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06.03.2017 # 4797
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Blog! di Daria La Ragione

Ormai siamo abituati a leggere ci concorsi banditi da comuni e città che sono alla ricerca di un city branding: un marchio che possa identificare e insieme raccontare la specificità di un luogo.
Ce ne sono così tanti che nasce legittimo un sospetto: e cioè che persone di scarsa competenza tentino di aggirare l’ostacolo chiamando a raccolta grafici e designer, con l’auspicio che possano colmare il vuoto di competenze in materia di comunicazione che tristemente affligge buona parte delle nostre istituzioni.
Il dubbio si fa quasi certezza quando queste esperienze sono messe a confronto con il luminoso esempio rappresentato dal City Branding della città di Bologna, del quale mi piacerebbe molto dire che ha fatto scuola, ma sarebbe una bugia dal momento che rimane un’oasi nel deserto.
Le differenze che saltano agli occhi sono moltissime, ma ce n’è una che proprio brilla: pure essendo nato a seguito di un concorso, il brand è Bologna è figlio di un processo lungo e accurato, ma soprattutto figlio di persone competenti e attente.

Spicca su tutte la figura di Roberto Grandi, ordinario di Sociologia dei processi comunicativi dell’Università di Bologna, autore di testi sulla comunicazione pubblica e – udite udite – responsabile scientifico del progetto Bologna City Branding.
Insomma, per una volta si è pensato di acquisirle, queste benedette competenze, prima di chiedere ai grafici di metterci mano.
E la differenza è manifesta: prima di bandire il concorso è stata svolta un’attività di ricerca per chiarire quale fosse la percezione della città, e sono state svolte tre indagini:
– un questionario somministrato prevalentemente a stranieri che hanno soggiornato nella città per periodi più o meno lunghi;
– un’analisi sul web per capire a quali parole veniva associata la parola Bologna;
– un focus con i cittadini per capire l’immagine desiderata della città.

vai
In un’intervista rilasciata a Smart City Exhibition – che potete leggere qui  – Roberto Grandi ha spiegato:

«il branding oggi non è un problema di marketing classico ma di storytelling, ossia attiene a come si racconta la storia di un brand, quali sono le figure, i colori, le sensazioni per raccontarlo. Dall’analisi delle tre ricerche abbiamo tratto alcune conclusioni su quello che è il cuore dell’identità della città. (…)L’immagine di una città che è considerata un piccolo gioiello nascosto perché non ha mai investito nella propria promozione: ci si capita per caso, di passaggio e per questo il turista non ha aspettative. È un città in cui le persone dicono di non sentirsi trattate da turisti, ma subito da cittadini. Una città accogliente, dove puoi camminare senza avere una meta e perderti. Se dobbiamo pensare all’identità di questa città mettendo insieme le caratteristiche materiali, come le due torri, le piazze, la collina e i portici, e quelle immateriali, è parso evidente come l’elemento distintivo fossero i portici.
Le torri sono abbastanza scontate, i portici sono l’elemento avvolgente che riflette le caratteristiche immateriali, il potersi perdere, il lasciarsi avvolgere dalla città. Dal punto di vista semantico il portico rappresenta la dimensione orizzontale. Quasi tutte le città contemporanee comunicano un senso di verticalità: la dimensione verticale ti sorprende attraverso la vista. La dimensione orizzontale, invece, sorprende attraverso l’udito e l’olfatto: l’ascolto dei rumori, gli odori, l’essere circondati dalle persone. Bologna è città plurisensoriale, ti propone un codice aperto perché ti dice che puoi farti tu il tuo racconto

Il risultato è stato uno dei progetti più innovativi che si siano visti nel nostro paese, che ha dato vita al primo logo generativo di una città. Gli autori sono Matteo Bartoli e Michele Pastore, i progetti arrivati 524, e si sono aggiudicati 14.000€, non visibilità, ma soldi, in grado di attrarre professionisti validi spingendo a competere per un progetto serio e credibile.



Che significa “logo generativo”?
«Il progetto è nato con l’obiettivo di tradurre visivamente le infinite sfaccettature e le percezioni della città – che costituiscono il che cosa è Bologna – costruendo un sistema di scrittura che sostituisce ai grafemi dell’alfabeto dei segni astratti caratterizzanti.
È stato così disegnato un alfabeto di segni geometrici, riconducibili a un immaginario storico tipicamente italiano. (…) Con queste forme/lettere è possibile perciò “scrivere” qualsiasi concetto riferibile alla città,
includendo ogni caratteristica fisica o astratta, generale o personale, che si vuole associare a Bologna. Dal punto di vista grafico si ottiene così una forma precisa e diversa da tutte le altre (un logo) per ogni parola generata. Ogni logo può essere poi colorato con tinte derivate da due colori individuati puntualmente.»

