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15.11.2022 # 6180
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Immagini scattate con smartphone, un diario urbano postpandemico che racconta un probabile mondo giovanile fatto di disagi e amori

di Marco Maraviglia

«Non so cosa scrivere». Sembra la sintesi del dramma di uno scrittore in crisi creativa, quello di trascorrere giorni e giorni col foglio bianco avanti, senza riuscire ad andare avanti col proprio romanzo. Intanto qualcuno, che probabilmente non era uno scrittore, lo ha scritto su un muro: non so cosa scrivere. L‘ossimoro di aver scritto qualcosa pur non avendo nulla da raccontare.

È una delle tracce immortalate da Luigi Cipriano, lungo i suoi percorsi tra i luoghi dell‘avellinese, beneventano e Napoli. Scrivere, ma non solo a prescindere perché “scrivo dunque sono”, ma perché si ha qualcosa da dire. Perché c‘è chi ha bisogno di lasciare una traccia di sé. O perlomeno di un suo pensiero. Anche se consapevole di restare inascoltato. Una data, una breve poesia. Un monito.

Muri, paline dei segnali, sassi di una scogliera, tronchi d‘albero, banchi di scuola, panchine, portoni e quant‘altro diventano pagine di diario. Frammentato. “Pagine” che, se si volessero trascrivere tutte in un libro cartaceo alcune potrebbero avere un fil rouge che riconduce ai temi principali di una società fatta di invisibili. Di arrabbiati contro un sistema in cui non si riconoscono. Di innamorati di amori non sempre corrisposti. Di un mondo parallelo, vandalistico per certi aspetti, che vuole affermare una propria identità.

 

Le tracce di Luigi Cipriano sono spesso segni di un disagio giovanile. Molte delle sue foto sono state prese durante il periodo post-pandemico e la sua riflessione si è soffermata sullo stato psicologico di quei ragazzi che hanno perso due anni della loro vita tra lockdown, didattica a distanza, divieti e stop and go.

È vero, il graffitismo c‘è stato anche prima del 2020 ma alcune di quelle tracce immortalate da Cipriano, riconducono inevitabilmente a quel periodo buio della nostra vita che un adulto riesce a superare forse meglio di una gioventù che appena iniziava ad affacciarsi nel mondo. Un mondo per loro divenuto improvvisamente distopico e senza la maturità di poterlo affrontare scavalcandone i danni psico-fisici.

Due ragazze sedute a distanza “di sicurezza” sul muretto del lungomare di Napoli, su quel muro c‘è una data: 2 maggio 2020. Fino a quel giorno, c‘erano ancora forti restrizioni anti-covid. In quella data scritta a spray si avverte il disagio, la sofferenza di chi l‘ha scritta. Per non dimenticare.

Scritte, segni, poesie, che deturpano il paesaggio, su portoni, alberi, monumenti. Un mondo minimalista di un universo psicologico che si mostra.

 

Luigi Cipriano inizia un po‘ per gioco a fotografare queste tracce con uno smartphone e poi man mano si ritrova con un progetto aperto. Da poter estendere all‘infinito. Perché ovunque vi sono tracce che occupano le superfici urbane.

E lo fa con un‘osservazione lenta: slow watching. Quando camminiamo, normalmente guardiamo ma senza osservare. Distratti dai nostri pensieri, dalla meta da raggiungere, da una conversazione con un amico, senza soffermarci su ciò che attraversiamo. Abbiamo la percezione dei volumi presenti intorno a noi ma spesso non alziamo la testa per notare balconi pittoreschi. Vale anche per le visite nei musei: il pubblico non si sofferma sempre sui dettagli di un dipinto magari anche solo per capire dal tratto del pennello se l‘artista poteva essere mancino o per scovare il cosiddetto “intruso”, il gattino presente tra i piedi di un commensale di una scena.

Luigi Cipriano osserva. Anzi, legge quelle tracce. Cercando di immaginare il filone antropologico che possa esserci dietro quelle presenze. Diventa raccoglitore di pensieri, di “messaggi in bottiglia” talvolta con destinatari consapevoli.

Esistenze deturpanti ma paradossalmente silenziose e inosservate, che a volte arricchiscono l‘immaginario del suo lettore che diventa cacciatore di storie. Tracce come urla nel silenzio.

 

Chi è Luigi Cipriano

Luigi Cipriano nasce a Guardia Lombardi (AV) nel 1968, si laurea nel 1993 in Economia e Commercio con tesi di Laurea in Geografia Urbana ed Organizzazione Territoriale presso l‘università Federico II di Napoli, vive e lavora ad Avellino.
Si appassiona alla fotografia già all‘età di 16 anni, quando gli viene regalata la prima reflex (una Olympus OM10) e, successivamente, inizia a viaggiare.
La fotografia diventa il suo hobby preferito, installa in casa una piccola camera oscura dedicandosi alla stampa in bianco e nero, nel suo percorso di foto-amatore predilige, come genere fotografico: la fotografia di paesaggio, la fotografia di osservazione nei luoghi, l‘esplorazione urbana e la street photography.
Anche se ha intrapreso lo studio della fotografia da autodidatta, ha approfondito le sue conoscenze seguendo diversi seminari e workshop.

Le sue fotografie sono state pubblicate da due enti accreditati che fanno capo al Progetto del Ministero dei beni culturali e del turismo fotografia.italia.it

 

Le fotografie

Ventinove fotografie formato 30x40 realizzate con smartphone e post-prodotte con l‘App Snapseed.

Stampe realizzate con Canon PIXMA PRO-10S con inchiostri Lucia rifinite con inchiostro trasparente Chroma Optimizer.

Carta Hahnemuhle William Turner 190 Gr.

 

 

 

Tracce (2015-2022)

Di Luigi Cipriano

Rassegna Foto Art in Garage a cura di Gianni Biccari

Dal 12 novembre al 2 dicembre 2022

dal lunedì al venerdì dalle 16:30 alle 20:00
Mattino, Sabato e Domenica su Appuntamento

Art Garage

Viale Bognar, 21 Pozzuoli – Napoli


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13.01.2023 # 6197
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Fino al 28 gennaio in mostra “Fuori del Tempo”: diciotto maxi-fotografie realizzate in Madagascar, Tahiti, Seychelles

di Marco Maraviglia

In esposizione 18 grandi immagini in bianco e nero selezionate tra quelle tratte dalla Trilogia del mare “Madagascar, Tahiti Tattoos, Equator”, della fine degli anni ‘90 e da “Dark Memories” del 2013 cui si aggiungono 24 polaroid quasi tutte inedite per lo più scattate alle Seychelles tra il 1986 e il 2006, completato dal documentario sulla vita del fotografo “Il magnifico artificio” per la regia di Francesco Raganato (SkyArte 2014) proiettato nella sala cinema della galleria.

- dal comunicato stampa

 

È un‘occasione speciale poter vedere da vicino alcune gigantografie di uno dei più grandi fotografi di moda internazionali che già nel 1968 fu classificato dalla rivista Stern come “tra i quattordici migliori fotografi di moda al mondo”. E lo stesso Giovanni Gastel lo definisce nel 2016 “uno dei più grandi fotografi del mondo".

 

Gian Paolo Barbieri, classe 1935 ma le sue fotografie restano evergreen, anzi, grandi esempi iconici della fotografia di moda. Contemporanea e, perché no, scuola per il futuro.

È nato e cresciuto nel periodo e luogo giusto per la sua professione: Milano. Quello dell‘apoteosi della moda italiana in quella grande officina della città dove i capi di Armani, Trussardi, Versace, Bulgari, Valentino, Ferrè approdavano poi sulle passerelle internazionali. Un periodo d‘oro per il Made in Italy, per tutte le riviste specializzate internazionali come Vogue, Elle, Cosmopolitan e Harper‘s Bazaar e tutto l‘entourage di fotomodelle, hair stylist, truccatori, scenografi, art director, agenzie pubblicitarie e, ovviamente, i fotografi che interpretavano su pellicola abiti eleganti, bizzarri, avveniristici, glamour, degli stilisti.

Gian Paolo Barbieri si muoveva in quel periodo storico vissuto da Richard Avedon, Helmut Newton, Diana Vreeland e gran parte degli stilisti internazionali, fotografando le donne più belle ed eleganti del mondo come Audrey Hepburn, Veruschka, Monica Bellucci e Jerry Hall, l‘ex moglie di Mick Jagger per intenderci.

I fotografi di moda italiani lavoravano tanto. Ognuno con proprie modalità tecniche e stile estetico che diventava una firma nella firma. L’impronta stilistica del fotografo esaltava la firma stessa dello stilista. Poi, sul finire degli anni ‘80 con la successione di poltrone alla Condé Nast, si interruppe l‘epopea dei fotografi di moda italiani.

Ma questa è un‘altra storia.

 

Gian Paolo Barbieri nasce in una famiglia di grossisti di tessuti dove, proprio nel grande magazzino del padre, acquisisce le prime competenze utili per la fotografia di moda.

Con alcuni amici attraversa alcune esperienze teatrali come attore, operatore e costumista ma è il cinema che diventa fonte di ispirazione per il fotografo che inizia a nascere in lui.

Nel novembre 1965 esce il primo numero di Vogue Italia la cui copertina è sua.

