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Mostre ed eventi // Pagina 96 di 218
21.01.2013 # 2856
Michele Valori - Abitare le case

Daria La Ragione // 0 comments

Michele Valori - Abitare le case

a Roma fino al 17 febbraio 2013

Grande sperimentatore di edilizia residenziale, promotore di una nuova edilizia popolare, tra gli autori del nuovo Piano Regolatore di Roma negli Anni Sessanta: è Michele Valori, uno dei protagonisti dell’architettura italiana del secondo Novecento. A questo architetto di grande rigore, urbanista illuminato e docente, il MAXXI Architettura insieme all’Associazione Michele Valori dedica la mostraAbitare le case.
Allestita a Palazzo Zenobio in occasione dell’ultima edizione della Biennale di Architettura di Venezia, la mostra arriva nelle sale del MAXXI arricchita di 35 nuovi disegni, parte dei progetti Torre Spagnola (Matera 1954) e Progetto INA Casa (Civita Castellana 1950) che vanno ad aggiungersi agli oltre quaranta tra disegni originali, fotografie, modelli, video interviste d’epoca e di testimonianze sul portato della sua opera.
Protagonista della mostra è l’Archivio Valori, donato nel 2006 dalla famiglia per le collezioni del MAXXI Architettura: un patrimonio di grande interesse di cui l’esposizione presenta una selezione di progetti e realizzazioni che documentano l’attenta ricerca dell’architetto sul tema dell’abitare nelle sue molteplici declinazioni. In mostra anche uno schermo touch screen da cui sarà possibile accedere ad altri progetti degli oltre 100 che costituiscono il patrimonio complessivo dell’Archivio Valori.
Dalle sperimentazioni di edilizia residenziale pubblica al fianco di architetti come Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, per la ricostruzione dopo il conflitto mondiale, fino alla travagliata definizione del nuovo piano regolatore di Roma (1955 – 1962), la mostra evidenzia la passione civile, il rigore metodologico e la qualità professionale dei progetti di Michele Valori sul tema dell’abitare.


21.01.2013 # 2860
Michele Valori - Abitare le case

Daria La Ragione // 0 comments

GUY BOURDIN - A MESSAGE FOR YOU

a Firenze fino al 10 marzo 2013

Guy Bourdin è considerato uno degli autori più interessanti del panorama artistico e fotografico del XX secolo: un artista con una percezione dell’arte, della moda, della pubblicità e della vita, unica nel suo genere, caratterizzata da una costante ricerca della perfezione.
Alla fine degli anni ’70 con i suoi scatti Bourdin è stato il promotore e fautore di un radicale cambiamento nell’ambito della fotografia di moda e della creazione per immagini. Nella sua carriera ha lavorato per Vogue e Harper’s Bazaar firmando molte collaborazioni e campagne importanti come quelle per Charles Jourdan, Versace, Gianfranco Ferrè, Ungaro, Lancetti e Roland Pierre. E proprio quaranta anni fa, nel 1972, pubblicava il suo primo servizio fotografico per Vogue Italia.
Ispirato dal suo mentore Man Ray, dal fotografo Edward Weston e dai pittori surrealisti René Magritte e Balthus, Bourdin ha trascorso gli anni della sua formazione nella Francia reazionaria del dopo guerra, culturalmente intrisa di taboo e censure. Influenzato dalla libertà di espressione tipica del movimento surrealista, e con un certo gusto per la provocazione e la stilizzazione, ha esplorato con grande passione il concetto di desiderio come espressione autentica dell’essere, proponendo nelle sue fotografie ricostruzioni sceniche ambigue, narrazioni suggestive e un'estetica dirompente. La ricerca della bellezza, il tema della vita e della morte, e la sessualità, da lui considerati momenti chiave di ogni esistenza, sono aspetti che ricorrono spesso nei suoi lavori più noti. Visionario dall’immaginazione fervida nelle sue fotografie ha utilizzato spesso la metafora per indagare realtà contraddittorie esaltandone le qualità più sublimi e irrazionali. Capace di creare immagini affascinanti sotto il profilo narrativo, della composizione e dei colori, Bourdin ha esplorato la distanza fra l’assurdo e il sublime. Per quanto molte siano state le sue fonti di ispirazione il suo corpus di lavori restituisce una visione artistica unica e mai convenzionale, il suo sguardo ha rotto ogni convenzione preesistente nella fotografia commerciale e ha contribuito a rinnovare, e spesso a espandere, i limiti della fotografia di moda e dei suoi immaginari più consueti.
A distanza di anni le fotografie di Bourdin non hanno perso quella forza provocatoria che le ha viste nascere e, a quasi 18 anni dalla sua morte, la sua eredità artistica è celebrata dai musei di tutto il mondo e continua a ispirare generazioni di fotografi.