L’Urban Center Bologna, il “luogo in cui puoi conoscere le principali politiche e i progetti che stanno cambiando Bologna”, mette a disposizione di tutti un documento in cui viene raccontata la genesi del logo e le sue caratteristiche, che potete leggere qui, mentre qui potete giocare a creare il vostro logo di Bologna.

27.03.2017 # 4804
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Realtà virtuale e pubblicità

Blog! di Daria La Ragione

La realtà virtuale fa parte ogni giorno di più delle nostre vite, tanto che nemmeno facciamo più caso al fatto che il nome stesso sia una contraddizione in termini: tra reale e virtuale.

Come sempre, non c’è nulla del nostro quotidiano che non entri a far parte delle tante forme di rappresentazione che popolano la nostra vita, e la pubblicità è senza dubbio una tra le più ricettive.

Va da sé che anche la realtà virtuale ha fatto il suo ingresso nei commercial e, come sempre accade, a volte è stata usata con grande intelligenza, in altri casi è stata uno sfoggio di potenza che compensava la scarsa creatività.


Un esempio di utilizzo molto intelligente è quello fatto da Sodimac, equivalente peruviano di Leroy Merlin, che insieme a McCann ci abitua da anni a campagne divertenti, creative e mai banali.

Questa volta siamo sulla Panamerican Highway, frequentatissima autostrada che collega le zone interne del Perù con la costa, la strada più affollata di cartelloni pubblicitari di tutto il paese.

L’idea è quella di utilizzare i visori non tanto, e non solo, per mostrare i prodotti Sodimac, ma soprattutto per eliminare ogni altro competitor  nella gara per catturare l’attenzione.

Advertising Agency: McCann, Lima, Peru

Creative Directors: Jomi Rivera, Pipo Galván

 



The North Face, con l’agenzia INNORED, gioca tra virtuale e reale per coinvolgere gli ignari acquirenti di un centro commerciale di Seoul in una corsa su slitta stile polo nord.

Advertising Agency: INNORED, Seoul, South Korea

 




Il passaggio dalla virtualità alla realtà è anche il concept di questo commercial per Old Irish, birra irlandese venduta a Tblisi: 100% Real Virtual Reality  gioca sul fatto che un’esperienza diretta, quando si tratta assaggiare qualcosa ma anche quando si tratta di relazioni con altre persone, non ha eguali.

Advertising Agency: Leavingstone, Tbilisi, Georgia

Creative Director: Levan Lepsveridze

 



Samsung ha invece creato una campagna che poi è diventata un progetto: Launching people è nata nel 2013 e ancora oggi prosegue con la mission di liberare il potenziale delle persone (attraverso prodotti Samsung ovviamente).

Questi due commercial mostrano come la realtà virtuale sia stata usata per aiutare chi aveva paura di parlare in pubblico e per spiegare come comportarsi se si è in difficoltà in acqua per le onde troppo grandi.


Advertising Agency: Cheil Worldwide, South Korea

 



Advertising Agency: Leo Burnett, Sydney, Australia

 

13.03.2017 # 4799
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Mario Piazza, la grafica e la storia del Made in Italy

Blog! di Daria La Ragione

Nel 1874 un tedesco geniale, Friedrich Nietzsche, pubblicava la seconda delle sue Considerazioni inattuali, dal titolo “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” in cui mostrava come il rapporto dell’uomo con il proprio passato fosse qualcosa di estremamente complesso e tutt’altro che pacifico.
Ho ripensato a questo testo leggendo un articolo molto interessante sulla rivista dell’AIS/Design, Associazione italiana degli storici del design, scritto da Mario Piazza – 46xy è la sua agenzia – che è uno di quei nomi sconosciuti a giovani grafici e art director, e che invece è nel dna della grafica italiana.
Basti dire che questo signore è stato creative director di Domus dal 2004 al 2007, un cult della nostra editoria, ed è art director di Abitare.
A dare uno sguardo al suo curriculum, dal Politecnico di Milano, presso cui insegna Comunicazione visiva, al dipartimento Indaco della Facoltà del Design di Milano, dove è ricercatore, senza contare il lungo elenco di riviste di cui è collaboratore, si capisce perché lui sia autore di un articolo che racconta come la grafica abbia dato un contributo essenziale al nascita e all’affermazione del made in italy.

