Angelo Scognamiglio //
Mimmo Jodice, o della lentezza come resistenza
Il tempo come materia, non come tema
Su Mimmo Jodice, e sul perché la sua lentezza ci riguarda adesso più di allora
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Ci sono fotografi che si misurano dal numero di immagini che hanno realizzato, e fotografi che si misurano da quelle che hanno deciso di non fare. Mimmo Jodice apparteneva alla seconda specie, ormai quasi estinta.
«Non ho lo scatto facile», diceva. In bocca a chiunque altro suonerebbe come una civetteria; in lui era una dichiarazione di metodo, quasi una professione di fede. Tornava più volte nello stesso luogo, aspettava che la luce cambiasse, osservava il modo in cui un’ombra si spostava di pochi centimetri nel corso di un pomeriggio. Poi, forse, fotografava.
Questa ostinazione — perché di ostinazione si trattava — è la chiave per rileggerlo oggi, a pochi mesi dalla sua morte, avvenuta a Napoli il 28 ottobre 2025, a novantuno anni. Non come l’ennesimo “maestro del bianco e nero” da trasformare in formula commemorativa, ma come uno degli ultimi grandi fotografi europei ad aver fatto della lentezza una posizione estetica e morale.
È una tesi che chiede di essere difesa, non proclamata. Proviamoci.
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Il tempo come materia, non come tema
Si ripete spesso che Jodice abbia “fermato il tempo”. Lo diceva lui stesso, con quella formula bellissima e un po’ minacciosa: bisogna fermarlo prima che se ne accorga e si vendichi. Ma la frase, a forza di essere citata, si è quasi svuotata. Vale la pena prenderla sul serio e chiedersi come si ferma il tempo in una fotografia, perché è lì che Jodice si separa davvero da quasi tutti.
Non lo fermava scegliendo soggetti immobili. Lo fermava nel corpo stesso dell’immagine.
La sua scelta di stampare a mano, fino alla fine, su carta baritata ai sali d’argento viene spesso archiviata come nostalgia artigianale: la simpatica resistenza di un vecchio maestro alla marea digitale. È una lettura pigra. La stampa analogica, per Jodice, non era un vezzo: era una presa di posizione sul tempo.
Un file tende a cancellare la propria età; una stampa ai sali d’argento invece la conserva. La materia che la sostiene — la carta, l’argento, il nero che si deposita lentamente nello sviluppo — invecchia insieme al mondo che rappresenta. Jodice non fotografava semplicemente la rovina: produceva immagini che sembrano appartenere alla rovina stessa.
Le sue stampe non rappresentano il tempo sospeso, lo contengono.
È per questo che le fotografie di Jodice, viste dal vero, non sembrano semplicemente stampate: sembrano affiorate. Emergono dal nero come reperti dall’acqua. È un effetto che non si ottiene con il soggetto, ma con la mano.
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Una sola coerenza, non due stagioni
La vulgata critica divide spesso Jodice in due.
Da una parte c’è il fotografo militante degli anni Settanta: il colera, i manicomi, le periferie operaie, i devoti di Chi è devoto (1974), il libro realizzato con i testi di Roberto De Simone e la prefazione di Carlo Levi. Dall’altra il fotografo metafisico degli anni Ottanta e Novanta: le piazze vuote, le statue, i mari, le città sospese di Vedute di Napoli.
Maturazione, si dice. Ascesa verso l’universale.
È una narrazione comoda e, credo, parziale.
Perché basta guardare davvero le immagini degli anni militanti per accorgersi che lo sguardo è già tutto lì. Jodice non cercava l’evento, non costruiva la retorica della denuncia, non spettacolarizzava la miseria. Cercava la presenza silenziosa, la tensione che abita una stanza un istante prima o dopo che qualcosa accada. Anche nei vicoli affollati della Sanità o nelle feste popolari campane il suo sguardo sembrava già lavorare per sottrazione.
Il fotografo sociale degli anni Settanta e il poeta metafisico degli anni Ottanta non sono due uomini diversi. Sono lo stesso occhio che, nel tempo, ha imparato a togliere: prima l’aneddoto, poi la cronaca, infine la figura umana stessa.
L’abbandono del sociale, allora, non è un voltafaccia. È una sottrazione progressiva condotta sempre nella stessa direzione.
Jodice ha passato la vita a levigare via dall’immagine tutto ciò che non riteneva essenziale, finché non sono rimasti che lo spazio, la luce e il tempo.
