VentiperVenti 2026: dal selfie in bagno al Gabinetto Segreto
Napoli interroga ancora il confine tra sguardo privato e sguardo pubblico
Una rassegna che non smette di mettere in discussione chi guarda
Dal 26 giugno al 16 luglio 2026, Lineadarte Officina Creativa di Napoli accoglie la diciannovesima edizione di VentiperVenti, la rassegna ideata e curata da Giovanna Donnarumma e Gennaro Ippolito. Diciannove edizioni non sono un dato anagrafico da archiviare in nota: sono la misura di una continuità rara nel panorama delle rassegne indipendenti, capace di tenere insieme nel tempo ricerca artistica, riflessione critica e valorizzazione del territorio senza scivolare nella routine espositiva. Il tema scelto per il 2026, GABINETTO SEGRETO – Tra sogno, eros e realtà, conferma questa vocazione: non un soggetto consolatorio, ma un nodo concettuale che chiede agli artisti coinvolti, italiani e internazionali, di misurarsi con un terreno scivoloso quanto necessario.
Il bagno come dispositivo: l‘intimità che si rovescia in spettacolo
Il punto di innesco del percorso curatoriale è di una banalità solo apparente: qualcuno si chiude in bagno, telefono in mano, e da quella porta sprangata fa partire un selfie, una diretta, un contenuto che nel giro di pochi secondi raggiungerà migliaia di sguardi estranei — tutti, tranne quelli di chi vive sotto lo stesso tetto. È un‘inversione che vale la pena sottolineare per chi si occupa di comunicazione visiva: il bagno, l‘unico ambiente domestico dove nessuno bussa, smette di essere il presidio dell‘intimità per diventare la quinta di una messa in scena rivolta al mondo intero. Donnarumma e Ippolito costruiscono su questa immagine un dispositivo critico più che un pretesto narrativo, e lo fanno scegliendo deliberatamente un‘icona contemporanea, immediatamente riconoscibile, anziché un riferimento già nobilitato dalla storia dell‘arte.
Dal mezzanino del MANN alla Officina Creativa: una genealogia dello sguardo riservato
Da questo cortocircuito quotidiano la mostra fa un salto a ritroso, chiamando in causa il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Vale la pena ricordare, per chi non ha familiarità con la sua storia, che quella denominazione fu attribuita dai Borbone alle sale in cui i reperti erotici provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano venivano sottratti alla vista comune e riservati, secondo la formula d‘epoca, a "persone di matura età e di conosciuta morale". Per oltre un secolo e mezzo quella collezione ha conosciuto aperture e sigilli alternati alle stagioni politiche — dall‘apertura voluta da Garibaldi nel 1860 alle censure successive — fino al riallestimento e all‘apertura definitiva al pubblico nell‘aprile del 2000. È una vicenda che VentiperVenti non cita per ornamento erudito, ma perché la domanda che l‘ha attraversata resta identica a quella posta dal selfie in bagno: chi decide cosa può essere visto, da chi, e in nome di cosa. Cambia soltanto, nota la curatela, la mano che custodisce la chiave: non più quella di un sovrano o di un direttore di museo, ma quella di ciascun utente davanti al proprio schermo.
Il catalogo come strumento critico: i saggi di Pinto e Iorio
A consolidare il progetto concorre da alcuni anni l‘apporto saggistico di Rosario Pinto e Mino Iorio, il cui contributo al catalogo si è ormai stabilizzato in una collaborazione strutturale con i due curatori, fondata su una visione condivisa della rassegna e su un lavoro comune di ricerca. Non si tratta di testi di accompagnamento nel senso tradizionale del termine, ma di interventi che collocano ogni edizione entro un orizzonte storico, culturale e teorico più ampio: è quello scarto a trasformare il catalogo da semplice documentazione della mostra in traccia critica autonoma, destinata a restare leggibile anche dopo la chiusura delle sale.