«Il prodotto italiano era il sinonimo di stile, di originalità ed eleganza inventiva. Era una sorpresa. E lo stile è in primo luogo una nozione distintiva, una capacità di relazionarsi, un atteggiamento comunicativo del prodotto e dell’oggetto. I prodotti del design italiano erano i primi interpreti di questa funzione comunicativa».*



L’articolo, dal titolo La grafica per il ‘made in italy’, che sarebbe più giusto definire un monografia e che potete leggere qui è una sorta di piccolo libro che bisognerebbe consigliare ai giovani grafici – e probabilmente non soltanto loro – di leggere con attenzione, anzi, con una matita a portata di mano per prendere nota di nomi illustrissimi di grandi professionisti del design e della grafica italiana,
a cominciare proprio da quello di Mario Piazza, che tra l’altro è stato a lungo presidente dell’AIAP.
Un articolo che racconta, storia dopo storia, marchio dopo marchio, quale enorme influenza reciproca la grafica, la pubblicità e il design abbiano esercitato gli uni sugli altri.

«Allora il disegno industriale è stato veicolato attraverso i valori simbolici della propria immagine. Immagine che è stata scritta in primo luogo dai grafici.»*

E torno a Nietzsche: a cosa serve la storia? Che utilità può avere il vasto mondo di internet a disposizione, che racchiude e cataloga tutto lo scibile, tutto il trascorso, tutta la vita se non sappiamo cosa farne?
A farci da zavorra senza dubbio, a soffocarci, ma non è questa la sola possibilità di relazionarci al passato:
leggere nomi con quelli di Steiner, Provinciali, Ricci e poi partire per una viaggio alla scoperta dei loro lavori, con passione, con curiosità, è un’occasione di crescita a disposizione di chiunque sia animato dalla scintilla della curiosità, il solo vero requisito indispensabile a chi voglia occuparsi di creatività.
 
*La grafica per il ‘made in Italy’

13.03.2017 # 4798
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Elio Carmi e Alessandro Ubertis: il branding design oriented

Blog! di Daria La Ragione

Era il 2009 quando Fausto Lupetti pubblicava per la prima volta Brand – una visione design oriented.
In questo testo, scritto in collaborazione con Elena Wegher, Elio Carmi metteva nero su bianco il modello di branding testato e utilizzato dall’agenzia Carmi&Ubertis, un’eccellenza nel panorama italiano.
Il loro approccio strategico, noto anche come design thinking, utilizza la parola design come sinonimo di progetto: qualunque attività di branding, nell’ottica di Carmi, è un’attività progettuale che deve coniugare razionalità e creatività, analizzare profondamente il passato della marca (se ne ha uno) e il suo contesto, per capire quali cambiamenti sono in atto.
«La Brand deve tenere dunque conto dell’importanza del rapporto tra i propri valori fondativi e la sua capacità di adattarsi alle trasformazioni del contesto esterno.»*

Non è un modello semplicissimo da spiegare, ma forse questa immagine aiuta a comprendere come sia basato sull’idea che il processo sia insieme centrifugo (dalla design strategy si irradia il concept che viene declinato in tutti gli aspetti) e centripeto
(per comprendere appieno la strategia è necessario partire dall’analisi dei suoi dispositivi per risalire al concept).
Rispetto al testo del 2009 il modello ceu ha avuto un update e oggi esiste il modello di branding ceu | 06, le principali novità e una prima spiegazione del metodo possono essere lette in questo documento rilasciato dall’agenzia.
In questi anni Elio Carmi e Alessandro Ubertis hanno avuto modo di testare e perfezionare il loro metodo, lavorando a progetti di primissimo piano, come la brand governance di Expo 2015, un lavoro che si è concretizzato nella definizione delle linee guida per l’utilizzo del marchio da parte di oltre 140 paesi. Un lavoro importante è stato fatto anche per il Padiglione Italia, nella stessa occasione: a partire dal concept Vivaio Italia, ideato dal direttore artistico Marco Balich, Carmi&Ubertis hanno progettato l’identità visiva del padiglione ospitante.



Tra i loro clienti Dainese, Generali, Novartis, Altroconsumo, Sisal, per citare soltanto i più famosi.
In questo video Carmi e Ubertis raccontano cosa pensano del proprio lavoro, cosa si aspettano per il futuro e come amano lavorare.
 
