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Mostre ed eventi // Pagina 24 di 223
06.09.2015 # 4304

Daria La Ragione // 0 comments

Gino Sabatini Odoardi. Pieghe e polvere

a Napoli fino al 28 settembre 2015

Le opere di Gino Sabatini Odoardi, in mostra al PAN di Napoli dall'11 al 28 settembre 2015, hanno tutte un unico scopo: strappare più cose possibile all'oblio.
Promossa dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo di Napoli, in collaborazione con la galleria Gowen Contemporary di Ginevra, la personale, curata da Maria Savarese, presenta i lavori più recenti dell'artista: sculture, installazioni e disegni che interagiscono attraverso la bianca superficie, sinuosa e fredda, della termoformatura, su cui talvolta si inserisce il nero della grafite, con un'unica interruzione accidentale di una piega rossa.



Una particolare attenzione è rivolta alla città di Napoli cui è dedicata l'installazione creata ad hoc "Senza titolo con polvere", scaturita da un'intensa giornata al Cimitero Monumentale di Poggioreale, nel cosiddetto "quadrato degli uomini illustri".
Qui trovano sepoltura alcune eminenti personalità della cultura come Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Gaetano Donizetti, solo per citarne alcuni.

Su queste lapidi, semi-ingoiate dalla vegetazione selvatica dove l'abbandono e l'incuria la fanno da padrone, Sabatini Odoardi si china per ridare loro dignità: con fazzoletti bianchi, e con l'intento discreto e silenzioso di sottrarle a quel nulla cui sembrano destinate, l'artista ne rimuove la polvere secolare. Ne uscirà quattro ore dopo stringendo in mano reliquie di cotone "sporche di senso", come afferma lo stesso artista, che saranno la materia prima per la costruzione dell'installazione in mostra al PAN: gli stracci sono qui innalzati a opere d'arte ed esposti come tele su cui si è dipinto con quella polvere antica.



Oltre alla dicotomia memoria-oblio, centrale nella ricerca di Sabatini Odoardi, sono altri i dualismi su cui si muove l'antologica - morte-vita, fede-agnosticismo, sacro-profano - ed è su questi che si snoda il percorso espositivo. In particolare, sono i progetti Cortocircuiti, che cerca di insinuare il dubbio, rompere gli equilibri su cui poggia la nostra cultura, e Tra le pieghe, sculture i cui panneggi raccontano gli innumerevoli risvolti della vita, a definire l'ossatura dell'esposizione.

"Le antitesi - spiega Maria Savarese - attraversano trasversalmente gran parte della sua opera, spesso in bilico tra il sacro e il profano. La ripetizione, altro elemento ricorrente, diventa rituale da sfidare. L'idea seriale amplifica, in una strategia ossessiva e seduttiva al tempo stesso, discorsi e ritmi". È il caso delle grandi installazioni, come Perdersi dentro un bicchiere d'acqua, 2001, Si beve tutto ciò che si scrive, 2002, o Senza titolo, 2013. In quest'opera 21 stracci che hanno subito il processo della termoformatura, plasmati a mano singolarmente, creano un gioco ritmico e modulare, rotto da un vuoto, un drappo indisciplinato, che si sottrae alla consuetudine e si depone a terra, sfuggendo alla regola dell'armonia.



Questi lavori sono il risultato di un percorso di anni in cui le esperienze accanto ad artisti come Fabio Mauri e Jannis Kounellis e le costanti letture critiche, trovano il loro sbocco espressivo nel procedimento della termoformatura in polistirene, che lo renderà artista maturo, con un linguaggio unico nel panorama italiano e internazionale. Questa tecnica parte vent'anni fa dai ''sottovuoti'', realizzati con plastiche trasparenti, che permettevano l'ibernazione dell'oggetto. Oggi la termoformatura consente all'artista di avvolgere l'oggetto con fogli di polistirene opachi - bianchi, neri o rossi - che ne celano il colore, ma non la forma. Il lavoro si sviluppa in tre fasi: riscaldamento della plastica mediante resistenze ad alte temperature, unione dell'oggetto con il polistirene allo stato elastico mediante sottrazione dell'aria e raffreddamento che imprigiona l'oggetto in maniera definitiva sotto la plastica divenuta irrimediabilmente rigida.



