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Mostre ed eventi // Pagina 56 di 223
25.04.2014 # 3613
Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

Daria La Ragione // 0 comments

Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

a Riva del Garda fino al 20 luglio 2014

In collaborazione con Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Con la mostra dedicata al pittore Aldo Schmid, il Museo Alto Garda prosegue il suo progetto pluriennale dal titolo In Pinacoteca. Finestre sul contemporaneo, iniziato nel 2013 con la personale di Claudio Olivieri Il colore disvelato, nell'ambito del quale il MAG intende offrire un ciclo di approfondimenti e aggiornamenti sul linguaggio contemporaneo, a partire dagli anni Settanta del Novecento. Da luogo di conservazione di carattere storico-artistico, la Pinacoteca apre dunque le sue finestre su una selezione di progetti espositivi che permettano di documentare il più recente linguaggio figurativo.

La ricerca pittorica dell’artista trentino Aldo Schmid (1935-1978) rappresenta una delle esperienze più compiute e coerenti, all’interno del panorama culturale territoriale, dedicata squisitamente all’indagine sulle potenzialità espressive del colore.
Schmid aveva iniziato a occuparsi del problema del colore come elemento fondante della sua poetica nel 1964, affidando la sua instancabile ricerca teorica - che lo avvicina alle esperienze dello svizzero Itten - a una serie di manoscritti, pubblicazioni nonché ad alcuni fondamentali cicli pittorici.
Nell’evolversi della sua ricerca, Schmid approfondisce la complessa fenomenologia delle opposizioni e delle simultaneità cromatiche tramite comparazioni percettive, seguendo pratiche metodologiche rigorosamente verificabili e studiate sul piano teorico. Nel 1977, insieme ad altri artisti trentini, dà vita al Movimento di Astrazione Oggettiva. Non ci è dato sapere quali esiti avrebbe raggiunto la sua pittura poiché, come è noto, Schmid muore il 15 aprile 1978, vittima di un incidente ferroviario avvenuto sulla linea Bologna-Firenze, a Monzuno.
Questa mostra vuole essere un omaggio alla sua arte condotta con rigore e dedizione nell’alveo della pittura pura.


09.05.2014 # 3634
Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

Daria La Ragione // 0 comments

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta

a Milano fino al 28 giugno 2014

L’esposizione propone una delle opere più importanti dell’artista reggiano: ‘Gabbia d’acqua’, presentata alla Biennale di Venezia del 1972, oltre all’installazione ‘Crazy pool’ e a una serie di lavori su carta realizzata nel decennio decisivo della sua evoluzione creativa.

Dal 9 maggio al 28 giugno 2014, la Fondazione Mudima di Milano (via Tadino 26) ospita una personale di Fabrizio Plessi che indaga gli anni Settanta, un periodo estremamente proficuo e di grande progettualità nell’evoluzione del suo linguaggio artistico.
Curata da Marco Meneguzzo, l’esposizione che segna il ritorno di Plessi a Milano, ripercorre la storia di un decennio che ha visto l’autore reggiano affermarsi nel panorama dell’arte internazionale, nel quale Plessi abbandona gli strumenti tradizionali del creare, adottando il video e l’installazione come cifra caratteristica del proprio lavoro, e scegliendo l’acqua come soggetto esclusivo di tutta la sua ricerca espressiva, di ogni suo progetto e di ogni suo singolo disegno.

