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Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Tra memoria e immagine, il tempo sospeso di Yvonne De Rosa

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Giovanni A. Scognamiglio //

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Tra memoria e immagine, il tempo sospeso di Yvonne De Rosa

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Una parte significativa della fotografia contemporanea europea non lavora più sull’evento ma sulla persistenza. Non sull’accadimento, ma su ciò che resta dopo la scomparsa: tracce, residui, superfici attraversate dal tempo. È una fotografia che rinuncia all’immediatezza dell’immagine spettacolare per interrogare invece ciò che il tempo consuma, altera o rimuove. Dentro questa linea si colloca con particolare coerenza il lavoro di Yvonne De Rosa.

Osservando la sua ricerca, si ha spesso l’impressione che l’immagine non nasca da una volontà di rappresentazione, quanto piuttosto da un confronto con l’assenza. Le sue fotografie sembrano interrogare ciò che sopravvive: luoghi che hanno esaurito la propria funzione originaria, archivi dimenticati, identità marginali, frammenti biografici sottratti all’oblio. Al centro dell’immagine emerge quasi sempre una forma di mancanza. È proprio questa tensione a sottrarre il suo lavoro alle categorie più convenzionali del reportage contemporaneo.

Sebbene la formazione di De Rosa attraversi anche il fotogiornalismo e il documentario, il suo linguaggio si allontana progressivamente dalla cronaca per avvicinarsi a una riflessione più complessa sulla memoria come materia fragile, incompleta, continuamente riscritta. In questo senso il riferimento al “tempo passato, tempo sospeso” — formula con cui la stessa artista definisce il proprio lavoro — non appare come una semplice suggestione poetica, ma come una precisa dichiarazione di metodo. Nelle sue immagini il tempo non procede mai in maniera lineare: passato e presente convivono in uno spazio ambiguo e stratificato, dove la fotografia non documenta soltanto ciò che è stato, ma mette in tensione ciò che continua a riaffiorare.

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Crazy God e l’etica della sottrazione

Questa dimensione emerge con particolare forza in Crazy God, il progetto nato dall’esperienza di volontariato che De Rosa svolse negli anni Novanta all’interno di un ospedale psichiatrico del Sud Italia. Tornando in quel luogo dopo la sua chiusura, la fotografa evita consapevolmente ogni estetizzazione della rovina o del disagio mentale. Il manicomio non viene mai trasformato in dispositivo spettacolare. Lo spazio appare piuttosto sospeso, rarefatto, abitato da una memoria residuale che continua a manifestarsi attraverso gli oggetti abbandonati, le scritte sui muri, gli effetti personali rimasti come ultime tracce di vite rimosse.

Ciò che colpisce è soprattutto il rifiuto dell’enfasi visiva. Le immagini non cercano mai di imporsi come simboli definitivi. La luce è trattenuta, opaca, spesso polverosa; gli ambienti sembrano emergere lentamente dalla materia stessa del tempo. Gli oggetti smettono di essere elementi scenografici e assumono invece il valore di indizi. È una fotografia che lavora per sottrazione e che proprio nella sottrazione costruisce la propria densità etica.

L’archivio come spazio critico

Per questo il lavoro di Yvonne De Rosa dialoga naturalmente con alcune delle riflessioni più importanti della teoria contemporanea dell’immagine. È difficile non pensare a Georges Didi-Huberman quando la fotografia viene trattata come “sopravvivenza”, come riemersione di ciò che la storia aveva espulso. Così come è inevitabile rintracciare, sullo sfondo, una vicinanza con Christian Boltanski, soprattutto nell’uso dell’archivio come spazio emotivo e collettivo più che documentario.

Ma il vero nucleo della ricerca di De Rosa è probabilmente proprio l’archivio.

Negli ultimi anni la fotografia contemporanea ha sviluppato una vera ossessione per il materiale archivistico: fotografie anonime, negativi ritrovati, lettere, immagini familiari, frammenti residuali del passato. Spesso questo processo ha prodotto una semplice estetizzazione nostalgica della memoria. Nel lavoro di De Rosa, invece, l’archivio non è mai decorazione del tempo perduto. Diventa piuttosto uno spazio critico, un luogo in cui il passato continua a interrogare il presente.

In Corrispondenze, costruito attraverso fotografie e lettere appartenute a coppie del Novecento, l’immagine perde completamente il proprio statuto di prova. La fotografia smette di garantire autenticità e diventa distanza, eco, frammento. Il dialogo con Roland Barthes appare qui particolarmente evidente. Se ne La camera chiara ogni fotografia contiene implicitamente la testimonianza di una scomparsa futura, nelle opere di De Rosa questa consapevolezza si radicalizza ulteriormente: le immagini sembrano mostrare non tanto ciò che è stato, quanto l’impossibilità di recuperarlo integralmente.

Il tempo dell’analogico

Anche il ricorso alla fotografia analogica assume, in questo contesto, un significato preciso. Non si tratta di nostalgia tecnica né di feticismo della camera oscura. L’analogico introduce una diversa esperienza del tempo e dell’attesa. In un sistema dominato dalla produzione compulsiva di immagini, la lentezza del processo chimico diventa quasi una forma di resistenza culturale. La fotografia recupera così peso, densità, fisicità.

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Napoli, memoria e stratificazione

Persino il rapporto con Napoli sfugge agli stereotipi più prevedibili. Nelle immagini di De Rosa la città non è mai folklore o superficie narrativa identitaria. Napoli appare piuttosto come una geografia della stratificazione, un luogo costruito su continue sovrapposizioni di memoria e cancellazione, dove il passato continua a tornare sotto forme inattese.

È significativo, allora, che una parte importante del suo lavoro si sia tradotta anche nella fondazione di Magazzini Fotografici. Non semplicemente una galleria, ma uno spazio indipendente nato per costruire riflessione critica intorno alla fotografia contemporanea. In una città storicamente povera di istituzioni dedicate al medium fotografico, Magazzini Fotografici ha rappresentato qualcosa di più di un centro espositivo: un tentativo di costruire comunità culturale, pensiero sull’immagine, educazione dello sguardo.

Ed è forse proprio qui che si comprende fino in fondo la posizione di Yvonne De Rosa nella fotografia contemporanea italiana. Il suo lavoro non cerca consenso immediato né adesione estetica rapida. Le sue immagini restano volutamente aperte, incomplete, attraversate dal dubbio. In un tempo dominato dalla saturazione visiva e dall’eccesso di presenza, la sua ricerca restituisce invece centralità all’assenza, al vuoto, alla traccia.

