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Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

La luce, nelle sue fotografie, non è mai semplice illuminazione. È materia emotiva.

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Giovanni A. Scognamiglio //

Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

La luce, nelle sue fotografie, non è mai semplice illuminazione. È materia emotiva.

Ci sono immagini che raccontano ciò che vediamo. E poi ci sono immagini che sembrano trattenere qualcosa di più fragile: una presenza, un silenzio, una distanza emotiva, una verità che non vuole essere spiegata.

La fotografia di Serena Salerno appartiene a questa seconda possibilità dello sguardo.

Nata a Torre Annunziata, in un paesaggio dominato dalla presenza magnetica del Vesuvio e dalla luce inquieta del Mediterraneo, Serena Salerno ha costruito nel tempo un linguaggio visivo intimo, essenziale, profondamente riconoscibile. Le sue fotografie non cercano mai l’effetto immediato. Non seducono con il rumore dell’immagine spettacolare. Preferiscono avvicinarsi lentamente, come accade con le cose che chiedono attenzione.

Il suo lavoro abita uno spazio sottile tra ritratto, diario personale e fotografia d’autore. Ogni immagine sembra nascere da un incontro prima ancora che da uno scatto. C’è sempre una relazione, una soglia attraversata con delicatezza, un patto silenzioso tra chi guarda e chi viene guardato.

La luce, nelle sue fotografie, non è mai semplice illuminazione. È materia emotiva. Accarezza, rivela, protegge. Costruisce atmosfere sospese, dove i corpi, i volti, gli ambienti e i gesti quotidiani sembrano sottratti al tempo ordinario per diventare memoria.

Quando il corpo femminile entra nel suo lavoro, anche nella nudità, non diventa mai oggetto di esposizione. È piuttosto un territorio poetico, fragile e potente insieme, attraverso cui parlare di identità, vulnerabilità, libertà e presenza.

 

Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

La scelta dell’analogico accompagna con coerenza questa visione. La pellicola impone lentezza, ascolto, attenzione. Ogni fotogramma diventa una decisione. Ogni attesa fa parte dell’immagine. In un tempo dominato dalla produzione continua e distratta di fotografie, Serena Salerno sceglie una pratica più raccolta, quasi meditativa, dove l’errore, la grana e l’imperfezione diventano parte della verità dello sguardo.

Il suo percorso l’ha portata a confrontarsi con contesti professionali e culturali di rilievo, fino a vivere e lavorare a Parigi, città che continua a essere uno dei centri simbolici della fotografia contemporanea. I suoi lavori sono stati pubblicati e selezionati da realtà come PhotoVogue, Perimetro, FOLKR, Flewid e altre piattaforme dedicate alla ricerca visiva contemporanea.

 

Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

Ma ciò che rende Serena Salerno una voce interessante non è soltanto il riconoscimento esterno. È la coerenza con cui porta avanti una fotografia silenziosa e intensa, capace di restituire dignità alle persone ritratte senza mai trasformarle in icone fredde o immagini da consumare.

Le sue fotografie chiedono tempo. Non si esauriscono nello sguardo rapido. Restano, sedimentano, aprono domande. Parlano di corpi, case, pelle, luce, attese, solitudini, vicinanze. Parlano soprattutto della possibilità, sempre più rara, di guardare qualcuno senza possederlo.

In questo sta forse la forza più profonda della sua ricerca: nella capacità di trasformare l’intimità in linguaggio, la fragilità in immagine, la presenza umana in una forma di poesia visiva.

 

Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità



Attualmente Serena Salerno sta lavorando al suo primo libro, un diario visivo e intimo che attraversa tredici anni di fotografie dedicate al corpo femminile e alla presenza delle donne. In questo progetto, immagini, testi e poesie si intrecciano fino a costruire un percorso emotivo aperto, fragile e necessario, attraverso cui lo spettatore è invitato a entrare nell’origine più profonda della sua ricerca.

Non si tratta soltanto di una raccolta fotografica, ma di un’analisi sensibile del mondo femminile osservato da zone d’ombra, da sentimenti condivisi e spesso taciuti, da quella materia emotiva che accompagna molte esperienze delle donne e che raramente trova uno spazio autentico di parola. Il libro nasce così come una forma di attraversamento: dei corpi, della memoria, dell’identità, delle ossessioni che diventano linguaggio e delle ferite che, lentamente, possono trasformarsi in immagine.

Il libro sarà pubblicato dalla casa editrice indipendente Miracoli Visivi ( https://www.instagram.com/miracoli_visivi) grazie al grande supporto di Alessia Rollo ( https://www.instagram.com/alesrollo )
 

Per ILAS è motivo di orgoglio ritrovare Serena Salerno tra le proprie ex allieve e vedere il suo percorso affermarsi con una voce così personale, sensibile e riconoscibile nel panorama della fotografia contemporanea.

Serena Salerno su instagram https://www.instagram.com/_serenasalerno_?

