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JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

Marco Maraviglia //

JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

Il fotografo artivista parigino a Napoli per una installazione site specific sulla facciata del Duomo

Maggio 2025

Qualcuno attacca sulla facciata del Duomo immagini che ritraggono alcuni napoletani.

Qualcuno decanta questa installazione site specific composta da un collage fotografico in maxi stencil.

Qualcun altro grida al sacrilegio, alla dissacrazione del massimo monumento ecclesiastico di Napoli.

È un social tormentone.

È street art. È stencil art. Murales con carta e colla. Alla Banksy, Ernest Pignon, Zilda, per intenderci.

È un modo per mostrare un certo affetto verso un luogo, una città.

È il rilievo, il carotaggio di una parte degli abitanti della città contemporanea portandone alla ribalta cronache, storie che sono la materia che formano il corpo pulsante di Napoli.

 

Poi passerà qualche giorno, settimane forse, e ci dedicheremo a qualche altra notizia del momento.

Perché la pioggia staccherà man mano l‘installazione. Perché forse sarà la Curia a rimuovere il tutto dopo un certo lasso di tempo.

Perché l‘opera è effimera e resteranno solo le foto, i video, articoli cartacei o digitali come questo, a documentare l‘ennesima piccola e grande follia urbana di un artista che viene da Parigi.

È stato JR! Uno degli artisti internazionali più noti del momento. Un menestrello dell‘arte che “canta” in pubblico usando muri e facciate monumentali.

È Public Art ma non invasiva perché innanzitutto temporanea. Effimera.

 

24 settembre 2024

Piazza Dante. Esterno giorno.

C‘è un set con pedana in un box, fondale verde, luci bank, microfonista con lunga asta per microfono antivento, assistente con il nagra; una decina di persone tra responsabile comparse, location manager, segretaria di edizione, aiuto regia, assistenti e chi volete voi. A circa 10 metri c‘è un altro box con un operatore fotografo che riprende con una fotocamera e, tramite un capture camera, passa già le immagini in bianconero per bilanciarle tutte tra di loro, in tempo reale, con la stessa scala di grigi.

Seduto sotto al set, c‘è JR che osserva la gente che non si ferma in posa. Ha il suo abituale cappello nero e occhiali scuri, visiona da un monitor la scena. Dietro di lui c‘è un tabellone con un prospetto tecnico della facciata del Duomo dove è appuntata una piccola simulazione con alcune foto già scattate, stampate e ritagliate lungo i bordi dei soggetti ritratti.

Da un altro lato le comparse attendono. Di farsi fotografare. Raccontare un po‘ la loro storia.

 

Cerco di entrare in contatto con un responsabile dell‘ufficio stampa o con qualcuno per avere qualche notizia tecnica ma sembra che non ci sia. Forse non ce n‘è bisogno. Perché il tutto sarà raccontato nel maggio 2025.

 

 

JR alla ricerca dell‘identità urbana

Quando vidi nel 2011 il video di un suo monologo su TED Ideas Changing Everythings, collocai JR in quella cerchia che definisco “Artisti Utili”: tra un Joseph Beuys con le sue 7.000 querce e un Daumier o Théodore Géricault che non temevano le ripercussioni del governo francese che contestavano; tra un Picasso con Guernica che denunciava il massacro della guerra civile e certi designer della Fun Theory.

Nel 2008 era entrato in contatto con le donne delle favelas brasiliane. Si era fatto raccontare le loro storie dure e di stenti. Le fotografò e stampò quei ritratti in maxi formato ricoprendo le facciate e i tetti delle abitazioni. In quel periodo, si dice, l‘indice di criminalità nella zona si abbassò. Perché ci fu uno scatto d‘orgoglio identitario della popolazione. La “teoria della finestra rotta” docet.

Attraverso le sue installazioni JR intende «capovolgere il mondo con l‘arte».

Mettere al centro dell‘attenzione la gente comune e, non solo darle la notorietà di quegli oltre 15‘ warholiani, ma sensibilizzare sullo status della sovranità della stessa gente. “Io ci sono, quindi conto” è un po‘ il senso detto alla spicciolata. Una roba che ricorda un po‘ il progetto Razza Umana di Oliviero Toscani.
JR si definisce un artivista, attivista attraverso l‘arte.

Le sue installazioni più spettacolari consistono in fotomontaggi di enormi gruppi di persone con effetti tridimensionali sfruttando non raramente l‘anamorfismo come le scogliere sotto la Torre Eiffel o nell‘ampio cortile del Louvre o, ancora, come “La ferita” sulla facciata di Palazzo Strozzi per sensibilizzare sull‘accessibilità ai luoghi della cultura nell‘epoca della pandemia covidiana.

Insomma, tra lavori realizzati a Parigi, New York, Amsterdam, Berlino, Messico… ci sono già tante pubblicazioni cartacee e online su JR che raccontano il suo lavoro, la sua poetica.

Installazioni dai contenuti socio-antropologici intensi e talvolta drammatici, ma realizzati con quel sorriso bianco e innocente da bambino che spicca dall‘outfit nero di JR.

 

Il mistero del look di JR

Alcune elucubrazioni rosa-gossip sul nero di JR.

JR è l‘acronimo del suo nome: Jean René. Sembra che alluda al personaggio principale della serie americana “Dallas”: J. R. Ewing.

È già scuro di carnagione di per sé e indossa prevalentemente abiti casual neri che gli danno una certa eleganza anche se in jeans. Forse anche per la sua altezza che sarà sopra i 1,90 metri.

Cappello modello fedora a falde strette. Rigorosamente nero. Occhiali scuri. Sembra che non esistano in rete foto di JR senza occhiali.

Normalmente ha solo mani e volto scoperti. Zip del giubbotto tirata fino al collo come se volesse nascondere la probabile assenza di tatuaggi che potrebbe essere invece una peculiarità per un artista contemporaneo.

Nato sotto il segno dei pesci il 22 febbraio 1983. Barba folta e nera di 2-3 mm.

Il suo look lo cela come uno street artist che indossa il cappuccio, ma ha una silhouette che lo caratterizza rendendolo riconoscibile a distanza.


 

The Chronicles of Naples

Progetto Croniques

di JR

lavorazione dal 23 al 29 settembre 2024

installazione: maggio 2025

Facciata principale del Duomo di Napoli

 

Tappe di lavorazione:

 

23 settembre

luogo: Piazza sanità

ora: 12-19

24 settembre

luogo: Piazza Dante

ora: 12-19

25 settembre

luogo: Fuorigrotta Piazza San vitale

ora: 12-19

26 settembre

luogo: Mergellina Largo Sermoneta

ora: 12-19

27 settembre

luogo: San Giovanni a Teduccio Parco Troisi

ora: 12-19

28 settembre

luogo: Piazza Cavour

ora: 12-19

29 settembre

luogo: Borgo di Sant‘Antonio piazza Sant‘Anna a Capuana

ora: 9-13


Foto di copertina e interna: © Marco Maraviglia

JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

# 6574
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I social del futuro capiranno chi sei: come l’AI sta spostando il marketing dal contenuto alla persona

I social network stanno smettendo di analizzare solo i contenuti per iniziare a modellare l’identità di chi li pubblica.

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Giovanni A. Scognamiglio //

I social del futuro capiranno chi sei: come l’AI sta spostando il marketing dal contenuto alla persona

I social network stanno smettendo di analizzare solo i contenuti per iniziare a modellare l’identità di chi li pubblica.

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I social del futuro capiranno chi sei: come l’AI sta spostando il marketing dal contenuto alla persona

In breve. I social network stanno smettendo di analizzare solo i contenuti per iniziare a modellare l’identità di chi li pubblica. Questo sposta il marketing dalla logica del contenuto a quella della relazione e ridefinisce il ruolo del social media manager: meno esecutore tecnico, più direttore culturale della presenza digitale. Ecco perché sta accadendo, cosa dicono i dati e qual è il rischio nascosto.


