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Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

Marco Maraviglia //

Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

In mostra fino al 21 luglio al Palazzo della Cultura fotografie di Procida dal 1957 al 1980

1957. L‘isola di Arturo di Elsa Morante vince il Premio Strega. Nello stesso anno Antonio Scarfoglio chiede al ventiseienne Vittorio Pandolfi di andare un giorno a Procida, dall‘alba al tramonto, per realizzare un reportage fotografico dell‘isola. Foto destinate a un giornale dell‘Ente Provinciale per il Turismo.

Pandolfi scattò due rullini 120 Ektachrome con la sua Rolleiflex. Per un totale di 24 foto.

Erano i tempi in cui Procida era ancora la Cenerentola del Golfo. Nessuno avrebbe mai immaginato che nel 2022 sarebbe stata Capitale della Cultura. Forse la presenza del carcere borbonico, dismesso solo nel 1988, era un deterrente per il turismo.

E nessuno avrebbe mai immaginato che Marina Corricella, il “quartiere bello” di Procida, sarebbe divenuta un‘attrazione per gli amanti del turismo gastronomico a base di specialità di pesce con i profumi delle cucine che salgono fin sopra le rampe di accesso.

E pensare che persino durante il Grand Tour era ignorata. Perché erano preferite Capri e Ischia.

 

Le foto di Vittorio Pandolfi ci restituiscono quella Procida neorealista fatta di atmosfere silenziose, genuine, isolane, dove al massimo d‘estate ci villeggiavano puteolani o napoletani e i pochi appassionati dell‘epoca. Le barchette erano a remi, non c‘erano gli affollati attracchi da diporto, non c‘erano le Ape car che scorrazzavano da una parte all‘altra dell‘isola, si incrociava qualche pollaio lungo i cigli delle stradine perché non si temevano i furti di galline. Architetture spontanee, nuclei abitativi incastonati l‘uno sull‘altro, scale a collo d‘oca, capitelli dei pilastri fatti a scalini, terrazzini sovrastati da archi, volte a botte, a vela e a padiglione, muri smussati, case rurali su rocce tufacee e circondate dal verde…

Testimonianze di un paesaggio quasi scomparso.

Un tuffo nel passato per gli amanti di Procida. O comunque fotografie da vedere per chi la conosce solo per com‘è oggi.

 

Gli anni delle vacanze a Procida sono suggellati dalle foto che mio padre scattava durante le passeggiate estive.

Passeggiate alla scoperta dei luoghi di un isola, non  solo spiaggia, vacanze e mare ma un insieme di luoghi a noi sconosciuti, nascosti e non intaccati dal turismo di massa.

Papà ci portava in giro nei pomeriggi estivi alle Centane, alla Corricella, nei vicoli della Chiaiolella e con sé aveva la Rolleiflex; in queste foto private sono conservati  scatti  di scene familiari e impressioni di quei luoghi di vacanza.

Per noi, bambini, cresciuti al Vomero tra strade cittadine piene di negozi, Procida si rivelava un‘altra realtà di vita, una dimensione in cui si poteva camminare scalzi, liberi dalla paura di essere investiti, in luoghi che non sempre erano vissuti dai villeggianti.

- Donatella Pandolfi

 

Parte delle foto dell‘Archivio Fotografico Vittorio Pandolfi sono raccolte anche nel catalogo Procida nello sguardo di Vittorio Pandolfi. Trentanove fotografie a colori e bianconero. Prese dal 1957 al 1980.

Una casa di pescatori sulla spiaggia della Chiaiolella. La domenica mattina a Marina Grande si passeggiava abbigliati con eleganza. Cittadina da sempre cat friendly. Case colorate. La Baia del Carbogno in bianconero lascia immaginare la ricchezza del colore del paesaggio. Gli scorci da Centane…

Uno spaccato paesaggistico, architettonico, urbanistico che ci accompagna in una poesia visiva di quello che è considerato un set cinematografico a cielo aperto.

 

Bio

Vittorio Pandolfi (Napoli 1931) adotta la fotografia come strumento indispensabile per la sua attività di studente di architettura già dai primi anni Cinquanta e poi come designer e grafico pubblicitario.

Collabora con Roberto Pane, come studente del corso, per le foto e i rilievi del libro Ville vesuviane del settecento, edito nel 1959.

Fornisce foto per articoli di riviste turistiche già dal 1956, di Procida, Ischia, Positano, Sorrento e Costiera ed anche dei viaggi in Germania e a Venezia. Nel frattempo apre un studio grafico a via Guantai Nuovi.

Negli anni ‘60 a Napoli fonda con Bruno di Bello lo studio grafico DP2  attivo fino alla fine degli anni ‘70.