Molte delle sue fotografie sono ispirate a film come Caccia al ladro, Casablanca, Il brutto e la bella, La dolce vita, Gli uccelli, Il postino suona sempre due volte, Grand Hotel con Greta Garbo. È appassionato di neorealismo e di Visconti e non sono poche le sue citazioni dell‘arte ispirandosi all‘Espressionismo tedesco, al Futurismo, a David Hockney, Gauguin, Gericault (La zattera della Medusa per Vivienne Westwood -1997 sembra anticipare le immagini di David LaChapelle), Matisse, Magritte, Chagall, Hopper (dipingendo a terra le ombre che gli servivano). Spesso realizzando scenografie surreali, dalle prospettive distorte e tutto doveva essere realizzato dal vero perché non esisteva il Photoshop. «Prima di realizzarle le disegno (le scenografie)».

Immagini realizzate oltre 40-50 anni fa che restano contemporanee e che nulla hanno da invidiare a quelle dei fotografi internazionali del calibro di Irving Penn o Avedon.

 

Ha sperimentato le Polaroid iniettandoci all‘interno i colori Ecoline durante i pochi minuti del loro sviluppo; ha realizzato immagini con false ombre per mezzo di doppie e triple esposizioni sullo stesso supporto. Ha usato il banco ottico per falsare, con i basculaggi, i piani di messa a fuoco. Ha realizzato le sue cinegrafie anticipando gli effetti visivi di Bill Viola. È stato il primo a fotografare uomini per Vogue.

Che dire, un esploratore della fotografia che avrà pur avuto carta bianca dalla committenza per realizzare le sue idee ma perché evidentemente sapeva, questa committenza, che Barbieri aveva gli strumenti culturali, oltre che tecnici, per realizzare le sue idee libere. Quando cambiò lo scenario per i fotografi di moda italiani come sopra accennato, ebbe il coraggio di iniziare un altro tipo di esplorazione. Più intima e riflessiva, rimettendosi in discussione, reinventandosi, esplorando nuove frontiere della fotografia addentrandosi nel fotoreportage etnico, trascorrendo lunghi periodi nelle Seychelles, in Madagascar, a Tahiti. E senza mai separarsi dall‘ingombrante e affezionato banco ottico.

Ricerche fotografiche ma anche antropologiche con un occhio all‘arte Classica greca dove tatuaggi, volti, corpi, animali e territorio sono ritratti nella loro essenziale purezza erotica dai bianconeri perfetti.

 

Fotografare in bianconero raccogliendo tutta la gamma di grigi, neri e bianchi, lascia all‘osservatore l‘immaginazione di una foto coi colori come meglio crede.

- Gian Paolo Barbieri

 

Ma non è tutto. E fortunatamente tutto ciò che riguarda Gian Paolo Barbieri è stato già scritto e detto.

 

 

Gian Paolo Barbieri

“Fuori dal Tempo”

a cura di Maria Savarese

Dal 21 ottobre 2022 al 28 gennaio 2023

Al Blu di Prussia

Via Gaetano Filangieri, 42

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13

Ingresso libero

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19.12.2022 # 6187
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Martin Bogren, fotografia blur dal sapore vintage in mostra

Fotografia umanista contemporanea del fotografo svedese che documenta con vecchie fotocamere e ai sali d‘argento

di Marco Maraviglia

Indefinite, sgranate, mosse, volutamente sfocate, senza i dettagli che cercherebbe per necessità un fotografo pubblicitario per gli still life. Rumorose, si oserebbe dire, ma le fotografie di Martin Bogren possiedono quelle interferenze visive che conducono all‘esplorazione emozionale oltre l‘immagine. Immagini, sì, ma che a volte sembrano disegni, schizzi, rough fatti a matita, gessetto e carboncino in cui si intravede il soggetto della foto ma intorno c‘è tutto un suono nebuloso che accompagna l‘indistinto che ne coglie il volo dello scatto. Lì non sono due persone che si baciano ma è l‘universo che gioca con quel bacio. Dalle infinite sfumature sensoriali la cui intensità percettiva dipende dall‘osservatore.

Come ascoltare un brano musicale. Un percorso cerebro-uditivo attraverso il quale coglierne il volume nella sua interezza o afferrare il senso di un contrappunto. È il parallelo che fa lo stesso autore, attraversare le sue immagini come addentrarsi in quel passaggio a sinusoide, mi mima con la mano il movimento di un serpente, tra le note di un brano.

Martin Bogren sembra comporre spartiti figurativi. Ai sali d‘argento. I suoi strumenti sono fotocamere vintage di medio formato. “Cassette”, camere ottiche anche a soffietto di cui un obiettivo ossidato nella lente o una tenuta di luce precaria, fanno la differenza: il difetto che segna la foto, la personalizza, come una firma, un timbro. L‘imperfetto è il quid. Perché la bellezza non è necessariamente perfezione ma il neo che caratterizza. Il blur che cattura l‘attenzione oltre quei due secondi che normalmente impieghiamo quando scrolliamo le foto su Instagram.

Eppure si tratta di fotografie documentarie. Di istanti di vita. Quei momenti che normalmente sfuggono all‘occhio distratto che invece Bogren cerca, si empatizza con essi costruendoci in uno scatto storie che raccontano stati d‘animo da lui percepiti e ci restituisce come frammenti di sogni prima che vengano dimenticati e dissolti dalla memoria al risveglio.


Catturare l‘intimità, esprimere la fragilità, mostrare l‘impermanenza delle cose: l‘universo visivo di Martin Bogren rivela l‘illusione del mondo. Le sue immagini catturano sulla loro superficie una realtà che si dissolve, ma che l‘arte del fotografo ha saputo cogliere in extremis, furtivamente.

- Cristina Ferraiuolo



Cristina Ferraiuolo, la curatrice della mostra allestita presso la propria Spot home gallery, ha voluto allestire una sintesi dei progetti di Martin Bogren. Una retrospettiva concisa. Come un puzzle del percorso artistico dell‘artista composto dai pezzi per lei più significativi. Con grande stupore dell‘autore per essersi trovato d‘accordo sulla selezione delle foto. E vi si trovano fotografie tratte da Metropolia, Passengers, Hollow, August song e Italia.

Su un tavolo, nello spazio espositivo, un gran papiro da viaggio ma in tela, richiama l‘attenzione. Attraente, tattile, artigianale, due cinturini lo fasciano per richiuderlo e riporre quei segreti urbani emozionali: è Metropolia. Il portfolio con 16 stampe canvas 58x75 cm tratte dall‘omonimo libro che Bogren ha realizzato nell‘ottobre 2022. Una città immaginaria, luoghi anonimi, persone indefinite, sagome immerse in ambienti onirici dove, per la prima volta, l‘autore utilizza il colore.


L‘uso del colore è stato un modo per ribellarmi contro me stesso, per vedere se potevo fare qualcosa di totalmente nuovo. Con il bianco e nero ho iniziato a sapere un po‘ troppo quello che stavo facendo, mentre il colore era come una lingua straniera che ho imparato lentamente. Ma, a dire il vero, le mie immagini a colori sono molto monocromatiche.

- Martin Bogren (dal libro Metropolia)



Chi è Martin Bogren

Classe 1967. Svedese. vive tra Malmö e Berlino.

Negli anni ‘90 Martin Bogren sviluppa un approccio personale alla fotografia documentaria, seguendo musicisti e artisti svedesi sul palco, in tour e in studio. Il suo primo libro The Cardigans – Been It, pubblicato all‘apice del successo del gruppo nel 1996, rivela il suo lavoro e lancia la sua carriera.

Martin Bogren punta però ad andare oltre i lavori su commissione e il campo della musica: si concentra su

un lavoro fotografico più personale individuando e definendo il proprio stile.

Racconti intimi (Hollow, 2019, August Song, 2019), incontri di viaggio, (Metropolia, 2022, Passengers, 2021, Notes, 2008, Italia, 2016), la gioia delle prime scoperte (Ocean, 2008), o lo spleen adolescenziale (Lowlands,

2011, Tractors boys, 2013, Embraces, 2014): attraverso i suoi bianchi e neri sgranati e le sue immagini in scale di grigi, riesce a combinare un approccio documentario con una sensibile e poetica espressione della sua visione soggettiva.


Martin Bogren riesce a non sconvolgere il mondo entro cui si immerge, con educazione, sensibilità e

attenzione, con rispetto, senza giudicare – trattenendo il respiro.

- Christian Caujolle


Vincitore di numerosi premi, tra i quali il Coup de Cœur ai Rencontres d‘Arles in Francia e lo Scanpix Photography Award in Svezia, il suo lavoro è riconosciuto a livello internazionale e fa parte di diverse collezioni prestigiose, tra cui il Fotografiska Museet (Stoccolma), l‘Oregon Art Museum (Portland) e la Bibliothèque nationale de France.

È autore di diversi libri molto apprezzati e pluripremiati, tra i quali Ocean, Italia, August Song, Hollow, Metropolia.




Spot on Martin Bogren

A cura di Cristina Ferraiuolo

Dal 24 novembre 2022 al 24 febbraio 2023

Spot home gallery

via Toledo n. 66, Napoli

+39 081 9228816

info@spothomegallery.com 

www.spothomegallery.com 



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22.11.2022 # 6182
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Antologica di Robert Doisneau al Camera di Torino fino al 14 febbraio 2023

Oltre 130 fotografie ai sali d‘argento, video-interviste e incontri percorrendo la vita del fotografo e di Parigi

di Marco Maraviglia

Il bacio

«Fermi, fermi lì per favore! Me la rifate?... Non guardate in macchina!!!». Click.