 
*Il modello di branding ceu | 06

06.03.2017 # 4796
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Brand identikit: il magazine diretto da Gaetano Grizzanti

Blog! di Daria La Ragione

Magari non lo conoscono ancora, ma gli appassionati di comunicazione e branding hanno a disposizione un piccolo tesoro di informazioni sul branding che li attende online: è brand-identikit.it.
Se il nome vi suggerisce qualcosa avete visto giusto: si tratta del primo magazine italiano sulla brand identity ed è diretto da Gaetano Grizzanti.
Se invece il nome non vi diceva granché ecco spiegato l’arcano: Brand identikit è il nome di libro, ormai famosissimo tra gli addetti i lavori, pubblicato da Gaetano Grizzanti nel 2011 e giunto ormai alla terza edizione.
Il libro è diventato un vademecum per addetti ai lavori, ma il linguaggio accessibile lo ha reso perfetto anche per chi si avvicina al tema da semplice curioso.



Il magazine è a sua volta il luogo in cui ogni studente di comunicazione dovrebbe trascorrere un’ora o due della sua giornata, per scoprire, tanto per dirne una, qual è stata l’evoluzione di grandi marchi con Apple, Alitalia, Eni, Ford e moltissime altre; un’altra sezione da scoprire riguarda il city branding, in Italia una tendenza recente, ma come scopriamo su brand-identikit.it una consuetudine affermata da tempo in altri paesi. Ci sono anche 23 interviste a Gaetano Grizzanti, ognuna delle quali ha molto da offrire.
Il contributo numero uno, però, resta sempre il libro. Per chi non lo avesse letto ecco una piccola anticipazione – tratta dal sito dedicato, da cui potete scaricare l’indice – di quale sia la struttura narrativa:
la prima (parte) riguarda la “Marca” e la seconda il “Marchio”, entrambe costituiscono la parte nozionistica della materia, cioè tutto quello che si deve sapere per avere le basi cognitive sulla brand identity. La terza sezione racconta le storie di venti marche riconosciute, selezionate tra quelle più rappresentative dal punto di vista del branding. La quarta espone cinque case-history italiane di brand identity, sviluppate dall’autore. L’ultima sezione, infine, raccoglie stimoli e argomenti di attualità legati al mondo del brand.

23.02.2017 # 4782
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Una moneta per i tuoi improperi

Blog! di Daria La Ragione

In un mare di campagne tutte uguali, con posti meravigliosi e irraggiungibili, belle donne formose ma magrissime stese al sole con un cocktail, piramidi, monumenti, spiagge, atolli e tramonti romantici, la campagna di Hotels.com è una ventata di freschezza e ironia.
La campagna Winter Swear Jar (letteralmente il “barattolo delle parolacce contro l’inverno) è di JWT Toronto, dedicata al mercato canadese, per il brand Hotels.com.
L’idea è molto semplice e parte dal presupposto che l’inverno canadese è molto rigido e che c’è un solo modo per per superarlo: spalare la neve!
Questo finché non arriva Hotels.com con il suo barattolo delle imprecazioni – a napoli le chiamiamo maleparole, perché abbiamo il dono di una sintesi potente che secondo me ci viene dal greco – un barattolo in cui l’azienda lancerà un quarto di dollaro per ogni tweet che inveisce contro l’inverno in ci sia almeno una parolaccia.
Raggiungi i 1000 dollari (canadesi?), l’azienda manderà un canadese in vacanza in un posto caldo e assolato.
Sul sito dedicato a Winter Swear Jar, nel momento in cui scrivo, il barattolo ha raggiunto i 135 dollari e ci vorrà ancora un po’ perché un fortunato canadese possa svernare al caldo.
Nel frattempo una campagna prodotta con pochi spiccioli – e in effetti almeno sul piano estetico si poteva fare di meglio – strappa un sorriso porta nuovo traffico al sito.

Credits
Art Director: Jose Rivas
Copywriter: Kyla Galloway
Digital / Social Strategy Director: Adam Ferraro
 

14.02.2017 # 4771
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Gli spot del Super Bowl

Blog! di Daria La Ragione

Quando ho iniziato a occuparmi di pubblicità non era semplice trovare spot da guardare e studiare, i migliori venivano raccolti in costosissimi dvd (sì, costosissimi, avete capito bene: li dovevi pagare) e gli eventi per eccellenza erano due: il Festival di Cannes (quello della pubblicità) e il Super Bowl, in assoluto lo spazio pubblicitario più pagato.