Nel 1962 ha la cattedra di progettazione Arte Stampa all‘Istituto statale d‘arte Filippo Palizzi di Napoli e continua a fotografare utilizzando il banco ottico per l‘indagine di luoghi e periferie napoletane.

Pubblica tre libri con Ernesto De Martino, studioso delle ville vesuviane.  L‘ultimo, del 2013, è dedicato ai suoi scatti degli anni‘50: L‘architettura, il paesaggio, l‘ambiente delle ville vesuviane nelle fotografie di Vittorio Pandolfi, catalogo della mostra tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 2011.

 

 

Procida 1957 / 1980 nello sguardo di Vittorio Pandolfi

Palazzo della Cultura, ex conservatorio delle orfane nel borgo di Terra Murata

dalle ore 10 alle ore 13.30 e dalle ore 16.00 alle ore 18.00 (probabile apertura fino alle 19/20 da luglio con gli orari estivi della casa di Graziella)

dal 21 giugno al 21 luglio 2023


Copertina: © Archivio Fotografico Vittorio Pandolfi

Foto a sinistra: Chiaiolella, casa di pescatori - 1957

Foto a destra: Ruderi di S. Margherita nuova, vista di Terra Murata e l‘Abbazia - 1957

# 6303
Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

Marco Maraviglia //

Pasquale Palmieri fotografo di scena del cinema di Mimmo Paladino

Una mostra fotografica di Pasquale Palmieri a Villa Campolieto svela alcuni retroscena dell‘arte di Mimmo Paladino

C‘è qualcosa di cui molti non sanno.

L‘artista Mimmo Paladino, uno dei massimi esponenti della Transavanguardia italiana, quello della Montagna di sale in piazza Plebiscito nel ‘95, dei grandi cavalli stilizzati, dei “dormienti” che ricordano i resti dei pompeiani sepolti dalla lava, delle illustrazioni d‘arte dell‘Iliade e dell‘Odissea. L‘artista le cui opere sono tempestate di simbolismi arcani e universali. Quello che ritiene Don Chisciotte non un folle ma colui che riesce a guardare un mondo oltre che l‘uomo non è in grado di vedere e quindi metafora dell‘artista: «costruisce e inventa con la parola, con il segno e con il racconto un mondo che probabilmente esiste e che forse noi abbiamo perso la capacità di guardarlo».

 

Bene, molti forse non sanno che Mimmo Paladino tra colori, sabbia, pietra, tele, disegni e sculture, è anche autore di film. Ovvio, filmati d‘arte. Perché per lui il grande schermo è come una tela dove poter lavorare ed esprimersi utilizzando altri materiali: la musica e il suono, la coralità, la luce, i movimenti di macchina e quelli degli attori. Raccontando storie oniriche e surreali che toccano le corde dei sentimenti e dei pensieri del mondo terreno.

Artista a 360° quindi e, con i film Quijote (Don Chisciotte) e La Divina Cometa, raggiunge la vetta della sua espressione artistica in maniera totale.

 

E c‘è questa mostra di 45 grandi fotografie di scena a colori del cinema di Paladino scattate da Pasquale Palmieri, implementate da circa 40 fotografie in bianconero di backstage, che riservano non poche sorprese.

Immagini allestite, al primo piano di Villa Campolieto, non in senso cronologico, ma secondo tematiche, parallelismi tra un film e l‘altro di Paladino.

Quijote (2006), La divina cometa (2022), i corti Labyrintus (2013), Il Sembra l‘Alzolaio (2013) e Ho perso il cunto (2017) sono i filmati che Pasquale Palmieri ha seguito immortalando quelle fasi di lavorazione che normalmente restano segrete e sconosciute al pubblico: ciò che sta intorno la macchina da presa, le pause per decidere l‘inquadratura di una scena, il ripasso del copione, le prove fuori ciak, le chiacchiere tra attori, maestranze e Paladino. Che qui non considererei regista, ma un designer dell‘arte filmica. Perché dalle foto di Palmieri si evincono i dettagli delle scenografie e di oggetti di scena come le ali di un angelo che sono rami d‘orati, blocchi di ghiaccio, i suoi segni simbolici tipici, limbi di paesaggi senza tempo e altre invenzioni visive che rasentano o cavalcano il cinema surrealista e quello più recente di Fellini.

 

Le fotografie di Pasquale Palmieri non tendono a raccontare soltanto la cronaca di ciò che c‘è e avviene sul set, ma principalmente ciò che vede lui, ciò che lo incuriosisce, per comprendere le sue osservazioni in un dialogo con se stesso. Tende insomma a non ricostruire necessariamente, attraverso le sue fotografie, la storia dei film.

Perché le tipiche inquadrature girate dalla macchina da presa esistono già nel girato stesso. E allora va di controcampi, campi stretti, istanti che non vedremo mai nei film ma che arricchiscono la documentazione del lavoro di Paladino. Smaschera bugie del cinema, compiacendo lo spettatore che è ghiotto del “disvelamento dell‘inganno”.