Quante volte sarà capitato a un fotografo, reporter o di matrimoni, di non avere puntato in tempo una scena con l‘obiettivo e chiedere di simulare nuovamente un‘azione. Magari sistemando qualche dettaglio come l‘inclinazione del cappello indossato dal soggetto o chiedendo di rilassare le dita delle mani. Ed è, più o meno, quel che fece Robert Doisneau quando scattò la foto del Bacio davanti all‘hotel De Ville.

Un‘icona della Fotografia entrata nell‘immaginario collettivo che può competere solo con immagini come il ritratto di Che Guevara scattato da Alberto Korda o anche con il bacio di Klimt o quello di Francesco Hayez, se vogliamo trovare analogie con la pittura.

Il bacio di Doisneau, pubblicato su Life nel 1950, fu portato in tribunale nel 1992 da una coppia che sosteneva essere oggetto della foto scattata senza il loro consenso. Fu a quel punto che il fotografo ammise che quella foto fu scattata chiedendo di ripetere la scena che gli era appena sfuggita all‘obiettivo. Ma a un‘altra coppia. Il giudice respinse l‘accusa. Nel 1993 si fece viva Françoise Bornet la donna della coppia effettivamente ritratta che possedeva una stampa di quello scatto, autografato dallo stesso Doisneau. Curiosità: nel 2005 Bornet vendette quella foto per oltre 150mila euro.

 

Per tutta la vita mi sono divertito a fabbricare il mio piccolo teatro… io non fotografo la vita reale, ma la vita come mi piacerebbe che fosse.

 

Un fotografo umanista

Nato a Gentilly, nella periferia parigina dove preferiva fotografarne la condizione umana.

Iniziò a dedicarsi alla fotografia dal 1929 e il suo primo lavoro fu come fotografo industriale e pubblicitario per la Renault fino al 1939.

Il suo stile estetico si definì fin dagli inizi con il suo modo di fare reportage teatralizzando la realtà. Se riusciva a falsificare documenti per i membri della Resistenza grazie alle sue conoscenze di litografo apprese prima di diventare fotografo, non gli doveva essere difficile falsificare la realtà. Ma per lo più i suoi erano falsi fotografici “gentili” perché non erano altro che un potenziare, esaltare qualcosa che comunque accadeva per le strade, nelle Banlieu parigine. Momenti di vita che se non avesse “falsificato” sarebbero probabilmente passati inosservati a chi avrebbe guardato i suoi scatti.

Bambini, donne, coppie, lavoratori, gente comune e genuina di periferia. Attimi di passaggio della vita di strada visti con l‘innocenza e la voglia di giocare di un bambino perché era quello il mondo che voleva vedere e mostrare.

L‘era della fotografia prima di lui documentava principalmente personaggi famosi, paesaggi urbani o naturali. Doisneau fu tra i principali esponenti della fotografia umanista, corrente francese nata dopo la guerra che mostrava particolare attenzione alla vita della gente di una società del dopoguerra che andava ricostruendosi.

Il suo occhio aveva uno sguardo spesso ironico ma mai offensivo. Tenerezza, amore, gioco, goliardia, caratterizzano le sue foto.

Il 1949 fu la nascita del programma televisivo statunitense di Candid Camera. Ma nel 1948 Doisneau già aveva sperimentato il meccanismo dell‘occhio indiscreto puntando una fotocamera su treppiedi nascosta oltre la vetrina della galleria d‘arte Romi, con la complicità dell‘amico Robert Giraud. Realizzò la serie Lo sguardo obliquo. Un dipinto di un nudo esposto in vetrina diede la possibilità di cogliere espressioni spontanee ed esilaranti dei passanti che gettavano lo sguardo su quel quadro posto di lato. Non sapendo di essere fotografati.

 

Fotografo per Vogue

E quando gli fu chiesto di collaborare per Vogue, mantenne lo stesso stile ironico nel documentare feste e cerimonie del mondo aristocratico e borghese parigino. Attimi fuggenti non costruiti, non in posa, tutto grottescamente e ipocritamente vero, e che ricordano le incisioni satiriche di Honoré Daumier.

Fotografie che comunque hanno mostrato scene della vita ricca di Parigi che prima poteva solo essere immaginata perché mai documentata fino a quel momento.

Quel periodo lo definì un “incidente di percorso”, qualcosa di cui non gliene importava un granché pensando che le foto di quella serie sarebbero state dimenticate. Sbagliandosi.

Probabilmente è stato anche il primo a realizzare servizi di moda in strada. Sempre in maniera reportagistica. Un genere di fashion-photography mai più tramontato.

 

Per se stesso

A Robert Doisneau piaceva fotografare come un appassionato fotoamatore senza lasciarsi condizionare dalla committenza. Ricercando principalmente il proprio piacere nel fotografare. Se allepoca c‘era chi usava già fotocamere maneggevoli da poco entrate nel mercato, lui preferiva, anche per il fotogiornalismo di strada, continuare a usare la 6x6 che gli consentiva l‘opportunità di avere una maggiore scelta per i crop in fase di stampa dei suoi scatti e anche per non farsi notare nel momento del click grazie al mirino a pozzetto.

Per lui scrittori come gli amici Jacques Prévert, Blaise Cendrars e lo stesso Giraud, furono quelli che gli insegnarono a vedere attraverso le loro metafore.

 

Quando trovavo un‘immagine pensavo a uno di loro, che poi era il primo a cui la mostravo. Un po‘ glielo dovevo, poiché erano stati loro a insegnarmi a vedere.

 

Fu considerato con H. C. Bresson il fondatore del fotogiornalismo di strada che oggi “chiamano” street-photography.

Per se stesso sperimentò un certo modo di fare installazioni contemporanee. Aveva una gran quantità di foto prese dal Pont des Arts dove andava spesso. Ne stampò diverse in mini-formato attaccandole sulle piastrine di un diamino, il corrispettivo del nostro “paroliere”. Alcune le divise per poterle poi ricomporre. Realizzò un patchwork di quadratini fotografici che, quando vide di aver raggiunto una certa armonia, lo riprodusse in formato più grande sottoponendo una stampa unica del Pont des Arts. Anche quello era il suo modo di giocare con la realtà. Estratta in maniera minimalista e da ricomporre tassello per tassello.

 

Mio padre si prendeva gioco della realtà di cui, in fondo, gli importava poco. A partire dalla realtà inventava un mondo più dolce, più tenero, più armonioso, più fraterno.

- Francine Deroudille, figlia di R. Doisneau

 

Robert Doisneau muore nel 1994 a 82 anni. In vita una volta misurò il suo successo in secondi:

 

300 foto a 1/100 di secondo. Tre secondi di successo in 50 anni. C‘è poco da congratularsi.

 

La mostra

La mostra presenta oltre 130 fotografie ai sali d‘argento in un percorso che comprende le sue immagini più iconiche insieme a scatti meno noti ma altrettanto straordinari, selezionati fra gli oltre 450.000 negativi di cui si compone il suo archivio.

La mostra si articola in 11 sezioni tematiche:

Bambini, 1934 - 1956

Occupazione e Liberazione, 1940 - 1944

Il dopoguerra, 1945 - 1953

Il mondo del lavoro, 1935 -1950

Il teatro della strada, 1945 - 1954

Scene di interni, 1943 - 1970

Portinerie, 1945 - 1953

Ritratti, 1942 - 1961

Una certa idea della felicità, 1945 -1961

Bistrot, 1948 - 1957

Moda e mondanità, 1950 - 1952

 

Completa l‘esposizione, un‘intervista video al curatore Gabriel Bauret e la proiezione di un estratto dal film realizzato nel 2016 dalla nipote del fotografo, Clémentine Deroudille: Robert Doisneau, le révolté du merveilleux (Robert Doisneau. La lente delle meraviglie).

 

 

 

ROBERT DOISNEAU

A cura di Gabriel Bauret

Con la collaborazione dell‘Atelier Robert Doisneau

11 ottobre 2022 – 14 febbraio 2023 | Aperti tutti i giorni

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, 10123 - Torino www.camera.to | camera@camera.to

Biglietti
Ingresso Intero € 12
Ingresso Ridotto € 8, fino a 26 anni, oltre 70 anni

Sconti e convenzioni: contattare www.camera.to | camera@camera.to


Robert Doisneau: Un regard oblique, Paris 1948 © Robert Doisneau


In copertina:

Robert Doisneau: Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris 1950 © Robert Doisneau

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10.11.2022 # 6179
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Denis Piel espone “Down to Earth” alla Casa della Fotografia di Napoli

Il ritorno a una dimensione naturale della vita, senza rinnegare lo stile fotografico del passato, fatto di ricerca dell‘intimo delle cose

di Marco Maraviglia

Denis Piel ha scattato in un decennio oltre 1.000 servizi editoriali per Vogue americano, tedesco, italiano, francese, inglese, Vanity Fair, Marie Claire, Vôtre Beaute, Self e Gentlemen‘s Quarterly. Ha ritratto molte celebrità come Sigourney Weaver, Christopher Lambert, Andie MacDowell, Uma Thurman, Jamie Lee Curtis e tanti altri.

Nei lavori di moda ha una caratteristica saliente che consiste nel ritrarre i soggetti, seppur in posa, con spontaneità e naturalezza quasi fossero lì per caso e colti con scatti rubati. Un‘estetica fotografica nata dall‘evidente passione per il cinema. Quello del “non si guarda in macchina da presa” e una fotografia da lui realizzata non è che la sintesi congelata di una storia raccontata ai modelli che devono poi trasformarla in azione.