Più che produrre immagini, Yvonne De Rosa sembra interrogare continuamente ciò che le immagini non riescono più a trattenere.


Nota biografica

Yvonne De Rosa è fotografa, fondatrice e direttrice artistica dello spazio indipendente Magazzini Fotografici di Napoli. Docente di fotografia presso ILAS Academy e presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, collabora con l’Università degli Studi di Napoli Federico II nell’ambito della sociologia visuale e della fotografia contemporanea. La sua ricerca indaga la natura del mezzo fotografico come strumento narrativo, costruendo un dialogo continuo tra memoria, tempo e contemporaneità. Ha pubblicato monografie come Crazy God, Hidden Identities, Sguardo Sensibile, A mia madre e Corrispondenze, ricevendo riconoscimenti internazionali tra cui IPA Award, Kodak Young Award, RPS – Royal Photographic Society e MILOTA Foundation Award al Bratislava Photo Festival. Le sue opere sono state esposte in numerose istituzioni internazionali, tra cui ARCO Madrid, The Armory di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

 



Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

 

Yvonne De Rosa et la photographie comme pratique de la mémoire

Une part significative de la photographie contemporaine européenne ne travaille plus sur l’événement mais sur la persistance. Non sur l’occurrence elle-même, mais sur ce qui demeure après la disparition : traces, résidus, surfaces traversées par le temps. C’est une photographie qui renonce à l’immédiateté de l’image spectaculaire pour interroger ce que le temps consume, altère ou efface. C’est dans cette lignée que s’inscrit avec une particulière cohérence le travail de Yvonne De Rosa.

En observant sa recherche, on a souvent l’impression que l’image ne naît pas d’une volonté de représentation, mais plutôt d’une confrontation avec l’absence. Ses photographies semblent interroger ce qui survit : des lieux ayant épuisé leur fonction originelle, des archives oubliées, des identités marginales, des fragments biographiques soustraits à l’oubli. Au centre de l’image apparaît presque toujours une forme de manque. C’est précisément cette tension qui soustrait son travail aux catégories les plus conventionnelles du reportage contemporain.

Bien que la formation de De Rosa traverse également le photojournalisme et le documentaire, son langage s’éloigne progressivement de la chronique pour se rapprocher d’une réflexion plus complexe sur la mémoire comme matière fragile, incomplète et continuellement réécrite. En ce sens, la formule « un temps passé, un temps suspendu » — expression par laquelle l’artiste définit elle-même son travail — n’apparaît pas comme une simple suggestion poétique, mais comme une véritable déclaration de méthode. Dans ses images, le temps ne progresse jamais de manière linéaire : passé et présent coexistent dans un espace ambigu et stratifié, où la photographie ne documente pas seulement ce qui a été, mais met en tension ce qui continue à réapparaître.

Crazy God et l’éthique de la soustraction

Cette dimension apparaît avec une force particulière dans Crazy God, projet né de l’expérience de volontariat que De Rosa mena dans les années quatre-vingt-dix au sein d’un hôpital psychiatrique du sud de l’Italie. En revenant dans ce lieu après sa fermeture, la photographe évite consciemment toute esthétisation de la ruine ou du trouble mental. L’asile n’est jamais transformé en dispositif spectaculaire. L’espace apparaît au contraire suspendu, raréfié, habité par une mémoire résiduelle qui continue de se manifester à travers les objets abandonnés, les inscriptions sur les murs, les effets personnels laissés comme dernières traces de vies effacées.

Ce qui frappe avant tout, c’est le refus de l’emphase visuelle. Les images ne cherchent jamais à s’imposer comme des symboles définitifs. La lumière est retenue, opaque, souvent poussiéreuse ; les espaces semblent émerger lentement de la matière même du temps. Les objets cessent d’être des éléments scénographiques pour devenir des indices. C’est une photographie qui travaille par soustraction et qui, précisément dans cette soustraction, construit sa propre densité éthique.

L’archive comme espace critique

C’est pourquoi le travail de Yvonne De Rosa dialogue naturellement avec certaines des réflexions les plus importantes de la théorie contemporaine de l’image. Il est difficile de ne pas penser à Georges Didi-Huberman lorsque la photographie est pensée comme « survivance », comme réapparition de ce que l’histoire avait expulsé. De même, il est inévitable de percevoir, en arrière-plan, une proximité avec Christian Boltanski, notamment dans l’usage de l’archive comme espace émotionnel et collectif davantage que documentaire.

Mais le véritable noyau de la recherche de De Rosa est probablement précisément l’archive.

Ces dernières années, la photographie contemporaine a développé une véritable obsession pour les matériaux d’archives : photographies anonymes, négatifs retrouvés, lettres, images familiales, fragments résiduels du passé. Souvent, ce processus a produit une simple esthétisation nostalgique de la mémoire. Dans le travail de De Rosa, au contraire, l’archive n’est jamais une décoration du temps perdu. Elle devient plutôt un espace critique, un lieu où le passé continue d’interroger le présent.

Dans Corrispondenze, construit à partir de photographies et de lettres ayant appartenu à des couples du XXe siècle, l’image perd complètement son statut de preuve. La photographie cesse de garantir l’authenticité pour devenir distance, écho, fragment. Le dialogue avec Roland Barthes apparaît ici particulièrement évident. Si, dans La Chambre claire, chaque photographie contient implicitement le témoignage d’une disparition future, dans les œuvres de De Rosa cette conscience se radicalise davantage encore : les images semblent montrer non pas tant ce qui a été, que l’impossibilité de le récupérer intégralement.

Le temps de l’analogique

Le recours à la photographie argentique prend également, dans ce contexte, une signification précise. Il ne s’agit ni de nostalgie technique ni de fétichisme de la chambre noire. L’argentique introduit une autre expérience du temps et de l’attente. Dans un système dominé par la production compulsive d’images, la lenteur du processus chimique devient presque une forme de résistance culturelle. La photographie retrouve ainsi poids, densité et matérialité.

Naples, mémoire et stratification

Même le rapport à Naples échappe aux stéréotypes les plus prévisibles. Dans les images de De Rosa, la ville n’est jamais folklore ni simple surface narrative identitaire. Naples apparaît plutôt comme une géographie de la stratification, un lieu construit sur des superpositions continues de mémoire et d’effacement, où le passé revient sans cesse sous des formes inattendues.

