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20.05.2024 # 6422
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Mexicans, il libro che racconta con oltre 100 immagini uno spaccato del Messico

di Marco Maraviglia

Secondo Fabio Troncarelli, paleografo e docente universitario, Zorro fu un personaggio realmente vissuto nel Messico del XVII secolo ed era individuato in tal Guillén Lombardo alias William Lamport. Un eroe che combatteva contro la corruzione e per i diritti della collettività.

Ci sono luoghi che se non vissuti di persona, non è possibile farsene un‘idea precisa.
Nell‘immaginario collettivo il Messico ha i colori sgargianti, suoni di tromba e maracas, sombreri a gogo, mare fantastico azzurro cristallino lungo la costa, monumenti straordinari della civiltà Maya, rivoluzionari a cavallo come Pancho Villa e Zapata e le drammatiche guerre tra i cartelli dei narcos.
Tutto il mondo è paese, in fondo. Ma potrebbe capitare che, girando il Messico per mesi e mesi, in lungo e largo, ci trovi solo bellezza, gentilezza, rispetto del territorio e della gente, pulizia, trasporti pubblici funzionanti, serenità.

Il Messico è a colori e, come ogni macrocosmo, ha i suoi colori che prevalgono o meno.
In Mexicans abbiamo un Messico in bianconero. Perché a volte, come dicono tanti fotografi, il colore distrae dall‘attenzione della scena.

Nella sua fusione stilistica tra foto giornalismo documentario e ricerca formale, il progetto offre uno sguardo senza filtri sulla vita e le dinamiche di questo Paese. Le immagini raccontano storie di passione e resilienza, catturando con naturalezza l‘energia delle sue strade e gli aspetti della vita quotidiana. - Filippo Cristallo

È un Paese, il Messico, che cerca di riscattarsi attraverso le nuove generazioni, cercando un equilibrio tra passato e futuro di una realtà frammentata e contrastante. Urbanisticamente varia, tra zone rurali, grattacieli e casermoni popolari. Territori dalle atmosfere un po‘ anni ‘50 dell‘Italia, dove la tecnologia è una macchina da scrivere e telefoni pubblici per le strade. Dove le donne hanno fasce marsupiali non firmate per portare i propri figli. La gente veste senza seguire mode, e nel contempo i marchi delle multinazionali campeggiano su qualche facciata degli edifici graffiati dalle ombre di una gran quantità di cavi elettrici che passano da un palo all‘altro.

Questa opera non è solo un insieme di immagini, ma un invito a immergersi completamente nel contesto culturale e sociale del Messico, promuovendo una riflessione profonda e un apprezzamento per la sua intricata tessitura. - Filippo Cristallo


È un libro con 105 fotografie. Senza didascalie. Senza riferimenti geografici specifici se non la sola consapevolezza che si tratta di immagini scattate in Messico.
Come l‘album che allestiamo quando torniamo da un viaggio. Perché le risposte alle curiosità che sorgerebbero durante la loro visione, sono già lì. Informazioni visive che non hanno la pretesa di voler spiegare qualcosa perché le parole sono spesso soggette a interpretazioni. Che potrebbero essere sbagliate, travisate, insufficienti. Il racconto è tutto lì. Non resta che affondare lo sguardo nei bianconeri di Filippo Cristallo lasciandosi abbracciare nel proprio immaginario da questi, senza cercare necessariamente delle risposte.
Perché la presentazione del libro, scritta dal ricercatore Ricardo Pérez Montfort, offre un ampio spaccato socio-antropologico introduttivo sul Messico e sul lavoro di Cristallo.

Proiettavamo decine di diapositive quando tornavamo da un viaggio. Qualche amico si addormentava mentre per ogni foto raccontavamo ciò che non si vedeva in quell‘inquadratura, le nostre presunte prodezze e aneddoti per realizzare certi scatti. Oggi mostriamo centinaia di foto inutili sul display del fotofonino, dopo un viaggio.
In certi casi è meglio sfogliare un libro, cartaceo, immergervisi e viaggiare: in Messico!

Senza la smania di incapsulare in formule prevedibili o banali generalizzazioni, l‘impatto che ognuna di queste immagini generano nell‘osservatore suggerisce uno o più momenti che ci permettono di farci un‘idea completa di com‘è la vita nel Messico contemporaneo. – Ricardo Pérez Montfort

Bio

Filippo Cristallo, autore e fotografo con base ad Avellino, ha intrapreso il suo viaggio artistico nella fotografia con una dedizione particolare al reportage. Le sue esposizioni hanno preso il via con la mostra collettiva "12x12" nel 2013, seguita dalla presentazione del suo lavoro "My Mexico" al Circolo della Stampa di Avellino nel 2015.
Nel 2017, in collaborazione con Antonella Cappuccio, Cristallo ha presentato "Memorie di palazzo", progetto accolto con interesse in occasione di Fotografia Europea a Reggio Emilia e al Museo Antropologico Visivo di Lacedonia. Questo lavoro è stato nuovamente esposto al PAN di Napoli l‘anno successivo, e ha coinciso con la creazione di "Senza Tempo", un altro progetto significativo esposto al Circolo della Stampa e accompagnato da un volume pubblicato da Edizioni Zerotre.
Nel 2021, insieme ad Antonella Cappuccio, pubblica il libro "Memorie di palazzo". Nel 2023, Cristallo pubblica "Dia de muertos", con l‘introduzione di Antonella Cappuccio, un‘opera che continua a esplorare il ricco panorama culturale del Messico. Il suo impegno e la sua visione sono stati riconosciuti a fine 2022 durante l‘esposizione "Latino America Inspira" a Casa Argentina a Roma.
Le sue opere hanno trovato spazio su piattaforme come Witness Journal, Clic.hè magazine, Positive Magazine, Discorsi Fotografici, The Street Rover, Thetrip Magazine, EyeOpen Magazine, permettendo a Cristallo di condividere le sue narrazioni visive con un pubblico più ampio.
Con la pubblicazione del suo ultimo libro "Mexicans", Cristallo offre un affresco intimo e dettagliato del Messico, catturando momenti di vita quotidiana e scorci culturali attraverso la sua fotografia in bianco e nero.


Mexicans, di Filippo Cristallo
Pagine: 180

105 fotografie

Formato: 30x23 cm

Introduzione di Ricardo Pèrez Montfort

lingue: italiano/inglese/spagnolo

Prezzo: 32,00 Euro

2024
 ISBN 979-12-22732-82-4

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02.05.2024 # 6418
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Piero Corvo e il Vietnam visto da lui

Il 3 maggio inaugura all‘A‘Mbasciata Fragments in collaborazione con il Consolato della Repubblica Socialista del Vietnam

di Marco Maraviglia

In uno degli spazi più affascinanti di Napoli, dal 2016 officina e trampolino di lancio di artisti emergenti, lì dove il burlesque, feste a tema e serate vintage allietano gli ospiti, Piero Corvo espone cinquanta fotografie 30x45 sul Vietnam.

 

Il progetto presentato da Piero Corvo fa parte di due lavori distinti sul Vietnam che riprendono l‘aspetto tradizionale del Paese e quello più moderno che è ancora in progress.

Il primo lavoro è stato esposto in occasioni non aperte al pubblico: per il Bridging Vietnam-Napoli Forum, un evento celebrativo in occasione dei cinquant‘anni di amicizia e partenariato tra Italia e Vietnam, presso il Grand Hotel Santa Lucia di Napoli e all‘Institut Français Napoli, organizzata nell‘ambito delle Giornate internazionali della Francofonia 2024.

 

In esposizione, e solo per tre giorni, ci sono le fotografie della prima parte, quella con gli aspetti tradizionali del Vietnam, con immagini scattate in luoghi lontani dalle grandi città e realizzate nel 2023.

 

Il Vietnam è una terra di mistero e bellezza, una sinfonia in continuo movimento, una finestra aperta sulla vita. Questa mostra non ha l‘intenzione di imporre una narrazione predefinita o di comunicare una storia specifica. Al contrario, invita il pubblico a esplorare i luoghi e a creare le proprie storie e interpretazioni dietro ciascuna foto. Ogni immagine esposta rappresenta un frammento della vita quotidiana nel Vietnam più tradizionale, catturato in modo autentico e spontaneo. Si tratta di istanti fugaci, gesti, sguardi e scenari urbani che possono ispirare diverse emozioni e riflessioni in ognuno di noi. Questa mostra è un invito a immergersi nella bellezza e nella complessità di un paese, non c‘è una trama predeterminata da seguire, ma piuttosto una tela aperta su cui dipingere la propria immaginazione.
- Piero Corvo

 

Fu una “sporca guerra” quella in Vietnam, durata venti anni e che terminò ufficialmente nel 1973. Di fatto nel ‘75.

Non è che le altre guerre siano “pulite”, ma oltre un milione e mezzo di vietnamiti morti, senza contare le vittime degli eserciti che si schierarono, fanno bene intendere la portata di quell‘incubo che coinvolse emotivamente l‘opinione pubblica occidentale. E ricordiamo tutti la foto di Nick Ut che ritraeva la bambina scottata dal napalm mentre correva e che fece il giro del mondo alimentando l‘indignazione internazionale.

Probabilmente fu l‘unico periodo in cui decine di artisti si schierarono contro una guerra generando le cosiddette canzoni di protesta. Da Bob Dylan a Jim Morrison, da Crosby Still Nash & Young ai Deep Purple, Joan Baez, John Lennon, Arlo Guthrie e altri ancora.