Per anni abbiamo descritto i social network come enormi distributori di contenuti: una macchina incaricata di decidere quali video mostrarci, quali post leggere, quali fotografie meritassero attenzione e quali sparire nel rumore dello scrolling. Noi pubblichiamo, l’algoritmo decide.

Dentro questa logica il social media marketing ha imparato un mestiere preciso: orari migliori per pubblicare, durata ideale dei video, parole che alzano l’engagement, hook capaci di trattenere lo sguardo nei primi tre secondi.

Abbiamo imparato a costruire contenuti. Ma il terreno si sta spostando sotto i piedi, e se ne parla ancora troppo poco.

I social stanno davvero iniziando a capire chi pubblica?

Sì. I sistemi di raccomandazione non analizzano più soltanto il singolo contenuto: hanno iniziato a modellare anche le persone che lo producono. Non è una previsione: è già nei lavori di chi quei sistemi li costruisce.

Una ricerca pubblicata da ingegneri di LinkedIn nel 2021 (Feedback Shaping: A Modeling Approach to Nurture Content Creation) propone esplicitamente un approccio per prevedere come il feedback degli utenti incentiva i creator, perché la salute di una piattaforma dipende tanto dal nutrire chi produce quanto dal soddisfare chi consuma.

Altri studi accademici su YouTube, TikTok e piattaforme simili descrivono una “doppia influenza”: la raccomandazione modella le preferenze di chi guarda e, allo stesso tempo, spinge i creator a modificare continuamente il proprio stile per intercettare meglio il pubblico.

In mezzo a questo c’è un dettaglio strutturale che cambia tutto: nel modello algoritmico puro il numero di iscritti conta sempre meno, perché ogni post viene ottimizzato per conto suo, in base al tema e alla qualità percepita.

Chi pubblica perde prevedibilità e controllo sulla propria reach. La piattaforma, in compenso, accumula un profilo sempre più fine di chi sei come comunicatore.

È un passaggio enorme.

Fino a ieri l’algoritmo si chiedeva:
questo contenuto potrebbe interessarti?

Domani la domanda somiglierà molto di più a:
questa persona ti somiglia? Ti rassicura? Ti fa sentire compreso?

Il baricentro si sta spostando dal contenuto alla relazione.

Perché la perfezione dei contenuti non è più un vantaggio competitivo

Perché è diventata replicabile a costo quasi zero.

Quando chiunque può generare immagini spettacolari, testi e video professionali con l’AI, la qualità visiva smette di distinguere un brand dall’altro. Ciò che resta scarso, e quindi prezioso, è l’umano non automatizzabile.

Negli ultimi anni la produzione di contenuti si è democratizzata fino all’estremo. Per un decennio il social media marketing ha inseguito feed impeccabili e comunicazione ultra-filtrata; oggi quella perfezione stanca, non perché sia sbagliata, ma perché non costa più nulla ottenerla.

Ciò che non si automatizza facilmente — il tono personale, l’ironia che nasce dal contesto, la sensibilità culturale, perfino le imperfezioni che segnalano una presenza reale dietro lo schermo — torna a essere il vero fattore distintivo.

Ed è proprio qui che cambia anche la creator economy: non vince più soltanto chi pubblica meglio, ma chi riesce a costruire una relazione percepita come autentica.

Come fanno le piattaforme a “leggere” un’identità?

Attraverso l’affective computing: il riconoscimento automatico di stati emotivi e segnali relazionali.

Questi sistemi analizzano in modo combinato espressioni facciali, intonazione della voce, ritmo del parlato e sentiment del testo, mentre il mercato dell’Emotion AI viene proiettato in forte crescita nei prossimi anni, soprattutto nelle applicazioni di customer experience.

Qui le due dinamiche si saldano: le piattaforme stanno imparando a leggere proprio quei segnali umani che stanno diventando scarsi.

I risultati di accuratezza che i fornitori presentano sono elevati, ma vanno valutati con cautela: sono dati di parte, e la ricerca indipendente segnala limiti importanti legati ai bias dei dataset e alla trasparenza dei modelli.

La traduzione, per chi fa comunicazione, è semplice e impegnativa insieme: l’obiettivo delle piattaforme non sarà più solo trattenere gli utenti davanti a uno schermo, ma costruire compatibilità percepita tra identità digitali.

Meno piazza pubblicitaria in cui interrompere l’attenzione. Più ambiente relazionale in cui far combaciare persone.

Quali sono i rischi di social che “capiscono chi sei”?

I due rischi principali sono la sorveglianza emotiva e la simulazione dell’autenticità.

Il primo riguarda la privacy: i dati emotivi sono tra i più intimi che esistano. Il secondo è più sottile: se l’autenticità diventa il fattore premiante, l’AI imparerà inevitabilmente a simularla.

A questo punto è onesto fermarsi sulla parte scomoda della tesi, perché un’analisi che celebra soltanto sé stessa è poco credibile.

Sul fronte etico, i ricercatori sono espliciti: la raccolta opaca di dati emotivi erode la fiducia invece di costruirla. Non a caso si discute di tutele speciali, e il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act) limita l’uso del riconoscimento delle emozioni negli ambiti più delicati, come lavoro e istruzione.

La seconda obiezione colpisce il cuore dell’argomento.

Se l’autenticità diventa un obiettivo da ottimizzare, diventa prevedibilmente qualcosa che l’AI imparerà a riprodurre.

La letteratura recente parla apertamente di “illusione della compassione” e di “pseudo-intimità”: macchine che performano empatia in modo sempre più convincente senza provarla davvero.

Il rischio concreto, per il marketing, è una corsa in cui l’autenticità fabbricata scaccia quella reale, esattamente come la perfezione visiva ha smesso di significare qualcosa quando è diventata gratuita.

Questo non smonta la tesi: la rende più seria.

Perché se l’autentico è simulabile, allora il vantaggio competitivo non sta nel sembrare umani, ma nell’esserlo in modi difficili da replicare: esperienza vissuta, punto di vista, responsabilità su ciò che si dice.

Ed è qui che il ruolo dei professionisti, anziché ridursi, si alza.

Cosa farà il social media manager del futuro?

Assomiglierà sempre meno a un gestore di contenuti e sempre di più a un direttore culturale della presenza digitale: una figura capace di interpretare i linguaggi contemporanei, costruire identità credibili, leggere i cambiamenti sociali e dare coerenza a una narrazione.

Meno esecuzione, più visione.

Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé la stessa paura iniziale: che la tecnica sostituisca le competenze umane.

È successo con la fotografia, il desktop publishing, il web design, i social stessi. E ogni volta la storia ha preso un’altra strada: gli strumenti automatizzano le operazioni ripetitive e, proprio per questo, fanno crescere il valore delle competenze culturali, strategiche e creative.

Un sistema può generare migliaia di immagini, ma non ha esperienza del mondo, non conosce davvero il contesto sociale, non comprende fino in fondo l’ironia, il desiderio o la tensione culturale di un’epoca.

Può produrre forme. Il senso resta una responsabilità umana.

Vale anche per la formazione: per molto tempo imparare la comunicazione ha significato imparare gli strumenti. Ma ora che gli strumenti sono accessibili a tutti, ciò che fa davvero la differenza è il pensiero progettuale.

Capire perché un messaggio funziona. Perché un’identità genera fiducia. Perché certi linguaggi creano appartenenza e altri soltanto rumore.

La conclusione: un paradosso profondamente umano

C’è un paradosso, in tutto questo, ed è forse la parte più interessante.

L’intelligenza artificiale, spingendo le piattaforme a misurare le emozioni, sta riportando il marketing verso qualcosa di profondamente umano: la qualità delle relazioni.

Per anni abbiamo parlato di utenti. Lentamente torniamo a parlare di persone, con tutta l’ambivalenza che questo comporta.

