Nel panorama dell‘illustrazione editoriale e di divulgazione contemporanea, pochi artisti incarnano con altrettanta coerenza l‘idea che ridurre non significhi impoverire. Owen Davey, illustratore britannico rappresentato dall‘agenzia londinese Folio e attivo professionalmente dal 2009 — anno in cui ricevette la prima commissione da The Guardian Weekend, il giorno prima della laurea a Falmouth University — ha costruito in quindici anni un linguaggio visivo che è, a tutti gli effetti, un sistema di pensiero applicato all‘immagine.
Il metodo della forma essenziale
Il primo aspetto che colpisce nel corpus di Davey è la natura del suo processo di semplificazione. Non si tratta di flat design nel senso più commerciale e generico del termine — quella tendenza, diventata codice visivo universale a partire dagli anni Dieci, in cui la piattezza è spesso una scelta di stile priva di intenzione critica. Davey lavora invece a partire da un‘osservazione accurata del soggetto reale: ogni animale, prima di diventare forma digitale, è studiato nella sua struttura biologica e comportamentale. La semplificazione avviene dopo la comprensione, non al posto di essa.
C‘è un aspetto tecnico rilevante in questo: Davey costruisce ogni illustrazione partendo da schizzi su carta, li scannerizza, e li rifinisce in Photoshop usando un mouse — non una tavoletta grafica. Questo era il suo processo documentato fino almeno al 2017. È una scelta controcorrente nel settore, e non priva di conseguenze stilistiche: la linea che ne risulta conserva una qualità leggermente organica, non perfettamente meccanica, che contribuisce a distinguere il suo lavoro dal vector design freddo e intercambiabile che domina molta illustrazione commerciale contemporanea.
Charley Harper: un‘influenza dichiarata, non un paragone imposto
Il riferimento al modernismo americano degli anni Cinquanta e Sessanta non è una lettura critica esterna: è Davey stesso a indicare Charley Harper come una svolta nel proprio sviluppo stilistico. In un‘intervista per Inkygoodness ha dichiarato che il lavoro di Harper lo ha aiutato a trovare il proprio stile: l‘idea che dove qualcosa è quasi circolare lo si possa rendere perfettamente circolare, dove una linea è quasi retta la si possa rendere retta. Una logica che lui sintetizza come "smettere di disegnare le cose e cominciare a progettarle."
Detto questo, la comparazione ha i suoi limiti e va usata con precisione critica. Harper operava nel contesto della grafica naturalistica americana, con una formazione pittorica classica e una carriera costruita prevalentemente su serigrafie e commissioni editoriali di lunga durata. Davey viene da una formazione contemporanea britannica, lavora su supporto digitale e si muove con fluidità tra editoria per l‘infanzia, app, branding globale e editorial per testate come The New York Times e The Guardian. L‘ascendenza è reale, ma le premesse culturali e le condizioni di lavoro dei due sono profondamente diverse.
La questione del colore
Il secondo asse su cui costruire un‘analisi critica riguarda la gestione cromatica. Ogni progetto adotta una palette ristretta — solitamente quattro o cinque toni con le rispettive modulazioni di valore — costruita non per ragioni decorative ma strutturali. I toni caldi e parzialmente desaturati che caratterizzano molto del suo lavoro editoriale funzionano efficacemente sia su schermo sia in stampa, e rispondono alle logiche di accessibilità cromatica che la contemporaneità richiede.
Il rischio di questo approccio — e qui entra la critica — è una certa prevedibilità tonale su scala temporale. Chi segue il lavoro di Davey su un arco di anni riconosce un‘inclinazione ricorrente verso i verdi militari, i terracotta spenti, i blu notte con accenti giallo-oro. È una firma cromatica fortissima, ma che in alcuni progetti editoriali precede — piuttosto che seguire — le esigenze narrative del soggetto.
Tra divulgazione e design: la serie "About Animals"
Dove il lavoro di Davey raggiunge la sua sintesi più matura è nella serie di libri non-fiction pubblicati con Flying Eye Books. Mad About Monkeys (2015) ne fu il primo titolo — non il debutto assoluto di Davey, che aveva già all‘attivo volumi come Foxly‘s Feast (2010) e Knight Night (2011) con Templar Books — ma il progetto in cui il suo sistema visivo trovò l‘ambito più adatto. La serie ha raccolto riconoscimenti significativi: Bonkers About Beetles ha vinto il Best in Show al 3×3 Professional Show nel 2019, Curious About Crocodiles ha replicato lo stesso risultato nel 2022.
Qui la sua doppia identità di autore e illustratore — scrive e disegna questi libri — produce qualcosa di raro: un sistema editoriale unitario in cui griglia, testo e immagine sono pensati come un unico dispositivo di comunicazione. Il risultato sono oggetti che funzionano come progetti grafici indipendentemente dalla loro destinazione per l‘infanzia, e che mostrano una comprensione del progetto editoriale nella sua totalità che non è scontata nemmeno tra professionisti più anziani.
Una firma che è anche un limite
Ogni stile visivo sufficientemente coerente porta con sé il rischio di diventare una gabbia. Nel caso di Davey, la forza della sua riconoscibilità — quella geometrizzazione morbida, quella tavolozza controllata, quegli spazi negativi usati con precisione — produce un‘identità così consolidata da rendere difficile percepire l‘evoluzione interna al corpus. Guardando lavori distanti anche cinque anni l‘uno dall‘altro, l‘aggiornamento è più sottile di quanto ci si aspetterebbe da un professionista di questo livello di ambizione.
È una questione che tocca molti illustratori di successo: il mercato premia la riconoscibilità, ma la ricerca stilistica richiede il rischio dell‘incoerenza. Davey sembra aver trovato un equilibrio consapevole su questo punto, ma per chi studia la sua carriera da una prospettiva critica, rimane la domanda più aperta che il suo lavoro pone.
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In copertina: © Wizard In The Woods - by Owen Davey