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Mostre ed eventi // Pagina 54 di 220
25.04.2014 # 3607
VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

Daria La Ragione // 0 comments

VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

a Milano fino al 10 maggio 2014

Nel cuore di Milano, lungo la quinta architettonica ottocentesca di via Manzoni, s’inaugurano le Gallerie Maspes, il nuovo spazio espositivo dedicato all’arte del XIX secolo, diretto da Francesco Luigi Maspes.

Sarà affidato a Giuseppe Pellizza da Volpedo il compito di celebrarne l’apertura: dall’11 aprile al 10 maggio 2014, verrà infatti presentato Vecchio Mulino, uno dei capolavori del maestro piemontese, realizzato nel 1903.

La mostra, col patrocinio dell’Associazione Pellizza da Volpedo Onlus e del Comune di Volpedo, offrirà al pubblico l’occasione di ammirare una delle rare opere divisioniste dell’artista piemontese, rimasta per molti anni gelosamente custodita nella medesima collezione privata ed proposta per l’ultima volta al pubblico milanese nel 1970, in occasione della rassegna dedicata al Divisionismo allestita nel Palazzo della Permanente a Milano.
La grande rilevanza di questo capolavoro nel panorama artistico italiano ed europeo a cavallo tra ‘800 e ‘900 ha fatto sì che venisse selezionato per prendere parte, nel 1983-1984, all’esposizione dedicata alla pittura occidentale del XIX secolo organizzata in Giappone e, nel 1990, a quella sul Divisionismo italiano, a Palazzo delle Albere di Trento.

Sulla tela sono ritratte le forme del grande mulino, situato nel centro di Volpedo, e delle case adiacenti, con una lunga ombra che marca la profondità della strada.
Al divisionismo applicato rigorosamente sullo sfondo fa riscontro un più libero modo di trattare il primo piano con tonalità cromatiche ocra-rosate e con stesura più mossa e libera di marca impressionista.

Il Vecchio Mulino è stato recentemente sottoposto ad approfondite analisi diagnostiche e a un attento intervento di restauro, che ha riportato alla luce le originali e straordinarie cromie usate da Pellizza, riscoprendo così anche la minuziosa tecnica che ha permesso la complessa realizzazione della tela.

Verranno inoltre esposti i risultati e le immagini della relazione scientifica condotta da Gianluca Poldi, già autore di studi diagnostici sul celebre Quarto Stato, oggi al Museo del Novecento di Milano.


25.04.2014 # 3611
VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

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Xing Danwen | UTOPIA

a Milano fino al 28 giugno 2014

Dal 24 aprile al 28 giugno 2014, Officine dell’Immagine di Milano ospita la prima personale italiana di Xing Danwen (Xi’An, 1967), autorevole e apprezzata voce dell’arte contemporanea cinese. Curata da Silvia Cirelli, la mostra raccoglie una selezione delle opere più significative di questa grande interprete, omaggiando una carriera che abbraccia oltre venticinque anni di attività.

Artista poliedrica e con una singolare impronta espressiva, Xing Danwen negli anni è riuscita a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare un’abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, ripercorrendo importanti passaggi della storia contemporanea cinese. Xing Danwen appartiene, infatti, alla generazione dei nati negli anni Sessanta, uno dei periodi più complessi e difficili della Cina odierna, caratterizzati dalla famosa Rivoluzione Culturale del ‘66, o, appena qualche decennio più tardi, dalla sanguinosa repressione delle manifestazioni studentesche che culminarono nella rivolta di Piazza Tian’anmen del 1989.
Oltre a rappresentare un delicato passaggio storico e soprattutto sociale, gli anni ’80 e ’90 segnarono la nascita dell’avanguardia artistica cinese, un movimento che trasformò radicalmente la scena artistica locale portando l’arte contemporanea cinese al riconoscimento che ha tuttora. E fra i grandi protagonisti del vivace fermento di quegli anni, spicca sicuramente Xing Danwen.