Sono anni in cui Plessi progetta e crea delle videoinstallazioni rimaste famose per la storia della video-arte non solo italiana. Tra queste spiccano due lavori fondamentali: la prima, la “Gabbia d’acqua”, esposta alla Biennale di Venezia del 1972 e mai esposta a Milano, che presenta una piramide in ferro, alla cui cuspide è sospesa una gabbia cubica che contiene acqua colorata, in cui ricorda Marco Meneguzzo, “al di là dell’aspetto paradossale - la gabbia apparentemente aperta che contiene l’incontenibile - è la presenza fisica, la ‘pesantezza’ visibile e addirittura ostentata dell’oggetto che contrasta con la fluidità dell’acqua, con l’idea dello ‘scorrere’, del passare”.
La seconda, “Crazy Pool” vede all’interno di una canoa in legno, allestita nella piscina vuota al piano inferiore della Fondazione Mudima, agitarsi un mare elettronico diffuso dagli schermi di televisori, in cui il video restituisce una percezione fredda e fluida, analoga a quella dell’elemento acquatico che ha scelto, ma tutt’altro che narrativo, come vorrebbe il medium utilizzato. Sottolinea ancora Marco Meneguzzo che “Plessi non usa il video per narrare, ma per esprimere, ed è molto difficile trovare nei suoi lavori che implicano l’uso del video anche il minimo accenno narrativo, mentre è quasi sempre utilizzato accanto e a contrasto di altri elementi, primo fra tutti l’acqua di cui sfrutta l’ambiguità percettiva”.

Un elemento di enorme importanza della rassegna milanese risiede nelle opere su carta intelata, tela emulsionata su legno e su carta millimetrata, mai più esposte da quarant’anni. Si tratta di un forte nucleo di grandi lavori progettuali, a metà tra un’iconografia pop e il concettualismo successivo, risalenti agli anni 1969/76, esposti allo Studio Nino Soldano, e ancora nella sua collezione, che testimonia la precocità di certi temi e di certi sviluppi futuri e centrali di Plessi, come l’interesse tutto concettuale per l’acqua come elemento “imprendibile”, mentre una serie di disegni su carta millimetrata – della collezione personale dell’artista, mostrano il robusto consolidarsi del concetto di videoinstallazione, ripreso da Plessi nel decennio successivo, e fonte di ispirazione diretta o mediata per una generazione più giovane di video-artisti.

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta

Milano, Fondazione Mudima (via Tadino 26)

9 maggio - 28 giugno 2014

09.05.2014 # 3632
Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

Daria La Ragione // 0 comments

MARCO PETRUS. Atlas

a Milano fino al 2 giugno 2014

È un progetto che dialoga in armonia con il luogo che lo ospita, quello che l’artista Marco Petrus ha pensato per la Triennale di Milano dal 30 aprile al 2 giugno 2014: trenta dipinti sulle possibili geografie architettoniche della “città ideale” esposti in quello che è considerato il tempio dell’architettura.

La mostra dal titolo Atlas ripercorre tipologie, particolarità, scorci, simbologie e caratteristiche dello spazio urbano costruito via via da Petrus nel corso della sua indagine geografico-simbolica attraverso le diverse città del mondo, formando così un "atlante urbano" immateriale e idealmente diffuso, quasi una moderna Enciclopédie métropolitaine.

Insieme alle grandi metropoli del mondo, non mancheranno le immagini di Milano, visto il suo forte legame con il capoluogo lombardo, città in cui abita e da dove è partito il suo percorso artistico. È grazie, infatti, all’architettura milanese modernista, che ha trovato la soluzione per costruire, quadro dopo quadro, il suo linguaggio: una poetica della modernità in chiave contemporanea.

Da più di vent’anni, Petrus lavora sulla rielaborazione delle architetture cittadine, con una fortissima stilizzazione di elementi che tende a volte, nell'estrema ricerca di sintesi di linee e toni cromatici (tra cieli piatti e volutamente monocromi che incombono su una realtà depurata dal caos quotidiano), a sfiorare l'astrazione.
Col tempo, il suo lavoro si è sempre più schematizzato dal punto di vista compositivo e si è "raffreddato", in un processo di graduale e progressiva sottrazione di elementi realistici o narrativi, in favore di una sempre maggiore geometria compositiva e strutturale.

Attraverso i suoi quadri prende forma un originale affresco dell'architettura moderna e contemporanea, riletta attraverso una particolare e riconoscibilissima cifra stilistica.
L’utopistico progetto di "Atlante urbano" di Marco Petrus trova così, nella mostra "Atlas", una sua dimensione fisica, materiale e fortemente simbolica.