 

Non di rado il regista si rammarica di non avere un buon controcampo che invece si ritrova nelle fotografie di scena. Insomma con la fotocamera si possono aggiungere alle bugie del cinema le proprie invenzioni: è un bel gioco, e a dirla tutta è il solo motivo per cui amo questo faticosissimo genere di fotografia!

- Pasquale Palmieri, conversazione con Maria Savarese

 

È sorprendente vedere in queste foto la presenza di Lucio Dalla e Francesco De Gregori al fianco di attori professionisti come Alessandro Haber o i fratelli Servillo. Contaminazioni artistiche che Palmieri non si fa sfuggire riuscendo a caratterizzarli, (de)contestualizzarli ed estraendone la loro personalità.

 

Pasquale Palmieri possiede 50.000 negativi e 100.000 fotografie digitali che documentano le ricerche del lavoro di artisti tra cui lo stesso Paladino, Luigi Mainolfi, Perino e Vele.

Un piccolo grande patrimonio archivistico della cultura contemporanea, tessera di quel grande mosaico degli archivi fotografici privati da conoscere, tutelare e valorizzare.

I suoi riferimenti fotografici non includono i maestri della fotografia di scena. La sua formazione si basa sull‘imprinting della letteratura, della pittura, musica e poesia che lo hanno appassionato. E di fotografi come Ugo Mulas, Luigi Ghirri, Chang Chao-Tang, Mark Coehn, Fan HoJosef Kudelka, Man Ray, Daido Moriyama, Robert Frank, Mario Dondero, Mario Giacomelli… tutti per motivazioni ben precise che hanno arricchito la sua formazione.

 

Incontrai Mimmo Paladino ai tempi dell‘università grazie ad un amico comune, che ci fece conoscere perché lui aveva bisogno di un fotografo per raccontare il suo ambiente, il suo modo di dipingere. Mi muovevo liberamente nel suo studio e ci andavo anche in sua assenza. Per me uno stage con il più grande fotografo del mondo non sarebbe stato più formativo della frequentazione di un grande artista. Il contatto con la creazione della bellezza mi bastava per definire la mia visione del mondo. Ho conosciuto l‘importanza del dubbio, dell‘incertezza, dell‘imperfezione, del vuoto che precede la creazione, del non finito, delle zone d‘ombra dell‘arte nel suo farsi.

- Pasquale Palmieri, conversazione con Maria Savarese

 

 

 

Il cinema di Mimmo Paladino. Fotografie di Pasquale Palmieri

a cura di Maria Savarese

Ercolano – Villa Campolieto
dal 22 giugno al 17 settembre 2023
dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 18

Il biglietto per la mostra è incluso nel biglietto di ingresso a Villa Campolieto acquistabile solo in loco al prezzo di 5 euro

 

Co-prodotta dalla Fondazione Campania dei Festival, Film Commission Regione Campania e dalla Fondazione Mannajuolo, presentata in occasione dell‘edizione 2023 del Campania Teatro Festival a Villa Campolieto ad Ercolano, grazie alla collaborazione dell‘Ente Ville Vesuviane

Pasquale Palmieri fotografo di scena del cinema di Mimmo Paladino

# 6301
Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

Marco Maraviglia //

L’URBEX di Stefano Barattini: Inside the factory

20 pannelli 100x70 che mostrano aree industriali in stato di abbandono

Stefano Barattini ha sempre avuto un certo interesse per le aree industriali, ma nel 2013 volle andare a vedere dove avevano costruito la Lambretta del 1961 che possedeva: l‘ex fabbrica Innocenti nella zona di Lambrate.

Da lì iniziò la sua URBEX (Urban Explorer) presso altre industrie abbandonate. In Italia e all‘estero.

 

Quei capannoni enormi pieni di vegetazione, lo scheletro di metallo, i vetri rotti e la ruggine mi hanno fatto amare questi luoghi e da lì ho cominciato.

 

Le fabbriche, le industrie manifatturiere, le miniere, chiudono perché sono soggette a processi economico-politici, cambiamenti sociali e al terziario che avanza. Non tutti gli imprenditori riescono a stare dietro alle variabili che il tempo impone, adeguando o riconvertendo le proprie aziende e purtroppo a volte, intraprendono la scelta strategica più semplice: delocalizzare.

O chiudere. Abbandonando capannoni, grandi edifici con dentro arredamenti, attrezzature, macchinari, documentazioni d‘archivio… tutto, di quegli edifici, spesso ubicati nelle periferie delle città, subiscono l‘improvvisa assenza umana.

E diviene archeologia industriale.

Fantasmi di vetrocemento, navate in ferro, silos, ciminiere, tutto dimenticato dal tempo e dove a volte la natura inizia a rimpossessarsi selvaggiamente di quegli spazi.