Sito internet
www.serenasalerno.com

 

 

Hanno scritto di Serena

https://www.gqitalia.it

# 6629
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle

Il vedutismo capovolto: una geografia costruita sull'acqua

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Giovanni A. Scognamiglio //

Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle

Il vedutismo capovolto: una geografia costruita sull'acqua

Esistono fotografie di mare che raccontano un luogo e fotografie che raccontano un'esperienza. Le immagini realizzate da Ugo Pons Salabelle durante le sue uscite in kayak appartengono a una terza categoria, molto più rara: trasformano il mare in uno spazio di osservazione, dove il paesaggio non viene semplicemente rappresentato, ma vissuto.

Che a firmarle sia Ugo Pons Salabelle non è un dettaglio. Parliamo di uno dei più grandi fotografi italiani contemporanei, un autore che ha fatto la storia della fotografia pubblicitaria nel nostro Paese: decenni di immagini costruite con rigore assoluto per la comunicazione e per le grandi campagne. Ed è proprio questo passato a rendere il progetto in kayak ancora più significativo: chi ha dominato per una vita la fotografia più controllata e artificiale che esista sceglie qui la direzione opposta — la luce naturale, l'attesa, l'imprevedibilità del mare.

A un primo sguardo sembrano fotografie essenziali. Una linea d'orizzonte, una superficie d'acqua, la prua del kayak che entra nell'inquadratura. Eppure è proprio questa apparente semplicità a renderle così riconoscibili. In un'epoca in cui la fotografia tende a moltiplicare gli elementi, inseguendo effetti spettacolari e prospettive estreme, Ugo Pons Salabelle sceglie la sottrazione. Elimina tutto ciò che è superfluo e costruisce immagini fondate su un equilibrio rigoroso, quasi meditativo — più vicino alla disciplina di certi maestri del paesaggio minimale, dai mari sospesi di Hiroshi Sugimoto alle geometrie quiete di Luigi Ghirri, che al repertorio della fotografia sportiva o naturalistica.

Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle

Il kayak come punto di osservazione

Il kayak, infatti, non è il protagonista. Non racconta lo sport, l'avventura, la prestazione fisica. È il punto da cui nasce lo sguardo, una presenza discreta che accompagna il fotografo e, con lui, l'osservatore. La storia dell'arte conosce bene questo dispositivo: è la figura di spalle della pittura romantica, il viandante di Friedrich che non guardiamo, ma attraverso il quale guardiamo. Qui la figura umana è scomparsa del tutto e ne resta solo il vettore — una prua affilata che entra nell'inquadratura dal basso e diventa linea prospettica, invito, soglia. Non osserviamo il kayak: ci sediamo idealmente al suo interno.

Questa scelta modifica completamente il rapporto con il paesaggio. Il fotografo non guarda il mare dalla riva, né dall'alto di una scogliera o dal ponte di un'imbarcazione. Si trova a pochi centimetri dalla superficie dell'acqua, all'altezza esatta in cui il mare smette di essere panorama e torna a essere elemento: una posizione che appartiene soltanto a chi naviga lentamente, e che restituisce al mare la sua dimensione autentica — vasta, silenziosa, apparentemente infinita.

Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle

Il vedutismo capovolto: una geografia costruita sull'acqua

Molti dei luoghi fotografati da Ugo Pons Salabelle appartengono all'immaginario del Golfo di Napoli: Castel dell'Ovo, Posillipo, Nisida, il Golfo di Pozzuoli, il castello di Baia, le isole, le coste vulcaniche dei Campi Flegrei. Sono tra i paesaggi più rappresentati della storia dell'arte occidentale: da tre secoli il Golfo viene dipinto, inciso e fotografato dalla terraferma, dalle terrazze e dalle alture, secondo il canone della veduta che da Posillipo guarda il Vesuvio. Eppure, nelle sue immagini, questi luoghi sembrano completamente diversi.

La ragione è che Ugo Pons Salabelle compie l'operazione esattamente inversa: capovolge il vedutismo. Non fotografa il mare dalla città, ma la città dal mare. Cambiare il punto di osservazione significa cambiare il significato stesso del paesaggio: da terra le architetture dominano l'acqua; dal kayak è l'acqua a dominare tutto il resto. Le architetture si abbassano, la costa si riduce a una sottile linea orizzontale, e Napoli — monumentale per definizione — diventa una striscia di facciate color pastello compressa tra due cieli, quello vero e quello riflesso. Il paesaggio perde la sua funzione descrittiva e acquista una dimensione emotiva: la fotografia non documenta un luogo, restituisce la sensazione di trovarsi sospesi tra due elementi. La terra non è più il punto di partenza: è una presenza lontana, quasi marginale.

In questa prospettiva anche la luce assume un ruolo strutturale. Le albe e i tramonti non sono utilizzati per enfatizzare il colore, ma per costruire atmosfere: le nuvole si riflettono sull'acqua, il sole diventa un riferimento geometrico, le superfici marine si trasformano in specchi che moltiplicano la profondità dello spazio. E quando dall'acqua emergono i segni dell'uomo — la mole del castello aragonese di Baia sospesa sopra la foschia, o la piccola stele votiva con la statua bianca che i naviganti del Golfo conoscono bene, raggiunta a colpi di pagaia sotto un cielo drammatico — questi appaiono come apparizioni: non mete turistiche, ma presenze che il mare concede a chi lo attraversa con lentezza e rispetto.

