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# 6460
Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Marco Maraviglia //

Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Sirene tra i fari è la mostra sui femminielli al Palazzo Carafa di Napoli

Fino al 25 ottobre è visitabile la mostra di Luciano Ferrara al Palazzo Diomede Carafa.

Non troverete foto in maxi formato appese ai muri col chiodo ma un allestimento ragionato che rispetta le caratteristiche delle fotografie stesse. E rispettando l‘umanità dei soggetti ritratti, senza spettacolarizzarli.

Troverete un allestimento che a colpo d‘occhio potrebbe sembrare spartano ma che invece ha i suoi perché.

Quelle della Collezione Rita e Riccardo Marone poggiate su teche aperte come se i collezionisti stessi volessero mostrarle ai propri ospiti di casa e che raccontano tutta la bellezza e la complessità di Stefania, Patrizia, Valeria, Carlotta, Valentina, Luna, Tonino e molti altri, fotografati per le strade di Napoli, dalla Sanità ai Quartieri Spagnoli a Chiaia.

Quelle di Valentina Graniero, Miss Trans di due edizioni a Torre del Lago, su cavalletti come a indicare una bellezza pittorica.

Altre sparpagliate su un tavolo che possono ricordare i momenti in cui Ferrara entrava nelle redazioni dei giornali per mostrarle, non per una lettura portfolio, ma per pubblicarle.

E altre ancora su dei leggii. Quelle del progetto Resbis. Il dualismo dei femminielli per la prima volta in mostra a Napoli.

Come metafora di libri da leggere. Immagini da leggere.

 

Resbis. Selezione di fotografie sottoposte ad un particolare intervento di cesura e ricomposizione, che richiama fisicamente e concettualmente gli interventi di chirurgia estetica a cui i femminielli, ancora prima delle star del cinema e della televisione, si sottoponevano.

- Barbara Martusciello.

 

E poi un video proiettato in loop: Femminielli in Neapel realizzato dal regista Martin Hanni, con la collaborazione di Luciano Ferrara, per il programma Rai Südtirol Minet – la trasmissione sulle minoranze nel mondo.

 

Tutte fotografie non digitalizzate, non scannerizzate, stampe originali da pellicola, ai sali d‘argento su carta baritata. Conservate in maniera eccellente, senza ingiallimenti, senza macchie. Perché furono tutte lavorate con cura, sciacquate con “tonnellate” d‘acqua, acido acetico e bagno di fissaggio in camera oscura per rimuovere qualsiasi residuo di idrochinone o altro reagente che le avrebbero ingiallite nel tempo.

 

E per vedere certa fotografia bisogna spegnere computer e telefonino.

Perché sulla rete, sui social, non potremmo mai vedere in versione integrale certe immagini che l‘algoritmo individua, bacchetta, censura, rimuove, negando una parte di cultura visuale come se anche l‘Origine du monde di Courbet fosse chissà quale bestiale icona del male e della perdizione mentre si tratta invece della nostra cultura occidentale, dai tempi della Magna Grecia e degli antichi romani, che dovremmo approfondire e trasmettere alle nuove generazioni per preservarla dall‘oblio dettato dall‘algoritmo.

 

Chiacchierare con Luciano Ferrara è come aprire incautamente la scatola di un puzzle dove tutti i pezzi saltano per aria, cadono a terra, altri si poggiano addosso, altri ancora, stranamente, restano sospesi come in una scena al rallenty di un film in cui vedi le pallottole dove e come vanno a colpire.

E, per capire lo sviluppo di un progetto come questo di Sirene tra i fari, devi raccogliere quei pezzi per ricomporre ricordi in salti temporali dell‘arco di anni che vanno dal 1979 al 2000.

E perdonatemi se questo articolo sembra un po‘ dissociato: toccherà a voi mettere insieme i pezzi. Che probabilmente non vanno nemmeno messi necessariamente insieme perché le storie, a volte, non hanno bisogno di una cronologia, ma possono essere un mix, un cocktail di notizie, episodi, aneddoti che si incastonano tra loro rendendo poi il tutto cristallino.

 

1979.

Luciano Ferrara ha lo studio in via Chiatamone al civico 6.

All‘epoca non c‘era la movida napoletana di oggi. Per il popolo della notte solo qualche bar per Napoli che restava aperto fino a tardi e qualche forno che sfornava cornetti. O, al limite, ti buttavi dentro al City Hall Cafè o ti facevi una pizza alle due della notte a piazza Sannazzaro.

Piazza Vittoria. Il Roof Garden. La sera era frequentato da ragazzi; i neopatentati, per dirla alla boomer. Incuriositi dalla presenza dei trans che erano tra gli avventori del bar.

A quattro passi dallo studio di Ferrara. E ci andava anche lui per un caffè. Uno scatto al volo con la Leica a due ragazzi che si baciavano lì fuori, fu l‘inizio della sua ricerca su questo strato sociale partenopeo che il perbenismo tendeva a mettere sotto al tappeto.

Inevitabile per lui entrare in contatto col popolo trans di piazza Vittoria.

Le prime fotografie gliele pubblicò Michele Santoro quando era direttore di La Voce della Campania, testata leader di servizi d‘inchiesta.

Tony Di Pace, direttore di NapoliCity stampava personalmente le foto nella darkroom di Luciano.

Vide le prime foto di quei trans e gliene pubblicò un paio sulla sua testata che andava per la maggiore in quel periodo.

 

Io ricordo le foto che scattò in via Verdi. Altra zona che brulicava di trans di gran classe che sembravano uscire da riviste patinate di alta moda. E non si riusciva a immaginare che venivano dai bassi dei Quartieri Spagnoli.