Si tratta di un percorso interamente manuale, in cui la scultura inizia a prendere forma visivamente piano piano, con gesti che non permettono repliche o ripensamenti. L'oggetto nascosto e rivelato dalla termoformatura, è bloccato e al contempo rivitalizzato, nella costante tensione di liberarsi per tornare al mondo.

 

13.08.2015 # 4284

Daria La Ragione // 0 comments

Arte della Civiltà Islamica. La Collezione al-Sabah, Kuwait

a Roma fino al 20 settembre 2015

Da ormai quaranta anni Sheikh Nasser Sabah Ahmed al-Sabah e sua moglie, Sheikha Hussah Sabah al-Salem al-Sabah, raccolgono opere d'arte islamiche e del Medio Oriente pre-islamico.
La loro collezione, stimabile in circa 35.000 oggetti, è certamente una delle più importanti al mondo, non solo per ampiezza, ma anche per qualità e originalità delle opere. In occasione della Festa Nazionale del Kuwait il 23 febbraio 1983 la Collezione venne offerta in prestito permanente al Museo Nazionale del Kuwait dove rimase fino alle tragiche vicende dell'invasione irachena dell'agosto 1990.
Dalla razzia allora operata si salvarono un centinaio di oggetti, il nucleo della mostra "Arte Islamica e Mecenatismo", protagonista in seguito di un tour che ha toccato oltre venti fra i musei più importanti del mondo (giunse anche in Italia, a Firenze nel 1994). Le altre opere, in seguito quasi integralmente recuperate a Baghdad, sono poi tornate in Kuwait e costituiscono una delle raccolte medio orientali più complete e prestigiose al mondo.Il Dar al-Athar al-Islamiyyah "Casa delle Espressioni Culturali dell'Islam", guidato con competenza e passione da Sheikha Hussah, non è solamente un museo – e già sarebbe molto – ma un attivissimo centro culturale polifunzionale attivo in un piccolo paese, il Kuwait, con una grande propensione e vocazione alla Cultura, colta e popolare, caratteristica che lo distingue e rende unico. Conoscere, capire, educare al bello sono compiti irrinunciabili di ciascun individuo, una missione complessa e difficile in questi anni di tensioni, scontri e conflitti armati che creano insicurezza e paure non irrazionali; il mondo si interroga su quale risposta fornire alla drammatica e violenta realtà che ci circonda, e "le donne e gli uomini di buona volontà" incessantemente cercano e percorrono un itinerario che è fatto di dialogo e comprensione, pur nelle differenze, mai negate, ma semmai percepite come un importante valore. I mondi islamici (impossibile e errato declinare Islam al singolare), sono negli ultimi anni saliti alla ribalta per ragioni disparate di ordine religioso, economico e politico, ma sempre più si è imposta la necessità di conoscere, capire, educare.
L'arte è la migliore ambasciatrice di culture e civiltà ormai più che millenarie.
La ricca e variegata Collezione al-Sabah attraverso l'esposizione di oltre trecento opere d'arte permette al grande pubblico di avvicinarsi a una espressione artistica multiforme, ricca, elegante, raffinata e per molti versi assolutamente sorprendente. Una sfida al dialogo e alla comprensione e allo stesso tempo una scoperta preziosa.