 

Stefano Barattini e l‘intera comunità che lavora sull‘URBEX, non rivela i luoghi ritratti nelle sue immagini. Per evitare sciacallaggi, furti di quel che resta, vandalismi, occupazioni illecite. Si tratta comunque di documentazioni visive che denunciano il mancato riutilizzo di queste aree. La mancata rigenerazione urbana di strutture che potrebbero diventare attrattive turistiche, mercati, spazi d‘arte, parchi.

 

È un modo per documentare queste realtà e restituirle come memoria storica e al tempo stesso porre l‘attenzione su una possibile riqualifica del territorio.

La mia ricerca non è solo fotografica. Quando vado in una determinata location, mi documento sulla sua attività del passato e qual era il processo produttivo. Cerco, per quanto possibile, la sua storia: quando ha iniziato, quando ha chiuso e perché.

 

L’URBEX di Stefano Barattini: Inside the factory

Alcuni di questi luoghi li ha trovati spulciando su Google map. Talvolta effettua sopralluoghi che gli servono anche a individuare gli orari per fotografare con la luce migliore. Si confronta con la comunità Urbex per attingere ulteriori informazioni e non sempre preferisce andarci da solo per questioni di sicurezza.

 

Non è possibile avere autorizzazioni per entrare in questi spazi. Non te le danno perché qualunque cosa succeda la responsabilità è sempre della proprietà. Solo in rarissimi casi ci possono essere delle visite guidate ma in quei casi non hai la libertà di movimento per fotografare in maniera autonoma con i punti di vista e i tempi giusti.

Sebbene abbia iniziato a utilizzare un drone dalla fine del 2018, le fotografie di Barattini esposte in questa mostra sono tutte realizzate “con i piedi a terra”. È un genere di fotografia che non raramente i fotografi post-producono forzando col filtro HDR. Ma Barattini no. Cerca di lasciare nella massima naturalezza i suoi scatti.

 

Non uso HDR, cerco sempre di lasciare la luce così come entra nei locali. Anche se a volte le alte luci sparano, ma quella è, entra di prepotenza nell‘oscurità. Ma in diversi casi se la differenza tra luce e ombra è troppo marcata effettuo due scatti che poi sommo in post produzione, uno per le ombre e uno per le luci.

 

Ha ripreso circa 123 siti industriali in Italia e all‘estero tra cui piccoli laboratori, grandi aziende, centrali elettriche, siti di stoccaggio.

Tutte immagini riprese “a piombo”, linee cadenti perfettamente verticali che i primi tempi correggeva in Photoshop perché portarsi un banco ottico per i basculaggi in questi luoghi non è convenientemente pratico.

Poi decise di dotarsi di un decentrabile 15mm e la musica è decisamente cambiata, fotograficamente.

Auspicando che la musica cambi anche per questi luoghi affinché siano rivalutati.

 

Bio

Stefano Barattini nasce a Milano il 4 gennaio 1958.

Studia alla Facoltà di Architettura presso il Politecnico di Milano.

Inizia a fotografare nel 1979, quando ha cominciato a viaggiare e legato indissolubilmente la fotografia al viaggio.

Dal 1990 e per circa 5 anni, collabora con la rivista Mototurismo e Scooter Magazine.

Dopo una pausa di riflessione, nel periodo in cui stava nascendo l‘era digitale, ha ripreso la fotografia adattandosi alle nuove tecnologie, sempre legandola ai viaggi soprattutto in Africa.

L‘architettura (con particolare interesse per il periodo razionalista) e gli spazi suburbani in continua crescita dove la presenza umana, nei suoi scatti, è quasi sempre assente, sono temi che tratta periodicamente.

Dal 2013 ha iniziato la sua ricerca URBEX.

Pubblica Oltre la fabbrica nel 2015; nel 2017 Portraits of Dust distribuito dalla Hoepli e nel 2019 Bauhaus 100, a tiratura limitata, a cura di Foglio Clandestino.

Numerose le sue esposizioni di immagini dell‘Africa, di architettura e luoghi abbandonati.

 

 

Inside the factory, di Stefano Barattini

Academy Franco Angeli Bicocca

Viale dell‘Innovazione, 11 – Milano

mart/merc/giov dalle 15.00 alle 18.00

dal 19 giugno al 28 luglio 2023

L’URBEX di Stefano Barattini: Inside the factory

# 6279
Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

Marco Maraviglia //

L‘Italia è un desiderio in mostra alle Scuderie del Quirinale

Oltre 600 opere per raccontare il paesaggio come elemento identitario della cultura nazionale attraverso il ricco patrimonio fotografico della fondazione Alinari e del Mufoco

In auto, in treno, in bici, in moto, in camper, in barca, a piedi… attraversare l‘Italia è una delle esperienze sensoriali più suggestive che possa fare un viaggiatore.