Non era facile far loro delle foto. Non solo perché non era da tutti entrare in confidenza coi soggetti ma anche perché un obiettivo luminoso, aumentare la sensibilità della pellicola dallo scatto allo sviluppo fino alla stampa era per chi la fotografia la mangiava ogni giorno e ci mangiava.

Sempre pellicola bianconero. Tri-X Pan 400 ASA tirata a 800 ASA.

 

Per oltre 20 anni, tra un corteo di disoccupati, un reportage sulla guerra in Libano (‘83), una ricerca sulla Legge 180, la caduta del Muro di Berlino, le immagini iconiche sulle Vele di Scampia, Guerra nel Golfo, in Albania ed altro ancora, Luciano non perde di vista i fenomeni socio-culturali di Napoli tenendo d‘occhio le minoranze come i femminielli.

Un tema diventato a lui caro grazie anche alle letture di Nel segno di Virgilio di Roberto De Simone che lo affascina in particolar modo; Porporino di Dominique Fernandez; Scende giù per Toledo di Patroni Griffi. Uno studio personale fondato anche sulle storie di Annibale Ruccello ed Enzo Moscato.

 

Non è una carne a parte ma è carne nostra. Ci appartiene. Fa parte del cuore pulsante di Napoli.

I femminielli pensano due volte. Ragionano su due binari differenti e contemporaneamente, andando oltre il pensiero standard.

Motivo per cui le persone si consigliavano da loro per cose della vita o anche per affari di cuore.

 

Il rapporto di Luciano Ferrara con femminielli, trans, pornostar (fu accreditato per fotografare nel backstage di Erotica Tour) e con tutte le minoranze che ha seguito, è sempre stato basato sull‘empatia, ma anche sull‘amicizia.

A lui interessa entrare con lentezza nelle loro vite. Raccogliere confidenze spontanee come chi raccontava di evitare l‘intervento a Casablanca perché i clienti uomini preferiscono la loro doppia entità.

Femminielli e trans li andava a trovare nei bassi, mangiavano insieme, chiacchieravano quando si incrociavano per strada. Spesso senza scattare una sola foto con la Leica o con la Nikon F.

Le sue immagini non trasmettono mai volgarità ma un glamour a cavallo tra il fotogiornalismo e un erotismo sofisticato, sereno, confidente, che potrebbe ricordare certi lavori di fotografi di moda degli anni ‘80-‘90. Fotografie in camera da letto, per strada alla luce dei lampioni, ritratti idilliaci con obiettivi 24, 35 o 50 mm.

Immagini pubblicate in tutto il mondo e dai principali magazine nazionali come Sette, Venerdì di Repubblica e su Playboy.

 

Le sirene di Napoli sono sempre state protette dalle loro famiglie d‘origine anche se qualcuna ha preferito andare a vivere per conto proprio. Sui Quartieri Spagnoli la domenica mattina, negli anni ‘50-‘60, era sempre festa con loro tra allucchi (urla), finti appiccichi (litigi), tombolate e inciuci avanti ai vasci (bassi).

Oggi i Quartieri hanno una vocazione turistica che ne ha un po‘ snaturato l‘essenza originaria, ma abbiamo questo piccolo grande patrimonio testimoniale di Luciano Ferrara che ne ha immortalato la “carne” dal 1979 al 2000.

Quella del resbis, l‘unione biologica, quasi alchemica, di due entità diverse.

Sirene tra i fari, non vi dovete legare ad essi. Spegnete i display. “È carne nostra”.


 

Nota a margine:

La Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, ritendendo rilevante l‘Archivio privato Ferrara per la qualità, per consistenza e per stato di conservazione del materiale, ha recentemente avviato il procedimento di dichiarazione di particolare interesse culturale, come previsto dall‘art. 14 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs n.42/2004).

 

 

Sirene tra i fari.

Opere di Luciano Ferrara

Palazzo Diomede Carafa

presso la sede della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania

via San Biagio dei Librai, 121

dal 27 settembre al 25 ottobre 2024

dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.00.

Apertura straordinaria sabato 29 settembre, dalle 9.00 alle 13.00 in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2024.
Ingresso libero.

# 6487
Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Marco Maraviglia //

Trenta paia di mani di Franco Esse

M&M, mani e materiali in mostra alla Fornace Falcone fino al 31 novembre

Scrivono, disegnano, digitano, carezzano, plasmano, grattano, tastano, accompagnano con il loro movimento conversazioni e discussioni; quando non si conosce una lingua straniera la loro mimica aiuta a comunicare perché alcuni gesti sono internazionali.

Sono le mani! Patrimonio preziosissimo del corpo umano che, senza di esse, molti lavori non potrebbero essere fatti.

 

Il fotografo Franco Esse, nel corso degli anni della sua attività professionale, implementa una sua ricerca sulle mani che incontra in occasioni di lavoro e nella vita privata. Ci mostra una carrellata di “ritratti” dove non vedi volti ed espressioni ma primi piani di mani che raccontano o lasciano immaginare il lavoro e la vita delle persone alle quali appartengono.

 

È un elogio visivo alle mani, al quale Esse si accorse di starci lavorando inconsapevolmente allorquando lo scrittore e critico d‘arte David Miliozzi, gli fece notare che in ogni suo lavoro erano presenti degli scatti fotografici che ritraevano mani in maniera ravvicinata.

Dettagli ripresi in contesti diversi che, estrapolati dai singoli lavori realizzati per le aziende, hanno fatto sì da creare un filone parallelo, un progetto autonomo.

Nell‘arte le mani sono (state) spesso protagoniste e oggetto di studio dei più grandi artisti come gli schizzi degli studi di Leonardo; le mani che disegnano di M. C. Escher; e poi quelle di La creazione di Adamo di Michelangelo, il cui dettaglio della Cappella Sistina è divenuto oggetto di meme e della comunicazione contemporanea. In ogni opera che si rispetti, che sia un dipinto o una scultura, l‘importanza che viene data alle mani dall‘artista, è un valore aggiunto. Indispensabile, per certi versi.