Un appuntamento che si rinnova senza ripetersi
Alla sua diciannovesima edizione, VentiperVenti conferma dunque una formula che non si limita a riproporsi di anno in anno, ma che ogni volta sceglie un tema capace di tenere insieme urgenza contemporanea e spessore storico. Corpo, desiderio, memoria e rappresentazione tornano ad aprirsi, in questa edizione, a più livelli di lettura: un‘occasione, per il pubblico napoletano e non solo, di misurarsi con un immaginario che non smette di interrogarci su dove passi davvero il confine tra ciò che mostriamo e ciò che custodiamo.
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VentiperVenti 2026
GABINETTO SEGRETO – Tra sogno, eros e realtà
Dal 26 giugno al 16 luglio 2026
Vernissage 26 giugno ore 18.00
Lineadarte Officina Creativa, Via San Paolo 31, Napoli
L’ingresso è libero. La mostra è visitabile il lunedì dalle 17.00 alle 19.00, il mercoledì dalle 10.00 alle 14.00, il venerdì dalle 17.00 alle 19.00, e su appuntamento ai numeri 334 2839785 e 327 5849181
SCHEDA TECNICA
Titolo: Il Gabinetto Segreto. Tra sogno, eros e realtà
Edizione: 19ª edizione di VentiperVenti 2026
Cura: Giovanna Donnarumma, Gennaro Ippolito
Sede: Lineadarte Officina Creativa, Via San Paolo 31, Napoli
Date: 26 giugno – 16 luglio 2026
Vernissage: 26 giugno 2026, ore 18.00
Orari: lunedì e venerdì 17.00–19.00; mercoledì 10.00–14.00; su appuntamento
Ingresso: libero
Catalogo: con saggi critici di Rosario Pinto e Mino Iorio
Alessandro Cocchia e il neo-pop italiano come linguaggio della contaminazione
Dalla decontestualizzazione dei simboli alla loro dimensione social: l’attitudine punk nella ricerca visiva di Alessandro Cocchia in mostra al Maschio Angioino
Alessandro Cocchia e il neo-pop italiano come linguaggio della contaminazione
Dalla decontestualizzazione dei simboli alla loro dimensione social: l’attitudine punk nella ricerca visiva di Alessandro Cocchia in mostra al Maschio Angioino
Una parte fondamentale della cultura visiva contemporanea ha ormai dissolto la rigida separazione tra arte, design, comunicazione visiva e immaginario popolare. Le immagini non vivono più all’interno di territori chiusi: circolano nei flussi della rete, si sovrappongono, cambiano funzione e assumono costantemente nuovi significati.
In questo scenario fluido, un dipinto può fare propria la sintesi visiva di un manifesto pubblicitario; un simbolo liturgico o votivo può convivere con un personaggio della cultura pop; un capolavoro della storia dell’arte può essere reinterpretato attraverso i codici del fumetto, della tipografia, del collage o della street art. La cultura di massa non costituisce più un territorio esterno all’arte, ma è l’ecosistema stesso nel quale l’opera prende forma, si trasforma e viene fruita.
È esattamente dentro questa condizione di permanente contaminazione che si colloca il lavoro di Alessandro Cocchia.
Designer, art director e artista, Cocchia appartiene a quella generazione per la quale il confine tra cultura alta e cultura popolare non rappresenta più una gerarchia dogmatica da difendere, ma una distanza critica da attraversare. La sua ricerca nasce proprio da questo continuo sconfinamento. Pittura, grafica, collage, tipografia e immaginario pop convivono all’interno di un linguaggio che non ricerca la purezza formale, ma l’attrito visivo; non l’omogeneità, ma la collisione stilistica.
La mostra Je so’ Punk, allestita negli spazi del Maschio Angioino dal 29 luglio al 26 agosto, rende esplicito questo metodo progettuale. Il titolo richiama apertamente il celebre brano di Pino Daniele, Je so’ pazzo, ma il riferimento al punk supera la semplice citazione musicale o la caricatura stilistica. Il punk diviene qui un modo di pensare e costruire le immagini: la volontà di infrangere le convenzioni rappresentative, attraversare linguaggi eterogenei e sottrarre i simboli alla loro immobilità iconografica per reinserirli in nuove catene di senso.