13.08.2015 # 4283

Daria La Ragione // 0 comments

David LaChapelle. Dopo il Diluvio

a Roma fino al 13 settembre 2015

Al Palazzo delle Esposizioni torna dopo oltre quindici anni il grande artista fotografo americano David LaChapelle con una delle più importanti e vaste retrospettive a lui dedicate. Sono infatti esposte circa 100 opere di cui alcune totalmente inedite, altre presentate per la prima volta in un museo e  molte di grande formato.
Roma è stata una città fondamentale nella carriera artistica di LaChapelle. Nel 2006 infatti, durante un soggiorno nella Capitale, David LaChapelle ha occasione di visitare privatamente la Cappella Sistina; la sua sensibilità artistica è scossa dalla bellezza e dalla potenza dell’arte romana che danno il definitivo impulso alla necessità di imprimere una svolta alla sua produzione. Fino ad allora LaChapelle ha preferito che le sue foto viaggiassero sulle pagine di riviste di moda e di cataloghi senza testi.


L’obiettivo non è mai stato fermarsi alla mera illustrazione, ma raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile – è questo il suo modo di essere un artista pop – e portare la lettura dell’opera sul piano dello shock emotivo.
 
LaChapelle ha spinto la sua estetica fino al limite, ma nel 2006 se n’è andato di scena. Ha voltato le spalle alla mondanità per ritirarsi a vivere in un’isola selvaggia, nel mezzo del Pacifico: “Avevo detto quello che volevo dire”.
 
La mostra è concentrata perciò sui lavori realizzati dall’artista a partire dal 2006, anno di produzione della monumentale serie intitolata “The Deluge”, che segna un punto di svolta profonda nel lavoro di David LaChapelle. Con la realizzazione di “The Deluge”, ispirato al grande affresco michelangiolesco della Cappella Sistina, LaChapelle torna a concepire un lavoro con l’unico scopo di esporlo in una galleria d’arte o in un museo, opere non commissionate e non destinate alle pagine di una rivista di moda o a una campagna pubblicitaria.
 
Dopo The Deluge, la produzione del fotografo americano si volge verso altre direzioni estetiche e concettuali. Il segnale più evidente del cambiamento è la scomparsa dai lavori seriali della presenza umana: i modelli viventi che in tutti i lavori precedenti (unica eccezione è The Electric Chair del 2001, personale interpretazione del celebre lavoro di Andy Warhol) hanno avuto una parte centrale nella composizione del set e nel messaggio incarnato dall’immagine, spariscono. Le serie Car Crash, Negative Currencies, Hearth Laughs in Flowers, Gas Stations, Land Scape, fino alla più recente Aristocracy, seguono questa nuova scelta formale: LaChapelle cancella clamorosamente la carne, elemento caratterizzante della sua arte.
 

Per permettere al pubblico di conoscere le “origini” del lavoro di LaChapelle degli anni precedenti a The Deluge, è esposta anche una selezione di opere che comprende ritratti di celebrità del mondo della musica, della moda e del cinema, scene con tocchi surrealisti basati su temi religiosi, citazioni di grandi opere della storia dell'arte e del cinema; una produzione segnata dalla saturazione cromatica e dal movimento, con cui il fotografo americano ha raggiunto la propria riconoscibile cifra estetica e ha influenzato molti artisti delle generazioni successive.
 

Le opere di David LaChapelle sono presenti in numerose importanti collezioni pubbliche e private internazionali, e esposte in vari musei, tra i quali il Musée D’Orsay, Paris; the Brooklyn Museum, New York; the Museum of Contemporary Art, Taipei; the Tel Aviv Museum of Art; the Los Angeles County Museum of Art (LACMA); The National Portrait Gallery, London; and the Fotographfiska Museet, Stockholm, Sweden. The National Portrait Gallery in Washington, DC.

L’esposizione ospita anche una rassegna di filmati che attraverso i back stage dei suoi set fotografici, ci illustrano il complesso processo di realizzazione e produzione dei suoi lavori.

