento della fotografia dagli anni ‘50 fino alla sua morte avvenuta nel 1995.

Allievo prediletto a Firenze del grande storico e critico d‘arte Roberto Longhi che gli stava creando la possibile opportunità di un incarico ministeriale, Castaldi preferì correre da solo per intraprendere la carriera di fotografo.

Quando torna a Milano inizia a frequentare il Jamaica che diventa il suo punto di riferimento dove poter anche lasciare in deposito le sue attrezzature non avendo ancora uno studio fotografico. Lì incontra i fotografi Mario Dondero, Ugo Mulas, Carlo Bavagnoli coi quali discute di fotografia immaginando nuovi scenari che ben presto iniziò a creare anche grazie alle osservazioni che faceva sui lavori dei fotografi della Magnum.

Perché lo scambio di idee, la loro condivisione, il guardarsi intorno, non poteva non portare una mente creativa come quella di Alfa a una contaminazione nel suo stile: quello di non arrugginirsi in un‘etichetta. Perché il suo stile era innanzitutto determinato da libertà, curiosità, interesse per tutto ciò che stimolava la sua creatività.

 

Alfa Castaldi shakerava la fotografia di moda col reportage.

Nel 1968 realizzò a Praga, per la rivista “Arianna”, il primo shooting di moda italiano ambientato nell‘Europa orientale in quel momento di grande cambiamento storico che conosciamo. Facevano da sfondo agli abiti di alcuni pionieri del fashion made in Italy come Krizia, Ken Scott e tanti altri, i monumenti come il municipio di Starè Mesto e la casa natale di Franz Kafka.

Per Uomo Vogue realizzò alla fine degli anni ‘70 Compagnia di Stile Popolare, una serie di ritratti a pastori sardi ed abruzzesi, contadini tirolesi e tabarri emiliani. Realizzati con banco ottico in grande formato e sempre in esterni. 

 

Cercavo le radici della naturale eleganza maschile e ritrovavo, di volta in volta, la purezza del disegno e dell‘esecuzione artigianale, da sempre ragione prima dello stile. Così come riscoprivo l‘autenticità di tessuti, panni, cotoni: tessuti fabbricati con estrema attenzione – con una cura essa pure artigianale – per gente che della qualità faceva una ragione di vita.

- Alfa Castaldi (1995)

 

La fotografia di moda per Alfa Castaldi era dinamica, le modelle erano spontanee, le faceva ridere, muovere, mentre ricaricava la fotocamera con una velocità stupefacente.

 

Non si accontenta di riprendere abiti e modelle secondo i canoni tradizionali. È un ricercatore.

- Giuliana Scimè; 2013 (critica di fotografia)

 

Il lavoro di Alfa Castaldi è immenso nella sua varietà di argomenti trattati. E la mostra, che consta di 80 fotografie selezionate, non è un‘antologica o una retrospettiva, ma una sintesi che offre gran parte del ventaglio artistico della sua carriera.

Una carriera, quella di Castaldi, che fa capire anche di aver avuto l‘intuizione di ritrarre personaggi di cui all‘epoca non era scontato il loro successo. E possiamo vedere i giovanissimi fotografi Ugo Mulas, Oliviero Toscani e Bruce Weber; Monica Vitti ritratta nel 1960 all‘alba dei suoi inizi cinematografici. E altri personaggi del mondo della moda, dell‘arte, dello spettacolo, ritratti agli inizi della loro carriera.

Una parete di Al Blu di Prussia è un omaggio a Napoli con scene di strada e vedute che sembrano citazioni della Scuola di Posillipo, Migliaro, Irolli, Scarfoglio. Perché Castaldi tra gli interessi per l‘architettura, i murales parigini, le manifestazioni contro il nucleare a Parigi, aveva l‘arte nel sangue e grazie anche a Roberto Longhi.

 

Nella sala di proiezione della galleria, un video che riserva altre sorprese come i ritratti realizzati con obiettivo soft focus, senza lenti e montato su un soffietto. Oppure la sua sperimentazione sulle fotografie cubiste realizzate su lastre 20x25 e con un lungo lavoro di esposizioni multiple inserendo maschere nello chassis.

Gli spot dei caroselli della Facis in cui è protagonista interpretando se stesso.

E poi ancora, i testi del suo romanzo rimasto incompiuto, Ali Joo, che scorrono su immagini inedite.

Un filmato in cui si percepisce tutta la stima e amore per il padre, da parte del figlio Paolo Castaldi anch‘egli fotografo, e che cura l‘Archivio Alfa Castaldi.

 

Ci sarebbe tanto altro da dire, questo articolo è riduttivo di fronte a quel vulcano di Alfa Castaldi.

Bisogna vedere la mostra per comprendere parte del suo mondo intimo e professionale.

 

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione della Fondazione Mannajuolo con l‘Archivio Alfa Castaldi che da anni compie un meticoloso lavoro di catalogazione, archiviazione, conservazione e gestione dell‘opera del fotografo milanese, composta da oltre 12.000 immagini.

 

 

Alfa Castaldi

a cura di Maria Savarese

Al Blu di Prussia

via Gaetano Filangieri, 42 - Napoli

dal 27ottobre 2023 al 5 gennaio 2024

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13

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