Cos’è il Super Bowl
Si tratta della finale campionato di football americano. Ma non è una semplice partita, anzi: è uno show a tutti gli effetti. Impossibile calcolare il numero degli spettatori di un evento trasmesso da oltre venti canali televisivi in tutto il mondo, per non parlare del web.
L’halftime show, quello tra il primo e il secondo tempo, quest’anno ha visto protagonista assoluta Lady Gaga (che l’hanno scorso aveva cantato l’inno nazionale), con l’esibizione più twittata di sempre – battendo quelle di Madonna e Katy Perry.
E come ormai accade da qualche anno, sul sito Pepsi è stato possibile seguire le prove e i preparativi.
Per la cronaca, il Super Bowl di quest’anno si è svolto il 5 febbraio, i New England Patriots hanno battutto gli Atlanta Falcons e vinto il loro quinto titolo.
 


Gli spot del Super Bowl
Anche quest’anno ho atteso con curiosità di vedere quali spot erano stati mandati in onda, aspettandomi il meglio del meglio… e rimanendo piuttosto delusa.
Poca creatività e tanta tanta banalità.
Su trenta commercial, forse una decina sembrano meno noiosi e appena un paio spiccano per spessore.
Il dato che mi ha colpito è che, in un momento di spaccatura degli U.S.A., i temi di grande attualità come l’immigrazione e il ruolo delle donne nella società, siano stati protagonisti anche in pubblicità.

Audi
Audi ha scelto la questione della parità di genere, con un toccante film in un papà si domanda che mondo dovrà raccontare alla sua bambina: se uno in cui gli uomini valgono più delle donne, o uno in cui le cose possono cambiare. Nel frattempo Audi ci annuncia che i suoi stipendi sono gli stessi per tutti i dipendenti. Sembrerà scontato, non lo è affatto.
Advertising Agency: Venables Bell and Partners, San Francisco, USA
Creative Director: Justin Moore
Associate Creative Director: Allison Hayes
Copywriters: Mike Mcguire, Kathy Hepinstall
Director: Aoife Mcardle
 


84 Lumber
84 Lumber si affida all’agenzia Brunner per un cortometraggio che racconta il viaggio di una madre messicana, che parte per portare la figlia negli Stati Uniti, bello e toccante e senza finale: per sapere come va a finire bisogna andare sul sito dell’azienda, ed è quasi impossibile resistere alla tentazione (io non ce l’ho fatta!).
Advertising Agency: Brunner, Pittsburgh, USA
Creative Director: Dave Vissat
Director: Cole Webley
 


Budweiser
Il tema dei migranti, a sorpresa, è anche nella campagna di Budweiser, americana che più americana non si può e pure, scoprima oggi, fondata da un tedesco emigrato.
Advertising Agency: Anomaly, New York, USA
Director: Chris Sargent
 


Coca Cola
Un’altra icona americana si schiera contro le recenti politiche di Trump, con il suo “its Beautiful” che altro non è che una versione speciale del famosissimo inno patriottico America The Beautiful: le parole sono cantate da immigranti, ciascuno nella sua lingua. Chiude l’hashtag #AmericaIsBeautiful.
Advertising Agency: Wieden + Kennedy, USA
 

02.02.2017 # 4764
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

MyDakar - la sfida secondo Renault

Blog! di Daria La Ragione

La Paris Dakar era un mito prima ancora che un rally: partiva dalla capitale francese e arrivava in quella senegalese, attraversando paesi europei e africani e il deserto del Sahara, lasciando sul percorso feriti e non poche vittime, senza mai perdere quel fascino della sfida senza tempo.

Un mito che si è trasformato negli anni, diventando il Rally Dakar e spostando il percorso in Sud America dopo che nel 2008 la corsa era stata sospesa per un rilevante rischio attentati.

Dal 2 al 14 gennaio si è corsa la competizione del 2007 e per l’occasione Renault ha lanciato #MyDakar, una multisoggetto bella e di grande impatto: 4 spot, 4 donne che raccontano quale sia la loro Dakar, la loro sfida, la corsa della vita. E sono tutti progetti che hanno in comune la speranza, la forza dell’ideale da cui partono e un impatto significativo e rilevante nella vita di altre persone.