Analogamente, nella fotografia di moda si evince la qualità delle immagini se l‘impostazione delle mani delle modelle è ben curata.

È forse comprensibile come invece le immagini sintetiche non possano definirsi opere in senso lato per la difficoltà dei software di non riuscire ancora a riprodurre in maniera perfetta le mani.

Perché le mani sono un po‘ l‘anima della persona a cui appartengono. Le mani raccontano parte della storia di una persona o il suo carattere che non può essere creato da un algoritmo in una manciata di secondi. Non a caso durante alcuni colloqui di lavoro, l‘esaminatore osserva anche le posizioni che assumono le mani del candidato e come si muovono quando il soggetto parla.

 

Le immagini di Franco Esse, sono state realizzate dal 1998 al 2024. Allestite seguendo da sinistra verso destra la loro sequenza temporale e dove l‘ultima foto ritrae le mani della madre recentemente scomparsa.

Fotografie di mani che lavorano, che riposano, di momenti intimi e privati, tutte in bianconero e che evidenziano l‘azione del movimento, la texture della pelle, il rilievo delle vene, fili di rughe, callosità.

Una panoramica dove viene annullato l‘arco temporale delle immagini stesse perché l‘osservazione si concentra sulle mani, la loro articolazione, la loro forma.

 

Sopra le trenta fotografie 30x40 che riempiono l‘intera parete del suggestivo showroom della storica Fornace Falcone, sono applicate alcune parole tratte dalla poesia di David Miliozzi, Ode alle mani, la cui lettura sembra un immaginario myriorama letterario:

 

Oh mani, identità nostra, specchio di un‘anima viva, fragile, libera, inquieta, intrecciata, incallita, sudata.
Oh mani, ritratto prensile della volontà, avanzate nell‘ombra in linee morbide, spezzando chiaroscuri.
Voi toccate, stringete, salutate, colpite, pregate, lavorate.
Oh mani, che attraversate l‘aria e la luce, scorci sublimi dell‘umano agire, testimoni affaticate della nostra esistenza, del tempo che fugge. Danzate nello spazio stringendolo tra le dita, fate luce nel buio, rinnovando lo sguardo.
Oh mani, delicate, ruvide, vellutate, rattrappite. Sul vostro corpo i segni e le ferite sono conoscenza che ha bisogno di cure. Decine di miliardi di mani si muovono con grazia sulla terra, fino a oriente, dove il sole sorge sul mare. Si sfiorano, si incontrano, raccontano storie vere e assurde, così diverse eppure così simili, spiccano il volo come uccellini affamati d‘amore, verso volti tristi e occhi sorridenti, per un mondo di carezze e di dolore.

-       David Miliozzi

 

Mani. Non sempre osserviamo le mani delle persone che ci circondano. Eppure, questo lavoro di Franco Esse dovrebbe stimolarci a osservarle. Per conoscere magari meglio le persone intorno a noi.

 

 

Bio

Franco Esse nasce a Napoli nel ‘55, in una famiglia di artisti e fotografi. Apprende fin da piccolo la tecnica fotografica nello studio del padre. Dopo gli anni del Liceo Artistico e della facoltà di Architettura, in cui approfondisce il suo interesse per la “figura” e la forma, inizierà a Berlino il lavoro su grande formato e “in studio”. Lavora all‘estero (Argentina, Francia, Germania, Iran, Turchia) e, in particolar modo, in Africa (Marocco, Libia, Egitto, Togo, Benin, Mauritania) dove prosegue la sua ricerca sulla luce e sulla figura umana. Numerose mostre e personali e pubblica, tra gli altri, su Kultur, Architettura, NDR, Interni, DOVE e per l‘editoria internazionale. Ha lavorato a 15 cataloghi per artisti nazionali e stranieri; per Electa, DeRosa, Soprintendenza ai monumenti di Cosenza, Cogeco, CGIL, Ass. per l‘Archeologia Industriale, Regione Molise, Mededil-Italstat, BMW, AtiTech.

Realizza immagini fotografiche per aziende come Marotta Aereonautica, Caremar Navigazione, Broccoli Calzature, Peluso Calzature, Mustilli Vini, Terre Del Principato Vini , Gallotti & Radice  Arredo Vetro, Joe Monaco Orologi, Costa Bruzia Surgelati, “Les Tortues” oggettistica in ceramica.

They write, draw, type, caress, shape, scratch, touch, accompanying conversations and discussions with their movement; when a foreign language is unfamiliar, their mimicry helps to communicate because some gestures are universal.


These are hands! A precious asset of the human body—without them, many jobs could not be done.


Photographer Franco Esse, over the years of his professional career, has developed a personal exploration of hands he encounters in both his work and personal life. He shows us a collection of “portraits” in which there are no faces or expressions—only close-ups of hands that tell, or hint at, the work and lives of the people to whom they belong.


It’s a visual tribute to hands, something Esse realized he’d been working on unconsciously when writer and art critic David Miliozzi pointed out to him that every one of his works included close-up shots of hands.


Captured in diverse contexts, these details, extracted from individual projects created for companies, eventually formed a parallel stream—a standalone project.


In art, hands have often been central subjects and studies for great artists—like Leonardo’s sketches, M.C. Escher’s Drawing Hands, and Michelangelo’s The Creation of Adam, where the detail in the Sistine Chapel has become a staple of contemporary memes and communication. In any respected artwork, whether painting or sculpture, the artist’s attention to hands adds an essential layer of value. Indispensable, in some ways.


Similarly, in fashion photography, the quality of an image is evident when the models’ hands are positioned with care.