La versione teatrale di Hair nel ‘67 raccontava il dramma dei ragazzi americani, pacifisti e impauriti dall‘arruolamento.

Make love not war, fate l‘amore non fate la guerra era il claim nato negli anni ‘60. E quando tutto finì, il cinema iniziò a raccontare gli effetti devastanti che provocò sotto il profilo sociale, umano, psico-fisico: Tornando a casa, Il cacciatore, Taxi driver, Rambo… ma anche film indipendenti politically incorrect che trasversalmente erano metafore della sistematica distruzione dei villaggi vietnamiti come Soldato blu o Piccolo grande uomo, entrambi del 1970.

 

Ma qui non stiamo a rimuginare sugli orrori storici causati dall‘uomo. Il Vietnam si è rialzato. Risorge dalle ceneri come l‘Araba Fenice. Oggi è uno Stato economicamente aperto ai mercati di tutto il mondo con grandi abilità diplomatiche ed è considerato quindi una delle principali “tigri asiatiche”.

All‘inaugurazione sarà presente il Console che probabilmente potrà raccontarci nuovi e piacevoli aspetti del Vietnam illustrando il progetto fotografico e per promuovere il turismo in Vietnam.

Le fotografie di Piero Corvo non le ho viste tutte perché, come già scritto, sono inedite. La mostra sarà l‘occasione giusta per farsi raccontare il suo viaggio.

Perché mi piace respirare l‘odore del Vietnam nella sua veste contemporanea alla sera osservandone le foto all‘A‘Mbasciata.

 

 

Bio

Piero Corvo, è nato a Napoli nel 1996.

Pur lavorando come Partnership Manager nel reparto marketing di un brand di moda streetwear, la fotografia rappresenta per lui il centro del mondo attorno al quale ruota tutta la sua esistenza.

Appassionato di fotografia documentaristica e reportage, raccontare una storia attraverso le immagini o per il suo lavoro, lo fa sentire in sintonia con la sua vita.

Coltiva da sempre l‘amore per il cinema che è stato l‘imprinting fondamentale per avvicinarsi alla fotografia.

Autore di progetti fotografici come un reportage ad Hebron in Palestina esposto in diverse mostre.

Sul sito raccoglie i suoi lavori improntati principalmente sull’aspetto umano.

 

 

Fragments, una mostra fotografica sul Vietnam

di Piero Corvo

3-4-5 Maggio 2024

Vernissage venerdì 3 maggio ore 21.00

Sabato 4 e domenica 5 maggio ore 16.00-00.00
Luogo: A‘mbasciata – Via Benedetto Croce, 19 – Napoli

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16.04.2024 # 6411
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Some People. Opere dalla collezione di Ernesto Esposito

Diciotto fotografie e due serigrafie che raccontano i cambiamenti dell‘arte e della vita contemporanea

di Marco Maraviglia

Questa è una storia della storia. Di quelle che accadono quando ci sono persone che hanno voglia di raccontare, trasmettere conoscenze sui saperi dell‘arte visiva che ha subito trasformazioni riflettendo la civiltà e cultura che scorrono.

Questa è una storia della fotografia contemporanea i cui contenuti richiamano i gusti, l‘estetica, la poetica dei tempi che abbiamo vissuto. E quelli che stiamo vivendo.

Questa è una storia sulla bellezza del collezionismo che condivide la grande bellezza.

Sì, sono venti immagini di grandi autori che hanno determinato punti di passaggio dell‘arte. Fotografi che, chi negli anni, chi da subito, sono approdati nell‘Olimpo delle iconografie splendidamente quotate.

 

Questa storia, ma chiamiamola mostra dai, nasce dal rapporto decennale di collaborazione tra il collezionista Ernesto Esposito e la storica dell‘arte e curatrice Maria Savarese.

Il collezionista vive un po‘ nell‘ombra. Alle inaugurazioni gran parte del pubblico non lo conosce e a volte non si rende nemmeno conto che l‘evento ha luogo grazie al suo lavoro di ricerca e accumulazione che dura per anni. Il collezionista in fondo è il protagonista di alcune mostre. Senza di lui molte opere non sarebbero custodite e fruibili.

La collezione Ernesto Esposito nasce nel 1971, quando acquistò la sua prima opera dal gallerista Lucio Amelio: Electric chair (1964), una serigrafia di Andy Warhol.

Da lì non si è più fermato aggiungendo al proprio patrimonio opere di altri artisti contemporanei. Non in maniera compulsiva ma seguendo il tempo che caratterizzava le opere, appassionandosi agli artisti che via via conosceva personalmente e vantando amicizie con Cy Twombly, Joseph Beuys, Andy Warhol, Helmut Newton. Solo per citarne alcuni.

 

Per Ernesto Esposito il collezionismo non è ostentare ma è una forma di mecenatismo. Sostenere gli artisti e l‘arte rendendola pubblica, fruibile attraverso i prestiti.

 

Stilista di fama internazionale, che ha da sempre collezionato opere dei più grandi artisti contemporanei spaziando dalla fotografia all‘installazione, dalla pittura al video fino a opere monumentali, con una grande poliedricità e intuito anticipatore.

 

Per la prima volta a Milano sono esposte alcune opere della collezione Esposito. Diciotto fotografie di fotografi contemporanei e due serigrafie di Andy Warhol.

David Bailey, Matthew Barney, Larry Clark, Luis Gispert, Robert Mapplethorpe, Helmut Newton, Jack Pierson, Richard Prince, Herb Ritts, Ugo Rondinone, Sterling Ruby, Francesco Scavullo, Cindy Sherman, Hank Willis Thomas, Qingsong Wang, Andy Warhol, Bruce Weber, Joel Peter Witkin, la mostra racconta e analizza l‘arte dei giorni nostri, da un punto preciso di rottura degli schemi sociali, sessuali e di identità di genere.

Sono opere che sembrano non avere un nesso tra loro ma il cui filo che le lega è invece caratterizzato dai diversi linguaggi dell‘arte contemporanea che Ernesto Esposito ha intercettato negli anni.

 

Come in un‘antica quadreria di una dimora del passato, le venti opere esposte raccontano, attraverso i personaggi ritratti, le contraddizioni e le inquietudini del nostro tempo, permettendo di individuare una serie di tematiche aggreganti, come la quotidianità e la sua parodia, l‘erotismo e il sesso, l‘identità e la non identificazione di genere, l‘alienazione sociale, i miti immortalati in eterno, mediante un vocabolario di parrucche, cosmetici, tinture per capelli, chirurgie plastiche, piercing, tatuaggi, corpi scolpiti e manipolati.

 

 

Mappa descrittiva delle opere esposte a cura di Maria Savarese:

 

Matthew Barney con Cremaster 2: The Ballad of Gary Gilmore incentra la sua allucinata struttura narrativo – estetica sulla vita e sulla mitologia che caratterizza la figura di Gary Gilmore, interpretato dall‘artista stesso e sull‘ipotesi affascinante che Gilmore possa essere il nipote illegittimo di Harry Houdini.

Larry Clark, fra i più importanti e influenti fotografi della sua generazione, con la serie Tusla, fa di questa provincia degli States in cui è nato, il simbolo per raccontare le frustrazioni, le devianze, gli abusi e le repressioni di ragazzi disadattati, di giovani adolescenti borderline, disillusi e vulnerabili.

Luis Gispert, focalizzandosi sulla cultura giovanile cubano - americana e sull‘hip hop, con Wrestling Girls attualizza la statuaria antica dell‘Ercole e Anteo del Pollaiolo, riproponendone la posa ed il dinamismo nelle due ragazze ritratte.

La fotografia di Robert Mapplethorpe, Ken Moody, è fra le sue opere più conosciute e rappresentative. Il soggetto, come nella statuaria classica, grazie al carattere formale della composizione ed all‘utilizzo magistrale delle luci e delle ombre, perde qualsiasi riferimento identificativo di natura sessuale o temporale.

Don‘t interrupt the sorrow di Jack Pierson, fra i massimi esponenti con Nan Goldin della cosiddetta Scuola di Boston, rientra nella straordinaria produzione fotografica dell‘artista, in cui elementi della vita quotidiana, frammenti di paesaggi urbani, nature morte ed oggetti ordinari, ritratti di persone incontrate anche per strada, sono fra i suoi temi prediletti.

Con New Portraits Richard Prince mette in evidenza l‘elemento chiave della sua poetica, ovvero il riappropriarsi di immagini tratte dal mondo dei mass media e della pubblicità, ridefinendo, così, il concetto di autorialità. Il soggetto dell‘opera, infatti, è un‘immagine scaricata da internet nella sua totalità: le didascalie, i likes, tutto portato al grado zero dell‘informazione.

Herb Ritts, fra i più grandi ed importanti fotografi del secolo scorso, è autore di opere di grande eleganza formale che ritraggono spesso famose personalità del mondo del cinema, della moda, della musica e della società contemporanea. Come nel caso di Mick Jagger, dove è sufficiente il nome ricamato sulla pettorina argentata per evocare il volto assente e il mito del leader dei Rolling Stones.