La rivoluzione che ci aspetta non saranno social più artificiali, ma social che avranno bisogno di professionisti sempre più capaci di interpretare e difendere ciò che rende autentica la comunicazione umana, proprio mentre le macchine imparano a imitarla.


Domande frequenti

I social network analizzano le persone o solo i contenuti?
Storicamente i sistemi di raccomandazione ottimizzavano le preferenze di chi consumava contenuti. La ricerca recente mostra però un’evoluzione: le piattaforme modellano sempre più anche i creator, il loro stile e i segnali relazionali che trasmettono, spostando il focus dal singolo contenuto all’identità di chi lo pubblica.

Cos’è l’affective computing applicato ai social?
È il riconoscimento automatico di stati emotivi e segnali relazionali a partire da espressioni facciali, voce, ritmo del parlato e sentiment del testo. Applicato ai social e al marketing, punta a misurare l’empatia percepita e la prossimità che una persona comunica, non solo le metriche di engagement.

L’intelligenza artificiale sostituirà i social media manager?
No. L’AI automatizza la produzione e l’esecuzione, ma aumenta il valore delle competenze culturali, strategiche e creative. Il ruolo evolve verso quello di un direttore culturale della presenza digitale, responsabile di visione, identità e coerenza narrativa.

È legale per le piattaforme analizzare le emozioni degli utenti?
Dipende dal contesto. L’AI Act europeo limita o vieta il riconoscimento delle emozioni in alcuni ambiti sensibili, come lavoro e istruzione, ma lo consente in altri. Resta aperto un ampio dibattito sulla privacy, perché i dati emotivi sono considerati tra i più sensibili.

 

 

Frequently asked questions

Do social networks analyze people or just content?
Historically, recommender systems optimized for the preferences of content consumers. Recent research shows an evolution: platforms increasingly model creators too — their style and the relational signals they transmit — shifting the focus from the individual piece of content to the identity of the person publishing it.

What is affective computing in social media?
It’s the automatic recognition of emotional states and relational signals from facial expressions, voice, speech rhythm and text sentiment. Applied to social media and marketing, it aims to measure perceived empathy and the sense of closeness a person communicates, not just engagement metrics.

Will AI replace social media managers?
No. AI automates production and execution, but raises the value of cultural, strategic and creative skills. The role evolves toward that of a “cultural director” of digital presence, responsible for vision, identity and narrative coherence.

Is it legal for platforms to analyze users’ emotions?
It depends on the context. The European AI Act bans emotion recognition in domains such as the workplace and education, but permits it in others. A privacy debate remains open, because emotional data is considered among the most sensitive.

 

 

Version française

Les réseaux sociaux de demain comprendront qui vous êtes : comment l’IA déplace le marketing du contenu vers l’identité

En bref. Les plateformes sociales passent de l’analyse des contenus à la modélisation de l’identité de ceux qui les publient. Ce glissement fait passer le marketing d’une logique de contenu à une logique de relation, et redéfinit le rôle du social media manager : moins exécutant technique, davantage directeur culturel de la présence numérique. Ci-dessous : pourquoi cela se produit, ce que disent les données et le risque caché.


Pendant des années, nous avons décrit les réseaux sociaux comme d’immenses distributeurs de contenus : une machine chargée de décider quelles vidéos nous montrer, quels posts lire, quelles photos méritaient l’attention et lesquelles devaient disparaître dans le bruit du défilement. Nous publions, l’algorithme décide.

Dans cette logique, le social media marketing a appris un métier précis : les meilleurs horaires de publication, la durée idéale des vidéos, les mots qui font monter l’engagement, les accroches qui retiennent l’attention dans les trois premières secondes.

Nous avons appris à fabriquer des contenus. Mais le terrain se déplace sous nos pieds, et on en parle encore bien trop peu.

Les plateformes commencent-elles vraiment à comprendre qui publie ?

Oui. Les systèmes de recommandation n’analysent plus seulement le contenu pris isolément : ils ont commencé à modéliser les personnes qui le produisent. Ce n’est pas une prédiction, c’est déjà dans les travaux de ceux qui conçoivent ces systèmes.

Un article publié par des ingénieurs de LinkedIn en 2021 (Feedback Shaping: A Modeling Approach to Nurture Content Creation) propose explicitement une approche pour prédire comment le retour des utilisateurs incite les créateurs, partant du principe que la santé d’une plateforme dépend autant du soin apporté à ceux qui produisent que de la satisfaction de ceux qui consomment.

D’autres études universitaires sur YouTube, TikTok et des plateformes comparables décrivent une « double influence » : la recommandation façonne les préférences de ceux qui regardent et, dans le même temps, pousse les créateurs à ajuster sans cesse leur style pour mieux capter une audience.

Au milieu de tout cela se trouve un détail structurel qui change tout : dans le modèle purement algorithmique, le nombre d’abonnés compte de moins en moins, car chaque publication est optimisée pour elle-même, en fonction du sujet et de la qualité perçue.

Celui qui publie perd en prévisibilité et en contrôle sur sa portée. La plateforme, en revanche, accumule un profil de plus en plus fin de qui vous êtes en tant que communicant.

C’est un basculement majeur.

Hier encore, l’algorithme se demandait :
ce contenu pourrait-il vous intéresser ?

Demain, la question ressemblera davantage à :
cette personne vous ressemble-t-elle ? Vous rassure-t-elle ? Vous fait-elle vous sentir compris ?

Le centre de gravité passe du contenu à la relation.

Pourquoi la perfection des contenus n’est-elle plus un avantage ?

Parce qu’elle est devenue reproductible à un coût quasi nul.

Lorsque n’importe qui peut générer des images spectaculaires, des textes et des vidéos professionnelles avec l’IA, la qualité visuelle cesse de distinguer une marque d’une autre. Ce qui reste rare — et donc précieux — c’est l’humain qui ne s’automatise pas.

Ces dernières années, la production de contenus s’est démocratisée à l’extrême. Pendant une décennie, les marques ont poursuivi des fils impeccables et une communication ultra-filtrée ; aujourd’hui cette perfection lasse, non parce qu’elle serait mauvaise, mais parce qu’elle ne coûte plus rien à obtenir.

Ce qui ne s’automatise pas facilement — un ton personnel, l’ironie née du contexte, la sensibilité culturelle, jusqu’aux imperfections qui signalent une présence réelle derrière l’écran — redevient le véritable facteur de différenciation.

Et c’est précisément ici que change aussi la creator economy : ne gagne plus seulement celui qui publie le mieux, mais celui qui parvient à construire une relation perçue comme authentique.

Comment les plateformes « lisent-elles » réellement une identité ?

Grâce à l’informatique affective (affective computing) : la reconnaissance automatique des états émotionnels et des signaux relationnels.

Ces systèmes analysent de façon combinée les expressions du visage, l’intonation de la voix, le rythme de la parole et le sentiment du texte, et le marché de l’Emotion AI est annoncé en forte croissance jusqu’en 2035, porté surtout par les applications liées à l’expérience client.

C’est ici que les deux dynamiques se rejoignent : les plateformes apprennent à lire précisément ces signaux humains qui se raréfient.

Les taux de précision avancés par les fournisseurs sont élevés, mais doivent être considérés avec prudence : ce sont des données auto-déclarées, et la recherche indépendante pointe des limites importantes concernant les biais des jeux de données et la transparence des modèles.

La traduction pour ceux qui font de la communication est à la fois simple et exigeante : l’objectif des plateformes ne sera plus seulement de retenir les utilisateurs devant un écran, mais de construire une compatibilité perçue entre identités numériques.

Moins une place publicitaire où interrompre l’attention, davantage un environnement relationnel où faire correspondre des personnes.

Quels sont les risques de réseaux sociaux qui « comprennent qui vous êtes » ?