L’ironia come strumento critico
Nella produzione di Cocchia l’ironia non coincide mai con il semplice divertimento visivo o con una battuta di superficie. È, a tutti gli effetti, uno strumento di spostamento semantico. Le sue composizioni funzionano perché mettono in cortocircuito elementi apparentemente incompatibili, costringendo chi guarda a riconsiderare il significato di ciò che osserva.
Protagonisti della storia dell’arte, icone del pop globale, figure sacre, cartoon e protagonisti della cultura contemporanea condividono il medesimo spazio visivo. La distanza cronologica e simbolica che li separa viene deliberatamente compressa: Andy Warhol, Frida Kahlo e Jan Vermeer entrano così in rotta di collisione con i Simpson, Peppa Pig o i personaggi della serialità televisiva.
Non si tratta tuttavia di un citazionismo neutro o nostalgico. Cocchia utilizza la memoria e la riconoscibilità dell’immagine come vero e proprio materiale da costruzione. Ogni simbolo viene scelto perché è già depositario di una narrazione collettiva, di un’eredità emotiva e di un preciso valore nell’immaginario comune. L’artista interviene su questa memoria stratificata, la deforma e la restituisce in una forma inedita.
È in questo scarto che il suo lavoro supera la sola superficie decorativa del neo-pop. Le immagini non si limitano a riprodurre i simboli della cultura di massa, ma ne evidenziano l’ambivalenza: la loro capacità di generare desiderio, identificazione, consenso e consumo.
La contaminazione come metodo e rigore progettuale
Nel lavoro di Cocchia il termine contaminazione non indica un generico accostamento di stili e linguaggi, ma descrive un processo trasformativo preciso. Contaminare significa alterare la natura profonda degli elementi messi a contatto.
Quando un’icona sacra viene attraversata dalla sintesi comunicativa della pubblicità, o quando un capolavoro della storia dell’arte incontra il linguaggio del cartoon, nessuno dei due elementi rimane identico a se stesso. Il simbolo tradizionale perde parte della propria distanza; l’immagine pop acquisisce una nuova densità concettuale.
In questo processo, la formazione di Cocchia nell’ambito della comunicazione visiva gioca un ruolo determinante. Le sue opere rivelano costantemente una solida architettura progettuale. Nulla è affidato al caso, anche quando l’esito finale appare guidato dall’immediatezza del gesto o dalla libertà espressiva del collage.
La calibrata disposizione degli elementi, la gestione del contrasto cromatico, la relazione sintattica tra testo e figura e la capacità di sintesi visiva derivano da una lunga pratica nel campo del visual design. La produzione artistica di Cocchia non si pone dunque come una parentesi separata dalla professione di designer, ma ne rappresenta una naturale estensione: laddove la grafica organizza e struttura l’immagine, l’arte interviene per introdurre tensione, paradosso e contraddizione.
Napoli come archivio visivo
Napoli occupa una posizione centrale nella ricerca dell’artista, ma viene svestita da ogni retorica folkloristica o vedutistica. La città si configura come un immenso archivio visivo a cielo aperto, una stratificazione viva di simboli religiosi, personaggi popolari, memorie musicali, edicole votive, icone sportive e ritmi di vita urbana.
San Gennaro, Pino Daniele e Diego Armando Maradona non figurano come semplici ritratti, ma diventano simboli attraverso i quali una comunità definisce la propria appartenenza e costruisce la propria immagine.
Cocchia lavora su questi simboli senza trasformarli in reliquie. Li sottrae alla routine celebrativa e li reinserisce nel circuito del presente. La sua Napoli non è una città ripiegata sul proprio passato, ma un organismo poroso capace di metabolizzare influenze esterne e restituirle in forme originali. È proprio questa innata capacità di assorbire e rielaborare codici complessi a rendere la cultura napoletana profondamente punk: insofferente alle definizioni rigide, allergica alla purezza formale e in continua reinvenzione di sé.