Il est alors significatif qu’une part importante de son travail se soit également traduite par la fondation de Magazzini Fotografici. Non pas simplement une galerie, mais un espace indépendant né pour construire une réflexion critique autour de la photographie contemporaine. Dans une ville historiquement pauvre en institutions consacrées au médium photographique, Magazzini Fotografici a représenté bien davantage qu’un espace d’exposition : une tentative de construire une communauté culturelle, une pensée de l’image, une éducation du regard.

C’est peut-être précisément ici que se comprend pleinement la position de Yvonne De Rosa dans la photographie contemporaine italienne. Son travail ne recherche ni le consensus immédiat ni une adhésion esthétique rapide. Ses images demeurent volontairement ouvertes, incomplètes, traversées par le doute. Dans une époque dominée par la saturation visuelle et l’excès de présence, sa recherche redonne au contraire une centralité à l’absence, au vide et à la trace.

Plus que produire des images, Yvonne De Rosa semble interroger continuellement ce que les images ne parviennent plus à retenir.


Notice biographique

Yvonne De Rosa est photographe, fondatrice et directrice artistique de l’espace indépendant Magazzini Fotografici à Naples. Enseignante en photographie à ILAS Academy et à l’Académie des Beaux-Arts de Naples, elle collabore avec l’Université Federico II de Naples dans le domaine de la sociologie visuelle et de la photographie contemporaine. Sa recherche interroge la nature du médium photographique comme outil narratif, construisant un dialogue constant entre mémoire, temps et contemporanéité. Elle a publié des monographies telles que Crazy God, Hidden Identities, Sguardo Sensibile, A mia madre et Corrispondenze, recevant des distinctions internationales parmi lesquelles l’IPA Award, le Kodak Young Award, le RPS – Royal Photographic Society et le MILOTA Foundation Award au Bratislava Photo Festival. Ses œuvres ont été exposées dans de nombreuses institutions internationales, parmi lesquelles ARCO Madrid, The Armory à New York, le Victoria & Albert Museum de Londres et le Musée Archéologique National de Naples.

# 6575
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Mimmo Jodice, o della lentezza come resistenza

Il tempo come materia, non come tema

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Giovanni A. Scognamiglio //

Mimmo Jodice, o della lentezza come resistenza

Il tempo come materia, non come tema

Su Mimmo Jodice, e sul perché la sua lentezza ci riguarda adesso più di allora

Ci sono fotografi che si misurano dal numero di immagini che hanno realizzato, e fotografi che si misurano da quelle che hanno deciso di non fare. Mimmo Jodice apparteneva alla seconda specie, ormai quasi estinta.

«Non ho lo scatto facile», diceva. In bocca a chiunque altro suonerebbe come una civetteria; in lui era una dichiarazione di metodo, quasi una professione di fede. Tornava più volte nello stesso luogo, aspettava che la luce cambiasse, osservava il modo in cui un’ombra si spostava di pochi centimetri nel corso di un pomeriggio. Poi, forse, fotografava.

Questa ostinazione — perché di ostinazione si trattava — è la chiave per rileggerlo oggi, a pochi mesi dalla sua morte, avvenuta a Napoli il 28 ottobre 2025, a novantuno anni. Non come l’ennesimo “maestro del bianco e nero” da trasformare in formula commemorativa, ma come uno degli ultimi grandi fotografi europei ad aver fatto della lentezza una posizione estetica e morale.

È una tesi che chiede di essere difesa, non proclamata. Proviamoci.

Il tempo come materia, non come tema

Si ripete spesso che Jodice abbia “fermato il tempo”. Lo diceva lui stesso, con quella formula bellissima e un po’ minacciosa: bisogna fermarlo prima che se ne accorga e si vendichi. Ma la frase, a forza di essere citata, si è quasi svuotata. Vale la pena prenderla sul serio e chiedersi come si ferma il tempo in una fotografia, perché è lì che Jodice si separa davvero da quasi tutti.

Non lo fermava scegliendo soggetti immobili. Lo fermava nel corpo stesso dell’immagine.

La sua scelta di stampare a mano, fino alla fine, su carta baritata ai sali d’argento viene spesso archiviata come nostalgia artigianale: la simpatica resistenza di un vecchio maestro alla marea digitale. È una lettura pigra. La stampa analogica, per Jodice, non era un vezzo: era una presa di posizione sul tempo.

Un file tende a cancellare la propria età; una stampa ai sali d’argento invece la conserva. La materia che la sostiene — la carta, l’argento, il nero che si deposita lentamente nello sviluppo — invecchia insieme al mondo che rappresenta. Jodice non fotografava semplicemente la rovina: produceva immagini che sembrano appartenere alla rovina stessa.

Le sue stampe non rappresentano il tempo sospeso, lo contengono.

È per questo che le fotografie di Jodice, viste dal vero, non sembrano semplicemente stampate: sembrano affiorate. Emergono dal nero come reperti dall’acqua. È un effetto che non si ottiene con il soggetto, ma con la mano.

Una sola coerenza, non due stagioni

La vulgata critica divide spesso Jodice in due.

Da una parte c’è il fotografo militante degli anni Settanta: il colera, i manicomi, le periferie operaie, i devoti di Chi è devoto (1974), il libro realizzato con i testi di Roberto De Simone e la prefazione di Carlo Levi. Dall’altra il fotografo metafisico degli anni Ottanta e Novanta: le piazze vuote, le statue, i mari, le città sospese di Vedute di Napoli.

Maturazione, si dice. Ascesa verso l’universale.

È una narrazione comoda e, credo, parziale.

Perché basta guardare davvero le immagini degli anni militanti per accorgersi che lo sguardo è già tutto lì. Jodice non cercava l’evento, non costruiva la retorica della denuncia, non spettacolarizzava la miseria. Cercava la presenza silenziosa, la tensione che abita una stanza un istante prima o dopo che qualcosa accada. Anche nei vicoli affollati della Sanità o nelle feste popolari campane il suo sguardo sembrava già lavorare per sottrazione.

Il fotografo sociale degli anni Settanta e il poeta metafisico degli anni Ottanta non sono due uomini diversi. Sono lo stesso occhio che, nel tempo, ha imparato a togliere: prima l’aneddoto, poi la cronaca, infine la figura umana stessa.

L’abbandono del sociale, allora, non è un voltafaccia. È una sottrazione progressiva condotta sempre nella stessa direzione.

Jodice ha passato la vita a levigare via dall’immagine tutto ciò che non riteneva essenziale, finché non sono rimasti che lo spazio, la luce e il tempo.

Le piazze deserte di Vedute di Napoli sono la conseguenza logica dei vicoli affollati di Chi è devoto: in entrambi i casi ciò che conta non è chi c’è, ma ciò che resta.

