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28.04.2014 # 3629
I will survive

Daria La Ragione // 0 comments

I will survive

Blog di Daria La Ragione

È di questi giorni la campagna pubblicitaria I will survive di Del Campo Saatchi & Saatchi, Argentina contro il bullismo, che sta facendo sorridere molti e discutere altri.

Un film commercial in versione musical che mostra ragazzini e ragazzine vessati dai coetanei, mentre cantano una versione ad hoc della celebre hit di Gloria Gaynor.

Come spesso accade in pubblicità si sfruttano gli stereotipi: i bulli sono alti, più adulti, più carini, più atletici e più stupidi; mentre le vittime sono bruttine, cicciottelle, ma anche ambiziose e intelligenti.

E guardano avanti, molto avanti, al giorno in cui quelli che li stanno umiliando saranno loro dipendenti. E quel giorno la storia cambierà i protagonisti.



È  ben fatto, strappa un sorriso ma, a ben guardare, oltre questo primo 'livello di lettura' - come amano dire alcuni esegeti della pubblicità - il messaggio è poco chiaro, e ancora meno chiaro il target: se fosse rivolta ai bulli (come, ingenuamente forse, ci aspetteremmo da una campagna del genere), potrebbe essere un monito del genere «non sputare in cielo…», monito della cui efficacia mi sento di dubitare; il target potrebbe esser allora la vittima, ma anche qui qual è il messaggio? Sopporta in attesa di una crudele vendetta? Diventa uno squalo così potrai devastare la vita adulta di chi ha reso la tua infanzia un incubo?

Non sono sicura che sia un messaggio appropriato a una campagna sociale, mi sembra invece uno di quei commercial girati pensando allo scaffale con un posto vuoto nella sala d'attesa dell'agenzia, o nell'ufficio del direttore creativo. Uno di quelli girati pensando ai festival, ai premi, alla visibilità, all'ego di chi lo fatto e non certo a quello martoriato di chi vive il bullismo come un problema reale e ci si confronta ogni giorno.

Un bell'esercizio di stile, non molto di più



04.03.2014 # 3516
I will survive

Daria La Ragione // 0 comments

Selfies & Brand

Blog di Daria La Ragione

Oltre 3.100.000  retweets, il record dei record per il  selfie  scattato da Bradley Cooper e condiviso da Ellen DeGeneres, presentatrice - tra l'altro - della notte degli Oscar.

Nella foto c'è il gotha di Hollywood: Meryl Streep, Brad e Angelina, Jennifer Lewrence, Kevin Spacey, Julia Roberts. Sembra una goliardata, un momento di divertimento come ce ne sono stati tanti durante la serata: la dissacrante presentatrice ha twittato parecchi scatti della kermesse oltre questo.

Invece è  advertising: sono sempre di più le aziende che usano i  selfies  come strumento di  social marketing, tanto che in occasione degli Shorty Awards, che premiano le migliori campagne social, il main sponsor ha diffuso un'infografica (pubblicata da adweek) che racconta quali aziende hanno saputo trarne i maggiori vantaggi.

Va da sé che chi ha davvero sbancato è stata Samsung, tra i principali sponsor della notte degli Oscar, che ha fornito alla presentatrice il telefono con cui scattare e divulgare le immagini che hanno battuto tutti i record.


Peccato solo per un particolare: il tempo di tornare dietro le quinte e la DeGeneres si era già riappropriata del suo iPhone.

26.02.2014 # 3508
I will survive

Daria La Ragione // 0 comments

Inspirational

Blog di Daria La Ragione

WE EXIST TO INSPIRE UNDERSTANDING OF THE WORLD THROUGH QUALITY PHOTOJOURNALISM.
Esistiamo per favorire la comprensione del mondo attraverso il fotogiornalismo di qualità

È la mission del World Press Photos, ma in italiano non rende allo stesso modo, perché il verbo 'inspire' significa soprattutto ispirare. Ispirazione è una parola che in Italia viene usata con parsimonia rispetto ad altri paesi, in cui alla dimensione motivazionale viene riconosciuta un'importanza che a noi sembra ancora sfuggire.
Come dicono alcuni un'immagine vale più di mille parole


Questa foto si chiama Signal, l'ha scattata il fotoreporter americano  John Stanmeyer,  ed è stata giudicata  World Press Photo of the Year 2014  nella categoria Contemporary Issues.