La mostra milanese, dal titolo UTOPIA, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica che l’ha resa un’artista affermata ormai da diversi anni sia a livello nazionale che internazionale. Le sue opere fanno, infatti, parte delle più grandi collezioni museali, come il Metropolitan Museum of Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi o il Victoria and Albert Museum di Londra, solo per citarne alcune. Questa sua prima personale italiana offre la possibilità di conoscere da vicino il suo percorso artistico, “un viaggio privato ma anche collettivo”, come lei stessa lo definisce, che racconta le contraddizioni di una delle più complesse realtà sociali odierne, quella cinese.

Apre la mostra, la famosa serie Urban Fiction, un progetto in progress iniziato da Xing Danwen nel 2004, che indaga gli echi dello sfrenato sviluppo urbano degli ultimi anni e le sue implicazioni nella vita sociale cinese. Quelle che al primo sguardo sembrano idilliache ambientazioni da favola, nascondono invece scenari contemporanei dove domina la solitudine, la violenza, la lussuria. Si vive nell’utopia di una perfezione che ingannevolmente prova a celare un profondo senso d’isolamento.
L’artista torna sul sociale anche con la serie fotografica disCONNEXION, del 2002-2003, realizzata in una delle più grandi discariche elettroniche della Cina, nel Guangdong. Al centro vi sono le tragiche conseguenze di uno sviluppo urbano disorganizzato e insalubre. L’esposizione prosegue poi con il video Sleep Walking del 2001 e il trittico Born with Cultural Revolution, del 1995, entrambi ispirati al tema della memoria, dell’identità culturale e dell’evocazione mutevole del tempo. Chiude il percorso, l’ultimo recente lavoro di Xing Danwen, I can’t feel what I feel, del 2012, una video-documentazione che riprende una toccante performance in cui è la stessa artista la protagonista della scena.


25.04.2014 # 3610
VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

Daria La Ragione // 0 comments

ANDY WARHOL. VETRINE

a Napoli fino al 20 luglio 2014

La rassegna raccoglie 180 opere e rivolge particolare attenzione al rapporto che legava Andy Warhol a Napoli, nato a metà degli anni 70 grazie all’amicizia con il gallerista Lucio Amelio e alla volontà di Mario Franco. Il percorso espositivo si snoda, infatti, attraverso i ritratti dei personaggi noti della città, che l’artista ebbe modo di conoscere durante le sue visite in Italia, quali Graziella Lonardi Buontempo, Ernesto Esposito, Peppino di Bernardo, Salvatore Pica, e naturalmente Joseph Beuys, oltre alle vedute partenopee delle sue Napoliroid. Proprio all’amicizia con Lucio Amelio si deve la nascita del suo più noto e monumentale headline work, Fate presto, basato sulla prima pagina del Mattino del 23 novembre 1980, il cui strillo trasformava in notizia l’evento drammatico del terremoto d’Irpinia, che per la sua distruttiva violenza impressionò l’artista. Tanto da ispiragli, qualche anno più tardi, una nuova serie di lavori, Vesuvius, in cui l’immagine del vulcano, uno dei temi classici dell’iconografia locale, viene replicata ossessivamente in colori diversi. «Per me l’eruzione – spiegò infatti Andy Warhol - è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario ed anche un grande pezzo di scultura… Il Vesuvio per me è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale». Adombrando fenomeni caratteristici di Napoli come i “femminielli”, la produzione dei falsi o la tradizione canora, la mostra propone la serie Ladies and Gentlemen del 1975 (con relativi acetati e polaroid) e i disegni realizzati dall’artista a partire dalle fotografie di Wilhelm von Gloeden (1978) acquistate da Lucio Amelio; la storica serie Marilyn del 1967 e quella firmata nel 1985 da Warhol con la scritta «questa non è mia» (Marilyn this is not by me); le numerose collaborazioni avute dall’artista con case discografiche, cantanti e gruppi musicali, firmando cover assolutamente rare già alla fine degli anni degli anni 40 e altre presto entrate nella storia del rock.