Napoli come metodo, de Chirico come alibi

Il nome di Giorgio de Chirico torna inevitabilmente ogni volta che si parla di Jodice. Le piazze, le ombre, gli archi, le statue: la genealogia metafisica è evidente, e Jodice non l’ha mai negata.

Ma il paragone, se lasciato a sé stesso, rischia di diventare riduttivo.

De Chirico inventava città immaginarie; Jodice fotografava Piazza del Plebiscito, che esiste davvero, e la costringeva a diventare irreale restando perfettamente sé stessa. La metafisica di de Chirico nasce dall’invenzione; quella di Jodice nasce dalla sottrazione.

La sua Napoli non è mai un set teatrale né un folklore da cartolina. È un metodo di conoscenza.

La città gli serviva perché è uno dei luoghi europei in cui il presente poggia più visibilmente sul passato, dove il tempo non sembra scorrere ma depositarsi. Fotografare Napoli significava allora fotografare la stratificazione stessa: la prova che il tempo non scompare, si accumula.

La serie Anamnesi è forse la formulazione più limpida di questa idea. I volti delle statue del Museo Archeologico Nazionale di Napoli vengono fotografati come se restituissero lo sguardo a chi li osserva. Non sembrano reperti: sembrano memorie che riaffiorano.

La lentezza come diagnosi

Qui sta la ragione per cui vale ancora la pena scrivere di Jodice — e farlo seriamente.

Jodice ha lavorato per sessant’anni dentro un mondo che produceva relativamente poche immagini e le faceva durare. È morto in un mondo che ne produce miliardi ogni giorno e non ne fa durare quasi nessuna.

La sua lentezza, che ai suoi tempi poteva sembrare carattere o temperamento, oggi appare per quello che era: una diagnosi.

Perché il punto non è che facciamo troppe fotografie. È che non ne guardiamo più nessuna.

L’immagine contemporanea è diventata un gesto di scorrimento: qualcosa che si attraversa, non qualcosa che si abita. Jodice ha passato la vita a dimostrare il contrario. Che un’immagine può essere un luogo in cui fermarsi, e che fermarsi è diventata una delle cose più difficili e necessarie.

Le sue fotografie chiedono il tempo che non abbiamo più. Ed è proprio per questo che riescono ancora a restituircelo.

Sono immagini controcorrente: spingono nella direzione opposta rispetto a quella in cui oggi tutto ci trascina.

C’è una parola che tornava spesso nel suo lessico: attesa. Ma in Jodice l’attesa non aveva nulla di passivo. Deriva dal latino ad-tendere: tendere verso. Attendere la luce significava costruire una tensione verso ciò che ancora non si vedeva.

In questo senso, più che un fotografo del passato, Jodice è stato un fotografo del nostro presente mancato. Ci ha mostrato il modo di guardare che stavamo perdendo proprio mentre lo perdevamo.

Non l’ultimo maestro di una tecnica superata, allora, ma uno degli ultimi artisti ad aver creduto che il mondo, se osservato abbastanza a lungo, finisca per rivelarsi.

Un’eredità che continua a guardarci

Negli ultimi anni la consacrazione internazionale di Jodice era ormai definitiva: il Louvre, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Philadelphia Museum of Art, le grandi retrospettive italiane. Ma il punto non è il riconoscimento istituzionale. È il fatto che la sua opera continui a esercitare un’influenza sotterranea su intere generazioni di fotografi e artisti visivi.

Anche perché la sua lezione non è mai stata semplicemente tecnica.

Jodice insegnava un modo di stare davanti alle cose. La pazienza di aspettare che la luce rivelasse ciò che era già lì. La convinzione che guardare non significhi consumare immagini, ma lasciare che le immagini consumino lentamente noi.

Accanto a lui, per tutta la vita, la moglie Angela — laureata in letteratura inglese, interlocutrice e compagna di ogni scelta. Dove c’era Mimmo, c’era Angela. Anche questo, in fondo, appartiene alla sua idea di durata.

Jodice ha fermato il tempo, come prometteva. E il tempo, almeno con lui, non si è vendicato. Si è limitato, per una volta, a lasciarsi guardare.

Domenico «Mimmo» Jodice (Napoli, 29 marzo 1934 – Napoli, 28 ottobre 2025).

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Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Marco Maraviglia //

La NapoliVisionaria di Luca Anzani

Presentazione del libro fotografico il 4 dicembre da Perditempo

Ancora un libro fotografico su Napoli!

E senza turisti, con prospettive deformate, “cianotiche”…

Al primo impatto le fotografie di Facsimile - NapoliVisionaria sembrano fotografie sbagliate, sporche, mostrano architetture deformate, vignettate, senza definizione pur avendo una profondità di campo estesa su tutti i piani, con dei mossi strani…

Sono immagini che i “fotografi fotografi” non hanno difficoltà a individuarne la tecnica di realizzo: si tratta di fotografia stenopeica.

Niente sensore digitale, niente obiettivi fotografici, niente display o pentaprisma per vedere l‘inquadratura esatta nel mirino. Niente pulsante di scatto, nessuna batteria di alimentazione.

Si tratta di una delle tecniche fotografiche più magiche perché dai risultati imprevedibili, specie se non si ha una certa esperienza di esecuzione.

Il fotografo Luca Anzani sono diversi anni che si occupa di fotografia sperimentale. Esperto di camera oscura, contribuisce con i suoi insegnamenti a far accrescere la passione per la fotografia analogica alle nuove leve di aspiranti giovani fotografi.

Anzani utilizza la pinhole camera. Che potrebbe essere una scatola di scarpe, un barattolo di latta a tenuta di luce, una cassetta di legno o costruita direttamente da una delle aziende che le producono. L‘interno è rigorosamente nero e ha un forellino come obiettivo ma senza lenti, attraverso il quale far passare la luce per impressionare il supporto sensibile, il cui diametro a volte è anche meno di 1 mm. Se di pochi micron è realizzato al laser.

 

La pinhole camera o, se preferite, fotocamera a foro stenopeico, in fondo si basa sui principi arcaici dell‘ottica, scoperti già da Aristotele in epoca anti Cristo, secondo cui la luce che passa attraverso un foro si proietta in maniera invertita su una parete opposta. Via via, nel corso dei secoli, il principio è servito a perfezionare la tecnica, passando per la camera obscura di Leonardo da Vinci fino ad arrivare a quella che si può considerare la prima fotografia della storia realizzata da Joseph Nicéphore Niépce nel 1826.