L’immagine tra autonomia dell’arte e sintesi grafica
Un aspetto nodale del lavoro di Cocchia riguarda il superamento della storica separazione tra l’autonomia espressiva dell’arte e la funzione persuasiva della grafica commerciale. Se la cultura moderna ha spesso costruito un muro tra questi due ambiti, la complessità contemporanea ne mostra la quotidiana compenetrazione.
Cocchia opera esattamente nella zona di contatto tra questi mondi. Le sue opere possiedono la forza d’urto e la sintesi del manifesto pubblicitario, ma ne negano la risoluzione immediata, mantenendo la complessità e la polisemia tipiche dell’opera d’arte. Sono immagini attraenti e familiari, che catturano lo sguardo per poi spiazzarlo attraverso elementi di disturbo e dissonanza.
L’esperienza di art director gli consente di padroneggiare i meccanismi della percezione e dell’attenzione. Tuttavia, anziché asservirli a un messaggio commerciale univoco, Cocchia li trasforma in materia critica: l’immagine seduce l’osservatore e, nello stesso tempo, ne mette in discussione il modo di guardare.
BeThatCool: il ready-made e la dissacrazione dell’arte
Tra i lavori più significativi della mostra spicca BeThatCool, un’opera in cui Marcel Duchamp ed Edvard Munch vengono evocati all’interno di un quadro provocatorio. Il bidet assume qui il ruolo di perno attorno a cui ruota un’irriverente riflessione sul sistema dell’arte e sui suoi meccanismi di feticizzazione.
Il riferimento al ready-made duchampiano è diretto, ma Cocchia non si limita alla citazione d’archivio. Ne sposta l’asse verso un linguaggio più popolare e immediato: il bidet viene presentato metaforicamente come “salvatore dell’arte dalla shit-art”, in un cortocircuito che intreccia ironia, cultura colta e critica istituzionale.
La presenza dell’oggetto reale, che invita il pubblico a sedersi e interagire, ridisegna la relazione tra opera e spettatore. L’installazione supera la sola fruizione contemplativa per diventare un dispositivo esperienziale. Il visitatore diventa parte attiva del lavoro; attraverso lo scatto fotografico e la condivisione sui canali digitali, l’opera travalica i confini della sala espositiva ed entra in un nuovo circuito di immagini e condivisioni.
L’opera nell’epoca della condivisione
Anche la scultura gonfiabile a forma di corna, concepita come installazione-simbolo della rassegna, risponde a questa medesima logica. Il gesto scaramantico della tradizione napoletana viene decontestualizzato e trasformato in installazione ambientale, elemento plastico e scenografia mediale.
Questa molteplicità di piani rivela la natura contemporanea dell’immagine, che oggi non vive soltanto nel luogo fisico dell’esposizione, ma si moltiplica attraverso i dispositivi personali e i flussi di rete. Ogni visitatore, fotografandosi e condividendo, produce una variazione dell’opera, inserendola nel proprio racconto personale.
Cocchia integra consapevolmente questo meccanismo nel progetto: la condivisione social non è un’appendice promozionale della mostra, ma una fase costitutiva del suo funzionamento. L’opera continua a vivere oltre le mura del Maschio Angioino, riarticolandosi nelle immagini prodotte dal pubblico.
Il neo-pop come chiave di lettura del contemporaneo
Inquadrare Alessandro Cocchia nell’alveo del neo-pop è corretto, a patto che questa etichetta non sia ridotta a un semplice repertorio di colori vivaci e icone celebri. Nel suo lavoro il neo-pop diventa una modalità di lettura della società contemporanea.
Si tratta di un linguaggio fondato sulla consapevolezza che la nostra esperienza del reale è costantemente filtrata da un immenso deposito di immagini preesistenti. Non esiste uno sguardo del tutto neutrale su un simbolo: lo riconosciamo sempre attraverso le riproduzioni, le variazioni e i racconti che lo hanno preceduto.
Cocchia lavora proprio su questa stratificazione della memoria. Non inventa icone dal nulla, ma interviene su immagini già dense di significato, alterandone il contesto per far emergere nuovi livelli di lettura. La citazione cessa di essere un omaggio passivo e diventa atto critico: spostare un’immagine significa cambiarne il valore e far apparire ciò che la consuetudine aveva reso invisibile.