Vida Corrida è il progetto di Naide a San Paolo, per coinvolgere ragazzi e bambini in contesti a rischio attraverso lo sport e la sua Dakar è portare lo sport nei quartieri degradati; 

 


Fundaciòn Zorba, in Argentina, è progetto di Isabel per interrompere le corse clandestine, con il loro giro di scommesse e tutto ciò che comportano per gli animali. Non è un problema loro spiega, è un problema umano e si chiama violenza e la sua Dakar è interrompere gli abusi sugli animali; 

 


Ana Marìa vive a Medellin in Colombia, la città di Escobar, famosa nel mondo per la droga, che nel 2012 è stata eletta la città più innovativa del mondo: Ecobikes è un progetto per produrre energia grazie all’attività fisica, particolarmente grazie alle biciclette ed  è un progetto che ha trovato il maggiore ostacolo nella resistenza al cambiamento, la sua Dakar è portare ovunque energia pulita e libera; 

 



Aida è messicana, Huerto Romita è un progetto di orti biologici collettivi iniziato per sfida e cresciuto in modo impressionante costruendo una comunità di persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate e che invece si scambiano cibo, coltivato con attenzione e amore, la sua Dakar è riempire la città di orti biologici.

 


La scelta di queste quattro storie è vincente e molto interessante: la forza delle idee e della passione di queste donne è coinvolgente, sono senza dubbio un’ispirazione, anche solo per il loro approccio, per la determinazione con cui raccontano il proprio progetto. Il collegamento con la sfida è immediato e molto forte: arriverò fino in fondo, non importa quali ostacoli incontrerò.

Ma è molto interessante anche il fatto che si tratti donne, non una scelta scontata visto che parliamo di un rally, e che fa venire in mente un tentativo di coinvolgere un pubblico più ampio anche cambiando la narrazione: la sfida è nella vita di chiunque decida di coglierla. E questo è l’altro elemento molto valido di questa pubblicità: suggerisce che ognuno di noi ha un #MyDakar e mentre ascoltiamo queste donne qualcosa nella nostra testa corre già alla vita che viviamo, ai nostri obiettivi ed ecco qua: ci ha presi coinvolti e ha portato a casa il risultato.


Advertising Agency: Publicis, Buenos Aires, Argentina

Creative Directors: Paula Kozub, Ignacio Jardon

Art Director: Javier Agena Goya

Copywriter: Mauro Ribot

27.01.2017 # 4757
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Killer in red - Paolo Sorrentino firma il corto di Campari

Blog! di Daria La Ragione

In principio fu Pirelli, dodici scatti, donne bellissime, un grande fotografo e l’edizione limitata: gli ingredienti di The Cal erano pochi e semplici, ma fecero grande un progetto che è entrato nel mito. Dopodiché in molti hanno scelto la strada del calendario “di lusso” e tra quelli che hanno fatto strada e successo i nomi che spiccano sono italiani: Lavazza e Campari per citarne solo due.

Proprio Campari ha saputo andare oltre, annunciando il 24 gennaio la sua Ri(e)voluzione con il progetto Red Diaries: dodici storie, ognuna legata a un bartender e a un cocktail. Il progetto è stato ideato da JWT Milano, che ha affidato al giovano e promettente regista italiano Ivan Olita la regia di questi cortometraggi rilasciati sul sito Campari e sul canale Youtube. “Ogni cocktail racconta una storia” promette l’azienda, e queste storie sono raccontate bene, con fascino e stile.

Il clou di questa campagna però è un altro: Killer in red è il titolo del cortometraggio girato dal premio Oscar Paolo Sorrentino, che racconta la storia di un bartender negli anni ’80, con il dono di capire la personalità dei suoi clienti e dare loro il giusto cocktail, finché arriva un bionda fasciata in un abito rosso e il fantastico Clive Owen, protagonista della storia, le porge un Killer in red, cocktail che scopriremo profetico.

L’atmosfera noir, le tantissime citazioni – una per tutte il cadavere in piscina di Viale del tramonto – lo stile di Sorrentino e il fascino inossidabile del protagonista finiscono per offuscare la bellezza di Caroline Tillette, attrice franco-svizzera semi sconosciuta e baciata dalla fortuna di essere scelta per questo piccolo film.

Per capire la qualità del progetto basterebbe dire che degli oltre 13 minuti di durata, solo 11 sono di narrazione, tutto il resto va via per i titoli di coda, dandoci la percezione di come questo sia in realtà un film in miniatura.

Personalmente ho molto apprezzato il fatto che, benché ci fossero tutti i richiami possibili al cinema americano degli anni ’50, sia stato scelto un regista italiano premio Oscar: un modo importante di sottolineare che Campari è sì un’azienda internazionale, ma che resta profondamente italiana, e proprio per questo innovativa, elegante e fascinosissima.

Ma il calendario? Dopo anni trascorsi in compagnia delle nuove dive non avranno mica lasciato orfani gli aficionados di questo oggetto ormai inutile ma pieno di glamour?