 

NapoliVisionaria con immagini realizzate tra il 2016 e il 2023 (saltando il lockdown), offre una visione alternativa della città. Qui non abbiamo le fotografie patinate per le riviste di viaggio e turismo dove si deve esaltare la bellezza della città evitando di inquadrare un ponteggio, i cassonetti dell‘immondizia e magari realizzarle con la luce del tramonto o dell‘alba. Qui non abbiamo nemmeno fotografie di denuncia, reportage, dove ad esempio sfreccia per strada una famiglia intera sullo scooter e senza caschi.

Anzi, nelle immagini di Luca Anzani la gente è assolutamente assente, non passano scooter o auto. Cioè ci sono, ma non li vediamo. Anche se queste fotografie sono state scattate in pieno giorno. E per lo più hanno una forte intonazione blu, per il tipo di pellicola utilizzata, come se fossero state scattate all‘alba o al crepuscolo.

È il bello della fotografia stenopeica. I “segreti” della pinhole che Luca non tiene per sé e mi racconta qualcosa.

 

Le pellicole che ho utilizzato per questo lavoro le acquistai qualche anno fa, sono delle invertibili 9x12 Kodak Edupe con sensibilità di 12 ISO e che servono per fare duplicati; sono scadute dal 2004.

I tempi di esposizione che ho usato per questi scatti variano tra i 4 e i 7 minuti. Per qualcuna anche 15 minuti. Uso un esposimetro esterno per farmi suggerire in parte il tempo: da quando togliere e riporre il tappo davanti al foro ma alla fine è l‘esperienza che fa il suo. Con orologio alla mano.

 

Pellicole che sviluppa lui stesso in camera oscura con processo chimico E6, quello della Kodak per sviluppare le diapositive, per intenderci.

Immagini quindi, scattate in pieno giorno ma senza presenza di persone. Il tempo lungo di esposizione le annulla del tutto. Tranne in casi rari, quando stanno ferme a lungo come nella fotografia epica di Louis Daguerre, Boulevard du Temple del 1838, in cui si vede solo un uomo che si fa lucidare le scarpe: in 10 minuti di esposizione tutte le persone che passeggiavano in strada erano ovviamente annullate.

Atmosfera da “day after”, metafisica, solitaria.

 

È Fotografia Povera, nell‘accezione migliore del termine, volendola associare all‘Arte Povera degli anni ‘60 in cui si utilizzavano anche materiali di scarto. Qui le pellicole utilizzate sarebbero finite probabilmente nei rifiuti speciali. Qui non viene utilizzata una fotocamera da 5-6.000 euro. Qui non c‘è bisogno di un computer per visualizzare le immagini prodotte perché si tratta di pellicole invertibili, diapositive.

È la bellezza della fotografia sperimentale e analogica, quella dove il supporto originale si tocca quando è vergine e dopo che è stato sviluppato restituendoti ciò che non sapevi che avresti visto ma solo immaginato.

La creatività dell‘utilizzo della tecnica dipende dall‘autore: se usare carta fotografica o scegliere un tipo di pellicola che può essere a colori o bianconero negativo o diapositiva. O anche scegliere supporti scaduti e decidere di riprendere luoghi che non fanno parte dei consueti itinerari turistici, rende il lavoro esclusivo. Immagini di un “facsimile” del Grand Tour, contemporaneo, che sembra realizzato in luoghi atemporali, grandangolati. Tra Napoli, la sua costa e non solo.

 

Il libro è condiviso con brevi testi di prosa di Gennaro Ascione, Vittorio Celotto, Igor Esposito, Carmen Gallo, Massimiliano Mazzei, Claudio Metallo, Valeria Perrella, Angelo Petrella, Gianni Solla.

 

 

 

Bio

Nato nel 1966 a Napoli, città dove vive e lavora.
Laureato in Filosofia, si interessa da tempo di fotografia come mezzo espressivo e ne coltiva un uso appassionato. Cultore della musica industrial, la sperimentazione costituisce un elemento centrale del suo lavoro fotografico. A partire dal 1995 inizia a fotografare alcuni gruppi musicali napoletani tra cui gli Almamegretta; nel 2001 realizza le foto per il loro CD Imaginaria, vincendo gli Italian Music Awards. Svariate le sue collaborazioni con musicisti quali Raiz, Libera Velo e Svez per i quali realizza copertine e booklet di cd.
Dal 2008 al 2012 collabora con l‘Associazione Obiettivo Granieri nell‘organizzazione di workshops, mostre, eventi fotografici, tra i quali “Nel ventre di Napoli” e “Naples, New Year‘s Eve” con Michael Ackerman.
Dal 2015 si occupa di fotografia in camera oscura trasferendo le sue esperienze di fotografia analogica agli appassionati e fotografi professionisti.

 

 

Presentazione del volume fotografico:

mercoledì 4 dicembre, ore 20.00

Perditempo

Via San Pietro a Maiella, 8 - Napoli

 

 

FACSIMILE

NapoliVisionaria

di Luca Anzani

postfazione di Carmelo Colangelo

edizioni Magmata

Testi di:

Gennaro Ascione, Vittorio Celotto, Igor Esposito, Carmen Gallo, Massimiliano Mazzei, Claudio Metallo, Valeria Perrella, Angelo Petrella, Gianni Solla.

 

Pagine: 84

Formato: 21x23

Prezzo: 25,00 €

ISBN:  9788894793208

Anno: 2024

Magma sas di Alfonso Gargano

via F.S. Correra, 29 - 80134 Napoli

email : alfonso-gargano@libero.it

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Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Marco Maraviglia //

Il Golfo Mistico di Assunta Saulle

Connessioni tra passato e contemporaneo, in mostra nella sagrestia di Vasari

Golfo Mistico, che ispira il titolo della mostra, è un paesaggio che esiste in quanto vi siamo immersi, esiste in relazione a noi e alla nostra esperienza, è il palcoscenico spazio-temporale in cui viviamo, un luogo dell‘anima che né il tempo, né la carne possono contaminare. È un posto eterno in noi, un seno dove il senso terreno, profondo, buio del tragico anela alla luce del trascendentale in un‘epifania che l‘artista ci svela attraverso i suoi scatti, contemporanee icone sacre che si succedono sequenzialmente, in un percorso che ci riporta al rituale delle processioni medievali, dove il popolo aveva comprensione del divino e del proprio destino soltanto attraverso le immagini che si ergevano ammonitrici lungo le navate delle cattedrali.

- Carla Travierso

 

Osservando le immagini di Assunta Saulle non si può non pensare alla danza.