Ugo Rondinone, che utilizza diversi media, dalla pittura, al disegno, dalla scultura, al video ed alla fotografia, mostrando particolare attenzione e sensibilità verso tematiche di identità sessuale ed emancipazione delle categorie LGBT in rapporto alla società contemporanea, in I don‘t live here anymore altera ironicamente l‘immagine di una modella alla quale sostituisce il volto con il proprio.

Sterling Ruby in Physicalism the Recombine 1 ritrae una donna con il corpo scolpito dai muscoli ed il volto nascosto che si sovrappone ad un‘altra immagine riferita ad un interno, con cui non c‘è alcun rapporto o possibilità di comunicazione.

Storico fotografo di “Vogue”, “Harper‘s Bazaar”, “Rolling Stone”, Francesco Scavullo ha ritratto nei lunghi decenni della sua attività, celebrità come questo Harnold Schwarzenegger agli esordi della sua carriera.

L‘opera di Cindy Sherman, Untitled #334, unendo performance e fotografia, attraverso l‘autoritratto ed il travestimento, ironizza sugli stereotipi imposti alle donne dalla società e dalla cultura, generando un forte senso di turbamento ed impatto emotivo in chi osserva.

Con Requesting Buddha, Wang Qingsong analizza il rapido cambiamento che la società cinese sta vivendo ormai da decenni, come attestano i marchi Coca Cola e Marlboro presenti nell‘opera, evidenti riferimenti ai beni di consumo occidentali diffusi nel suo paese.

Le due serigrafie di Andy Warhol Mark Leibowitz e Nico Williams, sono fra le opere più importanti e conosciute del grande artista pop, così come l‘Olimpic Games di Bruce Weber, il quale, sin dagli anni Ottanta, ha proposto un‘immagine di uomo americano bello, sano, sportivo e giovane, come il ginnasta Marc Caso protagonista della foto.

In Who can say no to a Gorgeous Brunette? H. Willis Thomas affronta il tema del pregiudizio razziale e politico, fotografando Angela Davis, attivista politica, femminista appartenente al movimento Black Panters degli anni Sessanta.

L‘uomo travestito e mascherato in indumenti intimi e bendaggi, che Joel P. Witkin ritrae nella fotografia Woman, ribalta il concetto stesso di femminilità, rientrando nella moltitudine dei suoi personaggi macabri, figure di nani, transessuali, deformi, che popolano il mondo dei freak show e che lui sapientemente rende icone di una bellezza altra, spesso in rapporto all‘arte del passato, in special modo quella rinascimentale.

I ritratti di Ernesto di David Bailey ed Helmut Newton, sono soltanto alcuni fra i numerosi realizzati.

 

 

Bio

Designer di scarpe ed accessori, Esposito vanta una lunga e prestigiosa carriera con le griffe ed i brands del lusso a livello internazionale. Ha esordito negli anni Settanta con Thierry Mugler by Linea Lidia ed ha affiancato per i successivi quindici Sergio Rossi, il più importante produttore di scarpe del mondo. I decenni seguenti lo hanno visto accanto a Marc Jacobs durante la direzione creativa di Louis Vuitton a Parigi, città dove lui già collaborava con i marchi Sonia Rykiel, Chloè, Missoni, Alessandro dell‘Acqua. Nel 2004, per ben undici anni, inizia il suo rapporto con Karl Lagerfeld, come shoes designer da Fendi. Premiato nel 1998 come Designer of the Year dalla rivista americana “Footwear New”, è entrato nel 2006 nella HALL OF FAME per le calzature.

 

 

Some People. Fotografia dalla collezione Ernesto Esposito

dal 5 aprile al 10 giugno 2024

a cura di Maria Savarese

Other Size Gallery, presso lo spazio polifunzionale Workness Club

Via Andrea Maffei, 1 – Milano

ingresso gratuito

Lunedì - venerdì dalle 10.00 alle 18.00

                                  

Contatti:

info@workness.it

+39 02 70006800

 

Foto di copertina: © Robert Mapplethorpe

Foto sotto: © Cindy Sherman



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03.04.2024 # 6406
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Francesca Sciarra ‘Na topografia – La linea immaginaria

Gli indefinibili confini della Città Metropolitana di Napoli in mostra

di Marco Maraviglia

Per questo progetto Francesca Sciarra ha percorso principalmente a piedi ma anche in bicicletta la linea di confine della Città Metropolitana di Napoli. A volte ritornando su alcuni luoghi.

 

Con le Città Metropolitana è come se si fossero buttate giù le cinte murarie immaginarie ma pur restando burocratiche tra città e province.

Costeggiando i confini dei quattordici comuni che circondano Napoli, coast to coast, da Bagnoli che confina con Pozzuoli al confine con il Comune di Portici, affacciandosi su Quarto, Marano, Melito, Mugnano, Arzano, Casavatore, Casoria ecc., Francesca Sciarra ha immortalato alcuni punti di questa linea “separatoria” a volte riconoscibile solo da indicazioni stradali. Dove non c‘è filo spinato a definire un confine, ma solo strade o i lati delle facciate di edifici. Quelli che affacciano sulla Città Metropolitana ma che in realtà appartengono al Comune adiacente. Sono zone in cui a volte possono esserci conflitti di competenza per lo spazzamento o forse per altri servizi.

 

È una storia fotografica di confini. Alla ricerca di essi e di una loro improbabile identità. Cercando di capire dove sono, quali sono, cosa definisce i confini. Quanto siano riconoscibili, se lo sono. Cosa cambia, se cambia qualcosa, tra di qua e di là delle coordinate GPS di un navigatore che indica dove ci si trova.

Il muretto di un villino, un recinto in lamiera, l‘accesso a un campo agricolo, un vecchio mercato abbandonato, elettrodotti aerei, tutto e nulla può trovarsi a cavallo della Città Metropolitana.

Cercavo recinzioni, cancelli e altri tipi di separazioni che potessero dare l‘idea del confine.

Ma ho fotografato anche edifici che mi colpivano, terre coltivate, elementi religiosi, cose strane come la barca in mezzo alla vegetazione incolta di Marano.


Il risultato è che le immagini, se non fossero abbinate ai dati GPS, mostrano l‘assenza delle differenze tra un Comune e l‘altro. Come se in realtà non esistesse un confine.

 

Questo di Francesca Sciarra è un lavoro che fa riflettere sul paradosso dei confini, potenzialità e la loro inutilità fisica.

In effetti i confini li abbiamo inventati noi uomini, incapaci di condividere lo spazio in cui viviamo.

Gli animali non mettono paletti, filo spinato, non disegnano cartine geografiche politiche o catastali.

Il confine limita. È un blocco sulle contaminazioni che invece sono quelle che possono evolversi in benessere collettivo.

Lo scambio di idee, di culture, in un contesto senza confini, rende la crescita più rapida. Libera. Se si avesse a cuore il bene comune e il rispetto dei propri simili. Condividendolo, senza sopraffazioni. Senza badare unicamente alla proprietà, al profitto. Ma questa è un‘altra storia.

 

La mostra, ‘Na topografia – La linea immaginaria, si svolge presso uno spazio polifunzionale accogliente e suggestivo di Ottaviano.

In una sala la cartina geografica con sopra alcune anteprime delle immagini applicate, rende la veduta di insieme del percorso effettuato da Francesca Sciarra.

Le fotografie sono state volutamente scattate in giornate con sole velato o con cielo grigio. Stinte, sbiadite, come quello stesso confine esplorato, indefinibile, immaginario, dall‘apparenza insignificante ma che racconta un macrocosmo di situazioni non dette, che ci sono ma impalpabili, ibride, anonime. Luoghi figli di un Dio minore.

È ‘Na topografia, ‘Na come “una” in napoletano o inteso anche come “Napoli”. Un rilievo topografico fatto senza teodolite, tacheometro, stadie e livelli, gli strumenti indispensabili del topografo, ma con l‘ausilio della fotografia e di coordinate GPS poste in calce alle stesse foto. Un racconto di confini ma ai confini di un limbo.

 

La Napoli che tutti conoscono, quella solare e mediterranea, quella rumorosa e folkloristica, persino quella nera e violenta, svanisce quando ci si avvicina ai confini, e si trasforma in un limbo anonimo, in una terra di nessuno di cui nessuno si cura. I paesaggi sono caratterizzati da qualcosa che manca, da spazi vuoti, da paradossi architettonici. La campagna, a tratti, insegue la città in un groviglio di muri, cancelli e recinzioni che non dividono più nulla.

 

 

Bio

Francesca Sciarra vive e lavora a Napoli. Ha iniziato giovanissima a fotografare e stampare in camera oscura. Dal ‘97 la fotografia è la sua professione.

Dalle news ai viaggi e al trekking, per 14 anni ha lavorato nel fotogiornalismo collaborando con varie testate e agenzie fotogiornalistiche, sia come autrice di testi sia come fotografa, diventando nel ‘99 giornalista pubblicista. Oggi si dedica alla fotografia di stock e documentazione geografica, e alla fotografia di famiglia.

Dal 2009 svolge attività legate alla fotografia all‘interno del collettivo Photonapoli da lei ideato.

Ha scritto più di cinquanta articoli nel campo geo-turistico per riviste di viaggio, monografie e guide tematiche. Ha partecipato a più di venti mostre fotografiche, tra personali e collettive.

La passione per il paesaggio urbano è il leitmotiv della sua ricerca personale.