È un Paese il cui paesaggio può cambiare drasticamente nel raggio di pochi chilometri. Strade tortuose di campagna, dall‘alto Lazio verso la Toscana e l‘Umbria, con le colline “decorate” da cipressi solitari. I boschi della Sila che in autunno sparano luci color oro e rosso fuoco. Le figure rocciose, un po‘ pareidoliche, della Sardegna. Lunghe strade piane ombreggiate da pini lungo i due lati. Borghi, laghi, fiumi e cascate, architetture monumentali e contemporanee, resti archeologici di ogni epoca e talvolta con vista sul mare, paesaggi alpini innevati, vulcani, casali settecenteschi, ville medicee, mandorli in fiore verso il mare di Taormina, grotte marine, i trapezi dei campi multicolore delle colline pugliesi, mare blu, azzurro, verde, spiagge con sabbia bianca, gialla, nera, pascoli di cavalli e pecore, scene contadine, archeologia industriale e miniere.

Parliamo di un patrimonio di una gran varietà paesaggistica concentrato su una superficie abbastanza ristretta.

Ci mancano solo le dune del deserto. Se non erro. Perché ad esempio c‘è la piana di Civita Castellana che con il Monte Soratte, potrebbe ricordarci l‘Ayers Rock australiano.

 

Del resto non a caso L‘Italia era il territorio preferito dai viaggiatori del Grand Tour.

Come del resto lo è anche per i magnati di tutto il mondo che attraccano i loro panfili al largo delle nostre coste o per personaggi del mondo dello spettacolo internazionale come Sting, Robert De Niro, Gérard Depardieu, George Clooney, Russell Crowe, Gwyneth Paltrow, Leonardo DiCaprio e di cui alcuni hanno persino acquistato casa qui.

 

È l‘Italia dei desideri. Perché non si può non desiderare di vedere, almeno una volta nella vita, la culla di tutte le civiltà del Mediterraneo. Il Paese che ha dato i natali a Dante, Leonardo, Raffaello, Michelangelo… e che è stato ed è all‘apice delle eccellenze internazionali nella moda, il made in Italy degli anni ‘60, l‘industria della Ferrari, Lamborghini, Olivetti.

L‘Italia, nonostante tutto, cattura l‘immaginario della bella vita. Quella della via Veneto “cinematografica” o anche quella dei latin lover della riviera romagnola e delle scampagnate nel verde. Geneticamente l‘Italia ha l‘amore dentro. E il paesaggio italiano non è un contorno ma l‘ingrediente del desiderio con grilli e lucciole nei campi di grano d‘estate, profumi della macchia mediterranea e la voce con accenti dialettali di gondolieri ed acchiappini annessi.

 

Sono esposte oltre 600 fotografie in vari formati della Fondazione Alinari e del Museo di Fotografia Contemporanea (MUFOCO), dal 1842 al 2022. Dagherrotipi, autocromie, diapositive su lastre dipinte a mano, stampe all‘albumina, ai sali d‘argento, cibachrome, stampe cromogeniche… fino a quelle più recenti stampate fine art su carta di pura cellulosa.

Strutturata secondo un percorso cronologico, l‘esposizione presenta al primo piano delle Scuderie del Quirinale le fotografie appartenenti agli Archivi Alinari. Vere e proprie memorie visive, con una selezione particolarmente significativa fra cui spiccano le grandi panoramiche di Roma e Firenze di Michele Petagna e di Leopoldo Alinari.

Al secondo piano le opere delle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea.

 

Dal paesaggio come scenario della narrazione sociale e politica che caratterizza la stagione del reportage (Letizia Battaglia, Carla Cerati, Uliano Lucas, Federico Patellani) si arriva, attraverso le sperimentazioni concettuali degli anni settanta (Mario Cresci, Franco Fontana, Mario Giacomelli), a uno dei fiori all‘occhiello di questa sezione, l‘esperienza di Viaggio in Italia, in cui Luigi Ghirri raccoglie una serie di ricerche che rivolgono lo sguardo verso luoghi spesso marginali, quotidiani e anti-spettacolari e che diventano il manifesto di una nuova fotografia italiana (Gabriele Basilico, Giovanni Chiaramonte, Guido Guidi).

- dal comunicato stampa

 

Non vi elenco qui tutti i nomi dei grandi autori esposti ma, avendo letto l‘indice del catalogo, vi garantisco che c‘è gran parte dell‘oro di chi ha prodotto fotografie del paesaggio italiano negli ultimi 180 anni, e non solo italiani.

 

Bisogna desiderarla e amarla l‘Italia per vivere emozionalmente questa mostra. Anche se alcuni “paesaggi” riportano a ricordi drammatici del Belpaese come i funerali della strage di piazza Fontana o provare un tuffo al cuore nel vedere le immagini di Gibellina.