Nelle giornate calme il mare appare immobile, quasi astratto: le onde scompaiono, la distinzione tra cielo e acqua si annulla, e l'immagine si avvicina alla pura meditazione sull'orizzonte. Quando invece il vento aumenta, il linguaggio cambia radicalmente. La prua non conduce più verso un orizzonte contemplativo, ma affronta il movimento continuo delle onde: l'inquadratura si inclina, la schiuma entra nel primo piano, e la fotografia diventa una narrazione fatta di equilibrio e resistenza. È la stessa tensione che attraversa la copertina del suo libro Sulla via dell'acqua che scorre, dove la prua fende un mare in tempesta: la contemplazione e la lotta come due tempi dello stesso respiro.

Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle

La fotografia come esperienza del tempo

L'aspetto forse più sorprendente di questo lavoro è il rapporto con il tempo. Queste fotografie non possono essere improvvisate. Richiedono preparazione, conoscenza del mare, attenzione alle condizioni meteorologiche, capacità di leggere vento, correnti e luce; richiedono di uscire prima dell'alba, di raggiungere il punto giusto a forza di braccia, di attendere. Ogni uscita in kayak implica un tempo lento, strutturalmente incompatibile con la fotografia istantanea a cui siamo abituati: qui lo scatto non è l'inizio del processo, ne è l'ultimo gesto.

Questo ritmo emerge chiaramente nelle immagini. Non c'è fretta di raccontare tutto. Al contrario, ogni fotografia sembra invitare l'osservatore a fermarsi, a respirare, a seguire con lo sguardo quella sottile linea della prua che conduce verso l'orizzonte. In un periodo storico dominato dalla velocità e dal consumo compulsivo delle immagini digitali, il progetto assume un significato quasi controcorrente: ricorda che la fotografia non è il risultato di un clic, ma il frutto di un'attesa, di una relazione tra il fotografo e il paesaggio costruita lentamente attraverso il movimento silenzioso del kayak. È la lezione di un maestro che, dopo aver attraversato da protagonista la stagione d'oro della fotografia professionale italiana, non ha più nulla da dimostrare e può permettersi la forma più difficile di tutte: la semplicità. Forse è questa la sua qualità più rara: queste fotografie non chiedono di essere consumate rapidamente. Chiedono tempo, proprio come il mare.

Landfalls and departures: approdi e partenze

Non è un caso che il corpus di questo lavoro si sia sedimentato in una serie di volumi fotografici — Sulla via dell'acqua che scorre, Landfalls and Departures. Il kayak da mare, Campi Flegrei e Procida dal mare — i cui stessi titoli disegnano una poetica: l'acqua come via, il viaggio come alternanza di approdi e partenze. Il libro, con il suo ritmo di pagina in pagina, è la forma naturale di una fotografia nata dalla lentezza: sfogliarlo è ripetere, a terra, l'esperienza della pagaiata.

Alla fine della visione rimane una sensazione insolita: non quella di aver osservato un luogo, ma di averlo attraversato. La prua continua idealmente il suo percorso oltre il bordo della fotografia, invitando chi guarda a proseguire il viaggio con lo sguardo. È questa la forza di un progetto che, pur nato da un gesto semplice come pagaiare, riesce a trasformare il paesaggio in una riflessione sul vedere. Perché nelle fotografie di Ugo Pons Salabelle il mare non è uno scenario: è uno spazio mentale, un esercizio di contemplazione e una lezione — rivolta a chiunque produca o guardi immagini — sul valore del punto di vista.

# 6614
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

Marco Maraviglia. Le inesistenze della fotografia

L'autore di Impossible Naples Project, ricerca iniziata nel 2000 e resa pubblica sedici anni più tardi

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Giovanni A. Scognamiglio //

Marco Maraviglia. Le inesistenze della fotografia

L'autore di Impossible Naples Project, ricerca iniziata nel 2000 e resa pubblica sedici anni più tardi

Una parte significativa della fotografia contemporanea ha progressivamente smesso di interrogarsi su come rappresentare il mondo per rivolgere la propria attenzione a una domanda diversa: in che modo un’immagine può costruire una realtà anziché limitarsi a registrarla? È un passaggio decisivo, che segna il superamento dell’idea ottocentesca della fotografia come semplice testimonianza del visibile.

Oggi il fotografo non è più soltanto colui che osserva il reale, ma anche colui che lo ricompone, lo interpreta, ne mette in discussione le relazioni. All’interno di questo scenario la ricerca di Marco Maraviglia occupa una posizione originale, perché affronta il tema della costruzione dell’immagine senza mai recidere il legame con la realtà. Le sue fotografie non nascono dall’invenzione di mondi fantastici, ma dalla ricomposizione paziente di frammenti reali. È proprio questa tensione tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere a dare origine a quelle che l’autore definisce, con un termine tanto semplice quanto illuminante, inesistenze.

