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Mostre ed eventi // Pagina 59 di 220
24.03.2014 # 3544
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

Daria La Ragione // 0 comments

NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

a Lecco fino al 13 luglio 2014

L’esposizione, che celebra i 30 anni della Galleria Bellinzona, presenta i capolavori grafici del genio catalano, dal periodo blu al dopoguerra.

Il Palazzo delle Paure di Lecco (piazza XX settembre 22) ospita dal 23 marzo al 13 luglio 2014 la mostra Nel segno di Picasso, che presenta 100 incisioni del genio catalano per celebrare i trent’anni di attività della Galleria Bellinzona.

La rassegna, promossa dal Comune di Lecco, col patrocinio della Regione Lombardia, propone una serie di capolavori grafici di Pablo Picasso in grado di rivelare la sua evoluzione stilistica, dal cosiddetto periodo blu al dopoguerra.

“Per tre decenni la galleria di Oreste Bellinzona - afferma Michele Tavola, Assessore alla Cultura del Comune di Lecco -, nelle sedi di Lecco, Milano e, per un certo periodo, anche di Como, ha dato molto all’arte e ha contribuito alla crescita culturale del territorio, con grande competenza e, soprattutto, con sorprendente originalità. Per questa ragione il Comune di Lecco ha ritenuto doveroso dare vita alla collaborazione che ha portato a realizzare l’importante iniziativa culturale”.

Il percorso espositivo si apre con i Saltimbanchi, realizzati tra il 1904 e il 1906, a cavallo tra i periodi blu e rosa che racchiudono in maniera esemplare l’immaginario figurativo del giovane Picasso. È questa una delle serie più importanti e formalmente più eccelse della storia della grafica, tra cui spicca l’acquaforte su zinco Le repas frugal, uno dei massimi vertici di Picasso che raffigura un uomo e una donna seduti a tavola, avvolti in un’atmosfera grigia e irrequieta e che rispecchia il momento di vita disagiata che Picasso stava attraversando.

Quindi, si passa a Sogno e menzogna di Franco (Sueño y Mentira de Franco), incisioni contemporanee a Guernica, che riflettono il periodo tragico della guerra civile spagnola, in cui l’esercito repubblicano si contrapponeva alle milizie fasciste di Francisco Franco, che Picasso ritrasse come un mostro ripugnante impegnato nelle azioni più disdicevoli.

La rassegna lecchese, inoltre, metterà a confronto i fogli creati per illustrare le poesie di Luis de Góngora, poeta del siglo de oro spagnolo, con quelli realizzati per la Carmen di Prosper Mérimée.
Il “Gongora” e la Carmen, i due libri illustrati dal maestro catalano con opere grafiche originali, apparsi tra il 1948 e il 1949, difficilmente sembrano riconducibili alla mano dello stesso artista: barocche, materiche e di gusto fortemente pittorico le prime, essenziali, geometriche, quasi astratte le seconde. Il confronto tra i due volumi dimostra con evidenza la libertà mentale e artistica di Picasso, il suo eclettismo e la sua tecnica inarrivabile.

La mostra si concluderà idealmente con la Celestina, la serie di sessantasei lastre, incise all’acquaforte e all’acquatinta apparsa nel 1971, anno in cui Picasso compì novant’anni. In questo caso, Picasso illustra il testo della Tragicomedia de Calisto y Melibea, meglio nota come La Celestina, capolavoro della letteratura spagnola, scritto da Fernando de Rojas nel 1499, concentrandosi sulla figura della mezzana Celestina, sulle sue macchinazioni diaboliche e sui consessi amorosi, con una particolare attenzione, al limite dell’ossessione, per i nudi femminili.

24.03.2014 # 3545
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

Daria La Ragione // 0 comments

FRANCA GHITTI. Ultima cena

a Milano fino al 19 luglio 2014

L’opera, ritenuta da alcuni il capolavoro dell’artista bresciana, presenta un dipinto a olio di grandi dimensioni realizzato nei primi anni sessanta, e ripreso tra il 2010 e 2011 per creare una installazione dove, in un ordine geometricamente calcolato, elementi e materiali diversi danno vita a un austero rito conviviale fortemente segnato dal presagio e i simboli della passione.