No, non lo hanno fatto: Ale Burset, talentuoso fotografo argentino, ha ritratto i dodici bartender autori dei cocktail e protagonisti dei Red Diaries; anche questa volta – unica tradizione che l’azienda ha rispettato – sono state stampate 9999 copie che verranno regalate. Niente più dive patinate insomma, ma un progetto moderno e integrato.

Chapeau


 


17.01.2017 # 4749
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Apologia del nuovo logo della Juventus

Blog! di Daria La Ragione

Alle 21 del 16 gennaio la Juventus, dopo aver lanciato un count down sulla propria pagina Facebook annunciando “una novità”, fa ancora un passo in avanti rispetto alle altre squadre di calcio italiane (e probabilmente europee fatta eccezione per Real, United e Barcellona), ma questa volta non in campionato. No, il passo lo fa nella storia, lanciando un nuovo logo e una nuova esperienza di brand, stravolgendo il classico approccio delle altre società del settore, tutte ferme al solito stendardo: un logo semplice, iconico, che racconta la volontà della Juventus di esplorare nuovi target: donne, bambini, millennials world wide, puntando moltissimo sui social network per dialogare con persone che fino a oggi l’azienda non aveva intercettato.


via brandemia.org


«A cosa pensa la bambina di Shanghai, il millennials di Mexico City, la ragazza di New York? Per questo vogliamo avere un linguaggio meno tecnico e più evocativo», così Andrea Agnelli spiega il cambio di marcia alla presentazione ufficiale del nuovo logo Juventus.

Dopo il nuovo stadio la crescita aziendale passa adesso da una strategia di comunicazione che ieri ha visto solo la prima puntata.

 



Dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano va in onda Black and White and More, nome dell’evento e del progetto con cui la Juventus mira a crescere. Viene presentato il nuovo logo, progettato dalla sede milanese di Interbrand, che si lascia alle spalle le tradizioni calcio per mettere a fuoco l’identità della vecchia signora e che mette insieme tre elementi: la j, iniziale stilizzata con eleganza e semplicità, le strisce bianche e nere che saranno il tema della nuova identità visiva, lo scudetto.

Al momento il nuovo logo Juventus è già sul sito e sui social, sulla maglia arriverà a luglio quando sarà implementato in via definitiva.

Nel frattempo il pubblico ne parla, e tanto: molti tifosi sono contrariati, ma è quello che capita quando un'immagine che conosci da anni viene archiviata, serve un po' di abitudine, in compenso molti apprezzamenti arrivano dagli addetti ai lavori, uno per tutti underconsideration.com, davvero un'autorità: «The execution of the new “J” is great, hinting at both the traditional black-and-white stripes of the uniforms and Gestalting the shit out of your brain for it to complete the shape of a shield, which helps anchor the logo in a more traditional soccer symbol. The monogram works great small, large, in black, in white, and can withstand weird stuff like the image below. The wordmark condensed and industrial-esque wordmark also hints at the uniform stripes and even in its simplicity it has plenty of personality, mostly thanks to the initial “J”.» L'articolo intero potete leggerlo qui.


 

 



17.01.2017 # 4748
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Accept: Il tv spot di air bnb contro le discriminazioni

Blog! di Daria La Ragione

«È molto più difficile rifiutare qualcuno guardandolo negli occhi», parola di Jonathan Mildenhall, responsabile marketing di Airbnb, nominato Brand Genius per il 2016 dalla rivista Adweek.

All’indomani dell’elezione tanto discussa di Donald Trump, Airbnb ha pubblicato un tv spot prodotto in house che parla dell’accoglienza come valore imprescindibile della propria community.


In questo commercial succede pochissimo: volti si susseguono uno dopo l’altro, diversi per età, sesso ed etnia. Su questi volti, in sovrimpressione, un messaggio molto chiaro: 


We believe that no matter who you are, where you're from, or where you travel, you should be able to belong in the Airbnb community. By joining this community you commit to treat all fellow members regardless of race, regardless of sex, regardless of ethnicity, religion, sexual orientation, disability, national origin, gender identity or age with respect and without judgment or bias. The world is much more beautiful place when you accept.

(Noi crediamo che non importa chi sei, da dove vieni, o qual è il tuo viaggio, dovresti poter essere parte della community Airbnb. Aderendo a questa communiy ti impegni a trattare tutti i suoi membri, a prescindere dalla razza, indipendentemente dal sesso, indipendentemente dall'appartenenza etnica, religione, orientamento sessuale, disabilità, origine nazionale, identità di genere o età, con rispetto e senza giudizi o pregiudizi. Il mondo è molto più bella posto quando “accetti”.)