It may also be understandable that synthetic images cannot fully be called “works” in the same sense due to software’s ongoing challenges in perfectly replicating hands.


Because hands, in a way, embody the soul of the person to whom they belong. Hands reveal part of a person’s story or character—something that can’t be created by an algorithm in a matter of seconds. Not by chance, during some job interviews, the examiner also observes the position and movements of the candidate’s hands while speaking.


Franco Esse’s images were created from 1998 to 2024. Displayed from left to right in chronological order, the final photograph captures the hands of his recently deceased mother.


Photographs of working hands, resting hands, intimate and private moments—all in black and white—highlighting the movement, skin texture, raised veins, lines, and calluses.


A panorama that neutralizes the time span of the images themselves, directing the viewer’s focus on the hands, their articulation, and their shape.


Above the thirty 30x40 photographs that fill the entire wall of the historic Fornace Falcone’s evocative showroom, a few words from David Miliozzi’s poem Ode to Hands are displayed, reading like an imagined literary myriorama:


Oh hands, our identity, mirror of a living, fragile, free, restless, intertwined, calloused, sweaty soul.

Oh hands, gripping portrait of will, advancing in the shadow in soft lines, breaking through chiaroscuro.

You touch, grasp, greet, strike, pray, work.

Oh hands, traversing air and light, sublime glimpses of human action, weary witnesses of our existence, of fleeting time. Dance in space, grasping it between your fingers, bring light to darkness, renewing our gaze.

Oh hands, delicate, rough, velvety, gnarled. On your body, the marks and scars are knowledge that needs care. Tens of billions of hands move gracefully on the earth, to the east, where the sun rises over the sea. They brush against, meet, tell true and absurd stories, so different and yet so similar, taking flight like birds hungry for love, toward sad faces and smiling eyes, for a world of caresses and pain.


David Miliozzi


Hands. We don’t always notice the hands of those around us. Yet, this work by Franco Esse should inspire us to observe them—to perhaps get to know the people around us better.


Bio


Franco Esse was born in Naples in ’55, into a family of artists and photographers. He learned photographic techniques at a young age in his father’s studio. After years in Art High School and studying Architecture, which deepened his interest in “figure” and form, he began working with large format and studio photography in Berlin. He has worked abroad (Argentina, France, Germany, Iran, Turkey) and, especially, in Africa (Morocco, Libya, Egypt, Togo, Benin, Mauritania), where he continued exploring light and the human figure. He has held numerous solo and group exhibitions and has been published in Kultur, Architettura, NDR, Interni, DOVE, and other international outlets. He has produced 15 catalogs for national and foreign artists, collaborating with Electa, DeRosa, the Monuments Superintendent of Cosenza, Cogeco, CGIL, the Industrial Archaeology Association, the Molise Region, Mededil-Italstat, BMW, and AtiTech.


He creates photographic images for companies like Marotta Aeronautics, Caremar Navigation, Broccoli Shoes, Peluso Shoes, Mustilli Wines, Terre Del Principato Wines, Gallotti & Radice Glass Furniture, Joe Monaco Watches, Costa Bruzia Frozen Foods, and “Les Tortues” ceramic items.

 

 

M&M mani e materiali

di Franco Esse

a cura di Lucio Del Gobbo

showroom Fornace Falcone

presso Cilento Outlet Village, SS 18 Tirrena Inferiore, 84025 Corno D‘oro, Eboli (SA)

dal 2 al 31 novembre 2024

Orario negozio

Ingresso libero

Trenta paia di mani di Franco Esse

# 6483
Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Federica Cerami //

Birds are not allowed to cross the border

Un delicato racconto fotografico di Paola Favoino

Il 25 Ottobre, negli spazi di Magazzini Fotografici, il suggestivo presidio culturale di Napoli dedicato alla fotografia, si è inaugurata la mostra di Paola Favoino sul tema dei confini, con un doppio racconto: “Birds are not allowed to cross the border” e “A je burrnesh”, a cura di Aminta Pierri.

A distanza di qualche giorno, mi rendo conto di essere ancora rimasta, emotivamente, dentro il primo dei due racconti ed è per questo motivo che ho scelto di parlarne; credo che le parole e le fotografie quando si incontrano, lungo le strade della vita, hanno il magico potere di creare dei tragitti luminosi che fanno bene a tutti noi che abbracciamo le narrazioni per provare ad accogliere tutto il mondo che, nelle grigie quotidianità vissute, non riusciamo nemmeno a sfiorare.

Questa è la storia di Julia che dall’Ucraina è venuta nella primavera del 2022 in Italia, scappando dalla guerra, per trovare un rifugio con suo figlio, ma questa è una storia che, incredibilmente, non parla di sofferenze, di famiglie spezzate, di paura e di disperazione ma, volgendo lo sguardo al cielo, parla di libertà, di dignità, di amore per la vita, di poesia, di leggerezza Calviniana e tanto altro ancora e lo fa mostrando i ritratti di nove uccelli tratti in salvo dalla protagonista e curati con tanto amore.

Paola abbraccia questa storia a tutto tondo; una storia che rientra pienamente nelle sue corde, avendo lei compiuto gli studi in sociologia culminati poi con un master su immigrazione e asilo politico.

Con Julia si incontra a Montegiordano, il suo paese di origine, nell’estate del 2022 proprio grazie a questi uccelli con i quali Julia ha percorso ben 2800 km, dall’Ucraina all’Italia, utilizzando solo i mezzi di trasporto che le consentivano di viaggiare con loro, chiusi dentro alcune scatole di cartone.

Il tragitto di Paola e Julia verso il veterinario del paese, che presterà le prime cure a uno dei suoi uccellini, segna l’inizio di questa amicizia sincera che continuerà ad essere coltivata e nutrita anche quando Julia, pochi mesi dopo questo incontro, deciderà di ritornare in Ucraina con suo figlio, per ricongiungersi con il marito e con il suo amato e martoriato paese.