Dal 20 marzo al 19 luglio 2014, Galleria d'Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici a Milano, ospita l’Ultima cena (1963-2011) di Franca Ghitti.
Ritenuta da alcuni il capolavoro dell’artista bresciana, l’Ultima cena, opera di grande impegno e profondo significato, ripropone in una sintesi di intensa suggestione, aspetti e momenti diversi della sua produzione, e li riformula in una prospettiva di assoluta novità.
Il lavoro è composto da un dipinto a olio di grandi dimensioni, che Franca Ghitti aveva realizzato nei primi anni sessanta, e su cui era tornata tra il 2010 e il 2011, creando tre installazioni, diverse per ciascuna sede espositiva: la chiesetta di San Gottardo a Erbanno (BS) (2010), l’Antiquum Oratorium Passionis di Sant’Ambrogio a Milano (2011) e il Museo Diocesano di Brescia (2011).
Per dare forma a uno austero rito conviviale, Franca Ghitti raccoglie e organizza, in un ordine geometricamente calcolato, elementi e materiali diversi, come scarti della lavorazione del ferro, la rete metallica, frammenti di carbone, coppelle in ferro contenenti granaglie varie, pagine e libri chiodati, sbarre, lance, ritagli e polvere di ferro, che segnalano drammaticamente il presagio e i simboli della passione.
Una serie di pani rotondi, posati ai piedi dell’altare o tra le sbarre di ferro che sostengono il dipinto, le 12 posate dei convitati perfettamente allineate, a fronte dell’immagine effigiata 50 anni prima, sono tutte presenze evocative e modi che a distanza di millenni ricostruiscono un evento che appartiene profondamente alla nostra cultura.
Come ha scritto John Freccero, uno dei massimi intellettuali americani,“L’universalità dell’opera della Ghitti è tale da permettere a ciascuno di noi di leggere in essa la nostra storia; la sua Ultima Cena, non celebra solo un rito di addio, ma è anche capace di evocare simbolicamente la riunione di corpo e anima, dell’umano e divino”.
La mostra è organizzata dalla Galleria d'arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici di Milano in collaborazione con la Fondazione “Archivio Franca Ghitti”, col contributo di Forni Industriali Bendotti e di Fope gioielli, e sarà inaugurata giovedì 20 marzo 2014, alle ore 18.00, da Angela Bonomi Castelli, Paolo Biscottini, Cecilia De Carli, Pietro Petraroia, Elena Pontiggia.

23.03.2014 # 3507
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

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Close-up

a Venezia fino al 23 marzo 2014

“Close-up”, antologica delle opere di Fabrizio Campanella, ricorda come nell'arte contemporanea i nuovi linguaggi siano spesso memori dei “codici semantici delle avanguardie storiche”, come scrive il curatore Gianluca Marziani, metabolizzati dal tempo e dalla sensibilità di ogni artista.

Scrive ancora Gianluca Marziani: “Plasmare l’archetipo mi sembra la giusta chiave per connettere le opere di Campanella. Ogni quadro detiene, infatti, una matrice storica (….). L’archetipo plasmabile implica, di fatto, un costante camminare sul confine tra figura e astrattismi. Campanella ci sta dicendo che non esiste astrazione pura, impossibile astrarsi da qualcuno/qualcosa senza portarsi appresso le tracce, i codici genetici e le memorie che ogni forma esistente trattiene con sé”.

L’antologica delle opere di Campanella illustra oltre vent’anni di ricerca, in cui la sua pittura ha dimostrato resistenza e curiosità, plasmando il proprio potenziale tecnologico, le innate contaminazioni, la rigenerazione endogena.

26.02.2014 # 3506
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

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DALLE DOLOMITI A VENEZIA (E VICEVERSA)

a Venezia fino al 23 marzo 2014

“Dalle Dolomiti a Venezia (e viceversa). Migrazioni d’autore” nasce da una riflessione sul fil rouge che unisce Venezia alle sue Alpi, sul rapporto fra memoria, legame con la propria terra e arte, sui legami degli abitanti del Bellunese con “la pietra, il legno e l’acqua, i tre principali elementi alchemici delle Dolomiti (che) diventano anche i fattori determinanti della loro storia”, come scrive la curatrice Roberta Semeraro.