 


 

‘Na topografia – La linea immaginaria

di Francesca Sciarra

Rassegna di fotografia al femminile Adrenaluna a cura di Tiziana Mastropasqua

ETC Officine Culturali

via Carmine 20, Ottaviano (NA)

dal 24 marzo al 21 aprile 2024

finissage 21 aprile ore 11.00

visitabile su prenotazione telefonando al 371 6313548



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21.03.2024 # 6404
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Da scultore di marmo a scultore di fotografie

di Marco Maraviglia

Francesco Chiarenza è nato a Comiso in Sicilia il 27 febbraio 1944 dove consegue l‘Attestato di Licenza in Decorazione Plastica. Con un gruppo di compagni si trasferì a Perugia per ottenere il diploma di Maestro d‘Arte in Marmo e Pietra. Successivamente vinse una borsa di studio per quattro anni per frequentare l‘Accademia di Belle Arti, ma vi rinunciò per seguire un corso di due anni all‘Istituto Statale d‘Arte di Napoli per conseguire il diploma di Magistero e poter insegnare.


Fu allievo dello scultore Lelio Gelli che lo tenne sotto la sua ala trasmettendogli tecniche e segreti della scultura.


Finalmente iniziò a insegnare: in Sardegna.

Tornò poi a Napoli per insegnare all‘Istituto Palizzi grazie a una segnalazione di Lelio Gelli. Per meriti.

Perché negli anni ‘60-‘70, per l‘insegnamento negli istituti d‘arte, c‘era bisogno della chiara fama.

Al Palizzi era docente di scultura dove insegnò la lavorazione di marmo e pietra. Andò in pensione come docente di disegno professionale e progettazione e con relativa direzione del laboratorio dove gli allievi realizzavano ciò che disegnavano.


Francesco Chiarenza fa parte di quell‘epopea di artisti che frequentava, e con alcuni sta ancora in contatto, come Vittorio Pandolfi, Aulo Pedicini, Eduardo Alamaro, Enrico Cajati, i fratelli Luigi e Rosario Mazzella, Gaetano Gravina. Un ricco serbatoio di energie e conoscenze condivise.

 

Nel frattempo fotografava con una vecchia macchina a soffietto, imparò la pratica di camera oscura per stampare le proprie foto in bianconero che scattava a sculture e oggetti di design.

 

Una vita da curioso e sperimentatore. Negli anni ‘70 disegna e realizza vetrate artistiche, oggetti di design, lampade, vassoi, specchi. Progetta giardini per alcuni amici fin quando negli anni ‘80 inizia a smanettare su un programmino della Apple per il ritocco delle immagini.

Oggi ha ottant‘anni di mente fresca che gli ha consentito di non perdere il treno delle tecnologie digitali.

 

Cominciò a usare il Photoshop e solo da qualche anno ha iniziato la sua ricerca di destrutturazione delle immagini fotografiche dopo qualche indicazione del figlio Stefano.

Chiarenza realizza immagini le cui composizioni richiamano gli effetti dei lavori di Agostino Bonalumi o, talvolta, quelli di Enrico Castellani.

 

Se non c‘è si può immaginare. Se non si vede si può osservare perché a volte anche l‘astratto può ingannare: potrebbe non essere astratto in senso lato. Ci sono figure astratte che nascono esclusivamente da un concetto basato sulla poetica di un artista, sul loro concetto espressivo, dalla pulsione emozionale dell‘artista. Ma possono esserci immagini indefinite, blur, che partono dalla realtà. Modificate, manipolate, smontate, destrutturate.

Non è importante che le fotografie destrutturate di Chiarenza partano da immagini di soggetti reali da lui scattate o di altri, scaricate dalla rete. Perché gli interventi di elaborazione digitale le trasformano per ottenere altre visioni. Interpretazioni che dilatano, contraggono scene, restituendo percezioni oniriche, come realizzate da un caleidoscopio anarchico.

Immagini che incuriosiscono, sulle quali ci si sofferma per cercare di intercettare elementi della realtà, stentare nel riconoscere un dettaglio di partenza. Come sogni che ricordi di aver fatto ma di cui non riesci a ricostruire la loro logica e la storia.

Mondi nuovi, come paesaggi di fantascienza o metafisici, colori elettrici, shocking, immagini dinamiche che suggeriscono un movimento in spazi indefiniti dove il primo piano a volte non è che lo sfondo.

È l‘immaginazione creativa di un 80enne che non cerca gloria ma è bello sapere che c‘è, come un “perfetto sconosciuto”.




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21.02.2024 # 6394
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

DRAMA. Cesare Accetta, un manipolatore della luce in mostra

Dopo otto anni dall‘ultima mostra, torna Cesare Accetta. Al Blu di Prussia

di Marco Maraviglia

Fino al 6 aprile in mostra alla galleria Al Blu di Prussia, DRAMA, di Cesare Accetta.

 


Conobbi Cesare Accetta di persona solo nel ‘97 in occasione di uno degli appuntamenti dei Lunedì della fotografia organizzati da Vera Maone e ospitati presso l‘Archivio Parisio.

Quel pomeriggio mostrò un video che consisteva in una panoramica circolare che non era di 360° ma, in maniera surreale, riprendeva più piani verso l‘infinito.

La ricerca fotografica di Cesare Accetta è sempre stata prevalentemente sul “movimento” sperimentando le varie opportunità che esso propone.

Un movimento fotografico che non si ferma esclusivamente sui tempi lunghi di esposizione dell‘otturatore ma basato anche sul movimento della fotocamera in fase di ripresa.

 

E non è tutto.

Cesare Accetta indaga da sempre anche il movimento della luce.
Se fotografia è “scrivere con la luce”, Accetta scrive le sue fotografie osservando le infinite variazioni della luce. In studio o in esterni. Plasmandone l‘immaterialità dei fotoni. Caratteristica essenziale per la conduzione della direzione della fotografia per il teatro e il cinema. Non a caso Accetta è wikipedizzato come Direttore della Fotografia.

E quando entri nella galleria di Al Blu di Prussia per visitare DRAMA, la sua attuale mostra, ti rendi conto che per la sistemazione della luce in sala c‘è la sua esperienza di light designer fatta in oltre quarant‘anni di esperienza.

Esperienza maturata come fotografo di scena per il Teatro Instabile di Napoli, per Falso Movimento di Mario Martone, per Antonio Neiwiller e tanti altri. Fino ad avere incarichi come fotografo di scena per Morte di un matematico napoletano e poi con L‘amore molesto di Martone.

E finalmente esordisce come direttore della fotografia nel cinema per le regie dei film di Antonietta De Lillo, Pappi Corsicato, Nina Di Majo e per lo stesso Martone.

 

Si parte dal nero per plasmare la luce:

 

Il nero è stato ed è il mio momento di ricerca privilegiato e continua ad essere presente nella mia ricerca; il teatro, inteso come scatola nera, è come la camera oscura. Tutto con la luce deve e può succedere. Quello che si vede e quello che si intravede, ma anche «quel che non si vede»,come diceva Antonio Neiwiller”.

 -  Cesare Accetta, dicembre 2023

 

Si entra nella galleria di Al Blu di Prussia e nel primo spazio vi sono fotografie in grande formato a colori. Un corpo femminile mosso, indefinito, tra le fronde di un bosco e anch‘esse mosse, fanno da contrappunto ai ritratti di attrici siti nello spazio successivo. Volti immersi in un nero intenso dai quali scorgere pathos espressivi e l‘occhio si spinge nel dettaglio delle immagini quasi a voler cogliere altre vibrazioni nella bassa luce che li illuminano.

In fondo, un video al rallenty che ricorda la tecnica delle installazioni di Bill Viola. Il ritratto femminile è unico, fisso, ma il lento movimento delle luci e ombre sul suo volto fanno scoprire l‘infinità della gamma emozionale dell‘immagine con le quasi impercettibili variazioni della luce.

 

In questa mostra ritornano tutte le coordinate e le costanti del lavoro di Cesare: il nero, la luce, il corpo, il colore, il tempo, la ricerca della costruzione di un‘idea incarnata sempre nella figura femminile, in un‘impostazione creativa dove la finzione, ed il soffermarsi innanzitutto sul dato emozionale che essa genera, conferma quanto determinante sia per lui il rapporto con la dimensione drammatica del teatro e del cinema.

- Maria Savarese

 

 

Cesare Accetta

Si approccia alla fotografia negli anni ‘70, intrecciando da subito la sperimentazione personale con il teatro di ricerca come fotografo di scena dei principali gruppi e teatri d‘avanguardia napoletani e italiani.

Cesare Accetta ha esposto negli anni il suo lavoro in diverse gallerie e musei italiani. Vanno ricordate alcune importanti mostre, come 03 – 010 nel 2010 al Museo di Capodimonte di Napoli; Dietro gli occhi nel 2012 al PAN| Palazzo delle arti Napoli, in cui ha raccontato vent‘anni di teatro di ricerca napoletano dal 1976, attraverso fotografie per lo più inedite tratte dal suo prezioso archivio di teatro; In luce nel 2016 al Museo Madre di Napoli, opera acquisita nella collezione permanente.