Les deux risques principaux sont la surveillance émotionnelle et la simulation de l’authenticité.

Le premier concerne la vie privée : les données émotionnelles comptent parmi les plus intimes qui soient. Le second est plus subtil : si l’authenticité devient le trait récompensé, l’IA apprendra à la simuler.

Il est honnête de s’arrêter sur la part inconfortable de la thèse, car une analyse qui ne fait que se célébrer elle-même n’est guère crédible.

Sur le plan éthique, les chercheurs sont explicites : la collecte opaque de données émotionnelles érode la confiance au lieu de la construire. Ce n’est pas un hasard si des protections spéciales sont débattues, et le règlement européen sur l’intelligence artificielle (AI Act) interdit la reconnaissance des émotions précisément dans les domaines les plus sensibles — le travail et l’éducation — tout en l’autorisant ailleurs.

La seconde objection touche au cœur de l’argument.

Si l’authenticité devient un objectif à optimiser, elle devient, de façon prévisible, quelque chose que l’IA apprendra à reproduire.

La littérature récente parle ouvertement d’« illusion de la compassion » et de « pseudo-intimité » : des machines qui jouent l’empathie de manière toujours plus convaincante sans l’éprouver réellement.

Le risque concret, pour le marketing, est une course où l’authenticité fabriquée chasse l’authentique, exactement comme la perfection visuelle a cessé de signifier quoi que ce soit dès qu’elle est devenue gratuite.

Cela ne démolit pas la thèse : cela la rend plus sérieuse.

Car si l’authentique est simulable, alors l’avantage concurrentiel ne réside pas dans le fait de paraître humain, mais de l’être de manières difficiles à reproduire : l’expérience vécue, le point de vue, la responsabilité de ce que l’on dit.

Et c’est précisément là que le rôle des professionnels, loin de se réduire, s’élève.

Que fera le social media manager de demain ?

Il ressemblera de moins en moins à un gestionnaire de contenus et de plus en plus à un directeur culturel de la présence numérique : quelqu’un capable d’interpréter les langages contemporains, de construire des identités crédibles, de lire les mutations sociales et de donner de la cohérence à un récit.

Moins d’exécution, plus de vision.

Chaque révolution technologique apporte la même peur initiale : que la technique remplace les compétences humaines.

C’est arrivé avec la photographie, la PAO, le web design, les réseaux sociaux eux-mêmes. Et chaque fois, l’histoire a pris un autre chemin : les outils automatisent les opérations répétitives et, précisément pour cette raison, font monter la valeur des compétences culturelles, stratégiques et créatives.

Un système peut générer des milliers d’images, mais il n’a pas d’expérience du monde, ne connaît pas vraiment le contexte social, ne saisit pas pleinement l’ironie, le désir ou la tension culturelle d’une époque.

Il peut produire des formes. Le sens demeure une responsabilité humaine.

Cela vaut aussi pour la formation : pendant longtemps, apprendre la communication signifiait apprendre les outils. Mais maintenant que les outils sont accessibles à tous, ce qui fait réellement la différence, c’est la pensée par le projet.

Comprendre pourquoi un message fonctionne. Pourquoi une identité génère de la confiance. Pourquoi certains langages créent de l’appartenance et d’autres seulement du bruit.

La conclusion : un paradoxe profondément humain

Il y a un paradoxe dans tout cela, et c’est probablement la partie la plus intéressante.

L’intelligence artificielle, en poussant les plateformes à mesurer les émotions, ramène le marketing vers quelque chose de profondément humain : la qualité des relations.

Pendant des années, nous avons parlé d’utilisateurs. Lentement, nous revenons à parler de personnes, avec toute l’ambivalence que cela implique.

La révolution qui nous attend ne sera pas celle de réseaux sociaux plus artificiels, mais celle de réseaux sociaux qui auront besoin de professionnels toujours plus capables d’interpréter et de défendre ce qui rend la communication humaine authentique, précisément au moment où les machines apprennent à l’imiter.


Questions fréquentes

Les réseaux sociaux analysent-ils les personnes ou seulement les contenus ?
Historiquement, les systèmes de recommandation optimisaient les préférences de ceux qui consomment les contenus. La recherche récente montre cependant une évolution : les plateformes modélisent de plus en plus aussi les créateurs, leur style et les signaux relationnels qu’ils transmettent, déplaçant le centre d’attention du contenu pris isolément vers l’identité de celui qui publie.

Qu’est-ce que l’informatique affective appliquée aux réseaux sociaux ?
Il s’agit de la reconnaissance automatique des états émotionnels et des signaux relationnels à partir des expressions du visage, de la voix, du rythme de la parole et du sentiment du texte. Appliquée aux réseaux sociaux et au marketing, elle vise à mesurer l’empathie perçue et le sentiment de proximité qu’une personne communique, et pas seulement les indicateurs d’engagement.

L’intelligence artificielle va-t-elle remplacer les social media managers ?
Non. L’IA automatise la production et l’exécution, mais augmente la valeur des compétences culturelles, stratégiques et créatives. Le rôle évolue vers celui d’un directeur culturel de la présence numérique, responsable de la vision, de l’identité et de la cohérence narrative.

Est-il légal pour les plateformes d’analyser les émotions des utilisateurs ?
Cela dépend du contexte. Le règlement européen sur l’IA (AI Act) interdit ou limite la reconnaissance des émotions dans certains domaines sensibles, comme le travail et l’éducation, mais l’autorise dans d’autres. Le débat sur la vie privée reste ouvert, car les données émotionnelles figurent parmi les plus sensibles.

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JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

Paolo Falasconi //

Photography & Design Awards 2026: 10 concorsi strategici per emergere davvero

Call internazionali selezionate con deadline aperte e una guida concreta per trasformarle in opportunità di carriera.

Nel nostro settore, partecipare ai concorsi viene spesso percepito come un esercizio accessorio, quasi una deviazione rispetto al lavoro “reale”. In realtà, è esattamente il contrario.


I concorsi rappresentano uno dei pochi spazi ancora liberi da logiche di committenza, dove il progetto torna ad essere espressione pura di visione. È lì che si misura la distanza tra chi esegue e chi pensa.

Per un designer o un fotografo, candidare un lavoro non significa semplicemente mettersi in gara, ma attivare un processo molto più profondo: selezionare, sintetizzare, costruire un racconto. In altre parole, fare esattamente ciò che distingue un professionista maturo da un esecutore tecnico.


C’è poi un aspetto che viene spesso sottovalutato: i concorsi non premiano necessariamente il lavoro migliore in senso assoluto, ma quello più chiaro, più leggibile, più consapevole del proprio posizionamento. E questo, nel mercato contemporaneo, è tutto.

Partecipare con continuità significa allenarsi a questo livello di lucidità. Significa imparare a guardare il proprio lavoro da fuori, a dargli un contesto, a costruirne il valore. È un esercizio strategico prima ancora che creativo.


Infine, c’è un dato oggettivo: molte delle opportunità più interessanti — collaborazioni, pubblicazioni, contatti internazionali — nascono proprio all’interno di questi circuiti. Non perché si vinca, ma perché si entra in una conversazione più ampia. Per questo motivo, oggi più che mai, i concorsi non sono un punto di arrivo.

Sono uno strumento di posizionamento. E, se usati con intelligenza, possono diventare uno dei pochi veri acceleratori di carriera nel mondo della comunicazione visiva.


Abbiamo selezionato 10 contest internazionali (tra fotografia e arti visive) con deadline nei prossimi mesi, ideali per creativi, art director e fotografi che vogliono mettersi in gioco ora.


1. International Photography Awards (IPA) 2026


Premio iconico con categorie per professionisti e giovani designer.

Vai al sito ufficiale

Deadline regolare: 30 aprile 2026 (finale: 30 giugno)

Plus: possibilità di vincere “Photographer of the Year”



2. ND Awards 2026


Concorso internazionale dedicato alla fotografia contemporanea.