La bellezza seminata da Julia, come una sorta di inno alla vita, resta dentro i pensieri di Paola che decide di dedicarle questo racconto fotografico e sarà proprio la distanza e la difficoltà di comunicazione a suggerire a Paola una particolare modalità di costruzione del racconto che il fotografo e teorico dell’immagine, Joan Funtcuberta potrebbe definire “postfotografica”.

Julia, infatti, dopo vari tentativi di Paola di comporre le tessere del mosaico della poetica storia di questa donna, decide di darle il permesso di accedere al suo archivio fotografico presente su Facebook con il quale Paola interagisce con tanta creatività e con analoga poesia e ricerca della bellezza.

L’idea che Julia abbia sentito il bisogno di viaggiare con questi uccellini come parte della sua famiglia, di salvarli e di curarli è un insegnamento potente che offre a noi spettatori una visione altra della vita: si ribaltano le priorità e la cura della bellezza va oltre la paura e l’orrore della guerra.

Julia, come mi ha raccontato Paola “insegna ad amare” e allora serve un modo giusto per renderle omaggio, una cifra stilistica che sia leggera e forte al tempo stesso.

Paola entra nell’archivio di Julia, seleziona alcune fotografie e rende analogico il file digitale che poi stampa in camera oscura.

Il processo creativo di Paola arriva anche alla carta fotosensibile, da lei creata con carta d’acquerello emulsionata con gelatina ai sali d’argento, mentre le immagini in diapositiva sono state create trasformando un file digitale in una immagine trasparente positiva che è stata poi proiettata come se fosse una semplice diapositiva.

Arriva, alla fine, il momento dell’allestimento che sembra spezzare le barriere di tempo e spazio e con delicatezza di espande su tutte le pareti della stanza che ospita la mostra.


English Version


Birds are not allowed to cross the border: A Delicate Photographic Story by Paola Favoino


Photography exhibition in Naples: Paola Favoino tells the story of Julia and her birds


On October 25, at Magazzini Fotografici in Naples, a cultural space dedicated to photography, Paola Favoino‘s exhibition on the theme of borders was inaugurated. The exhibition presents two photographic narratives: “Birds are not allowed to cross the border” and “A je burrnesh”, curated by Aminta Pierri.

A few days later, I realize that I am still emotionally immersed in the first of these stories, and it’s for this reason that I chose to write about it; I believe that words and photographs, when they meet along life’s paths, have the magical power to create luminous journeys. This magic benefits those of us who embrace narratives, attempting to welcome the world that we can barely touch amid our everyday lives.

This is the story of Julia, who came from Ukraine to Italy in the spring of 2022, fleeing the war, to find refuge with her son. But this is a story that, incredibly, does not speak of suffering, broken families, fear, or despair. Instead, looking to the sky, it speaks of freedom, dignity, love for life, poetry, a Calvino-like lightness, and much more, portraying nine birds saved and lovingly cared for by the protagonist.

Paola embraces this story wholeheartedly, a narrative that resonates deeply with her, having studied sociology and later completed a master’s in immigration and political asylum.

Paola meets Julia in Montegiordano, her hometown, in the summer of 2022, thanks to these birds, with whom Julia traveled 2800 km from Ukraine to Italy, using only transportation that allowed her to travel with them, secured in cardboard boxes.

The journey of Paola and Julia to the town’s vet, who would provide initial care for one of her birds, marks the beginning of this genuine friendship that would continue to grow even when Julia, a few months after this meeting, decided to return to Ukraine with her son to reunite with her husband and her beloved war-torn country.

The beauty Julia planted, as an ode to life, lingers in Paola’s thoughts, prompting her to dedicate this photographic narrative. The physical distance and communication difficulties would lead Paola to adopt a storytelling approach that the photographer and image theorist, Joan Funtcuberta, might describe as “post-photographic.”

After several attempts to assemble the mosaic of this woman’s poetic story, Julia grants Paola access to her photo archive on Facebook, with which Paola interacts creatively, adding a similar sense of poetry and beauty.

Julia’s feeling of needing to travel with these birds as part of her family, to save and care for them, offers viewers a powerful lesson and an alternative vision of life: priorities shift, and beauty goes beyond the fear and horror of war.

As Paola told me, “Julia teaches us how to love,” and so a fitting tribute is required, a style that is light yet strong at the same time.

Paola enters Julia’s archive, selects a few photographs, and renders the digital files analog, then prints them in the darkroom.

Paola’s creative process extends to the photosensitive paper, created with watercolor paper emulsified with silver gelatin, while the slide images were created by transforming a digital file into a positive transparent image, later projected as a simple slide.

Finally, the time comes for the exhibition setup, which seems to dissolve the barriers of time and space, delicately expanding across all the walls of the room hosting the exhibition.

# 6478
Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Marco Maraviglia //

Matteo Anatrella e l‘origine della vita

Freedom in mostra al Kestè, il desiderio di rinascita

Lasciare l‘utero ed entrare nel mondo è forse il trauma, seppur naturale, più violento che subiamo.

Forse perché, per un qualche meccanismo di memoria biologica, siamo consapevoli di iniziare il lungo percorso della vita che avrà una sua fine.

Passiamo da uno stato di benessere, di pace indotta dal liquido amniotico, da una casa in cui abbiamo vissuto per nove mesi sentendoci al sicuro, al caos della vita.

Da quel momento in poi riceviamo carezze e coccole per aiutarci ad affrontare il nuovo mondo. E poi, man mano che cresciamo, sviluppiamo linguaggio e sentimenti.

Durante la crescita abbiamo tappe da compiere, boe da raggiungere, traguardi da tagliare. Con problemi annessi da risolvere, sconfitte, oltre che successi, tormenti che si alternano a gioie… insomma: la vita.