Una dichiarazione di libertà visiva
Je so’ Punk si configura così come un’affermazione di libertà espressiva. La libertà di rifiutare gerarchie rigide tra i linguaggi, affiancando la storia dell’arte alla cultura televisiva, il simbolo sacro alla comunicazione pubblicitaria, la radice locale a una visione globale.
Questa libertà non equivale all’assenza di regole, ma nasce da una profonda conoscenza del progetto visivo. Il punk di Cocchia non è la negazione anarchica del metodo, ma la scelta consapevole di chi conosce le grammatiche della comunicazione e decide di piegarle, metterle in crisi e risignificarle.
In questo senso, la mostra al Maschio Angioino si offre come una posizione culturale limpida: dimostra che l’arte contemporanea può conservare l’immediatezza della cultura di massa senza diventare superficiale, mantenendo intatte la propria complessità e la propria carica critica.
Biografia Alessandro Cocchia è docente ILAS di progettazione grafica dal 2013
Vortici: Alexi Worth e la persistenza della forma alle Gallerie di Napoli
Il dialogo tra la pittura contemporanea di New York e la ceramica magnogreca rivela la continuità millenaria dei gesti e della visione.
Fino al 5 luglio 2026, le Gallerie di Italia a Napoli ospitano un progetto espositivo che interroga direttamente le radici della nostra cultura visiva. La mostra, intitolata "Vortici. Alexi Worth in dialogo con la ceramica", curata da Silvia Gaspardo Moro e Richard Neer, propone un confronto che appare inizialmente audace ma che si rivela, a uno sguardo attento, necessario: il linguaggio di Alexi Worth incontra la perfezione della ceramica attica e magnogreca della Collezione Intesa Sanpaolo.
La pittura come costruzione mentale
Alexi Worth, artista nato a New York nel 1968, porta per la prima volta in Italia una selezione di nove dipinti che sfidano la percezione tradizionale della figurazione. La sua pittura è, per sua stessa definizione, creata dalla mente e realizzata dalle mani. In un mondo iper-saturo di immagini digitali, Worth opera una sottrazione che lo avvicina alla sensibilità dei maestri antichi. Gli oggetti del quotidiano — calici, mani, foglie — vengono spogliati del superfluo e restituiti attraverso superfici essenziali e punti di vista alterati.
Questa operazione non è un semplice esercizio di stile, ma una applicazione purissima di quella Visual Intelligence che cerchiamo di promuovere in ogni numero del nostro magazine. Worth restituisce alla figura la forza contemplativa della astrazione, rendendo ogni pennellata un atto di pensiero rigoroso.
Il simposio: un ponte tra epoche
Il fulcro della esposizione risiede nel dialogo con i reperti archeologici della Collezione Caputi. Tre crateri e una hydria diventano i compagni di viaggio delle tele di Worth. La scelta del tema del simposio e dei gesti legati al bere non è casuale: Richard Neer, docente alla Università di Chicago, ha individuato in questi atti quotidiani una continuità formale che attraversa i millenni.
Osservare un cratere greco accanto a un dipinto di Worth permette di comprendere come il design dei volumi e la narrazione visiva siano rimasti legati a regole immutabili di equilibrio e proporzione. La ceramica antica, con la sua precisione geometrica, parla la stessa lingua della pittura concisa di Worth. Entrambe le espressioni celebrano la cultura del saper fare e la dignità del manufatto inteso come estensione della intelligenza umana.
La lezione per il designer contemporaneo
Per chi studia comunicazione o si occupa di progettazione visiva, questa mostra rappresenta una lezione fondamentale sulla economia della forma. Worth ci insegna che non è necessario urlare per essere ascoltati; la intensità di un segno risiede nella sua precisione e nella capacità di evocare mondi interi attraverso un dettaglio comune.
La figura di Worth, che è anche un autorevole critico d’arte per testate come Artforum e il New Yorker, incarna perfettamente il profilo del creativo intellettuale: colui che non separa mai la pratica pittorica dalla analisi teorica. Una mostra che consigliamo caldamente a chiunque voglia riscoprire il valore della semplicità complessa.