13.08.2015 # 4280

Daria La Ragione // 0 comments

FRANCESCA WOODMAN & BIRGIT JÜRGENSSEN

a Merano fino al 20 settembre 2015

Dal 27 giugno al 20 settembre 2015, Merano Arte presenta una doppia personale dedicata a Francesca Woodman (1958–1981) e a Birgit Jürgenssen (1949-2003), due tra le più importanti esponenti dell'arte contemporanea. La collaborazione con COLLEZIONE VERBUND è la seconda dopo la mostra personale dedicata all'opera giovanile dell'artista Cindy Sherman.
In collaborazione con la prestigiosa COLLEZIONE VERBUND di Vienna e a cura di Gabriele Schor, le due mostre confermano la vocazione di Merano Arte quale centro espositivo attivo sul fronte della valorizzazione della fotografia del Novecento. Dopo le rassegne di maestri internazionali quali Man Ray, Boris Mikhailov, Urs Lüthi, Eliott Erwitt, Ugo Mulas e Cindy Sherman, lo spazio meranese accoglie l'opera di due grandi artiste venute a mancare repentinamente, a soli 22 anni nel caso della Woodman, a 54 anni in quello della Jürgenssen.
I loro lavori, oltre che a livello estetico e concettuale, dialogano felicemente anche in senso storico, in quanto rappresentano due degli esempi più alti del "femminismo poetico-performativo" degli anni Settanta.

Nonostante Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen non si siano mai incontrate, numerosi sono i parallelismi possibili tra le loro opere: la messa in scena del soggetto, la fragilità dell'esistenza umana e soprattutto il confronto critico con la tematica del corpo femminile nell'espressione artistica.
Le fotografie performative realizzate dalle due artiste sono state scattate nella sfera protetta dell'atelier, solitamente utilizzando l'autoscatto. Entrambe si sono avvalse di pratiche di matrice surrealista per emancipare il loro linguaggio espressivo e hanno utilizzato il corpo come strumento formale per interrogare e mettere in discussione il proprio essere e la propria identità, ma anche per delineare una nuova immagine della donna. Il corpo, infatti, è concepito tutt'altro che come ‘natura’ o ‘oggetto sessuale’, è ‘opera d'arte’ in sé.
 Mosse da un'urgenza espressiva che le ha spinte a sperimentare mettendosi in gioco e ritraendosi in prima persona, spesso nude, altre volte travestite, le due artiste hanno interrogato i tratti più reconditi della psiche umana, tentando di cogliere non una testimonianza "esterna", quanto uno stato d'animo complesso e tutto interiore, dalla forza e delicatezza tipicamente femminili.

Se in passato i soggetti delle fotografie di Francesca Woodman sono stati spesso interpretati quale preludio estetico del suo suicidio, i recenti studi realizzati dalla COLLEZIONE VERBUND, iscrivono la sua ricerca nella tradizione del tableau vivant.

La rassegna a Merano Arte proporrà 75 fotografie, in bianco e nero, di cui 20 esemplari vintage, mai esposti in Italia, accompagnate da alcune rare diapositive a colori e un video, che approfondiranno la poesia e l'ambito metaforico che caratterizza il singolare linguaggio dell’artista americana.

Francesca Woodman ha realizzato le sue opere nel corso di un periodo creativo di soli 9 anni, dal 1973 al 1981, riuscendo a esplorare varie tematiche che hanno contraddistinto il corso della storia dell'arte contemporanea: la soggettività femminile, la fotografia concettuale, la performance e la scoperta del corpo come espressione artistica.

Francesca Woodman ha utilizzato il corpo come strumento e contemporaneamente come oggetto, inserendolo in una messa in scena attentamente studiata, per raccontare suggestioni sospese, accadimenti dai tratti surreali.
Birgit Jürgenssen, una delle più importanti esponenti dell’avanguardia femminista degli anni settanta, ha lasciato un corpus davvero eterogeneo e complesso.

La mostra presenta 44 opere, tra fotografie in bianco e nero e a colori, polaroid, rayogrammi, cianotipi, disegni, sculture (i celebri ‘oggetti scarpa’) e lavori realizzati con la stoffa, fornendo una panoramica ampia e sperimentale della sua ricerca.