Migrazioni intellettuali sono stati gli spostamenti di quelle genti che, per proseguire gli studi o esercitare le professioni, abbandonavano le montagne portandone il ricordo con sé. In mostra si potranno ammirare quindi sculture di Augusto Murer, nativo di quei luoghi, che ha sempre ricordato la breve ma fondamentale collaborazione con Arturo Martini avvenuta proprio a Venezia, e di suo figlio Franco Murer, che studiò presso l’Accademia delle Arti di Venezia. Accanto, le opere di Dino Buzzati: originario di Belluno e stabilitosi a Milano, quando ebbe l’occasione di rappresentare piazza Duomo, dipinse la monumentale chiesa gotica sotto le spoglie di una cattedrale di roccia dolomitica e la piazza stessa come una verde valle.

Migrazioni si possono definire anche i percorsi degli artisti che s’incamminano sui sentieri della conoscenza, mantenendo vivo il ricordo delle loro origini. Franco

Fiabane, confrontandosi con le più moderne tendenze plastiche, ha preservato quel rapporto esclusivo con la pietra e con il legno de i suoi boschi, con le sue montagne e

la grande tradizione dell’artigianato; Isabella Bona, Barbara Taboni, Raul Rabattin e Giacomo Roccon, che rappresentano l’ultima generazione di artisti che vivono nelle Dolomiti, perseguono le loro intime ricerche artistiche nel silenzio delle montagne: per loro, figli dell’era tecnologica e digitale, lo spostamento fisico non è

più indispensabile per raggiungere altri luoghi del sapere.

Altre presenze in mostra evocano i forti legami con la memoria del territorio, dal lavoro dei fotografi del Collettivo Thema (Annamaria Belloni, Daniele Cinciripini, Marco Rigamonti) agli oggetti presentati dal Museo della Pietra e degli Scalpellini di Castellavazzo e dal Museo degli Zattieri del Piave di Codissago.

La mostra è promossa da Fondazione Vajont, con la partecipazione del Museo Etnografico degli Zattieri del Piave e del Museo della Pietra e degli Scalpellini e il patrocinio di Regione del Veneto e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Provincia di Belluno e Provincia di Pordenone, Comune di Erto e Casso, Comune di Longarone, Comune di Vajont.

26.02.2014 # 3505
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

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LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

a Bologna fino al 25 maggio 2014

La ragazza con l’orecchino di perla, con la Gioconda di Leonardo e L’urlo di Munch, è unanimemente riconosciuta come una delle tre opere d’arte più note, amate e riprodotte al mondo.

Per un pugno di settimane, ed esattamente dall’8 febbraio al 25 maggio 2014, il capolavoro di Vermeer sarà in Italia, a Bologna, accolta con tutti gli onori del caso a Palazzo Fava.

Sarà la star indiscussa di una raffinatissima mostra sulla Golden Age della pittura olandese, curata da Marco Goldin e tra gli altri da Emilie Gordenker, direttrice del Mauritshuis Museum de L’Aja dove il capolavoro di Vermeer è conservato. L’occasione storica di ammirare in Italia e gli altri celeberrimi dipinti olandesi nasce dalla collaborazione tra Fondazione Carisbo, e per essa il suo presidente professor Fabio Roversi-Monaco, e Marco Goldin, storico dell’arte e amministratore unico di Linea d’ombra.

La ragazza con l’orecchino di perla evoca bellezza e mistero e il suo volto da cinque secoli continua a stregare coloro che hanno l’emozione di poterlo ammirare dal vero o scoprirlo attraverso i romanzi e il film di cui la bellissima ragazza dal copricapo color del cielo è diventata, forse suo malgrado, protagonista.

Il suo arrivo in Italia è il frutto straordinario di una trattativa durata un paio di anni, a partire dal momento in cui il Mauritshuis – scrigno di opere somme da Vermeer fino a Rembrandt – è stato chiuso per importanti lavori di restauro e ampliamento, che ne vedranno la riapertura al principio dell’estate 2014.