Ma è la vita: è l‘Italia dei desideri.

 

 

L‘Italia è un desiderio

Fotografie, paesaggi e visioni 1842 - 2022

Le collezioni Alinari e Mufoco

Roma, Scuderie del Quirinale - via XXIV Maggio numero 16

Dall‘1 giugno al 3 settembre 2023

Orari: Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 20 (ultimo ingresso ore 19)

Biglietto d’ingresso: Intero € 12,00 Ridotto € 10,00

www.scuderiequirinale.it


Foto di copertina: Luciano Ferri per Studio Villani; Albero nella neve. Stampa alla gelatina bromuro d’argento su carta. Firenze, Archivi Alinari-archivio Villani 

Foto sotto: © Olivo Barbieri - Museo di Fotografia Contemporanea, “site specific_Milano 09” -Milano-Cinisello Balsamo   

L‘Italia è un desiderio in mostra alle Scuderie del Quirinale

# 6277
Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

Marco Maraviglia //

Franco Esse espone L‘isola di Arturo e Pesciuomini

Un‘insolita mostra provocatoria tra braille e pesca d‘altura

Un vulcano in piena. Una vita intensa vissuta tra fotografia, donne, moto e buona tavola.

A 68 anni Franco Esse ha un bagaglio di esperienze professionali che si intrecciano non raramente con le sue vicende personali e che non si risparmia nel raccontare.

Risorto più volte dalle ceneri della sua vita, si occupa tuttora di fotografia pubblicitaria e reportage.

Un omaccione che non ha mai mandato a dirla. Schietto, sincero e per questo, probabilmente, definito “cattivo”, “provocatorio”, da qualcuno. Almeno così mi disse giusto 30 anni fa, quando lo conobbi, mentre mi parlava di sterco e cavalli.

 

Perché Franco Esse è cresciuto nel Bosco di Capodimonte e la bellezza della natura e l‘interesse per gli animali, fanno parte del suo DNA, senza sovrastrutture formali.

Nel 2009, nel prestigioso Palazzo Cima di Cingoli (Macerata), espone “Cavalli” una installazione olfatto/visiva.

Cavalli ritratti abituandoli gradualmente, giorno dopo giorno, alla potenza dei flash per ottenere il massimo dettaglio. E, sotto le fotografie esposte in grande formato, dispose sterco a volontà per restituire la percezione olfattiva delle stalle.

 

Nel 1990 il suo studio fu devastato da infiltrazioni di acidi provenienti dai locali di un‘azienda adiacente. L‘archivio di diapositive andò quasi interamente corroso.

Come direbbe Oliviero Toscani, «una fotografia non esiste se non è pubblicata» e, infatti, Franco Esse è riuscito comunque a preservare la documentazione dei suoi lavori pubblicati fino a quel momento.

Dal 2001 al 2005 si trasferisce a Roma aprendosi a nuove opportunità di lavoro con le agenzie pubblicitarie della capitale.

Stesso nel 2005 si trasferisce in un casale delle Marche. Qui allestisce il suo nuovo studio fotografico. Entra in contatto con vari enti ed istituzioni delle Marche pur continuando a realizzare lavori per Napoli, Roma ed altre realtà editoriali e pubblicitarie internazionali.

Il terremoto delle Marche nel 2016 compromise il casale.

Nuovamente a Napoli, riallaccia i rapporti con i vecchi amici e colleghi di un tempo.

 

Negli anni Franco Esse, oltre a svolgere lavori su commissione, si è dedicato a dei progetti foto-documentaristici di approfondimento. Aniuomini, Maniuomini, Materiuomini (quest‘ultimo in progress). Progetti che qui non descrivo perché non saranno esposti ma che potrete chiedergli di farveli raccontare andando all‘inaugurazione della mostra.

 

L‘isola di Arturo

In seguito a un‘esperienza personale, Esse si ritirò in barca a Procida.

Ispirato da L‘isola di Arturo di Elsa Morante, ne riconobbe i luoghi descritti nel romanzo e fotografò alcuni scorci selezionando 24 immagini in bianconero.

E questo è uno dei due progetti in mostra all‘Art Garage dal 10 giugno.

Immagini sensoriali, stampate in formato 130x100 con una tecnica di stampa a rilievo, tattile. Vanno toccate, a occhi chiusi, per sentire sotto le dita la sabbia, il legno, il tufo. Fotografie materiche che avranno anche la didascalia in Braille.

Ventiquattro immagini ma…

 

Non sono un poeta, non sono un romantico. Mi sento, più che altro, un mestierante della fotografia. Trovato un tema, creo.

 

Pesciuomini

Pesciuomini è un altro progetto di Franco Esse. Commissionato dalla Regione Marche e dall‘Accademia di BBAA di Macerata.