Perché la danza non è esclusivamente una forma ludica per connettersi, senza parole, con gli altri. Sì, la danza può comunicare col corpo la propria personalità che può sfuggire con altre attività umane.

La danza può essere scoperta di se stessi. Quanti di noi durante l‘adolescenza non hanno danzato davanti a uno specchio?

Era una sorta di gioco narcisistico che aiutava ad accrescere il proprio senso di autostima oltre che a farci sentire bene fisicamente.

 

Poi ci sono certe danze tribali che intendono connettersi con gli antenati, con la natura, con forze spirituali che porterebbero alla guarigione. Danze sciamaniche che trasportano in strati di coscienza impercepibili, invisibili. Credere o non crederci dipende dall‘esperienza diretta e dalla sua soggettività.

 

La danza può raccontare storie…

Assunta Saulle danza da sola. Nel silenzio di spazi ancestrali del Cimitero delle Fontanelle, dell‘Antro della Sibilla cumana, nella Piscina Mirabilis, nel Tempio di Iside a Pompei.

Sono i luoghi di Golfo Mistico, la mostra allestita nella suggestiva sagrestia rinascimentale di Giorgio Vasari, nel complesso di Sant‘Anna ai Lombardi.

Coreografie estemporanee ed eteree immortalate con tempi di scatto lunghi sfruttando la luce ambiente e a volte con l‘ausilio di qualche faretto o di una semplice torcia.

Il suo movimento è un dialogo con il luogo, dettato dalle sensazioni che prova durante la posa stessa. Saulle entra in contatto con se stessa ma ispirata dal luogo dove monta il set.

Tutto in silenzio, senza musica di sottofondo ma con i suoni di un‘energia impercepibile dell‘ambiente e quelli che maturano in sé con una concentrazione intima.

Assunta Saulle danza da sola. Con movimenti dall‘impronta rituale, la sua performance, in una manciata di secondi della durata di ogni scatto, collega il contemporaneo con l‘antichità. Unendo sacro e profano, mondo mitico e superstizione popolare.

 

Faccio rivivere siti archeologici e luoghi di interesse storico, riaccendendo una luce sull‘oggi, sul mondo contemporaneo. È come se questi luoghi non avessero mai davvero concluso il loro tempo e la loro gloria, ma continuassero a dialogare con il presente, portando con sé un messaggio ancora attuale.

 

Sono 33 immagini in formato 30x40 cm, autoscatti in fotodinamismo realizzati nel 2021 con una preparazione organizzata con largo anticipo per ottenere i permessi alle riprese. Selezionate poi insieme ad Andrea Aragosa di Black Art.

Abiti e oggetti di scena scelti dalla stessa Saulle, in sintonia con il contesto, che non si vedono ma si intravedono proprio per l‘effetto di fotodinamismo  restituendo quel senso di presenzassenza tra l‘oggi e il passato. Tra il mondo umano e il divino.

Magia, mistero, esoterismo, elementi e simbologie che da sempre caratterizzano la cultura partenopea.

 

Ad un primo impatto, la mostra non è immediatamente percepibile, quasi come se si nascondesse nello spazio della sagrestia del Vasari. Questo permette di rispettare la sacralità e la storia del luogo, lasciando che sia il visitatore a scoprire lentamente il percorso.

 

 

Bio

Classe 1987 originaria di Scafati, Assunta Saulle ha studiato presso l‘Accademia di Belle Arti di Napoli. 

Durante gli anni ha esposto i suoi lavori fotografici e pittorici in diverse mostre collettive e personali. Tra le più recenti: “Worlds Beyond Words” a cura di Alessandro Romanini e Francesco Ghizzani Marcìa al Museo Archeologico Versiliese, “Becoming Visible” a cura di Bindi Vora all‘Autograph Gallery di Londra, “Africa & Napoli” a cura di Alessandro Romanini al Maschio Angioino di Napoli, “Universi & Mondi” a cura di Simon Njami alla Fondazione Made in Cloister di Napoli, “Betwixt & Between” a cura di Cary Hulbert e Trinity Laster alla Project Gallery di New York. La sua ricerca artistica, attraverso il fotodinamismo di ispirazione futurista, vede nel divario temporale tra l‘espressione e la registrazione del movimento il luogo dell‘incanto, dove misteriose trasformazioni della realtà coagulano in un‘estetica della presenza/assenza.

 

 

Golfo Mistico

di Assunta Saulle

con la collaborazione di Black Art e Black Tarantella

a cura di Carla Travierso

dal 22 novembre al 22 dicembre 2024

Sacrestia del Vasari

Complesso Monumentale – Sant‘Anna dei Lombardi

Piazza Monteoliveto 4, Napoli

Il Golfo Mistico di Assunta Saulle

# 6494
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Marco Maraviglia //

Tobias Zielony e l‘architettura di Aldo Loris Rossi

Overshoot, fotografia di architettura sociale in mostra alla galleria Lia Rumma

Ci sono architetture contemporanee misconosciute a Napoli, che passano inosservate o che a volte non sono aperte al pubblico perché magari presenti nei cosiddetti obiettivi sensibili. O perché edifici residenziali e quindi proprietà private condominiali che, se varcate senza motivate ragioni, si è penalmente perseguibili secondo l‘art. 614 del codice penale.

 

Il complesso del Nuovo Policlinico possiamo attraversarlo, visitarne i viali, farci jogging. Idem per il Centro Direzionale. Ma per entrare in questi edifici per fotografarli o visitarli, il discorso cambia. Senza parlare di alcuni parchi condominiali dalle notevoli caratteristiche architettoniche ma il cui ingresso è, ovviamente, riservato ai soli condomini.

 

Poi ci sono alcuni casi di rilevanza artistico-culturale che portano a rendere facilmente accessibile gli spazi di alcuni edifici ai visitatori, viaggiatori, turisti, curiosi e appassionati di architettura come ad esempio la Cité Radieuse di Le Corbusier a Marsiglia. Senza prenotazione, senza guida, senza personale di sorveglianza che ti osserva. Perché comunque sei monitorato dalla reception via telecamere.

 

Se saliamo via San Giacomo dei Capri, al termine non possiamo non accorgerci dell‘imponente edificio chiamato “la nave” che si affaccia su di noi. È di Aldo Loris Rossi. Ma chi ha mai visitato i suoi interni?

 

La bellezza del lavoro del fotografo è quella di riuscire a fotografare questi siti per mostrare ciò che non vediamo, non possiamo vedere o ciò di cui non ci accorgiamo che esiste. O che non ne sappiamo nemmeno l‘esistenza.