Sono migranti che, appena varcato il confine di Gibuti, alzano i telefoni alla ricerca di un segnale per comunicare con i parenti rimasti nella vicina Somalia. Gibuti è un punto di sosta comune per i migranti in transito provenienti da paesi come la Somalia, l'Etiopia e l'Eritrea, che cercano una vita migliore in Europa e nel Medio Oriente.
Quest'immagine ispira la comprensione del mondo, perché racconta una storia fatta non di numeri e percentuali, ma di uomini, di speranze e paure.


Il premio viene assegnato ogni anno fin  dal 1955, anno in cui il sindacato dei fotoreporter olandesi lo istituì a corredo di un concorso nazionale, Camera Zilveren, sperando negli effetti benefici del confronto con colleghi di altre nazioni. Fin da subito il premio fu oggetto di interesse e di polemiche, di riflessioni sul ruolo del fotogiornalismo, di accesi dibattiti.


kachin fighters

2014, Daily Life, 1st prize singles, Julius Schrank


Allora come oggi il prestigio di questo premio consiste nell'imparzialità e nella serietà con cui vengono valutati i lavori iscritti; allora come oggi l'intento di chi lo organizza e lo sostiene è di promuovere un ruolo educativo e comunicativo per il fotogiornalismo.

Sul sito World Press Photo  sono pubblicate le immagini vincitrici in ogni categoria, inoltre l'archivio di tutte le immagini è disponibile online e rappresenta il racconto di oltre mezzo secolo di storia dell'umanità.

12.11.2013 # 3328
I will survive

Daria La Ragione // 0 comments

In principio furono palline

Blog di Daria La Ragione

Arriva sugli schermi europei l’ultimo nato in casa Sony Bravia.
Parliamo di commercial e  non di televisioni, raccontando, a chi se li fosse persi, che a partire dal 2005, Bravia ci ha regalato piccoli gioielli di colore e suggestione.
Anche questa volta la poesia non manca, anche questa volta il paesaggio è ben più di uno sfondo, tanto che il nome stesso del commercial, Volcano Petals ne sottolinea l’importanza. L’agenzia è di nuovo europea (dopo una lunga parentesi di commercial prodotti per il mercato asiatico): McCann London, il regista è Jaron Albertin e i petali sono sono veri!
Quest’ultima creatura sembra raccogliere in sé alcune delle esperienze dei precedenti film, perciò proviamo a fare un breve racconto di questa storia di buona pubblicità.



bouncing

In principio era stata una cascata di palline colorate che invadeva le strade di una assolata e silenziosissima San Francisco, coccolata dalla voce di Jose Gonzales in una cover particolarmente indovinata di Heartbeats.
Poetico e coinvolgente, Bouncing Balls  aveva conquistato da subito, in più era stato molto astutamente accompagnato dal making off (come tutti i successivi), che raccontava come le palline fossero davvero state lanciate per strada. L’agenzia, per questo e per i successivi due commercial, è Fallon London, il regista Nikolai Fuglsig.

paint

Poi era stata la volta della vernice che esplodeva in un palazzo grigio e anonimo alla periferia di Glasgow, facendo danzare il colore sulle note della gazza ladra di Rossini.
Anche qui come per le strade di San Francisco, persone assenti, fatta eccezione per l’inquietante clown (ma forse è inquietante solo per quelli della mia generazione, la cui infanzia è stata segnata da It di S.King) che corre attraversando la scena. E anche qui niente effetti speciali ma il lavoro di oltre 200 persone per realizzarlo, 70.000 litri di vernice, 1.700 detonatori e altre 60 persone (e 5 giorni) per ripulire tutto. Il regista di Paint era  Jonathan Glazer.

play

Il terzo commercial, Play doh, vide un esercito di coniglietti di plastilina colorata invadere New York sulle note di She’s like the rainbow dei Rolling Stones. La tecnica utilizzata si chiama claymation – la stessa usata per realizzare i film di animazione  Wallace and Gromit e Galline in fuga - e ha richiesto il lavoro di 40 animatori perché, anche questa volta, i coniglietti erano reali, lo era l’onda gigante e perfino la balena che vediamo nuotare in una piazza di Manhattan. Il regista è Frank Budgen. Ma questa volta le persone ci sono eccome, ci sono i loro sguardi stupiti e incantati, c’è la loro meraviglia che trascina la nostra.

domino

Sono seguiti altri due commercial: Pyramid, ambientato in Egitto, aveva per protagonista una distesa di nastri colorati che scendeva dalla piramide di Kefren; ma questa volta era tutta postproduzione, il monumento non è mai stato invaso da una troupe, nessun nastro lo ha sfiorato e, anche se la musica, composta da Robert Schroder e Lorraine Shannon è coinvolgente e divertente, non aveva la stessa magia dei precedenti. L’agenzia questa volta è Y&R di Singapore.
L’altro commercial, Domino City, questa volta girato in India da Nic Finlayson, è di nuovo suggestivo e poetico, ma i toni sono più pacati e ricordano l’atmosfera di Bouncing Balls anche se in chiave orientale, e infatti il commercial, dell’agenzia Bates141 di Singapore, è destinato al mercato asiatico e non a quello europeo.