Nel frattempo, una parte delle collezioni del Museo è stato riallestita presso il Gemeentemuseum, sempre a L’Aja, mentre un nucleo, forse il più strepitoso, è stato concesso ad alcune sedi internazionali in Giappone (a Tokyo e Kobe) e negli Stati Uniti: il Fine Arts Museum di San Francisco, l’High Museum of Art di Atlanta e la Frick Collection di New York, ovvero a istituzioni di assoluto prestigio mondiale. Come unica sede europea, e ultima prima del definitivo ritorno de La ragazza con l’orecchino di perla al suo Museo rinnovato, la scelta è caduta su Bologna e su Palazzo Fava.


26.02.2014 # 3504
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra

Daria La Ragione // 0 comments

Basic Zone

a Napoli fino al 16 aprile 2014

Casamadre inaugura con BASIC ZONE una serie di mostre di artisti internazionali della generazione μετά-internet. Il progetto espositivo, curato da Alessandro Bava, prova a definire i nuovi basics dellʼesistenza contemporanea dal punto di vista del lifestyle urbano per porre in questione l'ossessione per la diversità, l'eccezionalità, lʼunicità e lʼindividualismo, riflettendo una preoccupazione urgente per i commons, i nuovi minimi denominatori della quotidianità contemporanea, verso la definizione di una mediocrità radicale. Il titolo della mostra è una citazione da Rihanna. BASIC ZONE inizia ad esplorare questi #problems attraverso le opere di quattro artisti:

Juliette Bonneviot (Francia, 1983), Dena Yago (Stati Uniti, 1987), Ilja Karilampi (Svezia, 1983) e Marlie Mul (Olanda, 1980). Guest star Benedette Corporation. Juliette Bonneviot partecipa con una nuova serie di sculture in plastica riciclata che sono a metà strada tra busti di divinità classiche delle vere casalinghe di Beverly Hills e ritratti della Jeune Fille descritta da Tiqqun. La sua ricerca esplora i nuovi archetipi e le preoccupazioni della casalinga contemporanea, ad esempio l'ossessione per il riciclo totale che riflette un' ansia quotidiana per la fine del mondo. Dena Yago racconta frammenti della sua vita quotidiana attraverso una serie di fotografie stampate su vinile (una tecnica ordinaria per la stampa di banners pubblicitari), di viste della città dove vive, New York. Ma è una New York irriconoscibile e intima, lontana dai cliches imposti dal suo branding pervasivo, narrata con realismo e poesia. E' il luogo del lavoro continuo e l'esempio globale di come la morfologia di una città influenzi il tipo di lifestyle dei suoi abitanti: in questo caso la competizione e la necessità di continua innovazione, da un punto di vista personale e produttivo. Ilja Karilampi realizza un grande murale che assomiglia ai graffiti che si vedono ovunque nelle metropoli, ma sono in realtà realizzati con la tecnica dell'affresco. Questo tipo di approccio tenta di rivelare i meccanismi profondi dietro linguaggi e modi di espressione urbani, che diventano banali perché condivisi e rilevanti per tutti. Tecniche artistiche e materiali primitivi servono a rielaborare la propria biografia ed esplorare la relazione tra le avanguardie della cultura pop e il loro impatto sociale e storico. Marlie Mul è una scultrice ma partecipa a Basic Zone con un opera sonora. Quest'opera è in linea con la sua produzione "tridimensionale", è verista ma più reale del reale; come le sue riproduzioni in resina di pozzanghere, l'opera sonora riproduce un suono banale della vita quotidiana astraendolo fino a caricarlo di un significato politico. Bernadette Corporation già dagli anni novanta hanno anticipato un'attitudine e un modo di intendere l'arte che poi diventerà imprescindibile per la generazione post-internet. La scultura in mostra fa parte di una serie più ampia di sculture che indagano gli spazi in cui l'individuo metropolitano si prende cura di se stesso a volte anche andando in crisi. La galleria, la rete internet e il bagno sono spazi dove il soggetto lavora sulla propria immagine, dove la gioia metafisica e l'orrore dell' assenza ci parla dalle superfici funzionali dello specchio e dello schermo. La scultura consiste in tre rubinetti "di design" su cui sono incisi commenti alle foto nude di Rihanna pubblicate online qualche anno fa, come riflessione sulla ricezione e consumazione del corpo nello spazio mediatico.

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