Il titolo della mostra, Vetrine, nasce dall’idea di inserire al suo interno quattro spazi omonimi, che raccolgono il dialogo mai interrotto da Warhol con il mondo commerciale delle case discografiche, dei negozi del lusso di Madison Avenue, della grande distribuzione dei supermercati, del merchandising turistico o culturale, tanto che la serie Golden Shoes, realizzata a metà degli anni 50 – quando Warhol lavorava con successo come grafico pubblicitario e vetrinista – , accompagnò il suo passaggio da artista alla portata di tutti a nome dello star system. Da qui la presenza di “sezioni vetrina” con le serigrafie delle Campbell’s soup, le “scatole-scultura” e le t-shirt realizzate dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts in sintonia con la volontà dell’artista, che aveva inseguito il suo sogno di popolarità attraverso la moltiplicazione seriale delle proprie opere, in un’inedita competizione con le tecniche di produzione industriale e le regole della grande distribuzione.

Seguendo la liaison imaginaire tra Napoli e New York cercata a suo tempo da Amelio, l’esposizione rintraccia i nodi di una sotterranea empatia tra l’underground promiscuo e multirazziale, bello e dannato della metropoli statunitense e la magmatica creatività popolare della capitale storica del Mediterraneo. Un territorio sempre in bilico tra morte e rinascita, dramma e commedia, ricchezze artistico-culturali e paccottiglia kitsch, che ancora una volta si manifesta quale sipario strappato sulla scena interiore della contemporaneità.


25.04.2014 # 3609
VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

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WHAT IS IT LIKE? Hans Knapp

a Merano fino al 18 maggio 2014

Dal 12 aprile al 18 maggio, Merano Arte ospita la personale di Hans Knapp (Bressanone, BZ, 1945), dal titolo What is it like?, che presenta disegni, bozzetti e collage realizzati dall'artista altoatesino nel corso di tutta una vita.

L’iniziativa avrà un ulteriore approfondimento, dall’11 aprile al 31 maggio 2014, al Museo Diocesano di Bressanone, dove si proporrà una selezione di lavori fotografici, oggetti e installazioni.

La cifra caratteristica del lavoro di Knapp risiede nella pratica quotidiana, continua e ossessiva del disegno e dei collage. Per Knapp, il disegnare significa liberare la psiche da antiche e nuove paure, ricordi, desideri. Dopo aver disegnato una moltitudine di piccoli o grandi lavori e aver riempito pagine e pagine di fitti disegni in cui appaiono forme ricorrenti, segni che si succedono, figure umane, l'artista le assembla in un unico grande foglio secondo una logica particolare, che non simula mai una storia vera e propria perché non vogliono limitarsi a diventare un solo racconto, bensì tanti racconti possibili. Nelle sue opere giocano un ruolo rilevante le architetture, ma anche i ricordi e le sensazioni che l’artista porta con sé sin dall’infanzia perché la sua arte è in effetti una sorta di diario inconscio scritto giorno per giorno.
I disegni di Knapp, montati su grandi fogli bianchi in forma di collage, mostrano nella loro organizzazione anche aspetti interessanti che rimandano al vuoto, al silenzio. L’alternarsi di vuoto/pieno dà la possibilità allo spettatore di immaginare, di riempire il vuoto con qualcosa che appartiene a lui e non all’artista.
I collage assumono un valore e un'importanza particolare nel suo lavoro, in quanto sono realizzati non con stampe o immagini trovate, come avviene solitamente, bensì con soggetti tratti da disegni da egli stesso precedentemente realizzati. Tecnica profondamente legata a una prassi meticolosa e riflessiva, il collage permette una forma di dislocazione artistica nel tempo e nello spazio. Più che alla versione fotografica del collage, quella detta del cut-up, l’orientamento creativo di Knapp è soprattutto riconducibile alla versione dei papiers collés di Picasso e Braque. I collage di Hans Knapp non raccontano nulla della realtà, non criticano e non si appellano ad alcunché di esterno, la loro funzione è rinnovata perché rimane pressoché privata, tutta legata al momento espressivo intimo e immaginifico del disegno. Le opere sono intrise di un vissuto visionario che appartiene solo e soltanto all’interiorità dell’artista, alla sua ossessione. Ad innestarsi è un dialogo interno, una riflessione sul fare artistico e sul disegno visto come espressione primaria che accompagna l’artista da tutta una vita.