Il lavoro dell’artista austriaca ruota attorno al corpo femminile che appare nelle sue metamorfosi, ora mascherato, ora frammentato, ora antropomorfo, e riflette con ironia e spirito surrealista sugli stereotipi sessuali e di genere, sui pregiudizi e malintesi della vita quotidiana. Negli anni Settanta la Jürgenssen ha affrontato anche tematiche di matrice femminista e di critica sociale, confrontandosi in special modo con uno slogan tipico di quegli anni quale “il personale è politico”.


13.08.2015 # 4278

Daria La Ragione // 0 comments

NOVANTA ARTISTI PER UNA BANDIERA

a Reggio Emilia fino al 31 ottobre 2015

NOVANTA ARTISTI PER UNA BANDIERA è un grande progetto d’arte e una straordinaria operazione di solidarietà a sostegno della raccolta fondi per la costruzione del nuovo Ospedale MIRE - Maternità Infanzia Reggio Emilia.

NOVANTA ARTISTI PER UNA BANDIERA presenta le opere di novanta autori, italiani e internazionali, che si sono confrontati sul tema della bandiera italiana. Dopo le prime esposizioni a Reggio Emilia (Chiostri di San Domenico), a Modena (Palazzo Ducale, sede dell’Accademia di Modena), a Roma (Complesso del Vittoriano - Sacrario delle bandiere), e a Torino (Palazzo dell’Arsenale), il prossimo appuntamento si tiene, dal 4 luglio al 31 ottobre 2015, a Reggio Emilia, alla Stazione Alta Velocità Mediopadana, con una selezione di opere realizzate da 5 maestri contemporanei: Eugenio Carmi , Tommaso Cascella, Bruno Chersicla, Giuliano Della Casa e Wainer Vaccari.

NOVANTA ARTISTI PER UNA BANDIERA è promosso dall’Associazione CuraRE Onlus presieduta da Deanna Ferretti Veroni, dal comune di Reggio Emilia e da Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS Italiane), col patrocinio del Comune di Reggio Emilia. Main sponsor. Comer Industries. Progetto Fabrizio Rossi Design. Allestimento Andrea Belzoino Carpenteria Metallica

Questa nuova installazione ripropone l’attenzione per un grande progetto che servirà tutto il territorio: il nuovo edificio MIRE - Maternità Infanzia Reggio Emilia, sito all’interno dell’Ospedale Santa Maria Nuova, che avrà come obiettivo la tutela della salute della donna, della gestante, della coppia, del neonato e del bambino e si caratterizzerà come luogo accogliente e familiare, corredato dalle più moderne tecnologie e competenze, associate a caratteristiche che permettano le migliori modalità di care. I 12.500 metri quadrati, distribuiti in piani, ospiteranno le strutture di Pediatria, Ginecologia, Ostetricia, Procreazione Medicalmente Assistita, Neonatologia, Blocco Operatorio, Neuropsichiatria Infantile, Formazione e Ricerca.

I 90 artisti coinvolti non hanno genericamente donato una loro opera a beneficio dell’iniziativa, ma si sono impegnati per realizzarne una partendo da una particolare bandiera, scelta tra quelle, donate dal Comune di Reggio Emilia, che nel 2011 furono esposte nella città del Tricolore in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Diverse sono state le modalità di creazione delle opere: alcuni artisti sono intervenuti sulla bandiera stessa o su una sua parte; altri ne hanno utilizzato frammenti per inserirli, attraverso il collage, nei loro lavori; altri ancora ne hanno creata una del tutto autonoma: la bandiera loro assegnata è diventata fonte diretta di ispirazione per i riferimenti di colori, scritte e forme disegnate.
L’intero progetto, dal coinvolgimento degli artisti alla realizzazione della mostra e del catalogo (Corsiero editore) che lo accompagna, è stato curato da Sandro Parmiggiani, critico e storico dell’arte.
L’obiettivo è di preservare l’integrità della rassegna e farne una sorta di raccolta permanente.
NOVANTA ARTISTI PER UNA BANDIERA.
 Il tricolore italiano interpretato da 90 artisti contemporanei

Reggio Emilia, Stazione AV Mediopadana

4 luglio - 31 ottobre 2015