E infatti Denis Piel è stato anche collaboratore per il cinema:

 

I registi sono stati la mia ispirazione e quando ho avuto l‘opportunità di lavorare direttamente su un lungometraggio come consulente tecnico, ho colto al volo l‘occasione. Il film era Exposed di James Toback, con Rudolf Nureyev e Nastassja Kinski, nel ruolo di una modella e l‘attore Ian McShane nel ruolo di un fotografo di moda.

- Denis Piel

 

Un‘esperienza che lo stimolò a sviluppare il suo bisogno innato di “costruttore di storie” fino a crearsi una casa di produzione propria per la realizzazione di spot pubblicitari. Nel 1985 fonda e dirige la Jupiter Films, società di produzione cinematografica di successo, con cui realizza molti spot pubblicitari e documentari per clienti internazionali.

Questa cosa della naturalezza, del desiderio di non artificiare le scene delle sue fotografie con pose inusuali, non forzare la luce lasciandola naturale, quando possibile, fa ovviamente parte della personalità di Denis Piel. Schietto, spontaneo, affabile, all‘indomani del tragico 11 settembre 2001 ha sospeso il mondo di prima della sua carriera rifugiandosi con la famiglia nel suo castello francese: Chateau de Padiès, a Lempaut, nel sud-ovest della Francia.

Ci sono artisti che a un certo punto della loro vita si sentono a disagio in un mondo fatto di spregiudicate ipocrisie e avidità e, se possono, si allontanano da quell‘establishment che non sentono più ben calzato su di loro. Gauguin “fuggi” a Thaiti. Stanley Kubrick lasciò Hollywood per trasferirsi in Childwickbury Manor, fortezza che teneva alla larga qualsiasi ospite indesiderato con maniacali sistemi di sicurezza. Ma non sono che alcuni casi.

E così Denis Piel decise di dedicare gli anni successivi della vita alla natura, trasferendosi nella sua fattoria francese che era in restauro dal 1992. Riscoprendo la genuinità dei valori che può restituire la coltivazione della terra.

Piel si dedica quindi col figlio all‘agroecologia secondo i principi della permacultura e dello sviluppo sostenibile. Attività che diventa fonte di ispirazione e centro della sua attuale pratica fotografica.

 

Il titolo della mostra, Down to Earth, evoca una caduta, un ritorno all‘essenziale, al realismo, al mito dell‘origine: il progetto del fotografo è, infatti, una celebrazione della natura e della fertilità, che mette in correlazione corpi e terra, crescita e morte, rurale e urbano, natura e cultura, apparenti opposti che si compenetrano negli scatti da lui realizzati in digitale con una Hasselblad H4D a Chateau de Padiès.

- dal comunicato stampa

 

Sono gigantografie che ritraggono l‘attività dei giardini intorno al castello, con l‘estro di chi ha sempre cercato naturalezza anche nella fotografia commerciale. Terreni coltivati, boschi, prodotti del raccolto, gesti contadini, corpi maschili e femminili a riposo, talvolta nudi, come ninfe e satiri. Il tutto in un paesaggio dal tempo azzerato ma in cui si avverte il vero senso della vita.

 

Vi sono inoltre le fotografie del progetto Padièscapes, una serie inedita di Denis che rappresenta un‘estensione sperimentale di Down to Earth e focalizzato su uno specifico elemento: l‘acqua, combinata con le immagini dei fiori.

 

Con questa nuova serie ho cercato di spingermi oltre il mio modo sicuro di produrre immagini, varcando nuovi orizzonti creativi. Usando come base un cubo d‘acqua in plexiglass (theWaterCube) mi sono divertito a giocare con i colori che, poi, si sono magicamente evoluti in Padièscapes. Il tutto senza fare uso di alcuna tecnologia, solo pura interpretazione visiva. In questo modo, ho raggiunto la tridimensionalità che tanto desideravo da bambino quando mi divertivo con i colori ricreando scenari ispirati all‘ambiente esterno. In qualche modo, è stata l‘occasione per ritrovare quell‘innocenza a cui tanti artisti vorrebbero ritornare.

- Denis Piel

 

«Denis, perché proprio un cubo e non un tronco di piramide o di esagono?» gli chiedo, «Potrebbe essere una buona idea» mi risponde sornione.

 

 

 

DOWN TO EARTH

di Denis Piel

a cura di Maria Savarese

dal 7 ottobre al 20 novembre 2022

Villa Pignatelli, Riviera di Chiaia, 200 – 80121 Napoli

Orari: mercoledì-lunedì 9.30-17.00 (martedì chiuso). La biglietteria chiude alle 16.00

Biglietti: intero 5€, ridotto 2€ (18-25 anni), gratuito under 18 e categorie secondo normativa vigente (cultura.gov.it/agevolazioni).

Contatti: drm-cam.pignatelli@cultura.gov.it, +39 0817612356

museicampania.cultura.gov.it



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07.11.2022 # 6176
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Mauro Palumbo, cacciatore di vuoti e silenzi millenari del sottosuolo di Napoli, stupisce con Il Vuoto e la Lava

Lo speleologo e fotografo in mostra all‘Acquedotto Augusteo espone testimonianze fotografiche di luoghi ancora inaccessibili al pubblico

di Marco Maraviglia

Senza nulla togliere ai fotografi subacquei, immagino Mauro Palumbo non tanto uno speleologo ma un sommozzatore che si immerge nei vuoti tufacei del sottosuolo. Senza bombole da sub ma resistendo a un‘aria che non è delle migliori. Senza pinne ma resistendo alla forza di gravità con tutta la forza e l‘agilità di braccia e gambe forti mentre si cala o risale da profondità anche di 25 metri. Muovendosi come un ragno. Con corde, moschettoni, elmetto con torcia e fotocamera.

Profondità terrestri dove il segnale GPS è impossibile e i rilievi topografici attuali si basano su quelli di anni addietro che non sono sempre precisi.

 

Mauro Palumbo con Il Vuoto e la Lava ci riserva nuove visioni del sottosuolo di Napoli. Luoghi prevalentemente inaccessibili al pubblico. Luoghi vuoti e bui che lui esplora e rivela raccontandoci, con le sue fotografie, che in realtà sono invece “luoghi pieni” perché ricchi di tracce di civiltà trascorse.

Scende tra strette pareti e improbabili cunicoli e, quando la torcia del suo elmetto illumina un ampio spazio, si sorprende lui stesso di quel che si ritrova intorno a sé.

Pareti affrescate di una chiesa, monumenti funerari del periodo ellenistico, pilastri di un acquedotto millenario, resti di finestre gotiche, dipinti giotteschi sbiaditi e usurati dal tempo: il sottosuolo di Napoli è una stratificazione di civiltà che si sono succedute nei secoli e che solo grazie a esplorazioni di esperti speleologi come Mauro Palumbo possiamo vederne alcune testimonianze fotografiche.

 

I luoghi saranno accessibili solo previo intenso sforzo economico non indifferente oppure grazie a visite speleologiche che talvolta la mia società organizza.

 

Le documentazioni fotografiche di questi spazi servono sì, a constatare lo stato dei luoghi dopo tanti anni, ma Mauro Palumbo non realizza semplici “rapporti fotografici”. Le sue immagini mostrano la tridimensionalità degli spazi esplorati attraverso un‘impegnativa sistemazione di flash supplementari talvolta supportati da gelatine colorate aumentandone la suggestività. Ricreando una luce dove le cavità prendono vita armonizzando ed esaltando i dettagli delle tracce architettoniche e artistiche del passato. Tra contaminazioni costruttive compresenti e ammassi di lava dei Vergini non completamente rimossa, tutto riemerge nelle fotografie portate in superficie.

 

Gli ambienti distrutti dalla “lava dei vergini”, la copiosa colata di fango e detriti che scendendo dalla collina di Capodimonte travolgeva tutto ciò che trovava per poi placarsi arrivata nella conca a ridosso delle mura della polis, proprio avanti alla porta della città denominata Porta San Gennaro.

 

Sedici fotografie. Le stampe, su supporto rigido di grande formato, sono esposte negli spazi del sito Acquedotto Augusteo, sospese con un sistema di cavi e tiranti in acciaio. Un dettagliato depliant con le mappe del Borgo dei Vergini e del sito archeologico, accompagna il visitatore con indicazione dei luoghi e con didascalie per ogni singola foto.

E vediamo, tra le fotografie esposte, gli Ipogei della “Lucerna” e delle “Colonne” con camere funerarie prese nella Necropoli ellenistica di Neapolis; le cavità di via Arena Sanità; l‘Ipogeo dei “Melograni”, l‘Ipogeo dei “Togati” con un altorilievo che rappresenta una scena di Fides;

 

In quelle “immersioni” uno dei suoi pensieri va a Vincenza Donzelli, fondatrice della Galleria Borbonica Sotterranea, prematuramente scomparsa quest‘anno e a cui dedica la mostra.

 

 

nota biografica

Mauro Palumbo è fotografo, speleologo e rocciatore. La passione per la fotografia nasce in ambito familiare ma le prime esperienze professionali maturano durante le esplorazioni nel sottosuolo napoletano. Pubblica le sue immagini su quotidiani on-line, riviste e libri. Di recente ha pubblicato il volume Ta Chròmata tes aphaneis - I colori del buio - Le Parche Edizioni.