21.01.2013 # 2859
Michele Valori - Abitare le case

Daria La Ragione // 0 comments

VITRINE - HELENA HLADILOVA

a Torino fino al 24 febbraio 2013

Prosegue alla GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino la seconda edizione di Vitrine, il progetto dedicato alla giovane ricerca artistica sviluppata in Piemonte. L’edizione di quest’anno è stata affidata a Stefano Collicelli Cagol che ha selezionato cinque artiste legate in modi diversi al Piemonte, nate tra gli anni Settanta e Ottanta: Paola Anziché (1975), Helena Hladilova (1983), Sara Enrico (1979), Ludovica Carbotta (1982) e Dafne Boggeri (1975).  

Dopo il primo appuntamento con Paola Anziché, la seconda artistaselezionata è Helena Hladilova che presenta un lavoro inedito visibile alla GAM dal 16 gennaio al 24 febbraio 2013. 
Come spesso accade nel suo lavoro, Helena Hladilova reagisce al contesto istituzionale e espositivo in cui è invitata a operare. Nel caso di 270°, l’artista ha preso spunto dal tema del secondo ciclo diVitrine che invita a confrontarsi con uno spazio determinato, caratterizzato da un angolo di 90° posto nell’atrio della GAM e ha creato così una scultura mobile, pensata per essere presentata inizialmente nell’angolo e in un secondo momento in altre zone dell’atrio del museo. Eliminato il plinto, il basamento tradizionale per esporre una scultura, Helena Hladilova munisce l’opera di piccole ruote in modo da consentirle una mobilità all’interno dell’ingresso della GAM mettendo così in discussione il legame tra l’immobilità tradizionalmente riferita a una scultura e l’area espositiva a cui viene assegnata. Negando all’opera un display definitivo, Hladilova interroga il ruolo giocato dall’allestimento nella comprensione della scultura, pone l’accento sulla relazione tra artista e istituzione e propone allo spettatore una diversa esperienza dell’opera ogni qualvolta entrerà nello spazio del museo.  Attivando l’attenzione dei visitatori e giocando sulla tensione creata tra spazio destinato all’allestimento lasciato vuoto e l’iterazione dell’opera con i nuovi spazi in cui si viene a trovare, Hladilova stravolge l’abituale relazione tra spazio museale e esperienza dell’opera d’arte.  
L’opera, costruita in plastilina, è destinata a modificarsi leggermente nel tempo, a causa della pressione delle mani di chi la sposterà.


21.01.2013 # 2858
Michele Valori - Abitare le case

Daria La Ragione // 0 comments

SURPRISE. Pietro Gallina. Ombre, profili, impronte

a Torino fino al 24 febbraio

Dopo la mostra dedicata ad Ugo Nespolo, il protagonista del secondo appuntamento è Pietro Gallina (Torino, 1937), che esordì nel 1967 con una personale alla galleria La Bertesca di Genova, avendo avviato da qualche tempo una originale ricerca incentrata sulla rappresentazione di figure umane e animali. L’ombra e il profilo sono stati da lui utilizzati come metonimie della figura umana, e in queste icone bidimensionali si condensa una ricchezza di osservazioni e particolari che rendono attuale il loro abitare lo spazio espositivo. Presenze diverse – gli archetipi della madre e del bambino, alcuni ritratti (inedito quello di Aldo Passoni), un uomo specchiante, l’ombra di una giovane donna seduta (donata dall’artista alla GAM nel 1967 per il Museo di Arte Sperimentale) e quella di una scultura di Giacometti – dialogano in mostra tra loro e con i riguardanti, o riflettono e inquadrano l’ambiente che le incornicia. Dopo aver lavorato sul tema della silhouette, Gallina affrontò il paradosso dell’impronta, nella serie effimera delle Nevigrafie e, per contrasto, nell’opera in bronzo del 1970 presentata qui per la prima volta, in cui è fissata per sempre la traccia di un suo passo.  

21.01.2013 # 2857
Michele Valori - Abitare le case

Daria La Ragione // 0 comments

WUNDERKAMMER. Davide Calandra scultore.

a Torino fino al 24 febbraio

A partire dal 17 gennaio 2013, in attesa del prossimo appuntamento dedicato ad opere preziose di Giovanni Migliara, Wunderkammerdiviene lo spazio dove accogliere e valorizzare un’importante opera di Davide Calandra rientrata da un lungo periodo di restauro: si tratta del gesso L’aratro, il cui bronzo si trova alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.  

