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Mostre ed eventi // Pagina 37 di 223
29.12.2014 # 3986

Daria La Ragione // 0 comments

MAN RAY A VILLA MANIN

a Codroipo fino al 11 gennaio 2015

Man Ray è autore di alcune delle opere più celebri del XX secolo come Le violon d’Ingres, nudo femminile con due intagli di violino all’altezza delle reni e Cadeau, ferro da stiro con la piastra percorsa da una fila di chiodi.
La straordinaria inventiva di un artista allo stesso tempo fotografo, pittore, ideatore di oggetti e autore di film sperimentali, viene raccontata a Villa Manin attraverso più di trecento opere che permettono di seguire Man Ray nella sua lunga e movimentata carriera fra Stati Uniti ed Europa, amori e amicizie. Per Man Ray non esiste infatti distinzione fra arte e vita, fra interesse estetico e sentimentale, desiderio e invenzione visiva. Pur mettendo in evidenza le diverse espressioni dello stile dell’artista, talvolta quasi disorientanti nel loro carattere enigmatico, la mostra permette di cogliere gli elementi di continuità nell’opera di Man Ray, le curiosità e le ossessioni che la punteggiano.
La creatività di Man Ray si esprime anche nei film sperimentali girati negli anni Venti: Retour à la raison, Emak Bakia, Les Mystères du Chateau du dé, Etoile de mer, oggi unanimemente considerati fra i capolavori della cinematografia surrealista.
A Villa Manin troverà spazio anche questa ulteriore manifestazione del talento visivo dell’artista.


29.12.2014 # 3985

Daria La Ragione // 0 comments

CARLO NANGERONI. Sessanta cum laude

a Lissone fino al 15 febbraio 2015

«Parto sempre dal cerchio, e dagli avvenimenti che si producono al suo interno, per poi assumerlo come elemento cellulare, in moltiplicazione, sempre con eventi plastici». Con queste parole Carlo Nangeroni ha inteso definire la sua pittura, che dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni si è enucleata in cerchi-cellule che racchiudono il DNA della pittura.
L’approdo non è stato immediato né scontato, in quanto l’artista ha attraversato le istanze dell’arte del secondo dopoguerra. Dopo esse-re transitato attraverso un periodo di “divisionismo geometrico”, Nangeroni ha individuato l’ubi consistam della propria pittura in una topografia puntiforme che gli ha permesso di sviluppare cromostrutture dall’inconfondibile cifra stilistica. Assumendo la forma primaria del cerchio a sistema cartesiano (retaggio della geometria euclidea, allora applicata alla pittura astratto concreta), Nangeroni ha inizia-to a scandire le superfici dei suoi quadri con punti-luce che ricorrono a una fredda gamma cromatica. Il risultato finale è quello di uno spazio luminoso che sembra riprodursi e proliferare di quadro in quadro, assicurando così una continuità – finanche un’eternità, anziché una mera sopravvivenza – alla prassi pittorica.
Malgrado Nangeroni abbia paragonato i suoi cerchi a «elementi cellulari», e nonostante Giovanni Maria Accame avesse fatto ricorso alla terminologia del «patrimonio genetico» per definire le opere dell’artista, il concetto dell’informazione genetica non è mai stato approfondito né tenuto in debita considerazione. Ammesso e concesso che ogni quadro contenga in ognuna delle sue particelle un “codice genetico”, la mostra antologia organizzata dal MAC di Lissone è incentrata sulle opere degli anni Sessanta, che potremmo considerare come pitture molecolari.
Nell’arco di mezzo secolo, Carlo Nangeroni non ha mai smentito la sua «intelligenza pittorica dotata di particolare finezza» di cui parla-va Marco Valsecchi nel lontano 1963. Anno dopo anno l’artista ha continuamente approfondito i valori della pittura, creando interferenze, variazioni, permutazioni, elementi dinamici e scorrevoli.
Consapevole del fatto che dipingere «è trova-re delle possibilità, non degli enunciati», l’artista ha tenuto viva e attuale la propria ricerca, che ancor oggi ci appare eterna nella sua continuità e infinita nella sua varietà. L’esposizione lissonese è quindi un omaggio a uno dei maestri della pittura astratta italiana, ma è anche un tributo cum laude al decennio degli anni Sessanta, periodo cui risale la “pittogenesi” di Nangeroni.
Carlo Nangeroni nasce a New York il 24 giugno 1922. Dal 1954 al 1957 lavora a una serie di opere quasi monocrome dove ricordi figurali si mescolano a partiture inoggettive. Nel 1958 si stabilisce a Milano per potersi de-dicare esclusivamente alla pittura. Negli anni Sessanta ritiene concluso il suo periodo informale e volge la sua pittura verso elementi circolari che diventano una costante di base del suo modus pingendi. Nella decade dei Set-tanta individua una "grammatica" che utilizza gamme di grigi su fondi bianchi. Dal 1981, affascinato dalle combinazioni e dalle ambiguità del colore, sviluppa un cromatismo iri-descente per mezzo di accostamenti di rette verticali e diagonali. Continua poi, negli anni Novanta, questa sua ricerca frammentando le campiture in particelle di colore, ottenendo così una maggiore vibrazione luminosa. Da allora la luce è una preoccupazione costante della sua pittura.