Airbnb ha una politica molto severa quando si tratta di discriminazioni e, avendo ricevuto parecchie segnalazioni, all’inizio del mese di novembre ha inserito tra le clausole del contratto con cui si entra a far parte della community proprio questo giuramento.

 


Due cose sono molto rilevanti in questo (bel) tv spot Airbnb: il messaggio non è banalmente un “buon proposito” antirazzista, da sventolare per farsi belli; funziona perché è intimamente connesso al brand e al suo business: viaggiare significa aprire l’orizzonte alla diversità, a una ricchezza di orientamenti, idee, culture ed è fondamentale, visto che parliamo di persone che ospitano nelle loro case altre persone, che il clima di accettazione e armonia; quindi dal punto di vista del branding il messaggio è doppiamente efficace.


La seconda cosa, che interessa particolarmente chi scrive, è il testo: bello lungo prima di tutto, non pronunciato da una suadente voce fuori campo, ma da leggere e che si fa leggere (come sempre accade quando sono ben scritti) segnala una delle nuove tendenze degli ultimi anni: la rivincita dei copy! Complice Google e il suo famigerato algoritmo, viviamo una nuova stagione di splendore che è iniziata proprio grazie alla necessità di scrivere testi che permettessero ai motori di ricerca di individuare l’argomento trattato e stabilirne l’affidabilità. Da qui il passo è stato abbastanza breve: in poco tempo sono stati contagiati anche i mezzi tradizionali, non soltanto questo commercial ma, per esempio, bastava sfogliare l’ultimo catalogo Ikea per scoprire pagine e pagine di “storytelling”, racconto, a segnalare questa inversione di tendenza rispetto a cinque o sei anni fa.


È tutto oro quello che luccica? Ovviamente no: la SEO assedia i copywriter oggi più mai, costringendoli a equilibrismi non facili per trovare il giusto mix di creatività e visibilità.

31.12.2016 # 4740
Roberto Grandi e Bologna: la competenza incontra la creatività

Daria La Ragione // 0 comments

Fotografia, grafica e arte: regali per tutti

Blog! di Daria La Ragione

Tra fotografia, grafica e arte ci sono un bel po' di cose belle da scaricare (legalmente) in giro per la rete.

La notizia è di quelle che fanno un gran piacere agli amanti dell’arte contemporanea e un gran bene a tutti le persone curiose che voglio scoprire cosa offre la rete: il Moma – Museum of Modern Arts di New York – ha deciso di mettere online i cataloghi delle sue mostre a partire da quella con cui, nel 1929, aprì al pubblico per la prima volta mostrando le opere di Paul Cézanne, Paul Gauguin, Georges Seurat e Vincent Van Gogh.

Sia chiaro, il Moma non è nuovo a queste iniziative: già ad aprile un archivio di immagini era stato messo a disposizione di chiunque, in altissima risoluzione (lo trovate qui) e poco prima aveva attivato un corso di fotografia diretto da Sarah Meister, curatrice del dipartimento di fotografia, anche questo online, anche questo gratuito (e lo trovate qui). 


Poi, dato che Natale è appena passato e manca poco all'Epifania, ecco un altro regalo: non è nuovissimo – sia perché è stato divulgato da un anno almeno, sia perché riguarda pubblicazioni della prima metà del Novecento – ma su Monoskop sono disponibili dodici dei quattordici Bauhausbücher.  
Per quelli che non li conoscono: Il Bauhaus è stata una scuola di progetto talmente innovativa che quelle di oggi ancora arrancano a starle dietro. Basta dire che il piano di studi era rappresentato con un'infografica. Negli anni '30!!




In questa scuola insegnavano i più importanti artisti e intellettuali europei, ma oltre a insegnare si chiedeva loro di fare ricerca (il Bauhaus fu un centro importantissimo di sperimentazioni): gli esiti di queste ricerche trovavano spazio nelle pubblicazioni ufficiali, i Bauhausbücher appunto. Adesso che sapete cos'erano apprezzerete ancor di più la possibilità di trovare online le opere che Kandinskij, Klee, Mondrian pubblicarono in quegli anni, quando insegnare e studiare erano tutt'uno e tra quei laboratori si ponevano domande fondamentali sulla percezione, sugli effetti inconsci delle forme e dei colori, sul rapporto tra arte e tecnica e artigianato.

Cosa manca? Ah, giusto, il link: buon anno nuovo a tutti e buon download.

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