 

La parola merita attenzione. Non indica un’illusione, né un inganno percettivo. Un’inesistenza è un luogo che non esiste ma che avrebbe potuto esistere; uno spazio costruito esclusivamente con elementi autentici, sottratti al loro contesto originario e ricomposti secondo una logica diversa. Ogni cupola, ogni scalinata, ogni prospettiva, ogni edificio appartengono realmente a Napoli. È il loro rapporto a cambiare. La fotografia non inventa nuovi oggetti: reinventa le relazioni tra quelli che già abitano il mondo. In questo consiste forse l’intuizione più profonda del lavoro di Maraviglia. La realtà non viene negata, ma interrogata nelle sue possibilità ancora inesplorate.

È attraverso Impossible Naples Project, ricerca iniziata nel 2000 e resa pubblica sedici anni più tardi al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli, che questa riflessione trova la sua forma più compiuta. A una prima osservazione le immagini sembrano appartenere al territorio del surrealismo o della staged photography. Le prospettive ricordano inevitabilmente Escher, alcune costruzioni dialogano con la tradizione delle architetture impossibili, mentre la precisione del montaggio digitale restituisce una sorprendente credibilità ottica. Ma fermarsi a questa lettura significherebbe cogliere soltanto la superficie del progetto. L’aspetto davvero originale non è la deformazione dello spazio, bensì il modo in cui Maraviglia trasforma la città in una struttura mentale.

 

Marco Maraviglia. Le inesistenze della fotografia

Ogni città esiste infatti almeno due volte. Esiste nello spazio fisico, misurabile attraverso mappe, coordinate e distanze, ma esiste anche nella memoria di chi la attraversa. È una città fatta di percorsi abituali, di scorci improvvisi, di luoghi che finiscono per diventare vicini pur essendo lontani, di connessioni emotive che sostituiscono quelle geografiche. Nessuno ricorda una città come un urbanista. Ognuno costruisce inconsapevolmente una propria cartografia interiore. Le fotografie di Marco Maraviglia sembrano rendere visibile proprio questa geografia invisibile. Napoli non viene alterata; viene ricordata. O meglio, viene ricostruita secondo il funzionamento stesso della memoria, dove il tempo comprime le distanze e l’immaginazione completa ciò che l’esperienza lascia incompiuto.

 

Da questo punto di vista il suo archivio fotografico assume un ruolo centrale. Per la maggior parte dei fotografi l’archivio rappresenta il luogo della conservazione, il deposito di un lavoro concluso. Per Maraviglia accade il contrario. Migliaia di immagini realizzate nel corso di decenni per l’editoria e la fotografia di viaggio vengono continuamente riaperte, scomposte, ricombinate. L’archivio non custodisce il passato: produce nuove immagini. È un organismo vivo, un laboratorio permanente nel quale ogni fotografia rinuncia alla propria autonomia documentaria per diventare parte di una costruzione più ampia. L’autore ha parlato, con una punta d’ironia, di una sorta di «fotografia ecologica»: nulla viene creato ex novo, tutto nasce dal riuso del proprio patrimonio iconografico. Dietro questa definizione si nasconde però una riflessione ben più profonda. La memoria non è mai un deposito immobile; è un processo continuo di riscrittura.

 

È significativo che Maraviglia non attribuisca mai un ruolo centrale alla tecnologia. Le sue opere sono realizzate attraverso Photoshop, ma lo strumento rimane sullo sfondo. La tecnica non diventa mai argomento dell’opera. Sarebbe come attribuire il significato di un quadro al tipo di pennello utilizzato dal pittore. Ciò che conta è il pensiero compositivo. Le sue immagini non sono il risultato di un’elaborazione digitale fine a se stessa, ma di un processo di montaggio nel quale fotografie realizzate in tempi diversi trovano una nuova sintassi. Più che di fotomontaggio, verrebbe da parlare di scrittura fotografica. Ogni frammento mantiene la propria verità ottica, ma cambia radicalmente significato nel momento in cui entra in relazione con gli altri.

Marco Maraviglia. Le inesistenze della fotografia

Questa idea della fotografia come costruzione attraversa anche il rapporto che Maraviglia instaura con il pubblico. Le sue opere non chiedono una contemplazione passiva. Richiedono partecipazione. Lo spettatore è invitato a riconoscere i luoghi, a ricostruire mentalmente gli spazi, a interrogarsi su ciò che sta osservando. Non è un caso che durante la mostra al PAN il riconoscimento dei monumenti diventasse parte integrante dell’esperienza espositiva. L’immagine non offre una risposta, ma pone una domanda. La fotografia si trasforma così in un esercizio dello sguardo, in un invito a osservare con maggiore attenzione il mondo che crediamo di conoscere.

Questa dimensione dialogica emerge anche nei lunghi tempi di elaborazione delle opere. Metamorfosi Reloaded, probabilmente il lavoro più emblematico del progetto, è maturato nell’arco di circa dieci anni, modificandosi progressivamente anche grazie al confronto con architetti, grafici, fotografi e artisti coinvolti negli happening organizzati dall’autore. È un aspetto che merita di essere sottolineato, perché contrasta con la cultura dell’immediatezza che caratterizza la produzione visiva contemporanea. Le immagini di Maraviglia non nascono da un’intuizione improvvisa. Sedimentano lentamente. Crescono, cambiano, accettano il dubbio e la revisione. In un tempo che misura il valore delle immagini sulla velocità della loro diffusione, questa lentezza assume quasi il valore di una scelta etica.