Tobias Zielony alla galleria Lia Rumma ci mostra un lavoro sul complesso residenziale Piazza Grande ai Ponti Rossi e di La Casa del Portuale, nella zona di via Marina, dell‘architetto Aldo Loris Rossi scomparso nel 2018 al quale è stata dedicata recentemente una mostra con i suoi disegni originali presso la Facoltà di Architettura a Palazzo Gravina.

 

Tobias Zielony fa quella che definirei fotografia di architettura sociale. Un genere che dovrebbe far riflettere sulla vivibilità nei contesti urbani e sensibilizzare sul patrimonio estetico delle città.

Qui non troverete immagini fatte a banco ottico, in alta definizione, basculate con linee cadenti parallele, punti di fuga “scientifici” e realizzate a luce diurna dove le ombre fanno da contraltare per esaltare le forme architettoniche.

Il lavoro proposto da Zielony non intende mostrare tutto ciò ma una parte più viscerale, crepuscolare, “maledetta” di questi due complessi.

Fotografie scattate principalmente la sera o durante la blue hour, come ad alcuni fotografi piace dire, con punti di vista che ricercano composizioni tra il cielo e le forme del cemento, tra dettagli di rampe e facciate riprese in esterni e campi lunghi con viste d‘insieme.

Atmosfera industriale, cupa, tenebrosa per certi versi ma che evidenziano i segni più intimi di una parte dell‘urbanistica di Napoli.

E c‘è della presenza umana in queste immagini. Alcuni ritratti in esterni o interni, dove i soggetti sono estranei alla presenza del fotografo ma integrati nel contesto urbano come se fossero protagonisti di un film underground. Dove la trama è il silenzio e un certo disagio sociale connesso con un habitat fatto di volumetrie di cemento. Una presenza umana avvertibile anche nelle immagini a campo lungo dove la luce delle finestre a tono caldo contrasta, in un‘aura di malinconia, con l‘atmosfera urbana delle suggestive curve architettoniche di Aldo Loris Rossi.

 

Overshoot è l‘ultima serie fotografica realizzata quest‘anno a Napoli dall‘artista tedesco e commissionata dal Museo Madre per il recente progetto espositivo “Il resto di niente”, a cura di Eva Fabbris con Giovanna Manzotti.

 

 

Bio

(1973, Wuppertal, Germania), studia fotografia alla University of Wales di Newport e all‘Accademia di Belle Arti di Leipzig.

È riconosciuto a livello internazionale per i suoi progetti a lungo termine con adolescenti e giovani adulti ritratti in particolari contesti architettonici e sociali. Zielony opera a livello globale ed esplora l‘intersezione tra affermazioni finzionali e documentarie e indaga il potenziale politico ed estetico, nonché i confini dell‘autentica auto-rappresentazione. Nel 2010 ha realizzato con la Galleria Lia Rumma il progetto “Vele”, dedicato all‘omonimo complesso residenziale concepito negli anni ‘60-‘70 dall‘architetto Franz Di Salvo nel quartiere di Scampia, alla periferia nord di Napoli. Il progetto è stato presentato nel 2012 in due grandi mostre, al MAXXI di Roma e al Philadelphia Museum of Art.

Tra le principali mostre personali ricordiamo inoltre: “Dark Data”, Marta Herford (2022); “The Fall”, Folkwang Museum Essen (2021); “Jenny Jenny”, Berlinische Galerie (2013); “Tobias Zieony”, MMK Zollamt Frankfurt (2011); “Manitoba”, Camera Austria Graz (2011); “Story/No Story”, Kunstverein Hamburg (2010). Nel 2015, con il lavoro “The Citizen” è tra gli artisti invitati a esporre nel Padiglione Tedesco, curato da Florian Ebner, alla 56a Biennale di Venezia. Ha vinto il premio GASAG nel 2006 e il Karl-Ströher-Preis nel 2011; ha partecipato all‘International Studio Program, New York (2006). Tra le pubblicazioni più recenti: “Wolfen” (2023), “The Fall” (2021), “Vele” (2014), “Jenny Jenny” (2013), “Manitoba” (2010), Spector Books; “Maskirovka”, Mousse Magazine (2017); “Story / No Story”, Hatje Cantz (2010). Dal 2022 è professore di fotografia presso la HFBK di Amburgo.

 

 

Overshoot

Di Tobias Zielony

Galleria Lia Rumma

Via Vannella Gaetani 12 - Napoli

Orario galleria: martedì - sabato, 11:00 - 13:00 / 15:30 - 19:00

Info: 081 19812354; info@liarumma.it


Foto: © Tobias Zielony Courtesy Galleria Lia Rumma Milano | Napoli

# 6491
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Marco Maraviglia //

Erwin Olaf: “I am”. Emozioni latenti senza tempo

Per la prima volta a Napoli in esposizione Al Blu di Prussia

Da venerdì 15 novembre 2024 la stagione espositiva della galleria Al Blu di Prussia – lo spazio multidisciplinare di Giuseppe Mannajuolo e Mario Pellegrino – ha preso il via con la mostra “I Am” di Erwin Olaf, a cura di Maria Savarese.

 

 

Sta per accadere. Cosa? Qualcosa. Osserva. Stai attento. Forse è successo e non me ne sono accorto. Mi è sfuggito il tempo. No, aspetta, sta per accadere. In realtà è questo che osservo che sta accadendo. È il presente. Un attimo del presente. Non farti troppe domande. Il futuro o il passato è adesso. Quello stesso adesso che è già indietro nel tempo. Un tempo palindromo, casuale, forse.

Quel tempo che probabilmente non esiste ma siamo abituati a scandirlo, a conviverci, condizionati dalla stessa nostra vita. Dal giorno e la notte. Perché senza il tempo forse nulla esisterebbe. Nulla sarebbe vissuto.

O forse sì.

Non farti domande, immagina solo le risposte. La storia che leggi è tua. Senza una trama. Senza un copione. Perché l‘espressione del pensiero delle persone che osservi in queste immagini può essere così intimo che forse nemmeno loro lo hanno metabolizzato. A volte sono di spalle ma avverti comunque una loro insofferenza. L‘introspezione ha tempi lunghi. A volte è senza tempo. Infinito o senza fine. Sono momenti sospesi, in cui il passato, il presente e il futuro si intrecciano in modo indistinto.

Tu sei solo un intruso che osserva. Anzi, osservi le intrusioni visive create magistralmente da Erwin Olaf. Vorresti chiedere cosa è successo ma non puoi. Resti solo un osservatore.