E nella vita è nostro dovere e diritto rendercela leggera e piena di belle emozioni per perseguire la felicità.

Visto che non è per sempre.

 

Freedom è il titolo della mostra fotografica di Matteo Anatrella.

Sono immagini che evocano la ricerca di una libertà intima, da conquistare con forza, energia, senza risparmiare la potenza dell‘anima, attraversando la sofferenza, dove l‘elemento acqua è il fil rouge che collega i soggetti ritratti alla metafora della pace nell’utero materno. Per trovare la comfort zone d‘origine. Tornare all‘origine. Per sentirsi mentalmente in quella saccoccia liquida di bel riposo.

 

È l‘Acqua la base della vita da cui proveniamo.

Il suo benessere lo consideriamo bevendo, quando piove sui campi agricoli che daranno i frutti che ci nutrono, quando ci immergiamo in mare e svaniscono, come in una fantastica magia, ansie, stress e cattivi pensieri.

 

«Acqua/Archè... dove non c‘è acqua non c‘è vita» è da questo assunto di Talete di Mileto che prende forma il lavoro di Matteo Anatrella, affascinato dal principio dello stesso filosofo greco secondo cui tutto ha origine dall‘acqua. Perché infatti, senza acqua, nessuna forma di vita è possibile. Almeno per quella che noi terrestri intendiamo con la parola vita.

C‘è del pathos in queste fotografie. Tensioni corporee dei soggetti che, per restare in tema dell‘antica Grecia, richiamano l‘estetica della scultura classica rivista in forma contemporanea e con un telo che avvolge i corpi nudi che potrebbe evocare l‘amnio dal quale si distacca il neonato.

Potrebbero sembrare doppie esposizioni montate poi in postproduzione, ma in realtà sono realizzate in scatti unici con due flash i cui tempi non sono sincronizzati tra loro. Giusto per il tempo di cambio posa dei soggetti. Che risultano sdoppiati in immagini dinamiche di mosso creativo, caratteristica dei lavori di Anatrella, quasi a voler significare la ricerca della libertà tra la nascita e la vita.

 

Sono oltre trenta fotografie esposte, in formato 30x40 cm, selezionate da oltre cento scatti.

In bianconero.

 

 

Matteo Anatrella (Napoli, 1975)

Nel 2009 le immagini realizzate da Matteo Anatrella accompagnano la rappresentazione teatrale “Anima Mundi” di Fulvia Innocenti. Nel 2011 lo studio di progettazione Raro Design gli commissiona una serie di tavole nelle quali, il fotografo, affronta “la simbiosi organica del design col corporeo”, nasce così la raccolta “Interazioni Corporee”. Del 2012 è il progetto “Come back home” ispirato al libro di Baricco “Mr Gwyn”, nel quale affronta la ricerca dell‘Io. Nel 2015 arriva la prima personale al PAN di Napoli, poi a Teatro Aperto Fonderia (VR), con “Soul and Matrix Involucri dell‘Anima” un progetto fotografico con live performance, che ancora una volta ruota attorno al concetto di anima e materia. Nel 2018 “Cactus” (Gechi edizioni) in collaborazione con la poetessa Melania Panico, un intervento per “L‘Arte su tutto” (E. Giampaolo - RP libri); 2020 copertina “Peso Specifico dell‘attimo” (P. Pisano - Oèdipus). Nel 2021 ha esposto il progetto editoriale “INVISIBILE” presso ARTgarage, divenuto nello stesso anno un libro della serie “Argento lunare” di Oèdipus col titolo “Cactus due”.

Negli anni numerose le collaborazioni con aziende e magazine nazionali ed internazionali.




 

 Leaving the Womb and Entering the World: The Trauma of Birth


Leaving the womb and entering the world is perhaps the most violent, albeit natural, trauma we endure.


This might be due to some form of biological memory, making us aware that we are beginning life’s long journey, which will eventually come to an end.


We transition from a state of well-being, a peace induced by the amniotic fluid, from a home we’ve inhabited for nine months, where we felt safe, into the chaos of life.


From that moment on, we receive caresses and care to help us face this new world. As we grow, we develop language and emotions.


During our growth, we reach milestones, achieve goals, and overcome challenges—both failures and successes, torment alternating with joy. In essence, this is life.


And in life, it is our right and duty to make it lighter and filled with beautiful emotions in our pursuit of happiness.


Because it’s not forever.


Freedom: Matteo Anatrella’s Photography Exhibition


Freedom is the title of the photography exhibition by Matteo Anatrella.


These images evoke the search for intimate freedom, to be conquered with strength and energy, not sparing the soul’s power as one crosses through suffering. The element of water serves as the common thread, linking the subjects portrayed to the metaphor of the peace found in the mother’s womb. It aims to rediscover the comfort zone of origin, to return to the beginning, to feel mentally in that liquid pouch of restful peace.


Water is the foundation of life, from which we come. We recognize its benefits when drinking it, when it rains on agricultural fields that will bear the fruits that nourish us, and when we immerse ourselves in the sea, where stress and worries disappear like magic.


Water as the Arche of Life


Water/Archè… where there is no water, there is no life.” This statement by Thales of Miletus forms the basis of Matteo Anatrella’s work, inspired by the Greek philosopher’s principle that everything originates from water. Without water, no form of life is possible—at least, not the kind we humans refer to as life.


There’s pathos in these photographs. The bodily tensions of the subjects, evoking classical sculpture from ancient Greece, are revisited in a contemporary form. A cloth envelops the nude bodies, reminiscent of the amnion from which a newborn detaches.


At first glance, the images might seem like double exposures layered in post-production, but in reality, they are unique shots created using two flash units with unsynchronized timing, allowing just enough time for the subjects to change poses. This results in dynamic, creatively blurred images, a signature of Anatrella’s work, symbolizing the search for freedom between birth and life.