La mostra, organizzata da Italiana in collaborazione con la Fondazione Triennale di Milano, è corredata da un catalogo, edito da Johan & Levi, con testi di Michele Bonuomo e Federico Bucci.

Marco Petrus (Rimini 1960), dal 2000 ha esposto a Santa Fe, a Milano, Mosca, Venezia, New York, Londra, Roma alternando a importanti gallerie internazionali prestigiosi spazi pubblici (lo Shanghai Art Museum, il Taipei Fine Arts Museum, Palazzo Reale a Milano o il Complesso del Vittoriano a Roma), continuando a concentrarsi, oltre che sul paesaggio urbano italiano, sui palazzi di Londra, Marsiglia, su quelli di New York, o di Shanghai, o delle altre grandi capitali europee ed extraeuropee.

Milano, 29 aprile 2014

Marco Petrus
Atlas
Triennale di Milano (viale Alemagna 6)
30 aprile – 2 giugno 2014

25.04.2014 # 3612
Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

Daria La Ragione // 0 comments

NEI MOLTI MONDI.

a Modena fino al 25 maggio 2014

Giovedì 24 aprile alle 19.00 la Galleria civica di Modena inaugura a Palazzo Santa Margherita "Nei molti mondi. Videodramma a spettatore unico" di Guido Acampa e Gabriele Frasca.

Ispirato a un racconto di Philip K. Dick pubblicato nel 1980 da Playboy, "I Hope I Shall Arrive Soon", il lavoro, destinato a un solo spettatore per volta, propone un'ora e venti di visione totalmente immersiva, in una sala insonorizzata provvista di una seduta appositamente costruita per questa particolare fruizione.
L'attuale progetto ha origine da un precedente lavoro di Frasca realizzato su invito del Teatro Masque di Forlì, per il quale lo scrittore, chiamato a chiudere con una conferenza-spettacolo una rassegna su Dick, scrisse "una prosa da vocalizzare", "un oratorio", messo in scena, per la prima volta nel maggio del 2008.
Tutto ruota attorno alla strana vicenda di Victor Chemi, che affronta un viaggio decennale nello spazio profondo, diretto verso un altro mondo. È ibernato ma cosciente a causa del malfunzionamento del sistema. Viene pertanto intrattenuto dal computer di bordo che gli suggerisce un ricordo dopo l’altro per non impazzire.
Dick presupponeva l’esistenza di mondi che vivono in parallelo fra cui la realtà subatomica non farebbe che scivolare. Già David Lewis, pochi mesi prima di morire aveva dichiarato che a ciascuno di noi non sarebbe mai toccata la morte, solo un crescente deteriorarsi da un ramo all’altro di molti mondi, che ci avrebbe lasciati «eternamente morenti».
Di qui l'ispirazione per la prima messa in scena realizzata in collaborazione con Roberto Paci Dalò.
Poi l'idea del videodramma ha preso la sua forma definitiva con Guido Acampa, videomaker autore di opere dal forte impatto visivo. Insieme hanno immaginato "una coltre formata dalla compresenza di molteplici colori", il «grigio di Hilbert», dal quale sarebbero con emerse con difficoltà immagini instabili, pronte a scomporsi e ricomporsi ancora. Una dimensione in cui poter scivolare poco a poco nella stessa posizione del personaggio. Occorreva uno spazio adatto, uno spazio «claustrofilmico», cui far accedere uno spettatore per volta. Solo così sarebbe stata possibile una fruizione individuale, come da libro a stampa.

Interpretato da Raffaele Ausiello, con musiche originali di Nino Bruno e Massimiliano Sacchi, il videodramma sarà visibile ogni novanta minuti a partire dalle 10.30 del 24 aprile su prenotazione al numero 059 203 2919 in orario di mostra.
Saranno inoltre in vendita presso il bookshop di Palazzo Santa Margherita le prime cento copie numerate del DVD edito da Luca Sossella Editore contenente il videodramma e una locandina firmata dagli autori. Il prodotto editoriale sarà commercializzato e distribuito a partire dal mese di settembre.