Shepard Fairey a Napoli: la propaganda del segno tra potere e pace
Le Gallerie d’Italia ospitano
Napoli diventa, dal 6 maggio 2026, il palcoscenico di una delle mostre più attese dell’anno per chiunque si occupi di comunicazione visiva. Le Gallerie d’Italia accolgono "Power to the Peaceful", la prima grande antologica napoletana dedicata a Shepard Fairey, universalmente noto come Obey. Non si tratta di una semplice esposizione di street art, ma di una analisi profonda su come il segno grafico possa diventare uno strumento di mobilitazione sociale e di critica politica.
La sintesi come arma di comunicazione
Il lavoro di Fairey rappresenta la perfetta fusione tra la lezione del modernismo e l’urgenza della cultura contemporanea. Fin dalle sue prime apparizioni con la campagna Andre the Giant Has a Posse, il designer ha dimostrato una Visual Intelligence fuori dal comune: la capacità di decontestualizzare un’immagine per caricarla di nuovi significati semantici.
Per lo studente di grafica o per il professionista della comunicazione, osservare le opere di Obey dal vivo significa studiare la forza della composizione. L’uso di una tavolozza cromatica ridotta al minimo (spesso solo rosso, nero e crema) e la costruzione geometrica rigorosa sono lezioni dirette di gerarchia visiva. Fairey non disegna solo manifesti; progetta sistemi di persuasione che occupano lo spazio pubblico con la stessa dignità di un’architettura.
Tra iconografia e impegno civile
La mostra ripercorre trent’anni di carriera, dai celebri ritratti che hanno ridefinito l’estetica della propaganda politica moderna fino alle opere più recenti dedicate alla giustizia ambientale e ai diritti umani. Il titolo, Power to the Peaceful, non è solo uno slogan, ma riflette l’approccio teorico dell’artista: usare il potere dell’immagine per promuovere la pace e il dissenso costruttivo.
Dalla serigrafia al collage, fino alle grandi installazioni, l’opera di Fairey esalta la cultura del saper fare. La sua capacità di mescolare la riproducibilità tecnica con il valore unico del supporto fisico è un esempio lampante di come la materia possa dare peso al messaggio, un tema che abbiamo già esplorato analizzando l’eredità del modernismo.
Perché visitare questa mostra
Visitare questa esposizione è fondamentale per comprendere il ruolo del creativo nella società. Fairey ci insegna che il design non è un esercizio di stile fine a se stesso, ma una forma superiore di narrazione capace di influenzare la percezione del reale.
Per chi studia comunicazione, Obey è la dimostrazione vivente che la padronanza del segno e la conoscenza della storia dell’arte sono le basi indispensabili per costruire un linguaggio che lasci un segno tangibile nel tempo.
DOVE
Gallerie d Italia - Napoli
QUANDO
Dal 6 maggio al 6 settembre 2026
BIGLIETTI
Ingresso intero 8€, ridotto 4€, gratuito per convenzionati, scuole, Under 26 e clienti del Gruppo Intesa Sanpaolo
A Napoli stanno preparando un’invasione. Ma niente panico: non arrivano barbari né turisti armati di trolley, bensì fotografie. Che, a ben vedere, sono molto più pericolose: non occupano spazio, occupano lo sguardo.
Si chiama #INVASIONEFOTOGRAFICA ed è una di quelle idee che nascono fuori dai palazzi e, proprio per questo, hanno più probabilità di entrarci, almeno metaforicamente. Nessun patrocinio, nessun timbro, nessuna benedizione ufficiale. Solo una data – domenica 24 maggio – e una scadenza, l’11 maggio, per aderire a quella che è insieme una chiamata alle arti e una dichiarazione d’intenti: riportare la fotografia tra la gente, dove è nata e dove continua a vivere, anche quando non ce ne accorgiamo.
Perché la fotografia è questo strano animale domestico che abita le nostre giornate senza chiedere permesso. La guardiamo di continuo, la produciamo compulsivamente, ma raramente la vediamo davvero. “Leggiamo” immagini dalla mattina alla sera, eppure spesso non sappiamo più cosa ci stanno dicendo. È un linguaggio che tutti parlano e pochi ascoltano.