Vai al sito ufficiale

Deadline: 26 aprile 2026 

Premi: oltre 10.000 dollari



3. MonoVisions Photography Awards 2026


Focus sulla fotografia in bianco e nero.

Vai al sito ufficiale

Deadline: 17 maggio 2026

Ideale per: fotografi fine art



4. LensCulture Portrait Awards 2026


Uno dei contest più influenti nel mondo della fotografia contemporanea.

Partecipa qui

Deadline: primavera 2026 (variabile per categoria) 

Plus: Forte esposizione su media internazionali



5. Vienna International Photo Awards (VIEPA) 2026


Contest europeo con esposizione durante il festival di Vienna.

Vai al sito ufficiale

Deadline: 31 maggio 2026

Ideale per networking europeo



6. Alpine Fellowship Visual Arts Prize 2026


Premio internazionale per arti visive e concept creativi.

Vai al bando

Deadline: 1 maggio 2026

Tema 2026: “Joy”



7. Graphis Design Awards 2026


Premio internazionale di design di altissimo livello.

Vai al bando

Deadline: variabile (call aperta)

Plus: Pubblicazione su Graphis (peso enorme nel settore), ottimo per posizionamento internazionale



8. International Visual Identity Awards 2026


Uno dei pochi contest dedicati SOLO alla brand identity.

Vai al sito ufficiale

Deadline: 30 marzo 2026



9. The Best Brand Awards 2026


Premio internazionale espressamente dedicato al logo design.

Vai al sito ufficiale

Deadline: 30 marzo 2026

Premi: Gold, Silver, Bronze + Best Brand



10. Communication Arts Design Competition 2026


È uno dei concorsi più prestigiosi al mondo per il graphic design editoriale e pubblicitario.

Vai al sito ufficiale

Deadline: 8 maggio 2026

Plus: Pubblicazione nel Design Annual, altissimo valore per portfolio internazionale


# 6469
JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

Paolo Falasconi //

Art Days - Napoli Campania

Al via la quarta edizione con l‘opening il 19 ottobre

Art Days - Napoli Campania


Programma della quarta edizione / 21-27 ottobre 2024

OPENING sabato 19 e domenica 20 ottobre


La Santissima – Community hub / Ex Ospedale Militare, Napoli

Con numerosi appuntamenti, prestigiosi ospiti e due giorni di inaugurazione si apre l’edizione 2024 di Art Days - Napoli Campania: mostre, progetti espositivi speciali, eventi e aperture straordinarie di musei, gallerie e spazi privati e pubblici riuniti in una mappa del contemporaneo. Tema di questa quarta edizione è La foresta di fili, partendo da una rilettura contemporanea della raccolta seicentesca di fiabe Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile. Art Days diventa così un dispositivo narrativo pronto ad accogliere, giorno per giorno, le storie della comunità artistica che costituisce il territorio.

Appuntamento sabato 19 (dalle ore 18 alle 21) e domenica 20 ottobre (dalle ore 11 alle ore 19) per l’inaugurazione dei Progetti Speciali di Art Days 2024, che apriranno straordinariamente le porte del complesso “La Santissima – Community hub” / ex Ospedale Militare.

Dal 21 al 27 ottobre 2024 prosegue la programmazione della manifestazione con i Premi, l’Agenda dell’Arte e un ricco Public Program di talk, seminari e conversazioni a ingresso gratuito.

Art Days è un progetto di imprenditoria culturale tutto al femminile nato nel 2021 con l’ambizione di mappare e mettere a sistema la rete degli attori dell’arte e della cultura contemporanea. Primo evento diffuso per l’arte contemporanea nel capoluogo e nella regione, Art Days si sviluppa sotto la direzione artistica di Valeria Bevilacqua, Martina Campese, Raffaella Ferraro e Letizia Mari, un team under-35 di professioniste dell’arte e della progettazione culturale dell’associazione Attiva Cultural Projects. È supportato da un Comitato Scientifico composto da esperti del settore, quali Teresa Carnevale, Rischa Paterlini e Adriana Rispoli, oltre a Fabio Agovino e Luigi A. M. Rossi.

La manifestazione è realizzata da Attiva Cultural Projects con il patrocinio della Regione Campania, del Comune di Napoli, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e di Fondazione Italia Patria della Bellezza, e con il Matronato della Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee - Museo Madre.


IL PROGRAMMA


I PROGETTI SPECIALI

I Progetti Speciali di Art Days apriranno le porte del complesso “La Santissima– Community hub” / ex Ospedale Militare. Dopo decenni di abbandono, l’edificio monumentale si avvia verso un progetto di rigenerazione nato grazie alla partnership con l’Agenzia del Demanio, Urban Value e Coop4Art, puntando a trasformare il complesso in un vivace centro culturale e polifunzionale. La manifestazione produrrà così un evento espositivo temporaneo ad ingresso gratuito all’interno del complesso monumentale che vede la partecipazione di realtà culturali anche da fuori regione, come Sof:Art di Matteo Novarese e T293 (Roma). Tra gli enti del territorio si conferma la presenza di Collezione Agovino, Dino Morra_Gallery con un progetto ideato e curato da Ernesto Esposito, noh-art in collaborazione con Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea (Milano), 480 Site Specific e la Fondazione Bartolomeo Gatto.

Dopo l’inaugurazione (sabato 19 e domenica 20 ottobre), il complesso sarà aperto per l’intera settimana della manifestazione: da lunedì 21 a venerdì 25 (ore 17 – 21), e sabato 26 e domenica 27 ottobre (ore 11 - 19). Si svolgeranno, inoltre, delle visite speciali a cura di OpenHouse (sabato 19 alle ore 17.30; domenica 20 ore 16.30 e 17.30).

A coronare la sezione Progetti speciali, la Chiesa di San Potito (Via S. Tommaso 1, Napoli) ospiterà, giovedì 24 ottobre dalle ore 18.30, il progetto Arbor promosso da Fondazione The Bank - Istituto per gli studi sulla pittura contemporanea a cura di Mimmo di Marzio. Le opere di Federico Guida vedranno l’intervento performativo di Iaia Forte, accompagnata dalle musiche live di Alessandro Cerino.


IL PUBLIC PROGRAM


Sei gli appuntamenti in calendario fra seminari, tavole rotonde e workshop con esperti nazionali, ospitati da istituzioni di rilievo e con ingresso gratuito, per favorire connessioni nel panorama dell’arte contemporanea oltre i confini regionali e disciplinari.

Tra gli appuntamenti:


• Martedì 22 ottobre, dalle ore 16.00, l’Accademia di Belle Arti di Napoli ospiterà la Tavola rotonda “Narrazione, territorio e rigenerazione”, con la partecipazione di Claudio Gulli, Maria Letizia Paiato (Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) e Alessandra Troncone, con la moderazione di Sofia Marotta.

• Mercoledì 23 ottobre, dalle ore 11.00, la Biblioteca Annalisa Durante (Napoli) ospiterà il seminario “Pratiche artistiche in contesti sociali” a cura di Silvia Valente (NOiSE – Associazione Culturale), con la partecipazione di Eleonora Stassi e Paolo Borro.

• Venerdì 25 ottobre, dalle ore 17.30, presso la sede di Fondazione Banco di Napoli (via dei Tribunali, Napoli), si terrà la Conversazione tra curatori con la partecipazione di Luigi A. M. Rossi (Collezione Agovino), Adriana Rispoli, e Guido Cabib (Collezione Anna Rosa & Giovanni Cotroneo).

• Sabato 26 ottobre, dalle ore 11.00 alle ore 13.00, si svolgerà presso Madre Museum la Tavola rotonda “Prospettive e modelli per la progettazione culturale” con Laura Barreca (Accademia di Belle Arti di Palermo), Claudia Löffelholz (Nosadella.due – Bologna) e Valentina Tanni (Critica d’arte e docente di Digital Art presso il Politecnico di Torino). Modera Caterina Avataneo.