Over thirty black-and-white photographs are on display, sized 30x40 cm, selected from more than a hundred shots.


Matteo Anatrella (Naples, 1975)


In 2009, Matteo Anatrella’s images accompanied the theatrical performance “Anima Mundi” by Fulvia Innocenti. In 2011, the design studio Raro Design commissioned a series of panels, in which the photographer explored the “organic symbiosis of design with the body,” resulting in the collection titled “Interazioni Corporee”. In 2012, the project “Come back home”, inspired by Baricco’s book “Mr Gwyn”, addressed the search for self. His first solo exhibition took place in 2015 at PAN in Naples, and later at Teatro Aperto Fonderia (Verona) with “Soul and Matrix Involucri dell’Anima”, a photographic project with live performance, again revolving around the concept of soul and matter. In 2018, he collaborated with poet Melania Panico on the project “Cactus” (Gechi editions), which later became part of the publication “L’Arte su tutto” (E. Giampaolo - RP libri). In 2020, his photography graced the cover of “Peso Specifico dell’attimo” (P. Pisano - Oèdipus). In 2021, his editorial project “INVISIBILE” was exhibited at ARTgarage, and later published as part of Oèdipus’ “Argento lunare” series with the title “Cactus due”.



 

Freedom

di Matteo Anatrella (Produzione di ANeMA project)

coordinamento del progetto di Annarita Mattei

Kestè (art director Fabrizio Caliendo)

Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, 26/27 - Napoli

Inaugurazione: 22 ottobre ore 19.00

Fino al 10 novembre 2024

# 6470
Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Marco Maraviglia //

Il surrealismo all‘ombra di Carlo Ferrara

Nessuno è Peter Pan, un libro con fotografie realizzate a Km zero

Osserviamo la nostra lunga ombra sulla sabbia di una spiaggia al tramonto. Magari compiacendoci perché sembriamo più alti e slanciati. Con quell‘eleganza minimal che non mostra lo sguardo degli occhi.

Quando la sera camminiamo sul marciapiede, ci sentiamo seguiti, osservati e raggiunti dalla nostra siluette, con la successione ritmica delle luci dei lampioni. Che sdoppiano o triplicano la nostra ombra.

E a volte l‘osserviamo narcisisticamente divenendo estemporanei feticisti della proiezione del nostro “riflesso scuro”.

 

Nella maggior parte dei casi non badiamo più di tanto alle ombre ma soffermiamo lo sguardo sulle cose, sulla loro fisicità. Come se l‘ombra fosse qualcosa di troppo ma che invece, senza di essa, non avremmo la tridimensionalità della realtà. Nelle giornate con cielo grigio perdiamo un po‘ i riferimenti orari.

Ogni lampione, ogni palazzo, ogni scultura in mezzo a una piazza è come se fosse lo gnomone di una meridiana. Tutto resta fermo, ma l‘ombra si sposta, si accorcia e si allunga, si inarca se passa su una superficie tonda. Ed è sempre legata a una estremità di riferimento. Fissa. Immobile, se non è un essere vivente.

 

Nessuno è Peter Pan perché nessuno ha l‘ombra che va per i fatti suoi. Nessuno ha bisogno di cercarla per sentirsi presente, vivo. Nessuno attribuisce la coscienza alla propria ombra.

 

Le ombre sono una chiave per mettere in comunicazione due mondi. Perchè, nel mio credere, tutti abbiamo personalità multiple, a seconda delle situazioni, e le ombre mi consentono di esplorarle. La bivalenza e l‘equilibrio.

 

Carlo Ferrara ci gioca con le ombre.

Con un modo di fotografare dove l‘ombra diventa protagonista. Ironizzata, sbeffeggiata ma al centro dell‘attenzione. Un gioco surrealista in cui “l‘omino col cappello”, sempre vestito allo stesso modo, dà la sensazione della fisicità delle ombre. Palpabili, concrete, vive, quasi con un loro volume invisibile.

Nessuno è Peter Pan è un lavoro “ecologico” perché realizzato a Km zero: tutte le immagini sono state scattate nei dintorni della sua abitazione.

 

Attraverso l‘osservazione del mondo reale, sviluppo immagini surreali, che diventano metafora di opinioni e ragionamenti. Il personaggio che interpreto in ogni fotografia è la rappresentazione del genere umano. L‘autoritratto non è estetica, ma è il confronto delle emozioni personali con le emozioni delle masse. Uno strumento di esplorazione interiore ed uno specchio per l‘osservatore. Tutta la produzione è unita dall‘ossessiva ricerca di stabilità personale, rispetto a temi che non possono avere una risposta inequivocabile.

 

Ma la ricerca surrealista di Carlo Ferrara non si ferma alle ombre.

Il suo lavoro viene realizzato in scenari che spaziano tra architetture, paesaggi urbani, luoghi abbandonati, campagne. Con componenti Dada, ironiche, grottesche, paradossali, con una gradevole punta di nonsense che sfociano in un Situazionismo individuale dove la sua figura è sempre presente con autoritratti e a volte coinvolgendo anche la famiglia. Salta, si incurva, si sdoppia, si inclina a prova di gravità, dialoga e scherza con ciò che c‘è nella scena. Sì, usa il fotomontaggio digitale e le multiesposizioni, con immagini non raffazzonate ma che conservano sempre una pulizia grafica con equilibrio estetico compositivo e con i toni bianconeri che raccolgono tutta la gamma dei grigi.

 

È, quella di Carlo Ferrara, una fotografia per certi versi ludica, simpaticamente narcisista; ma è solo un pretesto per far sorridere della vita, attraverso punti di vista che servono innanzitutto all‘autore per la sua ricerca di stabilità emotiva. E per l‘osservatore che, sorridendo, può trovare analogie emozionali con il proprio essere.