 

Torniamo a Volcano Petals: l’atmosfera sembra tornata quella di Bouncing Balls e ancor più di Domino City, e anche se qui come allora vediamo strade cittadine prive di automobili e smog e traffico, la natura è diventata protagonista.
La lezione di Play doh, la presenza delle persone e delle loro emozioni, è stata raccolta, ma qui non ci parlano direttamente, come era per lo sguardo incantato del bimbo di Manhattan, qui ne siamo spettatori.
Quello che invece mi pare radicalmente diverso è la scelta dell’elemento che colora: non più un invito al gioco dell’infanzia, non vernici, plastilina, palline, ma petali di rosa. Il tutto accompagnato da una musica (Berlin di RY X) che come tutto il resto sembra invitare alla serenità, a una gioia calma e non più al gioco.

Sarà cambiato il target o saranno cambiati i tempi? Forse quelli che nel 2005 sognavano San Francisco o New York e un po’ di spensieratezza, oggi vorrebbero rifugiarsi nella natura, cambiare ritmo e cominciare a respirare più lentamente. A me sembra che sia cambiato radicalmente il tone of voice anche da un altro punto di vista: leggendo i commercial nell’ottica dell’Analisi di Transazionale (di cui magari parlerò in dettaglio in un altro post) tutte le transazioni precedenti, ossia gli scambi comunicativi, sembravano avvenire da Bambino a Bambino. L’invito al gioco era da un piano paritario, era un ‘divertiamoci insieme’.
Ora la transazione sembra avvenire su un nuovo piano, da Adulto ad Adulto: ci mostra la bellezza, la pace, la serenità tutti valori che impariamo ad amare crescendo, tutte conquiste che desideriamo con l’età.

Personalmente , pur sentendomi molto gratificata dalla qualità estetica di quest’ultima perla di Sony, preferivo la strategia precedente. Perché di qualità estetica in pubblicità ne abbiamo vista e ne vedremo, ma l’arte di farci sognare e divertire è rara e preziosa e loro ne erano maestri. Sono seguiti altri due commercial: Pyramid, ambientato in Egitto, aveva per protagonista una distesa di nastri colorati che scendeva dalla piramide di Kefren; ma questa volta era tutta postproduzione, il monumento non è mai stato invaso da una troupe, nessun nastro lo ha sfiorato e, anche se la musica, composta da Robert Schroder e Lorraine Shannon è coinvolgente e divertente, non aveva la stessa magia dei precedenti. L’agenzia questa volta è Y&R di Singapore.
L’altro commercial, Domino City, questa volta girato in India da Nic Finlayson, è di nuovo suggestivo e poetico, ma i toni sono più pacati e ricordano l’atmosfera di Bouncing Balls anche se in chiave orientale, e infatti il commercial, dell’agenzia Bates141 di Singapore, è destinato al mercato asiatico e non a quello europeo.


28.10.2013 # 3327
I will survive

Daria La Ragione // 0 comments

Lei non sa chi sono io!

Blog di Daria La Ragione

L'enciclopedia Treccani, alla voce avatāra, recita: «Nel brahmanesimo e nell’induismo, la «discesa» di una divinità sulla Terra. Particolarmente sono oggetto di fede gli avatara o incarnazioni del dio Viṣṇu, riconosciute per lo più in numero di dieci e rivolte tutte al bene del mondo e delle creature
Da questa parola sanscrita viene il più noto (a noi) avatar, che indica l'immagine con cui vogliamo essere visti sul web.
Insomma, la nostra disincarnazione, il nostro volto virtuale.

Il Post dà notizia di un'infografica, pubblicata da Fastcompany, e realizzata da Doogie Horner, che consiste in una sorta di profilo di personalità tracciato in base al nostro avatar di Facebook.
Si tratta di un lavoro complesso, che si dipana attraverso le tante possibilità, dalla foto sexy nella vasca, a quella di gruppo, da quella della prima comunione (10 chili in meno di pancia e 10 cmq di capelli in più), da quella frontale che mostra tutto il viso, che suggerirebbe che siamo estroversi e aperti, ma forse anche abili manipolatori, a quella che include solo occhi e fronte, tipica degli intellettuali, osservatori e forse grassi.