Un lavoro che era destinato anche a un‘esposizione presso il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto ma, per amore della sua città, iniziò a prendere accordi per esporlo in una prestigiosa location. Ma la cosa non andò in porto.

Avremo quindi l‘esclusiva di vedere un bel reportage di pesca all‘Art Garage.

Oltre 70 fotografie realizzate per mare sui pescherecci. Era agosto 2020. Dall‘alba all‘alba. O per più notti ma dove il giorno e la notte non fanno più differenza. Dove non esiste il “dormire” ma l‘appisolarsi per un paio d‘ore. A contatto con pescatori di origine tunisina, marocchina, egiziana. Perché certi lavori gli italiani non se la sentono più di farli. Per 80 miglia a strascico. Con turni di due ore in due ore. Ogni tre ore si salpa la rete, si tira il sacco. Si svuota. Si rigetta la rete in mare. I gabbiani appostati sulla cabina di pilotaggio. Pesce, vongole, gamberi vengono subito congelati non prima di aver ripulito i pesci più grossi gettando a mare le interiora. Ogni volta, tre giorni per mare. Visti in bianconero.

Settanta fotografie ma…

 

La protesta

Franco Esse il “cattivo”. Esse il “provocatorio”. Franco e lo sterco dei cavalli. Il fiume in piena quando parla. Quello che si rapporta tanto con un dirigente d‘azienda o con l‘art director di un‘agenzia pubblicitaria come con un gruppo di contadini tra le colline. Franco Esse ha vissuto qualche colpo nella vita. Ma non molla.

Per forza di cose, equivoci e quant‘altro, alcuni suoi progetti espositivi sono abortiti. Ma rilancia. A modo suo.

Facendo il “cattivo”, con quel suo tono ironico, casinista, provocatorio.

E questa mostra è un suo segno di protesta che sfiora l‘auto-lesionismo. Contro le illogiche di un certo modo di condividere. Di condividere. Punto.

Sono esposte 24 fotografie di L‘isola di Arturo? No.

Ci sono oltre 70 fotografie di Pesciuomini? No.

È una “sorpresa”.

 

Bio

Franco Esse nasce a Napoli nel 55, in una famiglia di artisti e fotografi. Apprende fin da piccolo la tecnica fotografica nello studio del padre. Dopo gli anni del Liceo Artistico e della facoltà di Architettura, in cui approfondisce il suo interesse per la “figura” e la forma, inizierà a Berlino il lavoro su grande formato e “in studio”. Lavora all‘estero (Argentina, Francia, Germania, Iran, Turchia) e, in particolar modo, in Africa (Marocco, Libia, Egitto, Togo, Benin, Mauritania) dove prosegue la sua ricerca sulla luce e sulla figura umana. Numerose mostre e personali e pubblica, tra gli altri, su Kultur, Architettura, NDR, Interni, DOVE e per l‘editoria internazionale. Ha lavorato a 15 cataloghi per artisti nazionali e stranieri; per Electa, DeRosa, Soprintendenza ai monumenti di Cosenza, Cogeco, CGIL, Ass. per l‘Archeologia Industriale, Regione Molise, Mededil-Italstat, BMW, AtiTech.

Realizza immagini fotografiche per aziende come Marotta Aereonautica, Caremar Navigazione, Broccoli Calzature, Peluso Calzature, Mustilli Vini, Terre Del Principato Vini , Gallotti & Radice  Arredo Vetro, Joe Monaco Orologi, Costa Bruzia Surgelati, “Les Tortues” oggettistica in ceramica.

 

 

ESSE, di Franco Esse

Rassegna FotoArtInGarage
Coordinamento Artistico di Gianni Biccari

Art Garage

Viale Bognar, 21 - Pozzuoli

inaugurazione 10 giugno ore 17.30

fino al 17 giugno 2023


foto di copertina: Pesciuomini - © Franco Esse

foto sotto: L‘isola di Arturo - © Franco Esse

Franco Esse espone L‘isola di Arturo e Pesciuomini

# 6265
Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

Marco Maraviglia //

Parisio, Troncone e gli anni ‘30 napoletani

Un viaggio di ricordi fotografici nella Napoli a cavallo tra le due guerre

Preparatevi a un viaggio nella macchina del tempo che vi porterà negli anni ‘30. “Non serve l‘ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella” come diceva la filastrocca delle fiabe sonore della Fratelli Fabbri Editore. Basta solo essere innamorati di Napoli e della fotografia vintage.