In occasione dell'inaugurazione giovedì 24 aprile alle 19.00 sarà presentato dagli autori il progetto filmico e culturale inframmezzato da proiezioni e approfondimenti.

L'evento, organizzato e coprodotto dalla Galleria civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, resterà allestito in sala grande di Palazzo Santa Margherita in corso Canalgrande 103 a Modena fino al prossimo 25 maggio nei seguenti orari: da mercoledì a venerdì dalle 10.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.30. Il sabato, la domenica e i festivi dalle 10.30 alle 19.30 con orario continuato. Lunedì e martedì chiuso.

25.04.2014 # 3611
Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

Daria La Ragione // 0 comments

Xing Danwen | UTOPIA

a Milano fino al 28 giugno 2014

Dal 24 aprile al 28 giugno 2014, Officine dell’Immagine di Milano ospita la prima personale italiana di Xing Danwen (Xi’An, 1967), autorevole e apprezzata voce dell’arte contemporanea cinese. Curata da Silvia Cirelli, la mostra raccoglie una selezione delle opere più significative di questa grande interprete, omaggiando una carriera che abbraccia oltre venticinque anni di attività.

Artista poliedrica e con una singolare impronta espressiva, Xing Danwen negli anni è riuscita a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare un’abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, ripercorrendo importanti passaggi della storia contemporanea cinese. Xing Danwen appartiene, infatti, alla generazione dei nati negli anni Sessanta, uno dei periodi più complessi e difficili della Cina odierna, caratterizzati dalla famosa Rivoluzione Culturale del ‘66, o, appena qualche decennio più tardi, dalla sanguinosa repressione delle manifestazioni studentesche che culminarono nella rivolta di Piazza Tian’anmen del 1989.
Oltre a rappresentare un delicato passaggio storico e soprattutto sociale, gli anni ’80 e ’90 segnarono la nascita dell’avanguardia artistica cinese, un movimento che trasformò radicalmente la scena artistica locale portando l’arte contemporanea cinese al riconoscimento che ha tuttora. E fra i grandi protagonisti del vivace fermento di quegli anni, spicca sicuramente Xing Danwen.

La mostra milanese, dal titolo UTOPIA, ripercorre i tratti distintivi della sua vasta sintesi poetica che l’ha resa un’artista affermata ormai da diversi anni sia a livello nazionale che internazionale. Le sue opere fanno, infatti, parte delle più grandi collezioni museali, come il Metropolitan Museum of Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi o il Victoria and Albert Museum di Londra, solo per citarne alcune. Questa sua prima personale italiana offre la possibilità di conoscere da vicino il suo percorso artistico, “un viaggio privato ma anche collettivo”, come lei stessa lo definisce, che racconta le contraddizioni di una delle più complesse realtà sociali odierne, quella cinese.

Apre la mostra, la famosa serie Urban Fiction, un progetto in progress iniziato da Xing Danwen nel 2004, che indaga gli echi dello sfrenato sviluppo urbano degli ultimi anni e le sue implicazioni nella vita sociale cinese. Quelle che al primo sguardo sembrano idilliache ambientazioni da favola, nascondono invece scenari contemporanei dove domina la solitudine, la violenza, la lussuria. Si vive nell’utopia di una perfezione che ingannevolmente prova a celare un profondo senso d’isolamento.
L’artista torna sul sociale anche con la serie fotografica disCONNEXION, del 2002-2003, realizzata in una delle più grandi discariche elettroniche della Cina, nel Guangdong. Al centro vi sono le tragiche conseguenze di uno sviluppo urbano disorganizzato e insalubre. L’esposizione prosegue poi con il video Sleep Walking del 2001 e il trittico Born with Cultural Revolution, del 1995, entrambi ispirati al tema della memoria, dell’identità culturale e dell’evocazione mutevole del tempo. Chiude il percorso, l’ultimo recente lavoro di Xing Danwen, I can’t feel what I feel, del 2012, una video-documentazione che riprende una toccante performance in cui è la stessa artista la protagonista della scena.