 

Esiste poi un elemento meno evidente ma altrettanto importante, che aiuta a comprendere la profondità della sua ricerca. Prima ancora di essere autore di immagini, Marco Maraviglia è stato un instancabile lettore di immagini. Libri come Recengrafie testimoniano decenni di riflessioni dedicate ai grandi protagonisti della fotografia e dell’arte, da Gian Paolo Barbieri a Helmut Newton, da Robert Mapplethorpe a Franco Fontana, da Bruno Munari a Joan Miró, fino a numerosi autori meno noti ma non meno significativi. Non si tratta di un’attività parallela rispetto alla sua produzione artistica. Al contrario, costituisce il terreno sul quale quella produzione si è formata. Chi osserva le fotografie degli altri con attenzione critica finisce inevitabilmente per costruire anche le proprie con una diversa consapevolezza. Le inesistenze di Maraviglia non nascono soltanto da uno sguardo fotografico; nascono da una lunga educazione dello sguardo.

In questo senso il suo lavoro supera la tradizionale distinzione tra fotografo, grafico, autore e critico. Le diverse esperienze si intrecciano fino a costruire un’unica pratica dell’immagine, nella quale la produzione, la riflessione e la divulgazione diventano aspetti complementari di una stessa ricerca. Anche Ritracordi, volutamente lontano dal linguaggio del manuale tecnico, conferma questa attitudine. Più che insegnare a fotografare, Maraviglia invita a guardare. O, come ama dire lui stesso, ad «ascoltare con gli occhi». È una formula che potrebbe apparire semplicemente poetica e che invece descrive con precisione il nucleo del suo pensiero: ogni immagine possiede una dimensione che va oltre ciò che mostra. Fotografare significa imparare a cogliere anche ciò che rimane silenzioso.

 

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, in cui costruire città impossibili è diventato un esercizio accessibile a chiunque, la ricerca di Marco Maraviglia acquista paradossalmente una nuova attualità. Non perché anticipi la tecnologia, ma perché ricorda una distinzione fondamentale. Un algoritmo può produrre infinite immagini. Più difficile è costruire un immaginario. Impossible Naples Project non è una collezione di visioni spettacolari, ma una ricerca sviluppata nell’arco di oltre vent’anni, alimentata da uno sguardo coerente, da un archivio costruito pazientemente e da una riflessione continua sul rapporto tra fotografia, memoria e spazio urbano.

Forse è proprio questa la qualità più rara del lavoro di Marco Maraviglia. Le sue opere non ci invitano a fuggire dalla realtà, ma a immaginarla diversamente. Le sue città impossibili non sostituiscono Napoli: ne rivelano una dimensione normalmente invisibile. Ogni luogo, sembra suggerirci, contiene molte più possibilità di quante siamo disposti a vedere. La fotografia, allora, non coincide più con l’atto di fermare il mondo. Diventa il gesto, più complesso e più fertile, di continuare a immaginarlo.

 

 

Nota biografica

 

Marco Maraviglia è fotografo, grafico e autore. Collabora da molti anni con il settore dell’editoria e del turismo e ha sviluppato, a partire dal 2000, Impossible Naples Project, una ricerca dedicata alla costruzione delle sue celebri inesistenze, immagini ottenute ricomponendo esclusivamente fotografie tratte dal proprio archivio. Fondatore dell’Associazione Culturale Photo Polis, è ideatore del PAM – Photo Art Market. Accanto alla produzione artistica svolge un’intensa attività di riflessione critica sulla fotografia, documentata nei volumi Recengrafie e Ritracordi, nei quali coniuga analisi, esperienza e divulgazione con l’obiettivo di educare a uno sguardo più consapevole.

Vai al sito di Marco Maraviglia https://impossiblenaples.weebly.com/collection.html

Recengrafie sul sito Amazon 

 

# 6590
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

La memoria del corpo: Elena Bianca Zagari ai Magazzini Fotografici

Dal 3 giugno al 12 luglio 2026

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Giovanni A. Scognamiglio //

La memoria del corpo: Elena Bianca Zagari ai Magazzini Fotografici

Dal 3 giugno al 12 luglio 2026

C’è un momento in cui l’esperienza smette di appartenere soltanto al presente e comincia a trasformarsi in immagine, traccia, racconto. 


È in questo spazio sospeso, dove il corpo conserva ciò che la coscienza prova a ricomporre, che si muove la ricerca di Elena Bianca Zagari, giovane autrice napoletana attiva tra fotografia, video e scrittura.

Dal 3 giugno al 12 luglio 2026, i Magazzini Fotografici di Napoli ospitano Un Mondo Proprio & Sex Diaries, doppia mostra dedicata a due progetti autonomi ma profondamente connessi. Entrambi interrogano il rapporto tra identità, intimità e memoria, osservando ciò che resta di noi quando un’esperienza si conclude e comincia il suo lento processo di rielaborazione.