 


Biografia.

Carlo Ferrara nasce a Novi Ligure nel 1975. Lavora attualmente presso una multinazionale alimentare sita in Piemonte. Inizia l‘interesse per la fotografia nel 2006 e ne approfondisce la conoscenza attraverso la frequentazione di seminari, corsi e sperimentazioni. La passione lo spinge alla riscoperta della fotografia analogica e della camera oscura pur non tralasciando il digitale, col quale produce la maggior parte delle sue opere.

 

 

NESSUNO È PETER PAN

Dialogo con le ombre

Prefazioni di Giorgio Rossi e Giusy Tigano

Formato: 21x21 cm

60 pagg.

51 fotografie (37 fotografie, 18 dittici in doppia pagina e copertina)

Self publishing tramite GT Photoart Milano

Tiratura: 150 copie

Contatto: nepp.ferrara@libero.it

Il surrealismo all‘ombra di Carlo Ferrara

# 6449
Le Sirene napoletane di Luciano Ferrara

Federica Cerami //

Broken Mirror

Il mondo Coreano attraverso lo sguardo contemporaneo di Filippo Venturi

Quest’anno, al Festival FotoIncontri di San Felice sul Panaro, organizzato dal Circolo Photoclub Eyes, ho avuto il gran piacere di vedere la mostra Broken Mirror del fotoreporter Filippo Venturi.
Mi sono immersa in questo racconto fotografico, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio: nulla mi ha richiesto di ritornare, fino a quando non è iniziata la conferenza di presentazione.
Perdersi credo sia una esperienza evolutiva molto importante sia per un fruitore di fotografia che per un fotografo.
Mimmo Jodice, nella sua lectio magistralis del 2006, tenuta presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, disse: “C’è una frase di Fernando Pessoa che ripeto spesso perché mi rappresenta: “Ma che cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare? Ecco la mia inclinazione naturale: perdermi a guardare, contemplare, immaginare, cercare visioni oltre la realtà…”
 
Venturi racconta con queste parole il suo lavoro: 
“Broken Mirror è un lavoro artistico che utilizza il linguaggio documentaristico, in cui ho fuso la mia percezione della Corea del Nord con quella di un‘intelligenza artificiale. Ho utilizzato il software Midjourney, a cui ho spiegato nel dettaglio il risultato che volevo ottenere, ripetendo l‘operazione per centinaia di volte per ogni immagine, finché non ho ottenuto un risultato simile a quello che avevo immaginato.
Ho inserito nelle scene di vita quotidiana dei nordcoreani un elemento estraneo, sotto forma di insetti che assumono dimensioni sempre più grandi e invadenti, al punto che sembrano avere il controllo sulle persone. Infine, i nordcoreani stessi si trasformano in insetti, completando così il dominio subìto”.
Con Broken Mirror entriamo nel vivo del dibattito contemporaneo, relativo all’utilizzo dell’IA, andando oltre la logica manichea che nel corso della storia dell’arte ha spesso opposto una inutile resistenza verso ogni novità creativa che si è affacciata al mondo e proviamo, invece, ad abbracciare una idea ampia di narrazione.
La narrazione, da non confondere con il racconto, porta con sé una forte componente emotiva e risulta essere, in tal senso, molto più coinvolgente e interessante.
Narrare ci aiuta a dare un senso agli eventi che altrimenti risulterebbero essere un mero elenco di vuoti accadimenti posti in ordine cronologico e ci conduce anche verso la comprensione di noi stessi e della nostra relazione con il mondo. 

Broken Mirror

Questo è un dibattito molto lungo e assai articolato, ma sostanzialmente credo che, con le mie premesse, limitare le possibilità di costruire e presentare una storia non faccia del bene né agli autori e né tantomeno ai suoi fruitori.
Perdersi, perdersi a guardare, fantasticare guardando il mondo, ricostruendolo con il proprio portato emotivo e immaginativo: lo abbiamo fatto con i dipinti, poi con la fotografia analogica, con la fotografia digitale e ora lo stiamo iniziando a fare con l’Intelligenza Artificiale.
Più osservo questi nuovi lavori fotografici e più mi viene da pensare alle incredibili potenzialità che si sono aperte e alla meraviglia alla quale possiamo andare incontro per immergerci nei nostri desiderata e portare, con noi, tutto il nostro spazio abitato.
Perché mi ha colpito e ammaliato così tanto il lavoro di Venturi? 
La sua vena espressiva nasce da una urgenza narrativa che fa di lui, da tanti anni, un affermato fotografo documentarista e un artista visivo che ha pubblicato i suoi reportage su prestigiose riviste nazionali e internazionali.
Indaga fotograficamente, dal 2015, il territorio della Corea esplorandone i fenomeni sociali e i risultati raggiunti attraverso lo sviluppo e la crescita economica, ma anche i conseguenti effetti collaterali sulla popolazione.
Quando è arrivato al desiderio di utilizzare l’AI per continuare a parlare della Corea, l’ha fatto, quindi, conoscendo molto bene tutte le dinamiche che abitano questo territorio, avendo ampiamente sperimentato lo strumento fotografico, con un profondo senso etico del suo lavoro per poi proiettarsi nel mondo della fantascienza, nella fotografia e nella letteratura del passato e con la precisa volontà, di non avere il controllo completo del suo processo creativo.
Ritorna, quindi, la meravigliosa possibilità di perdersi, ma anche di lasciarsi andare, di pescare dal proprio vissuto, di proiettarsi nelle proprie fantasie, di esprimere in modo poetico dei non detti e di abbandonare questa strana volontà di raccontare il vero che, del resto, non è mai appartenuta alla fotografia.

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