 

Le opere di Erwin Olaf, con le loro atmosfere sospese e i loro soggetti enigmatici, invitano lo spettatore a riflettere sul fluire del tempo e sulla complessità dell‘esperienza umana.

Osservare le fotografie di Olaf è un‘esperienza che non si ferma alla sola visione ma tocca le corde emotive del proprio patrimonio esistenziale. La relatività del tempo, l‘inespressività che intriga come più di mille espressioni, scene che sarebbero state invisibili e impossibili nella vita reale perché costruite di proposito sul set dall‘artista.

Perché c‘è del surrealismo a cavallo della metafisica in queste immagini. Il caso che accade.

 

Erwin Olaf fa un percorso lungo prima di approdare agli ultimi suoi lavori esposti Al Blu di Prussia. Parte con il reportage, decide poi di creare in studio, poi di nuovo reportage, ritrattistica con citazioni mapplethorpiane, di Helmut Newton o di LaChapelle e poi sfocia nel set, allestito in maniera cinematografica, avvalendosi principalmente di attori invece che di modelli. Si perfeziona e ogni sua immagine diventa maniacalmente perfetta. Priva di rumore visivo, quasi asettica ma è quell‘estetica di estrema pulizia formale che fa concentrare l‘attenzione sulla non-azione, sull‘espressione che cela l‘emozione estremamente intima lasciando l‘immaginazione alle varie sfumature delle interpretazioni.

Citazioni del sogno americano, un attivismo visivo che fa comprendere, attraverso anche un simbolismo intravisto, il contrasto del sogno stesso con l‘infelicità e la decadenza di una realtà più concreta. Come in Tke Kite (2018) della serie Palm Springs, in cui madre e figlia di colore durante un picnic ai margini del deserto osservano pale eoliche dove c‘è una bandiera americana strappata tra i rami di un albero. Un concept ricorrente nel lavoro di Olaf, sviluppato con estrema raffinatezza e senza sfociare nella tradizionale Pop Art warholiana ma realizzando immagini anti-pubblicitarie a sfondo sociale.

 

It‘s not that I want to photograph unhappiness, but I want to photograph emotions I actually feel and life can be unconfortable. I want you to come into my exhibition with a certain mood and come out with a different one – possibly enriched.

(Non è che voglio fotografare l‘infelicità, ma voglio fotografare le emozioni che provo davvero e la vita può essere scomoda. Voglio che tu entri nella mia mostra con un certo stato d‘animo e ne esca con uno diverso, possibilmente arricchito.)

- Erwin Olaf

 

I am. Io sono la regina Mariantonietta che poso in studio con la mia testa decapitata immersa nell‘etereo bianco e ti guardo quasi con sfida. Io sono la donna che lavora anche se ho i miei problemi per il “ciclo” o probabilmente violentata dal mio capo. Il tutto rivelandosi in un‘atmosfera di presenzassenza.

Luci cupe che richiamano l‘arte fiamminga. Luce in high-key, ossimoro dell‘arte fiamminga, che azzera il tempo contrastando comunque con uno stile esistenzialista.

Biondo, pelle chiara, se albino meglio. Il bianco candido che qui non è candore ma evoca inquietudine, ansia, irrequietezza congelata, che non appare ma se ne avverte la tensione.

I am. Vietato fermarsi all‘apparenza della perfezione della cifra stilistica dell‘artista. Oltre c‘è un mondo invisibile e da esplorare.

Una mostra che non lascia indifferenti.

 

Erwin Olaf sia stato e sarà per sempre il cantore della libertà, del desiderio, dell‘uguaglianza sociale, sessuale, individuale, dell‘inclusione, dei corpi altri, della disinibizione, della critica sottile e colta all‘ipocrisia sociale, e soprattutto quanto il senso della sua opera e della sua intera vita possa essere sintetizzato in un‘unica affermazione: “I exist in freedom, therefore I am.”

- Maria Savarese

 

Nella sala cinema della galleria sono proiettati in loop dei brevi filmati dello stesso Olaf che confermano le caratteristiche della sua ricerca degli ultimi anni che ha vissuto.

 

Bio (dal comunicato stampa)

Nato a Hilversum nel 1959 e scomparso il 20 settembre 2023, trasferitosi presto ad Amsterdam, Olaf si laureò alla scuola di giornalismo di Utrecht con l‘intenzione di diventare un fotografo documentarista, ottenendo nel 1984 il suo primo lavoro per la rivista “Vinyl”, un reportage sulla vita notturna di Amsterdam e sulla comunità gay.

In questi anni, determinante per lui fu l‘incontro con Hans van Manen, noto coreografo e fotografo olandese, allievo di Robert Mapplethorpe, che influenzò profondamente la sua ricerca artistica. Dai primi scatti, fino alla serie Chessmen pubblicata da “Focus Amsterdam” nel 1988, con cui ricevette il premio Young European Photographer of the Year, i suoi riferimenti furono oltre Mapplethorpe, anche Weegee, Witkin, Helmuth Newton, Candida Hofer, Andreas Gursky ed altri esponenti della Scuola di Dusseldorf, insieme a quella fotografia di moda che da Platt Lynes, arrivava fino a Horst.

Fra gli anni ottanta e novanta, Olaf iniziò ad orientare l‘“attivismo visivo” documentaristico e provocatorio degli esordi – così come lo ha definito Shirley den Hartog, sua storica collaboratrice ed oggi alla guida dello Studio – verso una visione della fotografia più riflessiva, pensata, tecnicamente costruita, realizzata sempre in interno, evidente già in Royal Blood. Con questo lavoro, non solo volle dimostrare quanto ormai la sua indagine fotografica fosse indirizzata altrove, ma soprattutto come le recenti scoperte di nuove modalità tecniche, ad esempio photoshop, fossero artefici di inedite possibilità espressive.

 

 

 

 

ERWIN OLAF – “I Am

A cura di Maria Savarese in collaborazione con lo Studio Erwin Olaf e la galleria Paci Contemporary.

Galleria Al Blu di Prussia

via Gaetano Filangieri, 42 – Napoli

Dal 15 novembre 2024 al 28 febbraio 2025

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13 

Brochure: artstudiopaparo


Foto di copertina: Erwin Olaf, The Kite -2018- from the series "Palm Springs".

© Studio Erwin Olaf, Courtesy of Paci contemporary

Foto interna: Erwin Olaf, The Boardroom -2005- from the series "Rain"

© Studio Erwin Olaf, Courtesy of Paci contemporary



Erwin Olaf: “I am”. Emozioni latenti senza tempo

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