 

 

CESARE ACCETTA – “DRAMA”

A cura di Maria Savarese

ideato e realizzato in collaborazione con Alessandra D‘Elia

Al Blu di Prussia – Fondazione Mannajuolo

Via Gaetano Filangieri, 42

dal 9 febbraio al 6 aprile 2024

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13.00 



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30.01.2024 # 6387
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Brassaï. L’occhio di Parigi

Milano, Palazzo Reale, dal 23 febbraio al 2 giugno 2024

di Paolo Falasconi

Dal 23 febbraio al 2 giugno, un‘importante esposizione artistica è in programma presso Palazzo Reale, intitolata "Brassaï. L’occhio di Parigi". Questa mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta con la collaborazione di Palazzo Reale e Silvana Editoriale, insieme all‘Estate Brassaï Succession.

La retrospettiva, curata con grande maestria da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del celebre fotografo, presenta una straordinaria collezione di oltre 200 stampe d‘epoca, sculture, documenti e oggetti appartenuti a Brassaï. Questo eclettico assortimento offre uno sguardo inedito sull‘opera dell‘artista, con particolare enfasi sulle iconiche immagini dedicate alla vita parigina.

Nato ungherese con il nome Gyula Halász, Brassaï ha adottato lo pseudonimo in onore della sua città natale, Brassó, diventando un parigino d‘adozione. Definito da Henry Miller come "l‘occhio vivo" della fotografia, Brassaï ha giocato un ruolo chiave nella scena fotografica del XX secolo.

In stretta relazione con figure come Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, Brassaï ha catturato l‘atmosfera notturna della Parigi dell‘epoca, immortalando lavoratori, prostitute, clochard, artisti e girovaghi solitari. La sua opera del 1933, "Paris de Nuit" (Parigi di notte), è considerata fondamentale nella storia della fotografia francese.

Collaboratore della rivista surrealista "Minotaure", Brassaï ha interagito con noti scrittori e poeti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray. Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra, sottolinea l‘importanza di esporre Brassaï oggi, esplorando la diversità dei soggetti affrontati e immergendosi nell‘atmosfera culturale di Montparnasse, dove l‘artista si mescolava con altri intellettuali, tra cui il connazionale André Kertész.

Brassaï appartiene alla "scuola" francese di fotografia definita "umanista", caratterizzata dalla sua attenzione ai protagonisti dei suoi scatti. Oltre alla fotografia di soggetto, Brassaï ha esplorato i muri di Parigi e i loro graffiti, testimonianza del suo legame con le arti marginali e l‘art brut di Jean Dubuffet.

La sua notorietà cresce ulteriormente nel 1956, quando Edward Steichen lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York con la mostra "Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï". Successivamente, la collaborazione con la rivista "Harper’s Bazaar" consolida i legami di Brassaï con l‘America.

La mostra sarà arricchita da un catalogo curato da Silvana Editoriale e Philippe Ribeyrolles, con un testo introduttivo di Silvia Paoli.



INFO

Brassaï. L’occhio di Parigi
Milano, Palazzo Reale Piazza Duomo 12
23 febbraio - 2 giugno 2024
 
Orari
Da martedì a domenica 10:00 -19:30
Giovedì chiusura alle 22:30 Lunedì chiuso
 
Biglietti
Open: € 17,00 Intero: € 15,00 Ridotto: € 13,00
 
Per informazioni
palazzorealemilano.it  mostrabrassaimilano.it
 
Social IG, FB @silvanaeditorialeprojects
 
Ufficio stampa Mostra
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
tel. 049.66.34.99 - ref. Simone Raddi simone@studioesseci.net
 
Ufficio stampa Silvana Editoriale
Alessandra Olivari – press@silvanaeditoriale.it
 
Ufficio Stampa Comune di Milano
Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it


in copertina: Brassaï: Soirée Haute couture, Paris 1935 © Estate Brassaï Succession - Philippe Ribeyrolles

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31.10.2023 # 6360
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Alfa Castaldi, un outsider della fotografia

Al Blu di Prussia per conoscere il lavoro di uno dei fotografi più trasversali del ‘900

di Marco Maraviglia

E poi ci si vedeva come le star a bere qualcosa al Jamaica bar, citando Vita Spericolata di Vasco Rossi. Intellettuali, artisti, politici, gente di spettacolo, tutti passavano di lì, in via Brera a Milano. Dove si formavano parte dei fermenti culturali milanesi e italiani del dopoguerra.

Il Jamaica era frequentato anche dal fotografo Alfa Castaldi. Classe 1926, eccentrico, dinamico nonostante la sua mole robusta, dalla simpatia contagiosa, era versatile, eclettico. Un professionista della fotografia conosciuto come “fotografo di moda” ma che ha abbracciato reportage, ritrattistica, fotografia sociale, pubblicità, ricerca e sperimentazione. E le sue immagini riflettono il suo essere esuberante, creativo, ironico, affabile. Un grande comunicatore che portò nella fotografia una ventata di fresca innovazione.

 

La fotografia di Alfa è stata davvero un grande contenitore di moda a – suo – modo, vissuta sempre con l‘occhio del reporter, con l‘etica del ricercatore, con il “clin d‘oeil” degli amici artisti del bar Giamaica…

- Anna Piaggi, 2005

 

Alfa Castaldi, nato a Milano, è stato un riferimento della fotografia dagli anni ‘50 fino alla sua morte avvenuta nel 1995.

Allievo prediletto a Firenze del grande storico e critico d‘arte Roberto Longhi che gli stava creando la possibile opportunità di un incarico ministeriale, Castaldi preferì correre da solo per intraprendere la carriera di fotografo.

Quando torna a Milano inizia a frequentare il Jamaica che diventa il suo punto di riferimento dove poter anche lasciare in deposito le sue attrezzature non avendo ancora uno studio fotografico. Lì incontra i fotografi Mario Dondero, Ugo Mulas, Carlo Bavagnoli coi quali discute di fotografia immaginando nuovi scenari che ben presto iniziò a creare anche grazie alle osservazioni che faceva sui lavori dei fotografi della Magnum.

Perché lo scambio di idee, la loro condivisione, il guardarsi intorno, non poteva non portare una mente creativa come quella di Alfa a una contaminazione nel suo stile: quello di non arrugginirsi in un‘etichetta. Perché il suo stile era innanzitutto determinato da libertà, curiosità, interesse per tutto ciò che stimolava la sua creatività.

 

Alfa Castaldi shakerava la fotografia di moda col reportage.

Nel 1968 realizzò a Praga, per la rivista “Arianna”, il primo shooting di moda italiano ambientato nell‘Europa orientale in quel momento di grande cambiamento storico che conosciamo. Facevano da sfondo agli abiti di alcuni pionieri del fashion made in Italy come Krizia, Ken Scott e tanti altri, i monumenti come il municipio di Starè Mesto e la casa natale di Franz Kafka.

Per Uomo Vogue realizzò alla fine degli anni ‘70 Compagnia di Stile Popolare, una serie di ritratti a pastori sardi ed abruzzesi, contadini tirolesi e tabarri emiliani. Realizzati con banco ottico in grande formato e sempre in esterni. 

 

Cercavo le radici della naturale eleganza maschile e ritrovavo, di volta in volta, la purezza del disegno e dell‘esecuzione artigianale, da sempre ragione prima dello stile. Così come riscoprivo l‘autenticità di tessuti, panni, cotoni: tessuti fabbricati con estrema attenzione – con una cura essa pure artigianale – per gente che della qualità faceva una ragione di vita.

- Alfa Castaldi (1995)

 

La fotografia di moda per Alfa Castaldi era dinamica, le modelle erano spontanee, le faceva ridere, muovere, mentre ricaricava la fotocamera con una velocità stupefacente.

 

Non si accontenta di riprendere abiti e modelle secondo i canoni tradizionali. È un ricercatore.

- Giuliana Scimè; 2013 (critica di fotografia)

 

Il lavoro di Alfa Castaldi è immenso nella sua varietà di argomenti trattati. E la mostra, che consta di 80 fotografie selezionate, non è un‘antologica o una retrospettiva, ma una sintesi che offre gran parte del ventaglio artistico della sua carriera.

Una carriera, quella di Castaldi, che fa capire anche di aver avuto l‘intuizione di ritrarre personaggi di cui all‘epoca non era scontato il loro successo. E possiamo vedere i giovanissimi fotografi Ugo Mulas, Oliviero Toscani e Bruce Weber; Monica Vitti ritratta nel 1960 all‘alba dei suoi inizi cinematografici. E altri personaggi del mondo della moda, dell‘arte, dello spettacolo, ritratti agli inizi della loro carriera.

Una parete di Al Blu di Prussia è un omaggio a Napoli con scene di strada e vedute che sembrano citazioni della Scuola di Posillipo, Migliaro, Irolli, Scarfoglio. Perché Castaldi tra gli interessi per l‘architettura, i murales parigini, le manifestazioni contro il nucleare a Parigi, aveva l‘arte nel sangue e grazie anche a Roberto Longhi.

 

Nella sala di proiezione della galleria, un video che riserva altre sorprese come i ritratti realizzati con obiettivo soft focus, senza lenti e montato su un soffietto. Oppure la sua sperimentazione sulle fotografie cubiste realizzate su lastre 20x25 e con un lungo lavoro di esposizioni multiple inserendo maschere nello chassis.

Gli spot dei caroselli della Facis in cui è protagonista interpretando se stesso.

E poi ancora, i testi del suo romanzo rimasto incompiuto, Ali Joo, che scorrono su immagini inedite.

Un filmato in cui si percepisce tutta la stima e amore per il padre, da parte del figlio Paolo Castaldi anch‘egli fotografo, e che cura l‘Archivio Alfa Castaldi.