L’AGENDA DELL’ARTE

L’Agenda dell’Arte di Art Days rappresenta il cuore pulsante della manifestazione, con oltre 60 spazi d’arte contemporanea coinvolti, tra musei, gallerie, spazi privati, e fondazioni attivi tra Napoli e la Campania. Ogni giorno, saranno proposte una serie di aperture straordinarie, eventi, vernissage e visite guidate.


• Tra le realtà più importanti di Napoli ci sono: il Museo Madre, PAN | Palazzo delle Arti Napoli, la Galleria Lia Rumma, la Galleria Alfonso Artiaco, e il Palazzo Zevallos Stigliano.

• Fuori città, imperdibili le mostre presso la Fondazione Morra Greco, Villa Pignatelli, e il Museo Correale a Sorrento.

• In provincia, segnaliamo gli eventi a Caserta (con il Museo Campano e la Reggia di Caserta), Salerno (con il Museo FRaC e Fondazione Filiberto Menna), Benevento, e Avellino.


L’Agenda dell’Arte sarà consultabile in dettaglio sulla piattaforma Art Days e sui principali canali social dell’evento.


PREMI ART DAYS


Due importanti Premi Art Days saranno consegnati nel corso della manifestazione. Il primo è il Premio Art Days – Miglior Progetto Espositivo, destinato allo spazio che presenterà la mostra o l’allestimento più innovativo e interessante della manifestazione. Il secondo è il Premio Art Days – Giovani Curatori, rivolto a curatori under 35 che avranno l’opportunità di partecipare a un programma di residenza artistica con realtà partner internazionali. Questi premi rappresentano un riconoscimento importante per stimolare la creatività e l’impegno delle nuove generazioni nel settore dell’arte contemporanea.


PARTNERSHIP E COLLABORAZIONI


Art Days 2024 si avvale del contributo di prestigiosi partner e sponsor, tra cui Fondazione Banco di Napoli, Fondazione Morra Greco, Museo Madre, Gallerie d’Italia – Napoli, e Fondazione The Bank. Inoltre, la manifestazione collabora con istituzioni come il Comune di Napoli, la Regione Campania, e molteplici partner privati e organizzazioni non profit.


Il programma dettagliato e tutti gli eventi dell’edizione 2024 di Art Days saranno disponibili sulla piattaforma ufficiale e sui principali social media dell’evento. Art Days rappresenta una preziosa occasione per scoprire il dinamismo del territorio campano nell’ambito dell’arte contemporanea, favorendo il dialogo tra artisti, curatori, professionisti e appassionati.


# 6458
JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

Ilas Web Editor //

Enzo Cref e la Tipografia Metropolitana: tra Scrittura, Arte e la Caotica Bellezza del Mondo Urbano

Dal 12 ottobre al 16 novembre / Hard2Buff Warehouse Gallery Napoli - Via Nuova delle Brecce, 114 Centro Neapolis, 6

Napoli, una città che si districa tra il sublime e l‘apocalittico, apre le sue braccia all‘arte contemporanea di Enzo Cref, con una mostra dal titolo tanto altisonante quanto provocatorio: TIPOGRAFIA METROPOLITANA™. E già dal titolo ci troviamo di fronte a un dilemma esistenziale degno di Freud: è possibile che la tipografia, un mondo di ordine e precisione, possa realmente convivere con l’anarchia metropolitana? A quanto pare, per Cref, sì. Dal 12 ottobre al 16 novembre, presso la Hard2Buff Warehouse Gallery, questa dicotomia prenderà forma. Il titolo stesso, per non parlare del ™ che chiude la frase con un tocco quasi kafkiano, sembra volerci dire: “Qui si sigilla un patto tra il passato e il futuro, tra l’arte e la città.”

Le origini: dall‘Antica Grecia al Bronx, con una tappa a Napoli

Ora, non lasciatevi ingannare dall’uso della parola "tipografia". Non stiamo parlando della classica bottega di Gutenberg, con i suoi caratteri mobili e l’odore inebriante di inchiostro fresco. No, TIPOGRAFIA METROPOLITANA™ è molto più vicina a ciò che Walter Benjamin chiamava l’“aura” dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, un concetto che qui viene remixato in un affresco visivo di graffiti, insegne luminose e schermi ipnotici. Napoli diventa così la città palinsesto dove ogni traccia, ogni segno lasciato su un muro, è il frutto di un’umanità in perenne conflitto con il tempo, la storia e, naturalmente, il traffico.

Cref, artista nato a Napoli nel 1983, ha vissuto il mondo come se stesse girando un film di Jean-Luc Godard, dove ogni lettera sul muro è una citazione e ogni opera è una sfida. Nel suo immaginario, la città diventa un gigantesco laboratorio semantico: le lettere diventano forme, le parole si trasformano in segni e la tipografia – intesa nel senso etimologico greco di týpos (impronta) e gráphein (scrivere) – non è più un atto meccanico, ma una poesia visiva. Qualcosa di simile a ciò che Borges avrebbe immaginato se si fosse avvicinato all‘arte del graffiti invece che alla letteratura.

Enzo Cref e la Tipografia Metropolitana: tra Scrittura, Arte e la Caotica Bellezza del Mondo Urbano

Scrittura e caos: il lungo cammino del graffito verso l‘arte e la grafica

Se Hegel fosse vivo oggi, e avesse una bomboletta di vernice spray, probabilmente la userebbe per spiegare la dialettica dello spirito nelle città moderne. E non è un caso che Enzo Cref abbia iniziato il suo percorso proprio come writer, negli anni ‘90, quando la cultura underground di New York già faceva eco a Napoli. Il Bronx era lontano geograficamente, ma la ribellione del writing non conosceva confini. Così Cref cominciò a trasformare le strade di Napoli in un testo visivo in progress, dove ogni muro diventava una pagina di un romanzo in continua evoluzione.

Come Nietzsche, che scrisse Al di là del bene e del male, anche Cref ha attraversato il bene e il male del paesaggio urbano. Le sue lettere non sono solo segni grafici, ma racconti frammentari di una vita vissuta tra il caos metropolitano e la ricerca di un ordine interiore. Le sue parole dipinte sui muri hanno la stessa potenza delle sentenze lapidarie di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.” Ma tacere non è mai stata un’opzione per Cref, che ha sempre preferito urlare il suo messaggio, a volte letteralmente, con spray e pennelli.

Ma l‘approccio di Cref non si ferma ai graffiti: la sua formazione si estende al graphic design, ambito in cui ha saputo applicare la stessa sensibilità tipografica e visiva. Con una laurea specialistica in Arti Visive e un‘intensa carriera come art director, ha contribuito a progetti di branding e visual identity, riuscendo a fondere l‘immediatezza del writing con la precisione richiesta dal mondo della grafica. Ha lavorato per clienti locali e nazionali, creando identità visive che portano l‘impronta della sua esperienza urbana, e progettando cataloghi d‘arte e materiali editoriali con la stessa attenzione al dettaglio che dedica alle sue opere murali.

Enzo Cref e la Tipografia Metropolitana: tra Scrittura, Arte e la Caotica Bellezza del Mondo Urbano

Un marchio di fabbrica che non si chiude mai

Eppure, ecco che arriva il ™. Il trademark, il simbolo che sigilla e allo stesso tempo apre un nuovo capitolo. Se Andy Warhol ha fatto del branding una forma d’arte, Enzo Cref prende quel simbolo di potere economico e lo trasforma in un atto di rivendicazione artistica. Non si tratta solo di rivendicare l’esclusività di un’opera, ma di mettere un punto fermo, un “punto e a capo” su un ciclo creativo, per iniziarne uno nuovo. Come direbbe Derrida, ogni chiusura è solo l’inizio di una nuova decostruzione.