Protagonista di una delle carriere più fortunate nel panorama della scultura italiana tra Otto e Novecento, Davide Calandra (Torino 1856 – 1915) si formò all’Accademia Albertina di Torino sotto la guida di Enrico Gamba e Odoardo Tabacchi: un’educazione che sarebbe stata completata da un soggiorno a Parigi nel 1881 con il fratello Edoardo. Il suo lungo e importante impegno nel campo della scultura monumentale prese avvio da una produzione decorativa e di genere, in cui Calandra sperimentò varie possibilità espressive sulla scia della tarda Scapigliatura milanese. Una sensibilità che si intrecciò a suggestioni tardo romantiche, filtrate anche dalla narrativa, ravvisabili in opere comeCuor sulle spine (1882) o Fior di chiostro (1884) entrambe nelle collezioni della GAM. A segnare una svolta breve, ma significativa nella produzione giovanile dello scultore torinese fu l’adesione, intorno al 1888, ad un verismo legato a temi rustici e campestri di cui è principale testimonianza il gesso qui esposto, L’aratro, cui l’anno dopo si affiancherà, Attraverso i campi, conservato alla Gipsoteca di Savigliano.  

Giunto nelle collezioni del Museo nel 1922 attraverso la donazione di Giorgio Calandra, il modello in gesso descrive senza abbellimenti il procedere di un contadino che dissoda con l’aratro il terreno per prepararlo alla semina: una scelta che introduceva in scultura un soggetto che aveva salde radici nella pittura piemontese, da Antonio Fontanesi a Carlo Pittara. In quello stesso 1888 il gesso fu tradotto nel bronzo che Calandra presentò all’esposizione della Società Promotrice delle Belle Arti di Torino. Noto anche come Il primo solco, il bronzo fu nuovamente esposto a Brera nel 1891 e infine all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, dove fu acquistato per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, un lusinghiero riconoscimento che avrebbe contribuito a consolidare la carriera dello scultore torinese.  La breve stagione di questi temi agresti ha suggerito che essa abbia rappresentato per Calandra soprattutto un significativo aggiornamento in direzione antiromantica, in stretto parallelo con le scelte letterarie del fratello Edoardo. In questa prospettiva il modello conservato alla GAM rappresenta un primo, originale esito di una ricerca che sarebbe proseguita sino a condurre lo scultore a maturare una peculiare cultura eclettica capace di coniugare un colto storicismo con le eleganti cadenze fin de siècle, la cifra che avrebbe improntato la sua grande scultura celebrativa e di cui è nobile esempio Il conquistatore, posto nel giardino del Museo.  

La scultura in gesso è stata restaurata dal laboratorio Nicola Restauri ad Aramengo (AT). I modelli in gesso del braccio sinistro e della mano destra del contadino, che erano compromessi sul gesso originale, sono stati ripristinati eseguendo un calco direttamente sulla scultura bronzea conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Il gesso si presentava inoltre con una tonalità tendente al grigio a causa della polvere che si era depositata nel corso degli anni, così come un alone giallastro era stato provocato dall’ossidazione dei materiali. Tramite un’accurata pulitura eseguita agendo sotto aspirazione, è stato possibile riportarlo alla sua tonalità originaria.



18.12.2012 # 2821
Michele Valori - Abitare le case

Daria La Ragione // 0 comments

Oltre il muro

a Rivoli fino al 31 dicembre 2012

Il Museo: i muri, pareti e quinte, segni del sogno incompiuto di Vittorio Amedeo II e del suo architetto, sono spesso testimonianze esorcizzate – degradate dal tempo e dalla storia – di altri artisti che nelle sale del Castello lavorarono al tempo della Residenza storica e che ora offrono la sfida agli artisti contemporanei per un confronto con se stessi, con la propria capacità e volontà di attraversare le barriere, fisicamente, concettualmente e politicamente, mettendosi in gioco per superare – profeticamente – la logica della distanza e della separazione. Nell’interpretazione dell’arte i muri nati come separazione si ritrovano ad essere elementi per estreme comunicazioni, luoghi ed epifanie di situazioni dolorose di convivenza, di scontro o di oppressione, di speranza o d’inquietudine. I blocchi e le pareti possono essere mentali, fisici, culturali o economici. Oltre il muro, tramite i propri percorsi che si intersecano dialogando, propone non solo una rilettura della collezione ma anche dello stesso ruolo del Museo nella civiltà contemporanea. Una sorta di gioco ribalterà i ruoli di curatore e visitatore, portando quest’ultimo a cercare la chiave per stabilire un discorso tra le opere e il concetto di limite, confine, luogo e memoria.

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