L’inaugurazione è in programma mercoledì 3 giugno, dalle 17:30 alle 20:00, negli spazi di Via San Giovanni in Porta 32, nel cuore del centro storico di Napoli.

 

Un Mondo Proprio: l’intimità come autodeterminazione

Con Un Mondo Proprio, Zagari costruisce un’indagine visiva sulla femminilità contemporanea a partire da Napoli, città in cui tradizione, controllo sociale, desiderio di libertà e appartenenza convivono in una tensione costante. Il progetto nasce da un rapporto di prossimità con le protagoniste: non una semplice osservazione dall’esterno, ma un processo fondato su conversazione, fiducia e tempo condiviso.

Le immagini raccontano gesti quotidiani, rituali privati, momenti di preparazione, pause domestiche, frammenti di vita in cui l’identità non viene dichiarata in modo esplicito, ma prende forma attraverso dettagli minimi. Il corpo femminile non è trattato come oggetto di rappresentazione, ma come soggetto capace di costruire il proprio spazio, di negoziare la propria visibilità, di sottrarsi a uno sguardo imposto.

In questo senso, Un Mondo Proprio è anche una riflessione politica. Non perché trasformi l’intimità in manifesto, ma perché riconosce nel privato un territorio di resistenza. La femminilità raccontata da Zagari è concreta, situata, attraversata dalle contraddizioni del Sud Italia e lontana da ogni idealizzazione. È una femminilità che non chiede di essere spiegata, ma riconosciuta.

 

Sex Diaries: ciò che resta dell’esperienza

Se Un Mondo Proprio osserva lo spazio dell’intimità, Sex Diaries ne indaga il tempo. Al centro del progetto non c’è soltanto l’atto sessuale, ma ciò che sopravvive dopo: immagini mentali, sensazioni residue, dettagli apparentemente secondari che continuano ad agire nella memoria.

Desiderio, lutto, vergogna, nostalgia e amore non vengono affrontati come emozioni isolate, ma come presenze stratificate. Sono forze che modificano il ricordo, ridefiniscono il presente e mostrano come l’intimità non sia mai un evento definitivamente concluso. Ogni esperienza continua a riscriversi nel corpo e nella coscienza, tra ciò che ricordiamo, ciò che rimuoviamo e ciò che, a distanza di tempo, riusciamo finalmente a nominare.

Attraverso immagini, testi, esperienze vissute, racconti ricevuti e frammenti d’archivio emotivo, Zagari compone una mappa aperta e volutamente incompleta. Sex Diaries non cerca una definizione universale dell’intimità. Preferisce avvicinarsi alle sue tracce, ai suoi vuoti, alle sue permanenze.La memoria del corpo: Elena Bianca Zagari ai Magazzini Fotografici

 

Una giovane voce della fotografia contemporanea

Nata a Napoli nel 2003, Elena Bianca Zagari appartiene a una generazione di autrici che utilizza la fotografia non come semplice documento, ma come dispositivo narrativo, relazionale e politico. La sua ricerca unisce fotografia documentaria, moda, video e scrittura, attraversando temi come identità, memoria, rappresentazione del femminile e costruzione dello sguardo.

Il suo lavoro si colloca in un territorio ibrido, dove la dimensione personale non resta confinata all’autobiografia, ma diventa chiave di lettura di tensioni più ampie: il rapporto tra corpo e città, tra visibilità e controllo, tra appartenenza e libertà. In Un Mondo Proprio, Napoli non è soltanto uno sfondo, ma una presenza culturale e simbolica: un luogo complesso, attraversato da bellezza, contraddizioni, devozione, ruoli ereditati e possibilità di trasformazione.

A ospitare la mostra è uno dei presidi indipendenti più attivi della cultura visuale italiana. Fondati da Yvonne De Rosa, i Magazzini Fotografici hanno costruito negli anni una programmazione capace di mettere in dialogo autori storicizzati, nuove generazioni e pratiche contemporanee legate all’immagine.

Con Un Mondo Proprio & Sex Diaries, Elena Bianca Zagari consegna al pubblico una riflessione intensa sul corpo come archivio vivente dell’esperienza e sulla memoria come luogo in cui ciò che abbiamo vissuto continua a trasformarci.

 

Scheda tecnica

Mostra: Un Mondo Proprio & Sex Diaries
Artista: Elena Bianca Zagari
Sede: Magazzini Fotografici — Via S. Giovanni in Porta 32, Napoli
Date: 3 giugno – 12 luglio 2026
Opening: mercoledì 3 giugno, ore 17:30 – 20:00
Orari: mercoledì–sabato: 11:00–13:30 / 14:30–20:00 | domenica: 11:00–14:00
Ingresso: libero
Contatti: +39 338 6403215 | magazzinifotografici@gmail.com
Web: www.magazzinifotografici.it

# 5723
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

Fabio Donato, o del fotografo che salì sul palco

Il testimone di una stagione irripetibile

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Giovanni A. Scognamiglio //

Fabio Donato, o del fotografo che salì sul palco

Il testimone di una stagione irripetibile

Per capire davvero Fabio Donato conviene partire da un gesto, non da una fotografia.