Hard2Buff Gallery diventa allora la cornice perfetta per questo dialogo tra passato e futuro. Fondata nel 2022 in un magazzino industriale, la galleria è la quintessenza del moderno: un soppalco che sovrasta lo spazio di un deposito di vernici spray Montana Cans, una sorta di “bottega rinascimentale” dell’arte urbana. Ed è proprio in questa cornice che Enzo Cref presenta le sue opere: lettere che danzano nel caos urbano, scritture che raccontano la complessità della vita moderna, un flusso visivo incessante che rimanda alla Comédie Humaine di Balzac, ma con un tocco decisamente più pop.

Enzo Cref e la Tipografia Metropolitana: tra Scrittura, Arte e la Caotica Bellezza del Mondo Urbano

La mostra: dove la città diventa linguaggio visivo

E alla fine cosa ci resta? Una città. Una città fatta di parole, di lettere, di segni, di significati stratificati. Ogni angolo della mostra TIPOGRAFIA METROPOLITANA™ ci racconta di come la scrittura urbana possa diventare un linguaggio visivo in continua evoluzione, un po‘ come quel flusso ininterrotto di coscienza che Joyce usava per descrivere Dublino. Qui però non parliamo di Ulisse, ma di un artista che, attraverso il lettering e la grafica, ci racconta la vita urbana, con le sue contraddizioni, le sue bellezze e le sue ombre.

Enzo Cref non è solo un artista, è un filosofo della città, un decostruzionista visivo che trasforma la realtà quotidiana in arte. Come avrebbe detto Marshall McLuhan, “Il medium è il messaggio,” e in questo caso, il medium di Cref è la città stessa: una tela vivente su cui scrivere, cancellare e riscrivere, in un ciclo infinito di creazione e distruzione. Il suo lavoro con il graphic design non fa che rafforzare questa visione, permettendogli di costruire un dialogo tra l‘espressività spontanea del writing e la disciplina della comunicazione visiva.

Enzo Cref e la Tipografia Metropolitana: tra Scrittura, Arte e la Caotica Bellezza del Mondo Urbano

Conclusione: una città che ci parla

Alla fine, la domanda è: cosa ci dice la città? La risposta è semplice: tutto e niente. Come una vecchia battuta di Woody Allen, che diceva di non voler mai entrare a far parte di un club che l’avrebbe accettato come membro, anche la città ci accoglie e ci respinge allo stesso tempo. Ma è proprio in questo paradosso che Enzo Cref trova il suo spazio creativo, trasformando la tipografia metropolitana in un manifesto esistenziale.

Non resta che visitare la mostra, magari con un po’ di ansia esistenziale in tasca e un occhio attento ai dettagli. Perché, come direbbe Kierkegaard, la vita può essere compresa solo all‘indietro, ma va vissuta in avanti.


TIPOGRAFIA METROPOLITANA™
WRITING / ARTE / COMUNICAZIONE VISIVA


Mostra personale di Enzo Cref
A cura di Annalisa Ferraro

Hard2Buff Warehouse Gallery
Napoli - Via Nuova delle Brecce, 114
Centro Neapolis, 6

Dal 12 ottobre al 16 novembre
Opening 12 ottobre, dalle 17.00 alle 21.30

Enzo Cref e la Tipografia Metropolitana: tra Scrittura, Arte e la Caotica Bellezza del Mondo Urbano


BIOGRAFIA DELL’ARTISTA


Enzo Cref nasce a Napoli nel 1983. Art director, designer e artista multidisciplinare, il suo lavoro spazia tra pittura, grafica, installazione e video.
Inizia come writer a fine anni ’90, negli anni dipinge e sperimenta con le lettere, dai primi anni 2000 con la computer grafica.
Si laurea con lode in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli con specializzazione in Arti Visive, finalista in diversi premi tra cui il Premio Dams sezione Arte. Negli anni espone le proprie opere in sedi private e istituzionali tra cui la Reggia di Caserta, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Archivio di Stato di Napoli ed il Complesso di Santa Sofia di Salerno.
Nel 2021 è tra i nove artisti campani scelti per il progetto Art&more, per il quale realizza un’opera di 11x30 metri su tela in PVC, installata sulla pavimentazione del lungomare Caracciolo di Napoli, dal titolo “Il labirinto di Partenope”, della quale viene poi realizzata un’opera su tela e una stampa fine art in tiratura limitata.

Parallelamente all’attività artistica, lavora dal 2003 come designer e art director, realizzando brand identity, progetti editoriali e packaging. Ha creato artwork per i dischi di diversi artisti; ha diretto come regista alcuni videoclip, soprattutto nel mondo Hip Hop, al quale è legato avendo fondato lo storico gruppo napoletano Capeccapa, con il quale nel 2013 ha pubblicato anche un disco ufficiale.
Dal 2020 è docente di Progettazione Grafica presso l’Accademia di Comunicazione ILAS di Napoli. Ha tenuto workshop e seminari sul visual design ed è membro dell‘Art Directors Club Italiano. Recentemente ha progettato il catalogo e la comunicazione visiva per la mostra IABO 20th presso il Pan Palazzo delle Arti di Napoli, ricevendo una short list come finalista nella Design Competition dalla rivista americana Communication Arts.

www.crefstudio.com
info@crefstudio.com
crefstudio@gmail.com




# 6413
JR loves Napoli: The Chronicles of Naples

Paolo Falasconi //

A kind of future: il tema della nona edizione del festival Graphic Days®

Si svolgerà dal 16 al 26 maggio la nona edizione del festival internazionale di visual e social design Graphic DaysⓇ presso gli spazi di Flashback Habitat a Torino.

Un percorso espositivo, uno spazio di lavoro permanente e un calendario di eventi tra cui conferenze, workshop, live performance, dj set e attività per bambini, nella sede principale e diffusi in città, interpreteranno attraverso diverse chiavi di lettura il titolo “A kind of future”.

Il festival Graphic Days è un’iniziativa dedicata al visual design italiano e internazionale promossa a Torino dal 2016 dall’associazione Print Club Torino, dall’associazione plug e dall’agenzia quattrolinee; a partire dalle grandi icone della storia fino ad arrivare ai professionisti contemporanei, il festival racconta la comunicazione visiva a 360 gradi e le sue contaminazioni in un appuntamento annuale che coinvolge gli artisti, i professionisti e gli studi più rilevanti del panorama internazionale.
L’edizione 2024 è intitolata “A kind of future”.
“Con la consapevolezza di essere in un momento in cui il lavoro del designer e il suo ruolo stesso nella società sono al centro di grandi trasformazioni” sostengono Ilaria Reposo e Fabio Guida, direttori artistici del festival, “abbiamo scelto di riportare l‘attenzione sulla creatività come elemento fondamentale per produrre innovazione e favorire la sperimentazione.”
Il tema si presta a una duplice interpretazione.
A kind of future è innanzitutto un‘ipotesi di futuro, non necessariamente alternativo ad altre visioni, che pone al centro dell’attenzione l’utilizzo di nuovi linguaggi e la valorizzazione dei giovani talenti. La sperimentazione è intesa a 360° e spazia dall’uso decontestualizzato di oggetti d’uso comune in modo creativo e innovativo fino alle tecnologie più all’avanguardia basate sull‘intelligenza artificiale e sullo sviluppo di nuovi tools.
Vogliamo superare l’idea” proseguono i direttori artistici “che l’innovazione sia esclusivo appannaggio del progresso tecnologico; al contrario, nella nostra visione, l’innovazione può partire anche dagli strumenti analogici perché l’elemento fondante è la creatività e la modalità con cui ci si approccia anche ad oggetti comuni”.
A kind future è la seconda chiave di lettura del festival: un futuro che mette al centro la gentilezza, in cui l’attenzione per le persone e per il pianeta siano l‘obiettivo primario di ogni azione di progettazione. All’interno di questo filone rientrano anche le iniziative di social design costruite attraverso il coinvolgimento delle comunità del territorio.