Giulio Parisio e i fratelli Troncone vi catapulteranno con le loro immagini in paesaggi e atmosfere di una Napoli ruspante, genuina. Quella di quando non era ancora assordata dal turismo contemporaneo del tipo “come se non ci fosse un domani”. Quando la gente passeggiava con abiti eleganti e cappello e il Vesuvio continuava a fumare con il profilo del cratere diverso da quello che poi assunse dopo l‘ultima eruzione del 1944. Ed eccolo lì, in una notte di luna piena, il Maschio Angioino in primo piano e sul vulcano in fondo, la fila di luci della funicolare a cremagliera. L‘unico impianto di risalita che fosse mai stato costruito su un vulcano attivo.

Vedrete l‘Arco di Trionfo progettato dallo stesso Parisio e costruito in occasione dell‘arrivo di Hitler a Napoli nel 1938. Vedrete che le barche, nello specchio del mare di Borgo Marinari, erano solo a remi o a vela. E le processioni erano delle feste condivise e vissute con emozione e partecipazione, senza telefonini che le riprendevano.

Tra le colonne di San Francesco di Paola, verso il Palazzo Reale, si intravede un ragazzo con divisa da Balilla.

C‘è della street photography in alcune foto di Giulio Parisio, come verrebbe chiamata oggi, gente sotto la pioggia con ombrelli aperti, immagini un po‘ blur, un po‘ impressioniste, un po‘ dai contrasti alla Giacomelli.

Perché Giulio Parisio non aveva uno stile unico. Spaziava dal paesaggio alla fotografia documentaristica, dallo still life alla fotografia industriale, era ritrattista, fotografo pubblicitario e sperimentò la ricerca futurista creando anche opere spazialiste.

 

Al pianterreno di quello che è stato l‘atelier di Giulio Parisio dal 1927 nella splendida cornice del colonnato di piazza Plebiscito, ci sono diciassette vedute di Napoli dello stesso Parisio. Tratte da lastre fotografiche digitalizzate, con un minimo di aggiusto dei toni, un po‘ di fotoritocco necessario e stampate fine art.

E poi, al piano superiore, dodici pannelli con le foto dei fratelli Troncone, digitalizzate principalmente da pellicole di medio formato. Sono scene animate, festa della ‘Nzegna e il gioco del palo insaponato sul mare, la liquefazione del sangue di San Gennaro dalla luce ed espressioni dei volti con effetto-Caravaggio, giocatori di carte in strada, spettacolo di guarrattelle seguito più da adulti che bambini, i “mercati dei commestibili”, marinai militari seduti ai tavolini all’esterno del Gambrinus…

Ci si perde nell‘osservare i dettagli delle immagini. Poche auto per le strade, tram e carrozze, le insegne dei negozi dalla grafica di primo ‘900, tutto concorre a un tripudio di quella Napoli che si riprendeva dalla fine della I guerra mondiale ma dove si respira il sentore della successiva.

 

Questa mostra è un‘occasione che vogliamo offrire non solo ai tanti turisti che stanno sempre più riscoprendo Napoli, ma anche ai napoletani stessi perché possano ritrovare nelle straordinarie foto in mostra luoghi o aspetti della propria identità. Dopo tanto tempo ancora una volta ci riproviamo: apriamo la nostra sede, convinti che questa sia la volta giusta. Il percorso espositivo all‘interno dell‘atelier di Giulio Parisio, che è rimasto sostanzialmente intatto, è anche una sorta di mini-antologica dei soggetti conservati, indicativa della vastità e importanza del patrimonio che con la nostra associazione onlus tuteliamo e valorizziamo.

- Stefano Fittipaldi

 

Lo storico atelier fotografico di Giulio Parisio è l‘unico rimasto a Napoli, ubicato lì dove nacque, e il prossimo anno saranno celebrati i suoi 100 anni dall‘apertura avvenuta nel 1924. Gestito dall‘associazione Archivio fotografico Parisio onlus istituita nel 1995, continua a custodire il patrimonio archivistico di Parisio e quello dei fratelli Troncone.

 

Il fondo fotografico Parisio è dichiarato dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania di notevole interesse storico perché “composto di 70.000 negativi, album e macchinari d‘epoca, dal secondo decennio del Novecento al 1985. L‘archivio costituisce una delle più importanti fonti fotografiche per la Storia di Napoli e del Mezzogiorno”.

 

Insomma, specie per chi non ha mai visitato gli spazi di Parisio, che non sempre sono aperti al pubblico, questa mostra è l‘occasione buona anche per incontrare Stefano Fittipaldi, sempre disponibile a raccontare le storie dell‘atelier e i progetti futuri dell‘associazione.

 

 

Un viaggio della Napoli degli anni Trenta. Le foto di Giulio Parisio e dei fratelli Troncone

a cura di Stefano Fittipaldi

dal 26 maggio al 2 luglio 2023

Aperta il giovedì, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 18.00

Archivio Parisio – Piazza del Plebiscito, Porticato San Francesco di Paola,10 – Napoli

Info: info@archiviofotograficoparisio.it

archiviofotograficoparisio.it

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