Napoli, 1969, Teatro Mediterraneo. Va in scena Paradise Now del Living Theatre, la compagnia di Julian Beck e Judith Malina che in quegli anni stava demolendo il confine tra palco e platea. Donato ha poco più di vent’anni, studia Architettura, milita politicamente, non è ancora un fotografo professionista. Entra in sala, scende le scale e poi — invece di sedersi tra il pubblico — compie un gesto che nessun fotografo di scena farebbe: sale sul palcoscenico e si gira verso la platea.

Quando gli attori arrivano, si dispongono tra lui e il pubblico, poi si sdraiano a terra. Donato non fotografa lo spettacolo. Fotografa il rovesciamento dello spettacolo: il nuovo rapporto tra chi guarda e chi è guardato.

Lo racconterà lui stesso molti anni dopo, ed è una delle dichiarazioni più importanti per capire il suo lavoro. Non gli interessava documentare semplicemente la performance, ma «registrare questo nuovo rapporto tra gli attori e il pubblico». Aver fotografato non lo spettacolo, ma l’idea teorica che lo sosteneva — dirà — è stato il momento in cui ha capito di essere diventato fotografo.

Conviene ricordare quella posizione fisica: il fotografo voltato verso la sala invece che verso la scena. Perché dentro quel gesto c’è già tutta la sua poetica.

Fabio Donato ha fotografato raramente l’oggetto in sé. Ha quasi sempre fotografato il campo di relazioni che lo attraversava.




 

L’opposto esatto del silenzio

La fotografia di Fabio Donato nasce da una fiducia radicale nella presenza. Non cerca il vuoto, non isola le cose fino a trasformarle in emblemi immobili, non sottrae la figura umana per lasciare parlare soltanto lo spazio. Al contrario: entra nei luoghi quando sono abitati, attraversati, messi in tensione da corpi, voci, sguardi, gesti.

La sua materia è la compresenza. Corpi, sguardi, tensioni, artisti al lavoro, il pubblico di un teatro, il momento preciso in cui due persone condividono uno spazio e qualcosa accade tra loro.

Donato non fotografa mai soltanto ciò che è davanti all’obiettivo. Fotografa ciò che accade tra le persone, tra i corpi e lo spazio, tra l’artista e il pubblico, tra l’opera e il contesto che la rende viva.

«Fotografare non è un gesto tecnico. Una fotografia è un racconto», ha detto. Ed è proprio questa idea narrativa a rendere riconoscibile il suo sguardo: l’immagine non come pura registrazione, ma come racconto di una relazione.

Il suo interesse non è l’eternità astratta delle forme, ma il presente nel momento in cui prende corpo. Donato insegue ciò che accade prima che svanisca: una postura, una conversazione, una prova teatrale, un incontro, una soglia, una scena culturale nel momento esatto in cui si manifesta.

Non è un caso che Donato venga dall’Architettura. Nelle sue immagini c’è sempre una costruzione dello spazio, una consapevolezza precisa delle forze interne all’inquadratura. Anche quando fotografa l’istante, l’istante appare pensato. Nulla ha l’immediatezza casuale della fotografia rubata.

Per questo i suoi scatti non danno mai l’impressione di “esserci capitati dentro”: sembrano piuttosto il risultato di una presenza attentissima, quasi coreografica.

 

Fabio Donato, o del fotografo che salì sul palco

Il testimone di una stagione irripetibile

La fortuna — e insieme il rischio — di un autore come Donato è di essere stato nel posto giusto per oltre mezzo secolo.

Il suo archivio, che supera i quattrocentomila fotogrammi, è uno dei grandi diari visivi della Napoli culturale tra gli anni Sessanta e Duemila. Dentro ci passa quasi tutto: il teatro, la musica, le arti visive, le avanguardie internazionali, la città che cambia volto.

C’è Lucio Amelio e la sua galleria, vero epicentro dell’arte contemporanea europea nel Sud Italia. Ci sono Andy Warhol e Joseph Beuys, che proprio a Napoli si incontrano nel 1980 attorno all’idea di quella “nuova creatività del Mezzogiorno” che dopo il terremoto confluirà nella collezione Terrae Motus. Ci sono Hermann Nitsch, Vito Acconci, Marcel Marceau, Chet Baker, Pino Daniele, Roberto Benigni.

E poi il teatro.

Eduardo De Filippo, che Donato segue dal 1976, fino allo scatto oggi esposto nella metropolitana di Napoli. I primi spettacoli di Mario Martone. I giovani Toni Servillo e Antonio Neiwiller. Il teatro sperimentale napoletano degli anni Settanta e Ottanta nel momento stesso in cui nasceva.

Ma qui bisogna fare attenzione a non commettere l’errore più facile: ridurre Donato a un semplice archivista del reale, a un fortunato cronista che “c’era”.

Sarebbe ingiusto e, soprattutto, sbagliato.

Perché la differenza tra un documentarista e un autore non sta nell’evento che fotografa, ma nel modo in cui lo guarda. E Donato non ha mai guardato l’evento per quello che era. Lo ha guardato per la tensione relazionale che lo attraversava.

Esattamente come quella sera sul palco del Mediterraneo.