 

 

 

IL VUOTO E LA LAVA

immagini dal sottosuolo del Borgo dei Vergini

mostra fotografica di Mauro Palumbo

Acquedotto Augusteo

Via Arena alla Sanitá n°5

dal 1 ottobre al 20 novembre 2022

Sabato e Domenica  10.30 - 13.00 (in altri giorni su prenotazione)

 

Contatti:

Associazione Culturale VerginiSanità

sede: via Arena Sanità, 5 - 80137 Napoli

www.verginisanita.it  | facebook, instagram associazioneverginisanita / instagram  aquaaugusta

info e prenotazioni +39 328 1297472  | mail associazioneverginisanita@gmail.com

 

Associazione Culturale Celanapoli

sede: Via Santa Maria Antesaecula 126/129 - 80137 Napoli

facebook: Celanapoli Carlo Leggieri

info e prenotazioni +39 347 5597231 | mail: carlo.celanapoli@gmail.com

 

patrocinio morale:

Municipalità 3 Stella-San Carlo all‘Arena - Comune di Napoli

 

partecipazioni:

La mostra è un evento speciale di Open House Napoli 2022 - Festival dell‘Architettura

L‘evento è parte delle Giornate Europee del Patrimonio 2022

Il sito Acquedotto Augusteo è parte di ExtraMann - Progetto OBVIA, una rete nata in collaborazione con il MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli per valorizzare il patrimonio culturale meno conosciuto della città.

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21.10.2022 # 6164
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Pino Levano in mostra con Corpo Eretico/Project

Tracce di viaggi dell‘anima assediata da sacrifici, sfide e sofferenze che raggiungono il buio ma riscattandosi

di Marco Maraviglia

Chi è Pino Levano

Pino Levano, classe 1974. Orgogliosamente di Napoli Est, «teatro di incontro e scontro fra culture diverse. La periferia come laboratorio di identità non/finite».

Da ragazzino smonta la fotocamera Kodak del padre per cercare probabilmente chissà quali segreti nascosti in quell‘oggetto. Poi, quando è ancora alle scuole medie, gli regalano una compatta analogica e inizia ad appassionarsi alla fotografia.

Si diploma al Liceo Artisico e poi si iscrive al corso di pittura dell‘Accademia di Belle Arti di Napoli dove, tra i docenti, c‘è Adachiara Zevi (figlia di Bruno) che contribuisce ad aprirgli un mondo diverso, con dinamiche creative opposte rispetto a quelle che stava seguendo in maniera più individuale e convenzionale.

Le conoscenze pittoriche lo aiuteranno poi a impostare l‘estetica per i suoi lavori fotografici a venire.

Di grande curiosità introspettiva dell‘animo umano, Pino Levano sperimenta nel corso degli anni varie tecniche espressive artistiche prima di approdare al suo ultimo lavoro: Corpo Eretico /Project.

 

Ricerche e sperimentazioni

Fotografia, stucchi, polveri, video, disegno, pittura, assemblaggi di materiali recuperati, manichini, sono state tutte sperimentazioni con il latente e persistente interesse della “geografia umana”, data la sua indole sensibile ed empatica.

Nel 1997 si laurea con la tesi Il cinema di Peter Greenaway – pittura, composizione, simmetria in cui analizza la filmografia dell‘artista. Incontra il britannico Greenaway in occasione di uno spettacolo al teatro Politeama che gli regala due ore di visione delle prove generali e Levano ne resta ulteriormente affascinato dalle sue contaminazioni espressive.

È il periodo in cui Pino Levano indaga l‘aspetto individuale della persona.

Studia la poetica di artisti come Francis Bacon, Lucian Freud, August Sander. Individua il corpo non come contenitore a sé ma è l‘anima che indossa il corpo.

Partecipa a due edizioni di Corto Circuito. Nel ‘97 e nel ‘98. Presente in diverse mostre collettive fino a presentare Mask of breathe, una sua personale di fotografia a colori a Lacco Ameno (Ischia).

 

Ad arricchire il suo background artistico è l‘esperienza di consulente designer a 360° per un‘azienda che si occupava di realizzare paramenti sacri. Un “jolly creativo” che disegnava oggetti sacri anche per il Vaticano, li fotografava occupandosi della loro comunicazione cartacea e WEB. E mi piace pensare che tra talari, candelabri, tabernacoli che disegnava, non abbia immaginato un proprio confessionale ideale. Perché adesso finalmente vi racconto quel che ho capito di Corpo Eretico /Project…

 

Corpo Eretico /Project

Come raccontarsi in un confessionale.

L‘esercizio dell‘empatia matura ulteriormente nelle ore di insegnamento scolastico durante le quali Pino Levano entra in contatto con chi è totalmente avulso da conoscenze artistiche. Il dialogo, detto alla Erich Fromm, è un dare e avere. Disinteressatamente e con la massima attenzione e predisposizione all‘ascolto. Ascoltando magari ciò che non viene detto tra le parole. Ascoltando le vibrazioni, il timbro, il tono della voce. Cercando di non lasciare adito alle proprie interpretazioni ma di sintetizzare e sublimare l‘essenza di una “confessione”.

Levano inizia a ideare Corpo Eretico durante la pandemia. Il contatto con una persona cara colpita da Alzheimer lo avvicina a quel concetto di “anima indossata dal corpo”. Il corpo è solo un involucro che cela un mondo spesso sconosciuto. Un libro chiuso. Da aprire per leggerlo e con una narrazione che può cambiare, trasformarsi a seconda delle vicende che accadono.

Accade, per una serie di coincidenze e connessioni interpersonali, che Pino Levano entra in contatto con persone che iniziano a raccontargli storie intime della propria vita. Storie maledette. Storie di sacrifici, di rinunce, di malesseri non sempre superati. Emarginazione, mobbing, trapiantati, tragedie familiari, desiderio di un figlio mai avuto…

Ma molte di quelle storie hanno comunque arricchito la personalità e la coscienza di chi le ha vissute. Esorcizzandole, dopo la caduta morale, spirituale, si sono rialzate.

 

La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie.

- Francisco Goya in riferimento alla sua incisione “Il sonno della ragione genera mostri”

 

Pino Levano decide allora di ritrarre queste storie. Sì, avete letto bene: ritrarre storie. Perché non si tratta di osservare i soggetti umani nelle immagini, ma i loro abiti invisibili del vissuto interiore. Qualcosa che si può scorgere, intuire, presumere. La presenza degli oggetti di scena nelle immagini possono aiutare a comprendere il senso delle storie. Oggetti e materiali allegorici, metafore della drammaticità trapelante. Intima. Non rivelata platealmente. I segreti restano nelle immagini, la codificazione resta criptata in corpi intenzionalmente derotizzati. L’osservatore è destinato a farsi domande sapendo che non avrà risposte certe se non direttamente dalla voce della persona ritratta.

Sono fotografie realizzate tutte a casa dei “confessati”. Un drappo di stoffa come fondale, poche luci preferendo spesso quella ambiente e il resto accadeva sequenzialmente durante le riprese.

E infatti è sulla sequenza che Levano pone l‘attenzione:

 

Non sono scatti unici ma sequenze. Riferimenti narrativi ripresi come storyboard. Indulgiare sul momento è perché si sta raccontando qualcosa di importante. I tempi dell‘azione sono prolungati perché sta avvenendo qualcosa che fa parte del tempo stesso.

- Pino Levano

 

Da ragazzino smontò la Kodak del padre per cercare chissà quali segreti nascosti. Adesso è custode di segreti più intimi e complessi. Senza aver smontato corpi umani ma semplicemente accogliendoli in quel suo confessionale immaginario.

 

 

 

Corpo Eretico / Project

Di Pino Levano

Coordinamento artistico di Gianni Biccari

FOTOARTinGarage

P.co Bognar, 21. 80078, Pozzuoli (Na)

Dal 22 ottobre all‘11 novembre 2022

Inaugurazione 22 ottobre h. 17.30

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11.10.2022 # 6156
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Enzo Crispino e il Rumore del Silenzio

Ascoltare il silenzio. Un intimo Grand Tour contemporaneo in un lido del ferrarese

di Marco Maraviglia

Chi è Enzo Crispino

Nato a Frattamaggiore (Napoli) il 15 marzo 1964. Attualmente risiede in provincia di Reggio Emilia

La sua passione per la fotografia nasce casualmente come hobby nel 1990 dopo un viaggio in Inghilterra. Da sette anni si dedica da autodidatta e con assiduità allo studio della tecnica e della Storia della Fotografia. Luigi Ghirri Guido Guidi, Eugène Atget, Saul Leiter e Mario Carnicielli sono gli autori presenti nel suo “Pantheon” ideale.

Negli ultimi tre anni si dedica al Pittorialismo e al Citazionismo.

Di carattere intimo e sensibile, è tendenzialmente socievole e ama relazionarsi, contrariamente a quanto si potrebbe credere osservando le immagini delle sue ricerche fotografiche spesso «permeate da un alone di malinconica solitudine» come lui stesso afferma.

 

Ammesso per meriti artistici in qualità di Socio di Merito all‘Accademia Internazionale d‘Arte Moderna di Roma con nomina a Maestro di Fotografia Artistica.
Alcune sue opere sono incamerate dai Musei Civici di Reggio Emilia, dal Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, presso il C.S.A.C di Parma e il Centro Studi Archivio e Comunicazione dell‘Università di Parma.
Collabora con agenzie internazionali tra cui la Blink di New York.

Pubblica due libri fotografici con la casa editrice Corsiero editore "La bellezza perduta” e "Otto ore".
È rappresentato da Artifact Gallery di New York e da Galleria DuePuntoZero di Bergamo.