 

Ci sarebbe tanto altro da dire, questo articolo è riduttivo di fronte a quel vulcano di Alfa Castaldi.

Bisogna vedere la mostra per comprendere parte del suo mondo intimo e professionale.

 

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione della Fondazione Mannajuolo con l‘Archivio Alfa Castaldi che da anni compie un meticoloso lavoro di catalogazione, archiviazione, conservazione e gestione dell‘opera del fotografo milanese, composta da oltre 12.000 immagini.

 

 

Alfa Castaldi

a cura di Maria Savarese

Al Blu di Prussia

via Gaetano Filangieri, 42 - Napoli

dal 27ottobre 2023 al 5 gennaio 2024

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13

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27.10.2023 # 6359
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

Anders Petersen in mostra alla Spot home gallery

Lo sguardo di un artista svedese su una Napoli fatta di bianconeri da decodificare

di Marco Maraviglia

Anders Petersen, classe 1944, è il pioniere della prima residenza d‘artista fortemente voluta da Cristina Ferraiuolo gallerista della Spot home gallery. Un progetto ideato nel 2019 ma, causa pandemia, rimasto in sospeso e poi finalmente andato in porto.

Circa 60 fotografie bianconero di medie e grandi dimensioni realizzate dall‘artista durante due fasi per un totale di 35 giorni, tra il maggio 2022 e ottobre/novembre 2022.

Un lavoro in cui Cristina Ferraiuolo ha fatto da fixer girando con Petersen per Napoli, seguendo le sue ispirazioni e suggerendogli luoghi in cui sapeva che avrebbe individuato spunti per il progetto.

 

Anders Petersen non poteva che essere il primo artista in residenza in galleria. Napoli, con il suo caos e la sua  umanità variegata, era il luogo ideale per un fotografo come lui. Nella sua lunga carriera ha fotografato tantissime città, da Tokyo a Londra, da Valparaiso a Sète. Napoli, città-mondo, con le sue mille sfaccettature, le contiene un po‘ tutte.

- Cristina Ferraiuolo

 

Qui non trovate foto “di” Napoli ma foto “a” Napoli.

Immagini scattate a Napoli ma che seguono la poetica tipica di Anders Petersen che cerca estemporaneità, emozioni, dettagli con i quali entrare in empatia per sentirsi lui stesso il soggetto ritratto.

Sembrano fotografie scattate a Parigi, Londra, New York o altre città del mondo, ma è Napoli. Colta in una sua esclusiva intimità attraverso gli occhi del fotografo svedese.

Perché non vi è quasi alcun riferimento architettonico che possa far risalire alla città. Ma il carattere verace, surreale e sanguigno della città, è quel che emerge. Quello che normalmente non “ascoltiamo” vivendola tutti i giorni.

Scorgerete un vassoio per i dolci immaginando che sia stato ritratto in uno dei più famosi caffè di Napoli, ma non è importante sapere se è quello. C‘è da riflettere invece sul perché Petersen l‘abbia ritratto e coglierne la sua bellezza che non va descritta ma vista di persona con quella stessa attenzione metafisica che lui ha percepito.

Riconoscerete Pompei, il Cimitero di Poggioreale o Piazza Mercato, ma non è quello che l‘autore voleva mostrare. Bisogna entrare invece in quell‘empatia tipica che accompagna Petersen da sempre tra lui e i soggetti che catturano la sua attenzione.

Sono immagini senza luogo e atemporali. Evergreen. Potrebbero essere state scattate negli anni ‘60 o su di lì perché sono indatabili.

Alcune sembrano scattate allo Studio 54 di New York o nella Factory di Andy Warhol, ma qui è Napoli. Forse una città universale come lo sono le immagini? Probabile. È lo stile e la ricerca del fotografo che rende il tutto fuori dal tempo restituendoci una Napoli al di fuori dei luoghi comuni.

Il look di alcuni ritratti che richiama atmosfere hippy, situazioni da burlesque o da vecchio circo. Forme insolite, come l‘enorme siepe a poltrona davanti al Museo di Capodimonte o come quella “cosa” maculata di cui non capisci se è un polpo o un pesce. Lo potevi fotografare anche tu? Non l‘hai fatto e vince chi arriva primo: chi osserva dentro ciò che normalmente è innanzi ai nostri occhi ma che ci sfugge.

Perché l‘agave? Perché le teste di pescespada? E quelle bambole forse in attesa di essere “curate”?

L‘allestimento in galleria è come un puzzle di ritagli di vita minimalista. Come un album di appunti visivi scritti in maiuscolo. Vederli raggruppati è come sentire un‘unica essenza che tocca le corde di tutti i sentimenti della città con i suoi odori, suoni e rumori.

 

Dettagli… mani spesso protagoniste che si intrecciano, carezzano, fermano; braccia che armonizzano l‘inquadratura, il contatto fisico tra i soggetti ritratti. E poi sorrisi cogliendo la bellezza della vecchiaia. Un elegante uomo anziano, in giacca e cravatta con una gerbera nella mano che attende l‘ascensore, assorto da chissà quali pensieri; i gemelli per incrementare la sua “collezione” sul genere.

Fotografie verticali, molte con inquadratura leggermente inclinata, dove la loro diagonale è percorsa dal centro emozionale della composizione.

Bianconeri un po‘ lomography, contrasti alti, vignettature. Scattate con Contax T3 a pellicola, con obiettivo 35 mm perché Peterson preferisce stare dentro la scena che riprende.

 

Voglio essere il  più vicino possibile in modo  da  poter  sentire che  qualunque cosa io fotografi assomigli il più possibile a un autoritratto. Voglio che  le mie foto siano  una  parte  di me, voglio riconoscervi i miei sogni,  le mie paure, i miei desideri.

 

Biografia

Anders Petersen (Stoccolma,1944) è uno dei più importanti fotografi contemporanei, noto per le sue immagini in bianco e nero  dallo stile documentario intimo e personale. Il suo esordio internazionale è avvenuto nel 1978  con la pubblicazione di Café  Lehmitz, uno  dei libri fotografici più influenti di tutti i  tempi, in cui ha ritratto la  vita quotidiana in una  bettola  di Amburgo  alla fine degli anni Sessanta. Café  Lehmitz è entrato a far parte  della cultura pop quando Tom Waits ne ha utilizzato una foto come copertina del suo album Rain Dogs del 1985. Ad oggi Petersen ha pubblicato più di 40 libri, molti dei quali sono diventati parte integrante della storia della fotografia. Tra i premi e i riconoscimenti ricevuti  si possono citare: Il premio Photographer of the Year, ai  Rencontres d‘Arles 2003;  il premio speciale della giuria per la mostra Exaltation of Humanity, al festival internazionale di fotografia di Lianzhou, Cina, 2007; il premio Dr. Erich Salomon della Deutsche Gesellschaft für Photographie, 2008; il premio al miglior libro del 2009 ai Rencontres d‘Arles Book Award insieme a JH Engström per From Back Home. Inoltre, Petersen ha ricevuto  il Paris Photo e l‘Aperture Foundation Photo  Book of the Year Award 2012, per City Diary, e il premio Lennart af Petersen, 2019. Il lavoro di Anders  Petersen è rappresentato nelle collezioni di Fotografiska Stockholm, The Museum of Modern Art New York, Hasselblad Center Göteborg, Bibliothèque nationale de France Paris, Centre Pompidou Paris,  Museo di Arte Contemporanea Roma, Museum of Fine Arts Houston, Moderna Museet Stockholm, Maison Européenne de la Photographie Paris, Museum Folkwang Essen e Fotomuseum Winterthur, tra gli altri. Dal 1969 ha tenuto regolarmente mostre personali e collettive in tutto il mondo.

 

 

Napoli / Anders Petersen

A cura di Cristina Ferraiuolo

Spot home gallery

Via Toledo,  66 - Napoli

dal 21 ottobre 2023 al 31 gennaio 2024

 

Contatti

+39 081 9228816

info@spothomegallery.com

www.spothomegallery.com

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24.10.2023 # 6358
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

The 1950s, storie americane e rock‘n‘roll

14 fotografi della Magnum Photos in mostra con 82 fotografie che raccontano il sogno americano

di Marco Maraviglia

Per la prima volta le fotografie di 14 grandi fotografi della Magnum sono esposte insieme dal 7 ottobre al 10 dicembre per una Mostra fotografica dedicata alla cultura americana degli anni Cinquanta.

Ecco chi sono gli autori delle 82 immagini esposte: Dennis Stock, Elliott Erwitt, Werner Bischof, Wayne Miller, Philippe Halsman, Inge Morath, Burt Glinn, Bob Henriques, Rene Burri, Cornell Capa, Leonard Freed, Erich Hartmann, Bruce Davidson, Eve Arnold.

 

La guerra era finita. C‘era la Guerra Fredda, la “spina nel fianco” della rivoluzione cubana, erano anni segnati dalla segregazione razziale, ma si guardava al futuro. Esplodeva il benessere economico americano. Il miracolo americano. L‘alfabetizzazione ebbe un‘impennata. Nelle case prendevano posto gli elettrodomestici che miglioravano la qualità della vita delle casalinghe. Entrava nella cultura americana quel simbolismo poi sceneggiato anche nella serie tv di Happy Days.