Il titolo generale della mostra, "What is it like?" richiama in senso significativo il titolo di un articolo del filosofo americano Thomas Nagel pubblicato nel 1974 sulla rivista "Philosophical Review": "What Is it Like to Be a Bat?" (Cosa si prova ad essere un pipistrello?). In questo testo, uno dei più influenti scritti di filosofia della mente degli anni Settanta, Nagel sostiene l'irriducibilità della coscienza all'attività cerebrale. S'interroga rispetto al fatto se l'esperienza cosciente (“quel che si prova a essere un pipistrello”) coincida effettivamente con la coscienza (“quel che si prova a essere una coscienza che sente, che prova qualcosa”).

25.04.2014 # 3608
VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

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TULLIO PERICOLI

a Torino fino al 14 giugno 2014

Tullio Pericoli a Torino con nuovissimi ritratti mai esposti prima. Il noto ritrattista italiano, conosciuto in tutto il mondo per aver saputo trasmettere con il suo segno elegante e ironico le personalità di autori come Ernest Hemingway, Franz Kafka, Virginia Woolf e Pier Paolo Pasolini, è allo Spazio Don Chisciotte della Fondazione Bottari Lattes (via della Rocca 37- Torino) da venerdì 11 aprile a sabato 14 giugno 2014 con i suoi più recenti lavori, visibili per la prima volta al grande pubblico.

In mostra per “Ritratti” una ventina di acquerelli e olii, realizzati dal 2007 a oggi. Volti, caratteri e anime di protagonisti della letteratura studiati, approfonditi e interpretati dall’occhio e dal pennello di Pericoli. Tra questi: Samuel Beckett, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Franz Kafka e Italo Calvino. Ma anche figure di primo piano nell'editoria come Carlo Caracciolo. Dodici i quadri realizzati appositamente per l’appuntamento torinese.

«Come tutti i grandi ritrattisti - commentava Umberto Eco nel 1990 - Pericoli punta all'anima, sia quando c'è, sia quando non c'è, e spesso, col ritrarre un volto, di fatto ritrae un pensiero, una visione del mondo, uno stile poetico o narrativo».


15.04.2014 # 3599
VECCHIO MULINO DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

Daria La Ragione // 0 comments

MAMUTHONES |ISSOHADORES

a Torino fino al 22 aprile 2014

Il collettivo indipendente Superbudda, con l’esposizione Mamuthones | Issohadores, si propone non come come galleria d’arte, ma come puro spazio espositivo e luogo di visioni per cinque giovani artisti. Un progetto nato essenzialmente dal desiderio di condivisione del proprio immaginario, in uno spazio sospeso tra  visione urbana pubblica e luogo privato.

Il progetto espositivo Mamuthones | Issohadores trae ispirazione dalle omonime e misteriose figure della tradizione sarda. Figure antropomorfe e primitive che trovano rappresentazione in maschere lignee bianche e nere, legate a riti dionisiaci figuranti la lotta tra Uomo e Natura e identificative del consueto succedersi delle stagioni.

Mamuthones e Issohadores sono figure distinte per significato e forma, che si uniscono nella realizzazione di un’unica danza, una coreografia in cui convergono elementi eterogenei. La distinzione cromatica e l’iconicità di questi simboli ci rimanda all’estetica privilegiata da cinque artisti, i quali dalla complessità della realizzazione artistica nello spazio urbano si spostano in uno spazio interno attraverso la semplificazione di forma e contenuto.

I fluidi astrattismi di 108, le bizzarre creature di DEM e le grafiche ipnotiche di Martina Merlini, le oniriche ambientazioni di UfoCinque e le visioni immaginifiche di Werther, si incontrano in un luogo e in un tempo il cui comune denominatore è la scelta del bianco e nero. Cinque artisti, anagraficamente vicini, reinterpretano lo studio della forma attraverso segni grafici nati da un’estetica debitrice del multiforme mondo della street-art. Così come Mamuthones e Issohadores rappresentano una dicotomia complementare nelle sue radici, i cinque artisti in mostra manifestano non solo un punto di partenza comune ma, anche, elementi convergenti attraverso tracce, forme e progettualità divergenti.


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