Lo stile

Enzo Crispino è interprete e citazionista nei suoi lavori. Appassionato di vedutisti e paesaggisti del ‘700 e del Romanticismo, le sue immagini restituiscono quelle sensazioni romantiche e cromatiche tipiche di questi periodi artistici. Come un viaggiatore del Grand Tour armato di fotocamera e non di acquerelli, tubetti e cavalletto, Crispino realizza gouaches contemporanee omaggiando artisti come Edward Dodwell, Simone Pomardi, William Turner, John Constable. Con quella patina giallina tipica del dipinto vissuto dal tempo. Dove il paesaggio prevale senza presenza umana ma con le sue tracce che si scorgono in pochi elementi.

 

Il Rumore del Silenzio

Spiaggia vuota in inverno. Desolazione. Si ascolta il silenzio. Quei suoni e rumori percepibili da chi apre il proprio cuore e la mente allo spazio intorno.

Immagini essenziali, minimaliste, che sembrano vuote ma che tra il cielo tumultuoso del pomeriggio invernale e la distesa di sabbia, si scorgono i segni di un‘attività balneare estiva ormai trascorsa. Rumori, urla, risate, rimbombano tra le frequenze assorbite dalla sabbia.

Giochi per bambini, canestri, porte di calcetto senza attività umana.

Tavolini di ombrelloni dimenticati, sedie abbandonate trascinate dal vento.

Sventola una bandiera rossa di pericolo. Un monito per azzardati temerari del bagno invernale. Forse.

L‘ingresso del lido è chiuso, ma c‘è una vita invisibile oltre, immersa nel silenzio ma Crispino in quel vuoto sonoro ne ascolta forse i rumori. Riflettendosi. Scorgendo in sé il suo stato sensibile del momento. Silenzio.

 

[...] Ho bisogno di silenzio

come te che leggi col pensiero

non ad alta voce

il suono della mia stessa voce

adesso sarebbe rumore

non parole ma solo rumore fastidioso

che mi distrae dal pensare. [...]

- Alda Merini

 

Le foto della mostra

Quindici immagini. Su carta Canson Photosatin da 270 gr in formato 30x40 applicate su passepartout 40x50, autenticate con firma e timbro

 

 

 

Il rumore del silenzio

Di Enzo Crispino

A cura di Silvio Panini

L‘Ottagono – Galleria comunale d‘arte contemporanea

Piazza Damiano Chiesa, 2 (angolo via Gramsci) – Bibbiano (RE)

8-30 ottobre 2022

Sabato e domenica dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 16 alle ore 18.
INGRESSO LIBERO

Info: galleriaottagono@gmail.com

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07.10.2022 # 6153
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Respiro. Aritmia di un territorio. Bagnoli oggi e speranze

Mostra di Paolo Cappelli, Paola Margherita e Marcello Anselmo a cura di Marco Izzolino

di Marco Maraviglia

Che succede? Cosa sarà?

C‘è che un patrimonio di centottanta ettari ha iniziato a respirare da circa trent‘anni in modo spasmodico.

Nel 1992 tutta l‘area dell‘Italsider di Bagnoli chiuse definitivamente.

Da allora è divenuto quel territorio che potrebbe diventare come la Barcelloneta o una Nizza con un lungo marciapiede come quello di Copacabana, villaggi turistici tra giardini all‘inglese e alberi mediterranei, labirinti come quelli del Castello di Schönbrunn, fontane scenotecniche dai mille colori di luce, piste ciclabili, attracco per diportisti in transito, campo da golf, sculture artistiche interattive, micro-navette a energia solare, stazione di energia da fonti rinnovabili, biblioteca e videoteca, drive in, museo di Bagnoli, piscine termali, trattorie con prodotti a Km0, mercato di prodotti campani di ogni genere e chi più ne ha, più ne metta. Insomma, potenzialmente potrebbe essere il Paradiso del Sud. E l‘immaginazione costa zero.

Tra decine di proposte e progetti che si sono avvicendati in questi anni, tra tavole cartacee, modelli plastici e rendering, l‘ultimo progetto è Balneolis di Invitalia. Ma non sarà breve la sua realizzazione.

 

Intanto la zona continua a “respirare”. Tra strutture dismesse, ormai di archeologia industriale, la natura fa il suo corso. Si rigenera in quel processo anarchico che stupisce per la sua imprevedibile vitalità e velocità di conquista. Nonostante il terreno sia stato martoriato nel passato da polveri pesanti e nanoparticelle, amianto, sedimenti industriali.

Nella totale assenza della presenza umana, specie botaniche ricoprono parte delle strutture abbandonate e uccelli migratori vi fanno tappa. Un paesaggio che sembra evocare le tavole di Moebius o quelle di Francisco Solano López (L‘Eternauta).

Un paesaggio surreale e metafisico allo stesso tempo. Senza tempo, se non quello delle tracce lasciate dalle industrie e quello impresso nella memoria di chi ricorda i fumi rossi dall‘odore acre sbuffati dalle ciminiere.

 

Ero una bambina quando invece negli anni Settanta le coppiette a via Manzoni si parcheggiavano sul belvedere della fabbrica di notte, potendo godere di un paesaggio di indiscutibile fascino post futurista fatto di mille tracciati e raccordi luminosi, fumi violacei, colate infuocate: un unico organismo pulsante. La memoria orale di quella storia comincia a dissolversi per motivi anagrafici…

- Paola Margherita, artista

 

Respiro è la mostra in corso a Città della Scienza visitabile fino al 29 ottobre, allestita con le fotografie di Paolo Cappelli, le sculture di Paola Margherita e due lavori di Marcello Anselmo.

 

Respiro ha l‘ambizione di provare a descrivere l‘aritmia del paesaggio di Bagnoli: lo spasmo, ma al contempo anche le potenzialità, del territorio; le implicazioni invisibili di un lungo processo in cui ogni forma può diventare inaspettatamente il principio di una trasformazione in divenire, un “non più” ma anche un “non ancora.

- Marco Izzolino, curatore della mostra

 

E troviamo le fotografie di Paolo Cappelli. Una Urban Exploration (URBEX) non clandestina ma fatta alla luce del giorno, “grazie” alle lunghe trafile burocratiche per avere i permessi necessari per le riprese.

Strutture che sembrano cattedrali gotiche, musei post-industriali, templi greci, acquedotti romani o altri spazi pompeiani. Elementi architettonici che stimolerebbero a immaginare una loro rigenerazione, senza abbatterli. Per lasciare parte delle testimonianze del territorio come il mercato di Camden Town di Londra o la Rhur in Germania trasformata in complesso culturale.

Cappelli propone 19 fotografie stampate prevalentemente in bianconero in formati 50x70 e 100x150.

 

Scattando le mie fotografie ho immaginato il “respiro” di questo territorio, l‘alternanza di Inspirazione ed Espirazione, necessaria alla vita di ogni forma vivente, applicata ad un luogo. Terra, alberi, piante, mare: dopo una lunga Espirazione durata 40 anni circa si è giunti ora alla fase dell‘Inspirazione, dell‘incameramento dell‘ossigeno, di un nuovo equilibrio.

- Paolo Cappelli, fotografo

 

Paola Margherita, scultrice a 360°, espone immagini tridimensionali ricomponendo i suoi disegni presi da punti di vista diversi dello stesso soggetto. Una laboriosa tecnica mista tra pittura, disegno a matita su cartoni ricuciti manualmente, restituendo una profondità plastica dei luoghi che “svela la frammentarietà della percezione dello stesso, in cui il fattore tempo è scritto nella cucitura ed il movimento è di chi osserva e attraversa lo spazio”.

Dettaglio di una scultura di Paola Margherita


E poi c‘è il documentario di Marcello Anselmo prodotto dall‘Istituto Luce Cinecittà: Posidonia, i fondali della metropoli.

 

I fondali della Metropoli è un viaggio, sonoro e visivo, sulla linea costiera, emersa e sommersa, prossima alla città di Napoli. Racconta il rapporto viscerale che lega il mare e la città attraverso la narrazione (auto) biografica di Claudio Ripa, storico subacqueo partenopeo, profondo conoscitore dei fondali metropolitani e già campione del mondo di apnea nel 1959.

- dal comunicato stampa

 

Inoltre Respiro è anche un altro lavoro di Marcello Anselmo. Un paesaggio sonoro i cui suoni e rumori dei luoghi sono tratti da archivi dagli anni ‘50 e oltre e che accompagnano la visione della mostra. Una colonna sonora implementata dalla musica originale dell‘ensamble Nino Bruno e le 8 tracce, ispirata alla vita della grande fabbrica e alla sua dismissione.

 

Respiro vuole anche essere - prosegue il curatore- una mostra /manifesto, una chiamata, rivolta a tutti gli artisti del territorio partenopeo, affinché con la propria ricerca possano contribuire al racconto del luogo unico in cui, dopo anni di stallo, i napoletani stanno tornando ad osservare e ad ascoltare il respiro della Terra.

- Marco Izzolino, curatore

 

Fino al XV secolo non esistevano gli architetti. Chiese, edifici, assetti urbani, erano edificati in base alle conoscenze ed esperienze di monaci, muratori, artisti, scrittori, persone edotte che suggerivano le loro idee e immaginazioni.

Dalle esperienze visive di mostre come Respiro si potrebbero trarre spunti creativi per affinare il progetto per l‘area dell‘ex Italsider. E sembra che l‘intento sia questo: ascoltare la gente del territorio.