E allora qualcuno ha pensato di alzare il volume.
Non con una mostra, che ha sempre un’aria un po’ intimidatoria, da silenzio in sala e mani dietro la schiena. Ma con una festa disordinata e diffusa, una specie di carnevale visivo: fotografie appese ai balconi come lenzuola stese ad asciugare, immagini portate a spasso da uomini-sandwich, cartoline fotografiche vendute come noccioline, piccole gallerie ambulanti appuntate addosso, schermi accesi nelle vetrine, tavolini di bar trasformati in espositori improvvisati.
Napoli, che di teatro a cielo aperto se ne intende, diventa per un giorno una scenografia abitata dalle immagini. Non più chiuse nelle cornici o nei feed, ma liberate nello spazio pubblico, dove incontrano occhi distratti, curiosi, innamorati. Occhi veri.
C’è qualcosa di profondamente napoletano in questa scelta. Anche nel calendario. La Giornata mondiale della fotografia cade il 19 agosto, quando le città si svuotano e le immagini restano a guardarsi tra loro. Qui invece si fa il contrario: si anticipa, si improvvisa, si sceglie una data in cui la città pulsa. Perché Napoli è creatività, è una capitale inconsapevole, di quelle che non hanno bisogno di proclamarsi tali per esserlo.
O forse sì. Forse ogni tanto serve qualcuno che glielo ricordi.
Quel qualcuno, in questo caso, è Marco Maraviglia. Fotografo da quarant’anni, tessitore di relazioni da quindici, uno che ha capito prima di molti altri che la fotografia non è solo tecnica o talento, ma comunità. Che le immagini crescono meglio quando si incontrano, si confrontano, si contaminano.
Le sue iniziative precedenti – dai mercati d’arte accessibile agli incontri online durante il lockdown, dalle visite negli archivi alle serate negli studi dei fotografi – raccontano una stessa ossessione gentile: mettere in circolo la fotografia, toglierla dai recinti, renderla condivisa.
#INVASIONEFOTOGRAFICA è il passo successivo. O forse il ritorno al punto di partenza: la strada.
La partecipazione è gratuita, aperta a professionisti, fotoamatori, curiosi. Individualmente o in gruppo, con o senza associazioni alle spalle. Non c’è una forma giusta, ma mille possibili. L’unico requisito è avere qualcosa da mostrare e il coraggio di farlo alla luce del sole.
Perché in fondo è questo che distingue una fotografia da tutte le altre immagini che produciamo ogni giorno: la volontà di essere vista.
E Napoli, almeno per un giorno, sembra pronta a guardare.
Marco Maraviglia è fotografo da 40 anni e negli ultimi quindici anni si è dedicato con passione a fare rete tra i fotografi, promuovendo la cultura dell‘immagine attraverso incontri sia online che dal vivo.
Tra le sue iniziative principali spiccano:
Photo Art Market: un mercato di fotografia d‘arte e d‘autore pensato per rendere il collezionismo accessibile a tutti.
Bar Photo Polis: incontri online con professionisti della fotografia durante il lockdown per la pandemia Covid.
“Ci vediamo in galleria”: una serie di appuntamenti tematici ospitati nella Galleria Principe di Napoli.
Photo&Drink: visite conviviali ed esclusive negli studi e nelle abitazioni dei professionisti napoletani.
Ha inoltre organizzato visite presso l‘Archivio Fotografico Carbone, l‘Archivio Fotografico della Soprintendenza al Palazzo Reale di Napoli, la stamperia d‘arte FuoriGamut di Marco Spatuzza, il Museo Napoli di Gaetano Bonelli e la galleria Spot Home di Cristina Ferraiuolo.
Consapevole della grande attenzione che altre città italiane ed estere riservano alla fotografia tramite musei, festival e grandi mostre, ha ideato #INVASIONEFOTOGRAFICA.
