Figma non è più Figma. Ma il Graphic Design resta Graphic Design.
La democratizzazione degli strumenti e la responsabilità del progettista
LeggiGiovanni A. Scognamiglio //
Figma non è più Figma. Ma il Graphic Design resta Graphic Design.
La democratizzazione degli strumenti e la responsabilità del progettista
Ogni tanto compare uno strumento che costringe una disciplina a interrogarsi su se stessa. Non perché introduca una funzione inedita, ma perché rende improvvisamente evidente un cambiamento che era già in corso. Le recenti evoluzioni di Figma appartengono a questa categoria. Ridurle a un semplice aggiornamento software significherebbe non coglierne la portata. La questione non riguarda l’aggiunta di strumenti basati sull’intelligenza artificiale, né la possibilità di generare immagini, modificare fotografie o produrre elementi vettoriali attraverso modelli generativi. Tutto questo rappresenta soltanto la manifestazione più visibile di una trasformazione molto più profonda: il progressivo passaggio dal software come strumento al software come interlocutore progettuale.
Il rapporto tra progettista e tecnologia
Per oltre quarant’anni il graphic designer ha costruito il proprio rapporto con la tecnologia attraverso strumenti che, per quanto sofisticati, rimanevano sostanzialmente passivi. Photoshop, Illustrator, InDesign e, più recentemente, Figma, hanno modificato il modo di realizzare un progetto, ma non hanno mai alterato la natura del processo progettuale. Era il progettista a decidere ogni passaggio: osservare, interpretare, scegliere, costruire, verificare. Il software eseguiva.
Oggi questa relazione cambia. I nuovi sistemi non si limitano più a eseguire istruzioni. Producono ipotesi, suggeriscono alternative, anticipano soluzioni, generano variazioni. Per la prima volta il progettista si trova a lavorare con strumenti che partecipano, almeno in parte, alla costruzione del progetto. Non siamo ancora di fronte a un’intelligenza progettuale, ma siamo certamente oltre il concetto tradizionale di software.
Il ruolo degli strumenti nel progetto
È probabilmente questo il motivo per cui molte analisi rischiano di essere fuorvianti. Ci si domanda se Figma sostituirà Illustrator, se Photoshop perderà centralità, se InDesign diventerà marginale. Sono interrogativi comprensibili, ma appartengono a una logica ormai superata. Ogni volta che compare una nuova tecnologia si tende a descriverla come il successore della precedente. È accaduto con il desktop publishing, con il web, con Canva e oggi con l’intelligenza artificiale. Eppure la storia del progetto dimostra che gli strumenti raramente eliminano quelli che li hanno preceduti; più spesso ne ridefiniscono il ruolo all’interno di un ecosistema più ampio.
In questa prospettiva, Figma non appare come un sostituto della Creative Cloud, ma come il luogo nel quale discipline diverse iniziano a convergere. La progettazione delle interfacce, la collaborazione in tempo reale, la prototipazione, l’interazione con il codice e, oggi, gli strumenti di intelligenza artificiale convivono in un unico ambiente operativo. Non è tanto la somma delle funzionalità a renderlo interessante, quanto il diverso modo di concepire il processo progettuale: non più una sequenza di applicazioni specializzate, ma un sistema nel quale progettazione, produzione e revisione tendono progressivamente a coincidere.
La competenza del graphic designer
Sarebbe tuttavia un errore dedurre da questa evoluzione che la competenza del graphic designer diventi meno importante. Accade, semmai, il contrario. Quanto più la produzione delle soluzioni viene automatizzata, tanto più cresce il valore della loro valutazione critica. Se generare cinquanta varianti richiede pochi secondi, la vera competenza non consiste più nel produrre una forma, ma nel riconoscere quale forma possieda qualità progettuale. È un cambiamento sostanziale. Per decenni abbiamo identificato il sapere professionale con la capacità di costruire un elaborato; oggi esso si misura sempre più nella capacità di selezionare, argomentare e, soprattutto, scartare.
La curatela progettuale diventa così una competenza centrale. Dire “questa soluzione funziona” o “questa soluzione non funziona” richiede una conoscenza che nessun modello generativo possiede: la storia della tipografia, la cultura visiva, la comprensione del contesto, la relazione tra forma e significato, la consapevolezza che ogni scelta grafica produce conseguenze nella percezione di un messaggio. L’intelligenza artificiale può proporre una composizione formalmente corretta; non può attribuirle un’intenzione.
La democratizzazione degli strumenti
È qui che emerge una distinzione destinata, probabilmente, a caratterizzare la professione nei prossimi anni. L’intelligenza artificiale abbassa drasticamente la soglia di accesso agli strumenti. Chi possiede competenze limitate può ottenere risultati impensabili fino a poco tempo fa. Ma proprio questa democratizzazione rende ancora più evidente il valore della cultura progettuale. Quando la qualità tecnica tende ad uniformarsi, ciò che distingue un professionista non è più la padronanza del software, bensì la profondità del suo pensiero progettuale.
Per questo motivo il futuro del graphic design non dipenderà dalla scelta tra Figma, Illustrator, Photoshop o qualsiasi altro ambiente di lavoro. Dipenderà dalla capacità di utilizzare questi strumenti senza delegare loro la responsabilità del progetto. Un software può suggerire una soluzione. Non può assumersi la responsabilità culturale, etica e comunicativa di quella scelta.
La responsabilità del progettista
Forse è questa la trasformazione più importante introdotta dall’attuale stagione dell’intelligenza artificiale. Per molti anni il progettista ha imparato a utilizzare strumenti sempre più sofisticati. Oggi deve imparare qualcosa di diverso: dirigere sistemi capaci di produrre autonomamente possibilità progettuali, mantenendo però intatta la responsabilità dell’idea.
Gli strumenti continueranno a cambiare. Cambieranno ancora Figma, Illustrator, Photoshop, InDesign e i software che oggi nemmeno immaginiamo. Il graphic design, invece, continuerà a fondarsi sulla stessa domanda che accompagna la disciplina fin dalle sue origini: non come costruire una forma, ma perché quella forma debba esistere.
Ed è una domanda alla quale, almeno per ora, nessuna intelligenza artificiale è ancora in grado di rispondere.