Da qualche anno io vedo in giro foto di persone che nascondono parti del viso con le mani, per rendersi più interessanti forse, per nascondere difetti, perché non ce la fanno a vedersi interi, non so. Ma non è una cosa che mi stupisce: pochissimi di noi sono soliti mostrarsi per intero, virtualmente o no.



Ma è innegabile che ciascuno sia irresistibilmente attratto da se stesso. Non a caso furono proprio le carte de visite, piccoli ritratti economici inventati dal Disderi alla metà del XIX secolo, e uno dei primi oggetti seriali della società di massa, a rendere la fotografia tanto popolare anche negli strati più umili della società.
Da allora a oggi la tecnologia ha fatto balzi che non potevano essere neanche immaginati, ma la nostra vanità? È rimasta la stessa o questa civiltà di avatar in cui viviamo l'ha amplificata? E che ruolo ha nel macchina della nuova economia 2.0, dal momento che già da anni esistono servizi online per crearsi un'identità visiva e sempre più si parla si parla di reputation, estendendo il concetto di immagine e di identità (e quindi di avatar/incarnazone) ben oltre una fotografia?

Per citare una tale del secolo scorso «lo scopriremo solo vivendo». Intanto Wikipedia ci fa sapere che «Gli adoratori di Vishnu quale divinità suprema, i vaishnava, credono che Dio si incarni ogni qualvolta avviene un declino dell'etica e della giustizia, unitamente all'insorgere delle forze demoniache che operano in senso opposto al dharma, la legge cosmica.»
A giudicare da quanti avatar ci sono in giro si direbbe che Vishnu stia facendo gli straordinari, traete voi le conseguenze sull'etica e la giustizia.

03.10.2013 # 3289
I will survive

Daria La Ragione // 0 comments

L'era glaciale dei ricordi

Blog di Daria La Ragione

Il 1888 fu l'anno in cui ebbe inizio una rivoluzione lenta e inarrestabile, fu l'anno in cui persone comuni potevano catturare i propri ricordi con carta e luce e argento. Fu l'anno in cui George Eastman lanciò la No.1, la prima Kodak e ci vuole poco a spigare cosa aveva di diverso, basta il pay off che l'azienda usò fin da allora e che non ha mai abbandonato: Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto.


Fu così che l'uomo della strada, quello che aveva abbastanza soldi, poté fare quello che prima era stato concesso solo a chi ne sapeva abbastanza di chimica da maneggiare i reagenti necessari. 
Il National Media Museum ha dedicato una pagina su Flickr alle immagini scattate ormai più di cento anni fa con questo primo modello.

Kodak No.1

Come potrete facilmente notare le immagini sono tutte rotonde e una spiegazione c'è: la vecchia cara No.1 aveva un piccolissimo difetto, non aveva mirino, non c'era modo di sapere cosa si stava inquadrando e non era possibile quindi allinearsi all'orizzonte. Per non avere tutte fotografie che sembrassero scattate da un ubriaco, si decise allora di dar loro una forma rotonda, di modo che mancasse qualsiasi riferimento ottico che le facesse sembrare disallineate.
Solo vent'anni fa le azioni della Kodak erano una garanzia, l'azienda era il leader di mercato, ed era stata la prima a sviluppare una fotocamera digitale, ma poi non aveva creduto nella nuova tecnologia e l'aveva abbandonata (un po' come Tom Selleck che rifiuta il ruolo di Indiana Jones, o il Beatles sconosciuto che ha lasciato il gruppo del successo).

Nel frattempo...

... una nuova era glaciale si è abbattuta su questo dinosauro tecnologico che ha rischiato seriamente il fallimento nel 2012 e oggi cerca di guadagnarsi uno spazio nella settore della stampa delle foto digitali.
Tutti noi abbiamo i nostri ricordi fossili nei cassetti, anche se rettangolari, spesso disallineati con l'orizzonte, sfocati o magari perfetti.
In molti non ricordano più l'odore del barattolino in cui venivano chiusi i rullini da sviluppare e sempre meno sono le fotografie che vengono stampate.
Una sola cosa sembra non cambiare mai, l'entusiasmo con cui le persone continuano premere il pulsante.

Inside Ilas