Le piazze deserte di Vedute di Napoli sono la conseguenza logica dei vicoli affollati di Chi è devoto: in entrambi i casi ciò che conta non è chi c’è, ma ciò che resta.
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Napoli come metodo, de Chirico come alibi
Il nome di Giorgio de Chirico torna inevitabilmente ogni volta che si parla di Jodice. Le piazze, le ombre, gli archi, le statue: la genealogia metafisica è evidente, e Jodice non l’ha mai negata.
Ma il paragone, se lasciato a sé stesso, rischia di diventare riduttivo.
De Chirico inventava città immaginarie; Jodice fotografava Piazza del Plebiscito, che esiste davvero, e la costringeva a diventare irreale restando perfettamente sé stessa. La metafisica di de Chirico nasce dall’invenzione; quella di Jodice nasce dalla sottrazione.
La sua Napoli non è mai un set teatrale né un folklore da cartolina. È un metodo di conoscenza.
La città gli serviva perché è uno dei luoghi europei in cui il presente poggia più visibilmente sul passato, dove il tempo non sembra scorrere ma depositarsi. Fotografare Napoli significava allora fotografare la stratificazione stessa: la prova che il tempo non scompare, si accumula.
La serie Anamnesi è forse la formulazione più limpida di questa idea. I volti delle statue del Museo Archeologico Nazionale di Napoli vengono fotografati come se restituissero lo sguardo a chi li osserva. Non sembrano reperti: sembrano memorie che riaffiorano.
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La lentezza come diagnosi
Qui sta la ragione per cui vale ancora la pena scrivere di Jodice — e farlo seriamente.
Jodice ha lavorato per sessant’anni dentro un mondo che produceva relativamente poche immagini e le faceva durare. È morto in un mondo che ne produce miliardi ogni giorno e non ne fa durare quasi nessuna.
La sua lentezza, che ai suoi tempi poteva sembrare carattere o temperamento, oggi appare per quello che era: una diagnosi.
Perché il punto non è che facciamo troppe fotografie. È che non ne guardiamo più nessuna.
L’immagine contemporanea è diventata un gesto di scorrimento: qualcosa che si attraversa, non qualcosa che si abita. Jodice ha passato la vita a dimostrare il contrario. Che un’immagine può essere un luogo in cui fermarsi, e che fermarsi è diventata una delle cose più difficili e necessarie.
Le sue fotografie chiedono il tempo che non abbiamo più. Ed è proprio per questo che riescono ancora a restituircelo.
Sono immagini controcorrente: spingono nella direzione opposta rispetto a quella in cui oggi tutto ci trascina.
C’è una parola che tornava spesso nel suo lessico: attesa. Ma in Jodice l’attesa non aveva nulla di passivo. Deriva dal latino ad-tendere: tendere verso. Attendere la luce significava costruire una tensione verso ciò che ancora non si vedeva.
In questo senso, più che un fotografo del passato, Jodice è stato un fotografo del nostro presente mancato. Ci ha mostrato il modo di guardare che stavamo perdendo proprio mentre lo perdevamo.
Non l’ultimo maestro di una tecnica superata, allora, ma uno degli ultimi artisti ad aver creduto che il mondo, se osservato abbastanza a lungo, finisca per rivelarsi.
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Un’eredità che continua a guardarci
Negli ultimi anni la consacrazione internazionale di Jodice era ormai definitiva: il Louvre, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Philadelphia Museum of Art, le grandi retrospettive italiane. Ma il punto non è il riconoscimento istituzionale. È il fatto che la sua opera continui a esercitare un’influenza sotterranea su intere generazioni di fotografi e artisti visivi.
Anche perché la sua lezione non è mai stata semplicemente tecnica.
Jodice insegnava un modo di stare davanti alle cose. La pazienza di aspettare che la luce rivelasse ciò che era già lì. La convinzione che guardare non significhi consumare immagini, ma lasciare che le immagini consumino lentamente noi.
Accanto a lui, per tutta la vita, la moglie Angela — laureata in letteratura inglese, interlocutrice e compagna di ogni scelta. Dove c’era Mimmo, c’era Angela. Anche questo, in fondo, appartiene alla sua idea di durata.
Jodice ha fermato il tempo, come prometteva. E il tempo, almeno con lui, non si è vendicato. Si è limitato, per una volta, a lasciarsi guardare.
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Domenico «Mimmo» Jodice (Napoli, 29 marzo 1934 – Napoli, 28 ottobre 2025).