29.12.2014 # 3984

Daria La Ragione // 0 comments

LA COLLEZIONE DELLE ICONE RUSSE AGLI UFFIZI

a Firenze fino al 1 febbraio 2015

L’esposizione, nuovo appuntamento del ciclo ‘i mai visti’, propone 81 icone di proprietà delle Gallerie fiorentine, che costituiscono il più antico nucleo collezionistico d’immagini sacre russe esistente fuori dal mondo ortodosso.
Dal 20 dicembre 2014 al 1° febbraio 2015, la Sala delle Reali Poste del Museo fiorentino accoglie la mostra della “Collezione delle icone russe agli Uffizi”.
La rassegna, promossa dall’Associazione Amici degli Uffizi e curata da Valentina Conticelli, Daniela Parenti della Direzione della Galleria e Vincenzo Gobbo, è parte integrante del ciclo ‘i mai visti’, che ogni anno offre al pubblico l’opportunità di approfondire temi legati ad opere poco note delle sue collezioni.
La mostra presenta 81 icone delle Gallerie fiorentine, costituenti il più antico nucleo collezionistico di icone russe esistente al di fuori del mondo ortodosso.
I due esemplari più antichi, un’icona mariana e quella raffigurante la Decollazione del Battista, sono databili fra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII e conservano ancora la coperta d’argento, detta oklad, che le rendeva gradite al gusto principesco di casa Medici, trovando posto fin dal Seicento fra le suppellettili della cappella di Palazzo Pitti.