Due binari, una sola idea di fotografia

Donato stesso ha spesso descritto il proprio lavoro come diviso in due percorsi paralleli.

Da una parte il fotografo degli artisti, del teatro, della musica, della scena culturale. Dall’altra le sue immagini più personali — quelle che chiamava, con una formula bellissima, le sue “poesie”.

Dentro ci sono La Città, la lunga ricerca urbana iniziata negli anni Settanta; il viaggio in India del 1970, da cui torna fotografando non monumenti o paesaggi ma piedi scalzi; gli spazi marginali, le soglie, gli interni attraversati dalla luce.

Sarebbe facile leggere questi due binari come separati: il professionista e l’autore, il fotografo di committenza e il poeta visivo.

Ma la separazione è molto meno netta di quanto sembri.

In entrambi i casi lavora la stessa idea di fotografia: non fermare semplicemente ciò che si vede, ma rendere visibile ciò che normalmente sfugge.

Nei ritratti degli artisti cerca il momento in cui il lavoro prende forma. Per questo li fotografa raramente in posa: gli interessa il pensiero mentre accade, non l’immagine pubblica dell’artista.

E le sue immagini urbane fanno la stessa cosa con la città. Cercano il punto di passaggio tra interno ed esterno, tra privato e collettivo, tra gesto individuale e spazio pubblico.

La fotografia, in Donato, non serve a congelare il mondo. Serve a rivelare le relazioni invisibili che lo tengono insieme.

Una figura ancora da rileggere davvero

Va detto con onestà: Fabio Donato è un autore meno studiato di quanto meriterebbe.

Esistono mostre, cataloghi, interviste, materiali d’archivio, ma manca ancora una grande rilettura critica capace di collocarlo pienamente dentro la storia della fotografia italiana del secondo Novecento. Eppure pochi autori hanno raccontato con altrettanta continuità il rapporto tra arte, spazio urbano e vita culturale nel Mezzogiorno.

Forse anche perché Donato appartiene a una categoria di fotografi difficili da semplificare.

Troppo colto per essere ridotto a reporter. Troppo immerso negli eventi per essere soltanto fotografo concettuale. Troppo interessato alle persone per rifugiarsi nella pura forma.

La sua fotografia vive precisamente in quella soglia.

Ed è forse questo che oggi la rende così contemporanea.

In un’epoca in cui l’immagine è diventata soprattutto autorappresentazione — esposizione continua di sé, superficie narcisistica, identità performata — Donato rappresenta quasi il gesto opposto. Uno sguardo rivolto agli altri, alla scena, al lavoro altrui, alla costruzione collettiva di un clima culturale.

Ha passato la vita girato verso il pubblico mentre tutti guardavano il palco.

Ed è proprio per questo che di quel palco, e di quel pubblico, ci ha lasciato uno dei ritratti più veri.

Fabio Donato (Napoli, 1947). Fotografo, docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli.

# 6572
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità
Serena Salerno. La fotografia come forma di intimità

Invasione fotografica: il festival indipendente che trasforma le strade di Napoli in una galleria a cielo aperto

Un nuovo modo di fare community visiva

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Paolo Falasconi //

Invasione fotografica: il festival indipendente che trasforma le strade di Napoli in una galleria a cielo aperto

Un nuovo modo di fare community visiva

La fotografia ha un disperato bisogno di ritornare tra le persone, lontano dalle dinamiche spesso polverose dei circuiti istituzionali. La risposta napoletana a questa esigenza si chiama #Invasione fotografica, un festival totalmente indipendente e autogestito che questa domenica, 24 maggio 2026, trasformerà la città in una enorme camera oscura collettiva. Niente patrocini, niente biglietti di ingresso, nessuna galleria dalle pareti bianche: la scena visiva si riprende lo spazio urbano.


 

Lo spirito del progetto è provocatorio e poetico allo stesso tempo. Per una intera giornata, i fotografi partecipanti esporranno le loro opere utilizzando supporti decisamente fuori dal comune. Vedremo gigantografie appese ai balconi dei palazzi storici come se fossero lenzuola stese al sole, stampe indossate dai creativi che cammineranno per i vicoli come uomini sandwich, e schermi digitali integrati temporaneamente tra le vetrine dei negozi.


 

Un corto circuito visivo che costringerà i passanti a fermarsi, guardare e interrogarsi sul potere delle immagini.


 

Un nuovo modo di fare community visiva

Per chi si occupa di comunicazione e arti visive, questo evento rappresenta un case study spontaneo di grandissimo interesse. Dimostra come la community dei fotografi senta il bisogno di riappropriarsi del mezzo, trasformando Napoli nella capitale della fotografia di strada, intesa non solo come genere ma come luogo fisico di condivisione.


 

Obiettivo degli organizzatori è chiaro: democratizzare lo sguardo, rompere le barriere tra autore e spettatore, e dimostrare che la cultura visiva vive e pulsa soprattutto laddove incontra la quotidianità delle persone.


 

Se siete a Napoli questa domenica, lasciatevi invadere dal flusso delle immagini. Sarà una splendida occasione per osservare da vicino come la fotografia possa ridefinire, anche solo per poche ore, la identità visiva di un intero territorio.

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