Chissà…


Foto di copertina: © Paolo Cappelli

 

Respiro – Aritmia di un territorio

A cura di Marco Izzolino

Fondazione IDIS - Città della Scienza – Spazio Galilei

29 settembre - 29 ottobre 2022

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20.09.2022 # 6132
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Memorie di me. Appunti per un diario psicofotografico

Fotografare e scrivere. Un (per)corso creativo dello psicoterapeuta Alfredo Toriello che presenta il 21 settembre all‘A‘ Mbasciata

di Marco Maraviglia

Abbiamo cinque sensi che percepiscono il mondo intorno a noi.

Abbiamo cinque sensi che raccolgono dati che shakeriamo, frulliamo, qualcuno lo memorizziamo singolarmente e lo stipiamo nel nostro hard disk cerebrale. Dati che conserviamo, a volte inconsapevolmente, a breve, media o lunga scadenza. A volte ci sono dati che crediamo di aver rimosso per sempre ma riemergono in talune circostanze. Nel bene o nel male.

È la gestione di quei dati che formano la nostra personalità, il nostro umore, modulano i nostri rapporti col mondo amicale, familiare, lavorativo.

Siamo fatti di dati. Di esperienze. Di storie vissute. E a volte non riusciamo a controllare il succedersi degli eventi.

Tutte le informazioni che assorbiamo attraverso i nostri sensi, non sempre sono esenti di rumori, disturbi, influenze. E questi ci riesce difficile filtrarli per (ri)stabilire l‘equilibrio con noi stessi.

 

A volte abbiamo bisogno di un aiuto, di una guida, per ritrovarci. Per ristabilire quel contatto armonico tra mente e corpo affinché la nostra presenza non sfugga da noi stessi.

Alfredo Toriello è uno psicoterapeuta laureato alla facoltà di Psicologia della Sapienza di Roma ed è giunto alla sua settima edizione di Memorie di me. Appunti per un diario psicofotografico.

Un‘attività multidisciplinare di consapevolezza e conoscenza dell‘io che approda nel filone della fototerapia. Con tutti titoli e le competenze annesse.

«Eh, ma la fotografia è terapeutica di per sé» potrebbe dire qualcuno. Certo. Come dipingere, suonare, dedicarsi alla ceramica o altri hobby che rilassano e auto-gratificano. Ma qui parliamo di altro.

 

Fotografia e scrittura viaggiano parallelamente in questa avventura del diario psicofotografico.

Ogni partecipante del corso di Alfredo Toriello, traccia la propria vita quotidiana attraverso una fotografia al giorno da scattare e tre pagine di diario da scrivere. Ogni giorno.

Se capita una giornata in cui non si ha nulla da raccontare, si lasciano le pagine in bianco. Ma è quasi impossibile non riuscire ad appuntare qualche riga perché intorno e dentro di noi accadono sempre cose o, almeno, si sogna e immagina qualcosa. A volte parole scritte di getto che possono sembrare sconnesse tra loro, dicono molto più di un pensiero razionale. A chi ha gli strumenti per interpretare. Perché non sono importanti la buona grammatica o la sintassi, ma il pensiero. E va bene anche trascrivere la lista della spesa o imprecazioni, desideri, descrizioni di luoghi visitati…

Quanto alla foto quotidiana, è sicuramente più semplice. Non è importante essere fotografi. Non occorre la fotografia ben fatta o bella ma il momento che abbiamo fissato anche con un semplice telefonino.

Momento inteso come attimo di percezione che cattura la nostra attenzione. Qualunque soggetto esso sia.

«Dimmi come e cosa fotografi e ti dirò chi sei» verrebbe da dire. Ma il lavoro è più complesso.

 

Tre pagine di diario e una fotografia al giorno. Per sei mesi.

Alfredo Toriello inizialmente non dà altre linee guida che vadano al di là dell‘obiettivo che si propone. Fissa, nell‘arco dei sei mesi, dodici incontri di gruppo con i partecipanti per visionare e discutere volta per volta le “mappe del territorio” che si vanno delineando, assegnando via via anche dei “compiti a casa”, per sviluppare al meglio l‘esperienza individuale e quindi collettiva attraverso lo scambio di esperienze stesse.

Mappe del territorio intese come mappe di informazioni sensibili. Dati grezzi raccolti dai partecipanti che Toriello distillerà per il percorso psicofotografico.

Al termine di questo, che potrebbe sembrare un gioco ma in realtà è un processo di consapevolezza e conoscenza mediato da attività creative (fotografia e scrittura), dodici foto e dodici testi rappresenteranno il diario psico-fotografico finale: Memorie di me.

 

Memorie di me. Appunti per un diario psicofotografico è alla sua settima edizione a Napoli. Altre cinque si sono svolte tra Aversa e Roma. Il format è stato oggetto di studio per due tesi di laurea sviluppate da due studentesse di psicologia della Sapienza di Roma. Tali tesi hanno avuto la supervisione di un gruppo di controllo che ha dimostrato vantaggi maggiori in chi ha seguito la procedura del diario psicofotografico rispetto a chi ha realizzato solo fotografie perseguendo gli stessi fini.

Il corso può essere seguito da chiunque sia maggiorenne. Destinato a persone interessate alla fotografia e all‘aspetto del processo creativo dell‘iniziativa. E, ovviamente, al benessere di se stessi.

 

Chi è Alfredo Toriello

Nasce a Cava dei Tirreni nel 1972. Laureato alla facoltà di Psicologia della Sapienza di Roma.

Psicoterapeuta Sistemico.

In ambito clinico si occupa di individui, coppie e famiglie.

Da diversi anni utilizza tecniche di fototerapia e fotografia terapeutica, sia in ambito clinico sia in ambito sociale e ha sviluppato un modello nuovo di lavoro che definisce PsicoFotografia.

Il suo ultimo progetto sul Diario PsicoFotografico, è frutto dell‘esperienza maturata in questi anni nel campo della fotografia e della scrittura autobiografica.

Esperto in tecniche psicocorporee e meditative organizza periodicamente seminari residenziali.

Conduce gruppi evolutivi che hanno come obiettivo la conoscenza di sé e uno sviluppo armonico dell‘individuo.

 

 

 

Memorie di me. Appunti per un diario psicofotografico

Presentazione del corso e del libro d‘artista

Mercoledì 21 settembre 2022 - ore 19.00

A‘ Mbasciata

Via Benedetto Croce, 19 - Napoli

Sarà illustrata la struttura del corso, le novità e i lavori dei partecipanti dello scorso anno.

info al 370 1092684

Evento Facebook

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08.09.2022 # 6115
Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Italia In-Attesa, 12 racconti fotografici sul lockdown in Italia

A Napoli, fino al 18 settembre, oltre 100 foto alla Casa della Fotografia in Villa Pignatelli

di Marco Maraviglia

Italia In-Attesa. Un‘Italia inattesa è in attesa. Un titolo che Alberto Berengo Gardin ha reso graficamente sulla copertina cartonata e telata del catalogo, con un ulteriore significato dividendo le parole: Italia (primo rigo), in-at (secondo rigo), tesa (terzo rigo).

“In-at” interpretabile come preposizioni in inglese. E poi quel “tesa” che lascia ricordare la tensione che abbiamo vissuto durante le due chiusure per causa pandemia.
Un‘Italia inattesa, in attesa e tesa. In maniera inattesa ci si è trovati catapultati nel lockdown.

9 marzo - 4 maggio 2021. È stato il periodo più angosciante della storia italiana per chi è nato dopo la II Guerra Mondiale. Smart working, lavoro in presenza solo per attività indifferibili con autocertificazione al seguito. Didattica a distanza per le scuole. Scontrini fiscali chilometrici del supermercato dove si entrava previa misurazione della febbre e con guanti monouso in lattice. Mascherine a gogo. Qualcuno con visiera protettiva.

Bollettini giornalieri dei contagi alla tv trasmessi da una sala stampa da clima dell‘ex URSS. Ecc. ecc.

Un coprifuoco vissuto senza bombardamenti. In una guerra silenziosa durante la quale non c‘era Radio Londra a dare le notizie, ma social e mainstream che narravano tutto e il contrario di tutto.

Come si fa a non dimenticare…

 

Nel frattempo il paesaggio urbano e quello naturale assumevano un altro aspetto.

I delfini si avvicinavano alle coste. Orsi, cinghiali, rapaci ed altri animali selvatici entrarono nei “confini” urbani. Le piazze e le strade delle città completamente deserte. Niente umani, niente suoni e rumori se non qualche canzone dai balconi dove qualcuno espose lenzuola con l‘arcobaleno con quella frase “andrà t…” che è meglio non riscrivere.

In quel periodo tanti fotografi bloccati in casa lavorarono su altro e di alcuni ne scrissi qui, ma ci fu un gruppo di alcuni fotografi, autorizzati dal Ministero della Cultura, che realizzarono immagini sul campo.

 

“Italia in-attesa” rappresenta una delle tre azioni, distinte ma complementari, del progetto 2020FermoImmagine (www.2020fermoimmagine.beniculturali.it) - ideato e organizzato dal MiC con il coordinamento della Direzione Generale Creatività Contemporanea - insieme alla mostra “Città sospese. I siti italiani Unesco nei giorni del lockdown” e “REFOCUS”, open call per fotografi under 40, lanciate nel 2020 per indagare l‘Italia durante le misure di contenimento dell‘epidemia.