Il calendario del festival si svilupperà dal 16 al 26 maggio all’interno di Flashback Habitat, uno spazio espositivo recentemente riaperto al pubblico e immerso nel verde, con un articolato programma che prevederà:
Un percorso espositivo che proporrà diverse forme di sperimentazione e di innovazione, ospitando artisti ed esperienze da tutto il mondo portando a Torino le pratiche creative più all’avanguardia al momento. A partire da un approfondimento monografico sull’opera di Vincent De Boer e di Matteo Giuntini, ampio spazio è dedicato al contesto internazionale che è analizzato attraverso 4 chiavi di lettura: poster, type design, editorial e illustration. Il futuro è esplorato attraverso la chiave del social design in We mix design and people con l’esperienza del centro Farm Cultural Park e con progetti che spaziano dal data design, all’editorial e al visual design. Durante la visita il pubblico può anche prendere parte attiva alla produzione creativa interagendo con installazioni multimediali basate sull’intelligenza artificiale e sull’arte generativa. Negli spazi esterni del parco, una selezione di 20 opere tratte dalla call internazionale Fight for Kindness, promossa da TypeCampus.
Uno spazio di lavoro aperto permanente a cura di Print Club Torino che metterà in connessione printmaker internazionali, designer e aziende, con live experience aperte a tutti i visitatori e momenti laboratoriali formativi e professionalizzanti: uno spazio di lavoro aperto permanente in cui verrà realizzata un‘opera collettiva. 
Un calendario di eventi con workshop, talk e performance, una mostra mercato e una sezione di iniziative dedicate alle scuole e alle famiglie.

Le attività del festival si estendono anche in città: In the city è il calendario di iniziative realizzato attraverso il coinvolgimento delle agenzie di comunicazione, degli studi di design e di diverse realtà operanti nell’ambito del visual e social design nel territorio. Il 17 e il 24 maggio sarà possibile conoscere l’ecletticità della scena creativa torinese, visitando luoghi generalmente non accessibili al pubblico: oltre 30 appuntamenti tra mostre, laboratori, performance e appuntamenti diversissimi tra loro interpreteranno il tema del festival A kind of future.

Uno dei nuclei principali delle attività del festival è riservato ai giovani designer. Dal 2021 il festival promuove la call Neologia dedicata a designer under 30 italiani o che vivono in Italia da almeno due anni dando vita a uno spazio vetrina per presentare i giovani talenti nel mondo del visual design di oggi: un ambiente democratico e in continua evoluzione che raccoglie i migliori progetti premiando la qualità e la sperimentazione dei linguaggi, permettendo così alle nuove menti creative di entrare a far parte di un contesto dinamico e internazionale. 
Ogni anno i 100 progetti selezionati nelle categorie Editorial, Poster e Motion vengono esposti al festival; tra questi vengono poi individuati e consegnati in un evento pubblico i premi speciali: il premio Neologia conferito dal Print Club e diverse menzioni e premialità offerte dai partner del progetto. Per l’edizione 2024 sono previsti i riconoscimenti di Farm Cultural Park, Zetafonts, Biennale Internazionale della Grafica, AWDA e Fabrica, che si concretizzeranno in esperienze professionali, residenze, workshop,... Per la prima volta nel 2024 è stata anche inserita la categoria Intelligenza Artificiale: poster e motion possono anche essere realizzati attraverso l’intelligenza artificiale e partecipare ad una selezione dedicata.
A corollario della mostra, un calendario di appuntamenti dedicati ai giovani designer:
sabato 18 maggio alle 16.00 premiazione del contest e talk a cura di Zetafonts dal titolo “Life is better with more fonts” e domenica 19 maggio alle 10.30 portfolio review con Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione di Treviso.

I due weekend sono i momenti in cui si concentra la maggior parte dell’offerta di attività: da workshop professionalizzanti a conferenze con esperti provenienti da tutto il mondo a momenti di incontro e confronto b2b. 

Sabato 18 maggio dalle 10.00 alle 18.00 ¡DAMN HAPPY LIFE?, workshop di serigrafia con Lars Harmsen di Slanted Publishers.
Domenica 19 maggio dalle 10.00 alle 14.00 BRUSH BENDERS, workshop di calligrafia con Vincent de Boer; alle 16.00 Design Talk, un confronto sul futuro del design con Vincent De Boer, Lars Harmsen di Slanted Publishers, Ariane Spanier e Martyna Wędzicka-Obuchowicz.

Sabato 25 maggio dalle 10.00 alle 13.30 A KIND OF RIOT, un omaggio all’estetica punk audace e provocatoria attraverso una pubblicazione collettiva in Risograph con il Print Club Torino. Alle 16.00 la tavola rotonda dedicata al social design We Mix Design and People con Farm Cultural Park, Sheldon.studio, Parco Studio, Studio Airport e Graphic DaysⓇ.
Domenica 26 maggio dalle 10.00 alle 13.30 TUFTING, un workshop per sperimentare l’uso della pistola per tufting con Nodo – Tufting Torino. Alle 16.00 la talk Pandemonio con le agenzie di comunicazione che hanno partecipato a un progetto di social design sul tema fake news.

Alle attività per addetti ai lavori si aggiungono momenti performativi e musicali e attività rivolte alle famiglie: un’area kids a fruizione libera sempre disponibile e un calendario di laboratori per bambini, sabato e domenica alle 10.30 e alle 11.30:
18 maggio: Trame ordite, per creare con la carta bandierine colorate dalle texture naturali
19 maggio: Il mondo che vorrei, un laboratorio basato su timbri e inchiostri 
25 maggio: Il riciclo creativo che fa bene al Pianeta, un’esperienza di upcycling con Iren
26 maggio: Una cartolina dal futuro, con tecniche miste di pittura

Nel weekend del 25 e 26 maggio, una mostra mercato che coinvolgerà gli spazi all’aperto del parco con l’esposizione dei lavori di studi, artisti e realtà indipendenti nell’ambito delle arti visive; tra gli espositori: Mattia Riami, Galleria Garance & Marion, BOLO Paper, Morsi Editore, Spritz srl, Omar Edous, Colorobe, Vichi Zorzi, Cartiera Clandestina, Elisa Marsigliante, Inchiostro Festival e Damiano Boldrini.

In settimana il programma sarà articolato con attività dedicate alle scuole, visite guidate e workshop, e con un palinsesto di conferenze e attività in collaborazione con partner del territorio:
venerdì 17 maggio dalle 8.30 alle 10.00 il festival ospita la community di Creative Mornings per un appuntamento dedicato al tema “Vibrant”;
martedì 21 maggio dalle 11.30 alle 13.30 la talk Nuove sinergie per l’evoluzione della filiera del contenuto in collaborazione con Camera di Commercio di Torino, Ceipiemonte e Unione Industriali Torino;
giovedì 23 maggio a partire dalle 10.00 una portfolio review per gli studenti del Politecnico di Torino e alle 18.00 la talk A kind of future: talking about people, design and words in collaborazione con ADCI Art Directors Club Italiano e UNA Aziende della Comunicazione Unite.

Il festival 2024 segna l’avvio di un’importante partnership con BIG Biennale Internazionale di Grafica di Milano (23-26 maggio): la collaborazione, sperimentata con l’edizione 2022 del Milano Graphic Festival, è consolidata quest’anno con uno scambio di contenuti e collaborazioni culturali. La mostra Signs del 2024 promossa dalla Biennale Internazionale della Grafica sarà presente in entrambe le manifestazioni. Al contempo, le opere selezionate da Graphic DaysⓇ attraverso la call Neologia, nelle categorie motion, poster e intelligenza artificiale saranno esposte anche a Milano, oltre che a Torino.  



Tutto il programma su:

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