L‘obiettivo è dare visibilità alle numerose realtà professionali e amatoriali del territorio, sensibilizzando le istituzioni affinché la fotografia ottenga finalmente lo spazio e le opportunità che merita a livello nazionale e internazionale.
Le 10 Mostre di Grafica, Design e Fotografia da non perdere ad Aprile 2026
Mappe visive e nuove estetiche: la selezione di Ilas Magazine sulle mostre da non perdere ad aprile 2026.
Aprile 2026 si conferma il mese più dinamico per i professionisti della comunicazione visiva. Dalla celebrazione del Compasso d‘Oro alla retrospettiva su Vignelli, ecco la nostra selezione curata delle 10 esposizioni imperdibili tra Milano, Torino e Roma.
1. Lella e Massimo Vignelli: A Language of Clarity – Triennale Milano
Una retrospettiva monumentale su una delle coppie più influenti del design grafico mondiale. La mostra esplora il concetto di "chiarezza" che ha definito il modernismo italiano e internazionale.
Perché andarci: Fondamentale per chiunque lavori con il branding e la tipografia.
2. XXIX Premio Compasso d‘Oro ADI – ADI Design Museum, Milano
In concomitanza con la Giornata Nazionale del Made in Italy, il museo ADI ospita i progetti selezionati per il più antico e autorevole premio mondiale di design.
Focus: Eccellenza produttiva e innovazione estetica.
3. EXPOSED Torino Photo Festival – Sedi varie, Torino
Il festival internazionale di fotografia di Torino torna con il tema "Mettersi a nudo". Oltre 20 mostre sparse per la città che indagano il corpo, l‘identità e la verità dell‘immagine.
Perché andarci: Per una panoramica completa sui linguaggi fotografici contemporanei.
All‘interno del Salone del Mobile, il Satellite è l‘hub della creatività under 35. È qui che si scoprono i nuovi trend della comunicazione visiva applicata al prodotto.
Perché andarci: Per intercettare il futuro del design globale.
6. Andrea Branzi by Toyo Ito: Continuous Present – Triennale Milano
Un omaggio al maestro del design radicale Andrea Branzi, curato dall‘architetto Toyo Ito. Una riflessione profonda sul rapporto tra uomo, natura e oggetti.
Focus: Design teorico e architettura del pensiero.
L‘artista cinese Cao Fei presenta un nuovo progetto multimediale. Un‘esperienza immersiva che mescola video arte, estetica digitale e riflessione sociale.
Perché andarci: Per chi si occupa di motion design e nuove tecnologie.
8. #OVERVIEW: Uno sguardo dall’alto sulla fotografia a Torino – Gallerie d’Italia, Torino
Questa esposizione rappresenta un momento di riflessione cruciale per l‘ecosistema visivo italiano. Curata con l‘intento di mappare le trasformazioni del linguaggio fotografico all‘ombra della Mole, la mostra offre una prospettiva privilegiata sulle collezioni, gli archivi e i protagonisti che hanno reso Torino una delle capitali europee dell‘immagine.
Perché andarci: Per comprendere come un‘identità urbana possa essere costruita, documentata e decostruita attraverso l‘obiettivo fotografico nel corso dei decenni.
Focus: Storia della fotografia, gestione degli archivi e critica visiva.
9. Marco Grasso: Wild by Design – ADI Design Museum, Milano
Non lasciatevi ingannare dal contesto del museo del design: questa mostra è una masterclass di iperrealismo pittorico applicato alla fauna selvatica. Marco Grasso espone opere che sfidano l‘occhio del fotografo, utilizzando una tecnica meticolosa che dialoga con lo spazio minimalista dell‘ADI.
Perché andarci: Per chi si occupa di illustrazione e arti visive, è un‘occasione rara per osservare da vicino la resa dei materiali organici (pelo, piume, riflessi oculari) e la gestione del "vuoto" compositivo.
Focus: Iperrealismo, illustrazione naturalistica e contrasto cromatico.
Dalla decontestualizzazione dei simboli alla loro dimensione social: l’attitudine punk nella ricerca visiva di Alessandro Cocchia in mostra al Maschio Angioino