29.12.2014 # 3983

Daria La Ragione // 0 comments

OUT OF FRAMES. BERGAMASCHI, CALORI&MAILLARD, CUMIA, HELL, SPERA

a Lissone fino al 15 febbraio 2015

Dopo la “pittura espansa”, tema che ha rin-novato la formula del Premio Lissone 2014, è ora la volta delle opere “fuori cornice” di Agostino Bergamaschi (Milano, 1990), Calori&Maillard (Bologna, 1986 - Bourg La Reine, 1984), Stefano Cumia (Palermo, 1980), Silvia Hell (Bolzano, 1983), Stefano Spera (Monza, 1983). Apprezzati dalla giuria del premio appena concluso, i cinque finalisti sono stati invitati a esporre nuovamente al museo di Lissone, dando così seguito alle loro ricerche individuali.
Come recita il titolo dell’installazione di Agostino Bergamaschi, Un gesto originario è «un'azione infinitamente originata, un fascio di luce che diviene forma nello spazio e che vuole essere percepito sensibilmente in una nuova materia, in una superficie mutevole, leggera e visibile, ma allo stesso tempo pesante e percepibile». Una fotografia, che da terra viene spinta verso l'alto, ritrae il momento in cui dei pulviscoli di polvere attraversano un fascio luminoso; la luce si rifrange su di essi e illuminandoli dà vita a un vortice che sembra concentrarsi in un punto, come se ad attirarli fosse un'energia che li trasforma in materia. Viceversa, un elemento in marmo raccoglie questa energia e la attrae a sé per allungarsi nello spazio, fino a diventare leggero, quasi impercettibile.
LAMPS #2 (SCP-trittico GBR) di Stefano Cumia è il risultato di una serie di azioni rituali che ribaltano e mettono in discussione l'ordine interno del “discorso sulla pittura”, riorganizzandone la sintassi. Il disegno si definisce a partire dalla traccia della struttura del telaio che affiora sulla tela ribaltata, diventando elemento portante che viene rei-terato con minime variazioni. La gamma cro-matica è limitata ai tre colori primari che si alternano in altrettante combinazioni, sia per quanto riguarda la posizione che occupano sulla superficie, sia per la scelta dei materiali connessi alle diverse fasi del lavoro.
Le sculture di Silvia Hell sono parte di due progetti basati su un processo di codifica che intende far confluire in una forma estetica una gamma di valori multidimensionali.
In A Form of History il focus è posto sulle complesse riconfigurazioni della fisionomia dell’Europa; i diversi diametri di ogni scultura corrispondono agli anni, dal 1861 al 2011, in cui il confine di uno stato è cambiato. In Cosa accade quando si dice: ‘ecco, ho un’idea’?, citazione di Deleuze tratta da Cos'è l'atto di creazione, vi è una corrispondenza tra titolo e forma. Il processo di sostituzione dal testo al volume si attua in due fasi, la prima è l’abc, cioè la traduzione delle lettere, per altezza e larghezza, in solidi; la seconda riguarda il si-gnificato dell’enunciato, rispetto al quale si delinea la scultura.
Calori & Maillard, che al Premio Lissone avevano partecipato con una Chaise lounge costruita con semplici telai da pittura e tela dipinta, presentano ora una variante dello stesso ciclo: Study on painting n9 (Henri). «Henri», spiegano le artiste, «era un amico caro che ogni giorno guardava le montagne per riprodurle. Henri era un amico caro che ogni giorno seguiva l'andamento in borsa. Henri era un amico caro che stringeva sem-pre gli occhi per vedere il doppio delle cose. Henri si perdeva nel disegno del tappeto che diventava un mondo».
Il tema indagato da Stefano Spera è il rapporto tra uomo-spazio-opera rispetto al concetto di reale/virtuale. Il vero protagonista di questi dipinti è lo spazio, che il world wide web distorce e altera; la pittura diventa quindi rideterminazione e appropriazione di immagini legate agli spazi museali. L’opera rappresenta una raccolta di esperienze frammentarie (con annesse distorsioni) attinte dalla rete che, come dice Jean Baudrillard, diventa il nostro terzo occhio, o forse un’altra dimensione tra il reale, il virtuale e l’immaginazione.

08.12.2014 # 3967

Daria La Ragione // 0 comments

RENATO AMORUSO. Il Colore dei Sentimenti umani

a Torino fino al 9 gennaio 2015

Il percorso espositivo raccoglie una selezione di cinquanta dipinti che riveleranno al pubblico la suggestiva storia di questo artista che vive a Firenze e che offre una pittura tutta personale, solitaria, silenziosa che non rientra in nessuna catalogazione metodologica del sistema dell’arte; una pittura che appartiene a quella zona intima dell’uomo che Aristotele chiama la Forma dell’Anima.

Come afferma Marisa Vescovo nel suo saggio in catalogo, “Tutta la ricerca di Renato Amoruso è divaricabile in due ampi capitoli, uno legato alla leggerezza (intesa come voleva Italo Calvino), e un altro legato alla materialità cromatica. (…) Si tratta di una vita di lavoro, in cui il nostro autore è rimasto straniero in patria, ma non straniero al suo stesso tempo, nel quale è possibile trovare la verità del proprio sé: una verità appunto che si può cogliere soltanto in esilio, da una extraterritorialità di ricerca, da cui si può leggere la costellazione chiave della modernità”.

Amoruso è nato artista. Le sue opere vivono nei colori che guardano la Natura e si rispecchiano nei suoi sogni. Sono lavori liberi da ogni titolazione che, oltrepassando ogni segno pittorico, parlano di Sentimenti Umani e hanno l’obiettivo di ricordare quei valori primari insiti nell’animo umano come il rispetto dell’Uomo e della Natura.

RENATO AMORUSO. Il Colore dei Sentimenti umani

Torino, Spaziobianco (via Saluzzo 23/bis)

29 novembre 2014 - 9 gennaio 2015