25.04.2014 # 3610
Aldo Schmid. Astrazioni cromatiche

Daria La Ragione // 0 comments

ANDY WARHOL. VETRINE

a Napoli fino al 20 luglio 2014

La rassegna raccoglie 180 opere e rivolge particolare attenzione al rapporto che legava Andy Warhol a Napoli, nato a metà degli anni 70 grazie all’amicizia con il gallerista Lucio Amelio e alla volontà di Mario Franco. Il percorso espositivo si snoda, infatti, attraverso i ritratti dei personaggi noti della città, che l’artista ebbe modo di conoscere durante le sue visite in Italia, quali Graziella Lonardi Buontempo, Ernesto Esposito, Peppino di Bernardo, Salvatore Pica, e naturalmente Joseph Beuys, oltre alle vedute partenopee delle sue Napoliroid. Proprio all’amicizia con Lucio Amelio si deve la nascita del suo più noto e monumentale headline work, Fate presto, basato sulla prima pagina del Mattino del 23 novembre 1980, il cui strillo trasformava in notizia l’evento drammatico del terremoto d’Irpinia, che per la sua distruttiva violenza impressionò l’artista. Tanto da ispiragli, qualche anno più tardi, una nuova serie di lavori, Vesuvius, in cui l’immagine del vulcano, uno dei temi classici dell’iconografia locale, viene replicata ossessivamente in colori diversi. «Per me l’eruzione – spiegò infatti Andy Warhol - è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario ed anche un grande pezzo di scultura… Il Vesuvio per me è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale». Adombrando fenomeni caratteristici di Napoli come i “femminielli”, la produzione dei falsi o la tradizione canora, la mostra propone la serie Ladies and Gentlemen del 1975 (con relativi acetati e polaroid) e i disegni realizzati dall’artista a partire dalle fotografie di Wilhelm von Gloeden (1978) acquistate da Lucio Amelio; la storica serie Marilyn del 1967 e quella firmata nel 1985 da Warhol con la scritta «questa non è mia» (Marilyn this is not by me); le numerose collaborazioni avute dall’artista con case discografiche, cantanti e gruppi musicali, firmando cover assolutamente rare già alla fine degli anni degli anni 40 e altre presto entrate nella storia del rock.

Il titolo della mostra, Vetrine, nasce dall’idea di inserire al suo interno quattro spazi omonimi, che raccolgono il dialogo mai interrotto da Warhol con il mondo commerciale delle case discografiche, dei negozi del lusso di Madison Avenue, della grande distribuzione dei supermercati, del merchandising turistico o culturale, tanto che la serie Golden Shoes, realizzata a metà degli anni 50 – quando Warhol lavorava con successo come grafico pubblicitario e vetrinista – , accompagnò il suo passaggio da artista alla portata di tutti a nome dello star system. Da qui la presenza di “sezioni vetrina” con le serigrafie delle Campbell’s soup, le “scatole-scultura” e le t-shirt realizzate dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts in sintonia con la volontà dell’artista, che aveva inseguito il suo sogno di popolarità attraverso la moltiplicazione seriale delle proprie opere, in un’inedita competizione con le tecniche di produzione industriale e le regole della grande distribuzione.

Seguendo la liaison imaginaire tra Napoli e New York cercata a suo tempo da Amelio, l’esposizione rintraccia i nodi di una sotterranea empatia tra l’underground promiscuo e multirazziale, bello e dannato della metropoli statunitense e la magmatica creatività popolare della capitale storica del Mediterraneo. Un territorio sempre in bilico tra morte e rinascita, dramma e commedia, ricchezze artistico-culturali e paccottiglia kitsch, che ancora una volta si manifesta quale sipario strappato sulla scena interiore della contemporaneità.