Era tutto rock‘n‘roll. Una società al ritmo di Cadillac cabriolet, drive-in e ragazzine che si strappavano i capelli ai concerti di Elvis Presley mentre Joe Di Maggio faceva le sue ultime battute a baseball. Mentre Gregory Peck, Paul Newman, Audrey Hepburn, James Stewart, Charlton Heston, Grace Kelly e tanti altri, recitavano in quelli che sono divenuti cult movie della storia del cinema americano.

La vita era leggera, spensierata e allegra, rappresentata dai film con Marilyn Monroe ma c‘erano anche ombre di una Gioventù Bruciata. Un delirio collettivo di una società americana che andava al massimo e che riusciva finanche a esportare quello stile di vita in gran parte del mondo occidentale.

 

Un mondo che gettava i semi della POP Art e che lo stesso Andy Warhol ne descrisse alcuni dettagli, di quelli messi sotto al tappeto (America. Un diario visivo). Un mondo che avrebbe dovuto fare poi i conti con le contestazioni degli anni ‘60 contro la guerra in Vietnam e la fobia del comunismo. Ma questa è un‘altra storia.

Era il mito americano ciò che contava. Industrie, consumismo, benessere, emancipazione femminile, tutto concorreva ad alimentare il sogno americano.

In quegli anni i grandi fotografi della Magnum Photos documentavano la società americana a 360°.

 

Artisti che hanno catturato lo spirito della società d‘Oltreoceano di quei tempi, restituendocene intatta la bellezza, la potenza delle trasformazioni in atto insieme alle profonde contraddizioni che ancora la caratterizzavano, tracciando così una nuova mappa dell‘identità americana ed esplorando le sue dimensioni sociali, culturali, economiche.

- dal comunicato stampa

 

Gli scatti selezionati in mostra pongono l‘attenzione principalmente sull‘essere umano, in relazione al contesto culturale, sociale, economico e paesaggistico di un decennio felice. Sono immagini a volte in chiave umanista, oppure in stile pubblicitario e fashion, o semplicemente documentarie. O anche ibride, dove il mix di stili erano interscambiabili rendendole più universali, naturali, vive, americane come quella di James Dean in Times Square che è allo stesso tempo ritratto, foto di moda e streetphotography.

Perché è tutto rock‘n‘roll, baby. C‘è dello swing in quelle storie in bianconero. Ed è per questo che The 1950s è prodotta e organizzata dal Summer Jamboree: il Festival Internazionale di musica e cultura dell‘America anni ‘40 e ‘50 più grande d‘Europa.


Un happening, che si terrà dal 7 al 10 dicembre, per tutti gli appassionati di quei favolosi 1950s americani, tra concerti live di Rock‘n‘Roll, Swing, Country, Rockabilly, Rhythm‘n‘Blues, Hillbilly, Doo-wop, Western swing e i classici di Natale suonati da artisti provenienti da tutto il mondo al Pala Verdi.

E, negli spazi delle Fiere di Parma, in alcuni padiglioni sarà possibile fare rifornimento di regali vintage e prelibatezze enogastronomiche. E poi ancora, esibizioni di ballo, Burlesque Show e Dance Camp, Tatoo Convention con i maestri del tatuaggio 24h.

Il Summer Jamboree sarà per la prima volta in versione Christmas edition#1.

 

Pronti a partire? Chiudete gli occhi e immaginatevi già in questo viaggio nel sogno americano a bordo di una chopper o di una Cadillac, entrando in un libro di Jack Kerouac. Tra fotografie da osservare al ritmo di Johnny B. Goode di Chuck Berry e White Christmas cantata da Pelvis.

 

 

THE 1950s

Storie americane dei grandi fotografi Magnum

un progetto espositivo originale, prodotto e organizzato dal Summer Jamboree in collaborazione con l‘agenzia Magnum Photos

a cura di Marco Minuz per Suazes insieme con Summer Jamboree

dal 7 ottobre al 10 dicembre 2023

Palazzo del Governatore, Parma

Info

www.summerjamboree.com

Tel. 0521/218035

Orari: da mercoledì a domenica dalle 10 alle 19

Biglietto

Intero 8,00 euro

Ridotto 6 euro 

-       Studenti universitari dai 18 ai 25 anni con documento e tesserino universitario

-       Visitatori con invalidità

-       Convenzioni con aziende e/o partner della Mostra

-       Gruppi scuole

Gratuito

-       Minori di 14 anni

-       Guide turistiche abilitate con tesserino di riconoscimento

-       Un accompagnatore per ogni gruppo anche scolastico

-       Un accompagnatore per disabili che presenti necessità

-       Giornalisti accreditati dall‘ufficio stampa degli organizzatori della Mostra e del Comune di Parma




Foto:

Copertina: Wyoming, USA, 1954; © Elliott Erwitt/Magnum Photos 

Al centro: James DEAN in Times Square, New York, USA, 1955; © Dennis Stock/Magnum Photos

In calce: Beauty class at the Helena Rubinstein Salon, New York, USA, 1958; © Inge Morath/Magnum Photos 



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27.09.2023 # 6340
Filippo Cristallo e il Messico contemporaneo in bianconero

I futuri possibili di Pino Dal Gal

In esposizione 20 fotografie che immaginano futuri visionari, forse non auspicabili

di Marco Maraviglia

Pino Dal Gal è un giovanottone veronese di 86 anni che non smette mai di stupirsi di fronte a ciò che ha innanzi alla sua fotocamera. Direi che ci sono tre età per ogni individuo: anagrafica, biologica e mentale. E l‘età mentale di Dal Gal sembra quella di un ragazzino puro. Di quelli che si pone sempre domande per scoprire il mondo. Il suo punto di vista di ciò che fotografa non è mai, quasi mai, dall‘esterno, ma dentro.

Rileva e poi rivela ciò che il soggetto che riprende vorrebbe raccontare di sé. Sposta, accantona, scavalca le sovrastrutture normalmente inviolabili e terrene dove si ferma l‘occhio umano, per insinuarsi in uno spettro invisibile di informazioni non dette, non descritte, ma percepibili. Come rallentare i battiti del cuore. Respirare lentamente. Distaccarsi da se stesso. Abbassare la soglia dei sensi per mettersi in contatto con una realtà irreale, surreale, metafisica. Immaginando di ascoltare racconti nella brezza delle energie che emanano i suoi soggetti. Senza parole ma fatti di essenze da ricostruire in significati da restituire attraverso le immagini.

Sembrerebbe una pratica mistica, stregonesca, sciamanica e forse lo è.

 

Immaginate di trovarvi a 86 anni. Avete visto quasi tutto della vita. Bellezza e bruttezza. Avete vissuto la parte più bella della vita italiana. A 30 anni vivevate il pieno del boom economico. Osservavate comunque con coscienza la rivoluzione cubana e la Guerra Fredda, la guerra in Vietnam, la rivoluzione studentesca e il movimento hippy. Un mondo che vi è corso dietro per 86 anni. A 50 anni avete vissuto il boom delle tv private e l‘apoteosi della pubblicità. Un mondo dove i grandi fenomeni culturali facevano a cazzotti con gli anni di piombo, il terrorismo ecc. ecc. Poi raggiungete l‘età in cui le nuove tecnologie iniziano a cambiare il mondo, i computer, internet, la fotografia digitale, gli smartphone, i riconoscimenti facciali, l‘intelligenza artificiale ma nel frattempo l‘Amazzonia viene disboscata e osservi tutte le altre le problematiche dell‘ambiente.

Ecco, a un certo punto della vita ti rendi conto di averne viste tante e immagini quel che potrebbe essere il futuro prossimo imminente e quello più lontano.

 

Futuri possibili ma non necessariamente auspicati.

La curiosità di un fotografo ma innanzitutto un uomo che immagina un futuro deprivato spesso della componente etica, morale e umana e quindi di un mondo depravato.

 

E nell‘inquietudine di un quadro apocalittico e catastrofico Dal Gal, in questo suo ultimo lavoro, presenta un “quadro” visivo della scena contemporanea che guarda al futuro, con una concreta e possibile visione che investe le persone e le cose, l‘ambiente e il paesaggio, i territori e le nostre città.

Il conflitto bellico, esteso in più parti del pianeta, la difficoltà a pensare un‘ecosostenibilità dell‘ambiente e la spersonalizzazione dell‘individuo, trovano nelle opere di Dal Gal una propria linea e idealità della rappresentazione visiva, attraverso figure e paesaggi che il fotografo veronese rilancia quale prospettiva sul mondo grazie al suo attento e profondo sguardo”.

- Enrico Gusella

 

È come osservare una macchina del tempo che spara cartoline dal futuro i cui destinatari sono quelli che dovrebbero salvaguardare il presente per costruire un futuro sostenibile e a misura d‘uomo.

“Cartoline” che fanno da monito. Immagini che sembrano voler anticipare paesaggi desertificati, automi ormai inservibili. Una prospettiva che Pino Dal Gal non auspica di certo ma che con il suo occhio da “sciamano” ci pone avanti affinché resti la volontà di non perdere bussola e timone per arginare i disastri planetari e la spersonalizzazione dell‘individuo.

 

 

Breve Biografia (dal comunicato stampa)

Pino Dal Gal (1936) vive e lavora a Verona.