- dal comunicato stampa

 

La Casa della Fotografia in Villa Pignatelli ospita le immagini di dodici fotografi: Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr, George Tatge.

Non tutte le fotografie sono realizzate necessariamente in campo. Come quelle di Francesco Jodice che con Falansterio espone vedute aeree di edifici totemici estratte da viste satellitari, stando comodamente seduto sul proprio divano di casa.

Silvia Camporesi ci mostra spazi ludici disabitati e negati come le giostre dei giardini pubblici recintati dal nastro segnaletico rosso-bianco.

La distopia di Venezia è rappresentata da Paola De Pietri. Piazza San Marco e il Lido deserti. Ma è l‘assenza di gondole e vaporetti che ti rende incredulo e, se ti fossi risvegliato da un sonno durato oltre due anni, vedendo quelle foto penseresti che si tratti del set di un film di Spielberg.

Ma qualcosa viveva in quei giorni, e infatti Andrea Jemolo, oltre a mostrarci Piazza di Spagna e piazza Navona completamente deserte, ci riporta alla vita con uno scorcio dove c‘è un‘insegna accesa: “forno”.

È successo tutto questo? Sì, è accaduto. Con serie conseguenze sull‘economia, sulla socialità e sulla psicologia delle persone.

Ma non bisogna dimenticare. E infatti queste immagini contribuiranno alla memoria storica per noi stessi e per i posteri.

 

Il progetto di questi dodici racconti è stato esposto per la prima volta nel 2021 nelle sale di Palazzo Barberini - Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma. Una mostra che alla sua seconda tappa approda a Napoli.

Immagini destinate alla «creazione di un archivio visivo dell‘Italia durante la pandemia, che ha permesso di comprendere come l‘emergenza sanitaria ha influito sullo sguardo e sulla coscienza di alcuni dei principali narratori visivi italiani».

 


 

Italia In-Attesa

Progetto curato da Margherita Guccione e Carlo Birrozzi

Allestimento di Napoli: Marta Ragozzino (direttrice regionale Musei Campania) e a cura di Alessandro Demma

Villa Pignatelli – Casa della fotografia

Riviera di Chiaia 200, Napoli

15 luglio > 18 settembre 2022

Orari: mercoledì-lunedì 9.30-17.00 (martedì chiuso). La biglietteria chiude alle 16.00

Biglietti: intero 5€, ridotto 2€ (18-25 anni), gratuito under 18 e categorie secondo normativa vigente (cultura.gov.it/agevolazioni).


Foto di copertina: Paola De Pietri - Venezia, 2020

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Non dite alla madre di Sara Munari che è andata nello spazio

Un viaggio impossibile con prove fotografiche schiaccianti che dimostrano l‘esistenza di una storia accaduta. Nella mente o nella realtà non ha importanza

di Marco Maraviglia

C‘è chi quando perde una persona cara non cancella il suo numero di telefono dalla rubrica del telefono e non la rimuove dai suoi contatti sui social.

Non solo continui a custodire nel cuore e nella mente i ricordi vissuti con tale persona, ma sei tentato di provare a telefonarla. Mantieni una speranza che possa risponderti da chissà quale luogo. Poi ti fermi mentre stai per cliccare su quel nome e compaiono i lucciconi agli occhi.

Al massimo scrivi un post sul suo profilo. Magari in occasione del suo compleanno. Per condividere con gli amici in comune la grande mancanza che avverti. O degli aneddoti carini vissuti insieme.

Condividere anche dolori e tristezze è cosa umana.

A volte quelle persone care ti vengono a trovare nei sogni. Ridiamo, scherziamo in posti indefiniti ma che avvertiamo reali, ci si abbraccia e al risveglio ci sentiamo un po‘ delusi ma sollevati. A volte felici per il resto della giornata.

 

Quando un parente stretto inizia ad allontanarsi da noi un po‘ alla volta, è sempre un dramma. Un distacco biologico graduale che ci impedisce di comunicare in maniera lucida. Il tempo che scorre ci prepara lentamente alla perdita. Mettendoci a dura prova quando si giunge a quella volta in cui non siamo più riconosciuti.

Momenti in cui nascono meccanismi di sopravvivenza emotiva. Cercando nuovi canali di comunicazione, inventandoseli, pur di mantenere un legame con chi è stato parte della propria vita. Cercando di non farsi travolgere dal quel labirinto di nuvole che ti rende impotente.

 

Attenzione, chi non crede ai mondi oltre, può accomodarsi fuori la porta dove è appeso il cartello su cui è scritto “Other places”. Perché sembra che le prossime righe siano tratte da un racconto di fantascienza o da un dipinto surrealista. Ma invece è tutto vero. Ci sono le foto che lo dimostrano. È tutto reale. Nessun programma di fotoritocco. C’è anche un video che testimonia l‘esperienza di Sara che, tiene a precisare, ha piena facoltà di intendere e di volere.

 

Sara Munari intraprende un viaggio tenuto nascosto alla madre per anni. È nata nel 1930 e adesso ha 88 anni.

Adesso Sara può raccontare tutto perché sono decaduti tutti i termini di segretezza di quando lavorava per la RASA (Rational Aeronautics and Space Administration).

 

Nel 1958 fondiamo la NASA (National Aeronautics and Space Administration) l‘agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d‘America e della ricerca aerospaziale.

Nel 1959 creo un settore personale, la RASA (Rational Aeronautics and Space Administration e acronimo del mio nome), che si occupa solo di avvenimenti considerati realmente accaduti perché scientificamente provati (da qui Rational).

Io sono quello che viene definito “membro occulto” quindi il mio nome non è mai potuto comparire per ragioni di sicurezza, così come il settore RASA.

 

Se non ci credi significa che non ti sei accomodato fuori quella porta.

Non ditelo a mia madre è l‘opera che racconta il viaggio compiuto dall‘autrice per ritrovare il padre sofferente di Alzheimer, sul pianeta Musa 23 (MUnari SAra).

È una metafora nata dall‘incapacità di comunicare con chi è affetto da Alzheimer. Un viaggio in cui Sara incontra altri umanoidi ma si confronta solo con l‘extraterrestre x23. Il padre, che deve poi forzatamente tornare sul suo pianeta. È il distacco da chi non ha più possibilità di miglioramento dalla malattia.

Il racconto fotografico ha un approccio ironico. Una scelta legata agli interessi del padre di Sara Munari: «persona socievole e fantasiosa, amante di tutto ciò che riguarda lo spazio e la possibilità dell‘esistenza di altre forme di vita».

Sara Munari ritorna sul pianeta Terra e al risveglio si ritrova in quel limbo in cui lei stessa non sa se sia stato tutto reale. Ma nella stanza trova fotografie che testimoniano il suo viaggio.

Vecchie fotografie usurate e ammuffite dal tempo. Ma quale tempo? Metafisico? Surreale? Chi decide che il tempo sia quello vissuto nel mondo reale? E quali sono i canoni del reale? I sogni esistono fisicamente da qualche parte? Ma, innanzitutto, possiamo avere la libertà di immaginare mondi paralleli e magari crederci fino a prova contraria? Essere irrazionali, fantasiosi, immaginatori, non fa bene alla propria mente per evadere ed esorcizzare ciò che riteniamo sia la realtà?

Immaginare costa zero, in fondo. E Sara non è detto che sia nata il 23 maggio 1972 come dice la sua anagrafe, ma nel 1930.

 

Mi chiamo Sara Munari, sono nata nel 1930 a Milano, in Italia.

La mia famiglia è emigrata a New York l‘anno successivo.

Dopo innumerevoli studi, tenuti nascosti fino ad oggi, posso dire di aver scoperto la vita su un altro Pianeta.

Ho 88 anni, ho piena facoltà di intendere e di volere.

Qui ci sono i miei studi e le mie scoperte. Dopo quello che vi mostrerò non avrete più dubbi.

Finalmente posso raccontare tutto.

 

Bio

Sara Munari nasce a Milano il 23 maggio 1972 ma gira il mondo. Espone in Italia ed Europa presso gallerie, Festival e musei d‘arte contemporanea. Fa da giurata e lettrice portfolio in Premi e Festival Nazionali. Gira l‘Italia per tenere conferenze, corsi e letture portfolio. Vince, coi i suoi lavori, premi nazionali e internazionali.

Attraverso una continua ricerca, sviluppa storie visuali che approfondisce, attraverso la contaminazione di più media, partendo sempre da una base fotografica.

Scrive quattro libri di teoria sulla fotografia e ne pubblica di quattro di sue fotografie. Docente di Storia della fotografia e comunicazione visiva presso Istituto Italiano di Fotografia e di Linguaggio e Costruzione del racconto fotografico in molte sedi italiane. Ha un blog di fotografia molto seguito in Italia: www.saramunari.blog

Apre nel 2019 Musa Fotografia, centro per corsi, mostre, presentazioni e tutto ciò che riguarda la fotografia, a Monza. Ottiene premi e riconoscimenti a livello internazionale.

Si diverte con la fotografia, la ama e la rispetta e non sa perché ha scritto in terza persona... forse fa finta di non conoscersi.

 

 

Non ditelo a mia madre di Sara Munari

1-26 settembre

10:00-13:00

15:00-19:00

Grenze | Galleria d‘Arte Contemporanea

in collaborazione con Isolo17 Gallery

Via XX Settembre 31b

37129 Verona

Ingresso gratuito

Per scoprire di più sulla mostra: https://www.grenzearsenalifotografici.com/sara-munari

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