Inizia il suo percorso fotografico con il neorealismo degli anni Cinquanta e Sessanta, conseguendo numerosi riconoscimenti e premi nazionali.  Negli anni Settanta lavora  ai servizi editoriali della A.Mondadori e, in seguito, apre a Verona la prima agenzia di pubblicità e marketing, attiva fino al 2008. Nella propria ricerca fotografica Dal Gal, ispirandosi al cinema di Michelangelo Antonioni ha narrato costumi e società, persone e solitudini, con i “racconti” La Mensa, Cimitero d‘auto, Alberi, ma anche noti artisti come Paloma Picasso, lo scultore spagnolo Miguel Berrocal con il quale ha avuto un lungo sodalizio e una Mostra dedicata alla Galleria Il Diaframma/MI 1972 (testo di Lanfranco Colombo), oltre all‘artista australiana Vali Myers (V.Myers Trust, Melbourne).  Successivamente si focalizza su denunce sociali, come testimoniano le foto di “Chicken Story” e “La Cava”, esposte nel 1976/77 al Museo di Castelvecchio di Verona nella mostra antologica curata dal direttore  Licisco Magagnato. Affascinato dalla potenza della natura ha immortalato le rocce antropomorfe di Capo Testa e pubblica il suo primo libro “Là dove parla il silenzio” (testo di Italo Zannier).

Dalla fine degli anni ‘70 è presente alla HRC Gernsheim‘s Collection di Austin (Texas) - la più importante collezione mondiale di fotografia – che nel 2013 espone all‘Hengelhorn Museen di Hildesheim in Germania nella mostra internazionale “The Birth of Photography” (curatori e catalogo Wieczorek, Claude W.Sui).

Nel 2000 a Verona, al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri,  la sua grande mostra antologica a cura di Lanfranco Colombo, Flaminio Gualdoni e Giorgio Cortenova, allora direttore della Galleria d‘Arte Moderna di Verona. Nello stesso anno pubblica il libro “Emozioni. Immagini luci e silenzi sul Po”, con una presentazione di Alberto Bevilacqua e Italo Zannier a cui segue la Mostra personale “Chicken Story”, testo di Piero Racanicchi, alla Keith De Lellis Gallery  a N.Y.C. Nel 2003 presenta “Soul Shapes” Mostra personale p/ Swinger Art Gallery Verona (testo catalogo (Flaminio Gualdoni). Sue recenti mostre hanno avuto luogo al C.R.A.F di Spilimbergo “Il fiume e altri racconti” testo  di Luigi Meneghelli (2018/2019);  Senigallia con “Mattatoi” Fotografie di Pino Dal Gal e Mario Giacomelli” (2021) cura e testo di Simona Guerra.

 

 

Un futuro possibile. 20 fotografie

di Pino Dal Gal

Villa da Porto Barbaran

Via L. da Porto, 36050 Montorso vicentino VI

Inaugurazione venerdì 29 settembre 2023 ore 19.00

Fino al 15 ottobre

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Quando Stefania Adami decise di andare adagio sui Quartieri Spagnoli

I vicoli più fotografati di Napoli dove gli abitanti non sono folklore

di Marco Maraviglia

Stefania Adami con la sua personale Adagio Napoletano, visitabile fino al 12 ottobre, apre il nuovo ciclo di mostre fotografiche presso Movimento Aperto in via Duomo 290/c, dell‘artista e gallerista Ilia Tufano.

 

«Sono foto fatte sui Quartieri Spagnoli»

«Eh, ma ce le ho anch‘io»

«Sì, ma queste non sono “street photography”»

«Io ho il ritratto di Tarantina»

«Sì, ma è frontale, asettica, un semplice “trofeo”. Giusto per dire che l‘hai fotografata. E poi tutte le tue foto sono in bianconero e non so perché o forse lo immagino»

 

Più o meno questa potrebbe essere una breve conversazione con chi ha scattato spesso foto in uno dei quartieri di Napoli più battuto da decine di fotografi dal dopoguerra ad oggi. Del tipo “lo potevo fare anch‘io”.

Tanti i documenti fotografici di denuncia sociale, di esaltazione folkloristica, di ironia popolare che non raramente ridicolizzano certi aspetti locali restituendo l‘apoteosi dell‘oleografia partenopea. Il pittoresco banale. Come quelle cartoline, ormai sbiadite dal sole, esposte fuori la bottega di souvenir e messe a basso prezzo per improbabili collezionisti del vintage.

 

Si tratta di un territorio che negli ultimi anni si è trasformato divenendo di alta curiosità turistica. Dove finanche i turisti stranieri, tra pizzerie, trattorie, panni stesi, “via Totò e Peppino” (via Portacarrese a Montecalvario) e palazzi del ‘600, vanno a visitare il “tempio di D10S” con annesso murale che negli anni pure è stato soggetto a trasformazioni e restauri.

Stefania Adami nelle sue foto non ha ripreso nulla di turistico, non ha spettacolarizzato un luogo per compiacere turisti a caccia di folklore, antropologi, urbanisti, detrattori e denigratori di una parte di Napoli.

A 27 anni venne da Lucca per lavorare a Napoli. Prese casa a ridosso dei Quartieri e la mattina, per evitare le attese dei trasporti pubblici, li attraversava per andare al lavoro. Senza guardare in faccia a nessuno, con gli occhi sui basalti. A passo svelto. Era un periodo in cui percorrere quei vicoli sembrava come addentrarsi in un territorio astioso dove “bisognava stare attenti”.

Poi Stefania Adami, con la sua indole un po‘ ribelle, decise nel tempo di rallentare, guardarsi intorno e…

 

…passo dopo passo, con sorpresa, quei “malfamati” vicoli senza sole diventarono la melodia più accogliente. Si tinsero di colore umano ai miei occhi, offrendomi un ventre materno popolato di sorrisi nuovi e d‘inverosimile generosità.

 

 Volse quindi una nuova modalità di osservazione che cavalcava i versi di una vecchia canzone:

 

Si vuje vulite bbene a ‘stu paese, fermateve ‘nu poco rint‘ e viche, guardate rint‘ ‘e vasce e for‘ ‘e cchiese. Venite insieme a me, pe‘ strade antiche, invece e cammenà vicino ô mare…

(Se volete bene a questa città, fermatevi un poco nei vicoli, guardate dentroai bassi e fuori le chiese. Venite con me, per le strade antiche, invece di camminare vicino al mare)

- Roberto Murolo “Adagio Napoletano”

 

E nasce il suo progetto: Adagio Napoletano.

Gli occhi di una toscana fermano il tempo tra i vicoli più fotografati d‘Italia in un‘atmosfera ovattata, senza rumori, con immagini dall‘intonazione calda. Come caldo è il rapporto che è riuscita a stabilire tra lei e i soggetti ritratti.

Passeggia con la fotocamera tra quei vicoli scrollandosi di dosso i pregiudizi e inizia a conoscere gli abitanti dei bassi. Da vicino. Dentro i loro sorrisi. Attraversando i loro occhi. Per ritrarli in maniera confidenziale. E loro collaborano per le pose.

Salvatore nel frattempo a 58 anni, «se n‘è juto». Viveva tra icone religiose di madonne, Padre Pio e Gesù Cristo. E il quadretto di Marilyn Monroe ai suoi piedi nella foto è quello che dà contemporaneità al suo volto avvolto da una nuvola di fumo.

In un quartiere popolare si fuma tanto per trascorrere il tempo, ma una signora fuma fuori casa per rispetto del figlio che dorme. E se lo guarda con occhi materni che possiamo solo immaginare perché è di spalle.

Tarantina assorta nei suoi pensieri, sembra non avere le rughe che in tanti conosciamo, la luce radente sul suo profilo ne esalta una bellezza dolce e vissuta che probabilmente lei sente di avere.

Una corona di palloncini dopo la festa, di quelle che adornano i portoni per un matrimonio o una comunione, non viene distrutta scoppiando i palloncini stessi, ma è accantonata su un muro, come due paia di scarpe da donna. Perché “possono servire sempre a qualcun altro”. Quasi a voler raccontare quel fil rouge di solidarietà che lega gli abitanti. Perché i bassi dei Quartieri sono una grande casa, un‘unica famiglia con finestre i cui affacci sono interconnessi. Immaginando un «favorite, buon appetito» che si dicono forse a ora di pranzo come quando si pranzava sulle pedane delle cabine al mare.

E in quell‘umanità varia si scorge l‘autoironia, una nascosta eleganza dignitosa anche nello stare in vestaglia per strada. Dove la tv è accesa 24h e si prepara da cucinare fin dalle 10.00 del mattino. Tra sedie fuori i bassi, “bancarielli” (banchetti) e edicole sacre. Mentre qualcuno si arrangia in casa con qualche lavoretto.

 

Sono i Quartieri Spagnoli di Stefania Adami. Intimi. Morbidi. Lenti. Adagi. Un Adagio Napoletano.

 

 

Stefania Adami

Fotografa per passione dall‘età di 11 anni.

Numerose le mostre personali e collettive in tutta Italia e le pubblicazioni di libri fotografici.  L‘opera “L‘inquiLinea del 2014” è esposta in via permanente nel Museo a cielo aperto di “Bibbiena Città della Fotografia”.

 

 

 

Adagio Napoletano

di Stefania Adami

a cura di Giovanni Ruggiero

Movimento Aperto, via Duomo 290/c, a Napoli

dal 20 settembre al 12 ottobre 2023

il lunedì e il martedì ore 17-19, il giovedì ore 10.30-12.30 e su appuntamento chiamando i numeri 3332229274 - 3356440700

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