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Blog // Pagina 1 di 16
13.03.2019 # 5221
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Blog! di Daria La Ragione

Di tutte le forze motivanti che spingono le persone a compiere determinate azioni, il bisogno di appartenenza è potentissimo: esso combina i desideri di protezione e di socialità, con la paura del rifiuto e agisce sulla psiche delle persone con una forza di cui non sempre siamo consapevoli, mentre la pubblicità lo è.


Questa campagna per Huawei della sede Kazaka di Grey (GForce/Grey, Almaty, Kazakhstan) ci aiuta a chiarire il punto: le parole chiave di questi tre manifesti sono inequivocabili Beautiful, Perfect, Skinny.












Per promuovere il prodotto si punta sul Beautification Mode, in italiano Filtro Bellezza, non la batteria, la velocità, la memoria, ma l’immagine. Ciò che più sembra contare per il target di Huawei, almeno secondo l’agenzia pubblicitaria, è la capacità di questo telefono di scattare delle foto che facciano sembrare le persone più belle. Apparenza, immagine, bellezza: tre elementi su cui si oggi oggi il bisogno di appartenenza e, da pubblicitari, ne parliamo sospendendo il giudizio, perché sappiamo che domani la società richiederà altro per sentirci amati, accettati, desiderati.

Non c’è dubbio che i social media abbiano amplificato questi aspetti: continuamente sperimentiamo il racconto della vita altrui, soprattutto attraverso le immagini, indipendentemente dal fatto che aderisca alla realtà e finiamo col credere che le vite degli altri siano quelle vediamo, e ci sforziamo di esserne all’altezza proprio perché siamo spinti dal bisogno di appartenenza.

Ed ecco che, per vendere un telefono, Beautiful, Perfect, Skinny diventano le key words.


Se da pubblicitari evitiamo di giudicare, da consumatori possiamo legittimamente diffidare di chi sfrutta la nostra debolezza e chiederci se non sia possibile un approccio diverso. 

E per fortuna lo è. 


  



Questo è Find you beautiful, il commercial di BBDO per i grandi magazzini Macy’s, che invita le donne a ridiscutere l’interpretazione che ciascuna di noi dà alla parola “bellezza” per costruirne una propria, originale, creativa forma di bellezza. 

È una storia diversa, che sfrutta l’individualismo più dell’omologazione ma al fondo il bisogno fondamentale è sempre quello, solo che invece di dirci “sarai amata se sarai magra e perfetta”, ci spiega “valorizza chi sei davvero”.

Ma anche qui, è importante rendersi conto che l’obiettivo è sempre uno: rafforzare l’identità di marca affinché aumentino le vendite, ed è assolutamente legittimo che sia così. È la pubblicità di un prodotto commerciale, non una campagna di sensibilizzazione.



Guardando questo commercial però, mi sono ricordata di una vecchissima campagna della stessa agenzia, che risale agli anni in cui il copy era uno dei fondatori di BBDO: il grandissimo Bill Bernbach, santo patrono di tutti i creativi.






Si tratta di un annuncio per i Grandi Magazzini (di nuovo!) Ohrbach’s, scritto con un garbo e un’intelligenza davvero rari: «It’s in, but may be you shouldn’t be in it». Una headline che gioca sul doppio significato di “in” (di tendenza, ma anche dentro): «è di tendenza, ma non ti ci dovresti infilare». E il riferimento è alla ragazza in carne che indossa degli shorts che decisamente non le donano. Il bodycopy spiega che nei magazzini Ohrbach’s ci sono tantissimi abiti, anche gli shorts all’ultimo grido, ma anche tante altre cose con cui la signorina sarebbe davvero bellissima. Il concetto, espresso con grande eleganza, è che non è la ragazza a doversi adattare agli abiti, ma il contrario.






08.05.2019 # 5254
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

Campagne turistiche: cavalcare l'onda della Brexit

Blog! di Daria La Ragione

La Brexit è alle porte. Forse. Chissà. Più o meno.

In effetti la dinamica non è chiarissima, ma è certo che il tema del confronto tra Regno Unito e altre località turistiche (e non), è stato uno dei temi su cui si è riso tanto (forse per non piangere).

Anche le agenzie pubblicitarie hanno dato il loro contributo, a volte in modo molto intelligente, a volte in modo meno interessante.

È di questi giorni uno degli ultimi esempi: è la campagna pensata dalla sede lettone di Publicis per il Latvian Tourist Board, certamente piena di ironia, ma forse non del tutto centrata.














Come spesso accade nei casi pubblicità comparativa (o pseudo comparativa) in ambito turistico, si tratta di una multisoggetto: una serie di manifesti ci rincuorano, spiegandoci che anche se perderemo Elton John con l’uscita della Regno Unito dall’Europa, per fortuna la Lettonia resta e con lei il compositore Raimond Pauls; dovremo dire addio alla bianche scogliere di Dover, ma non alla spiaggia di Jurmala, non dovremo rimpiangere l’Aston Martin grazie al Dartz Suv etc.

Tanta autoironia, non c’è che dire, ma un dubbio: è venuta voglia a qualcuno di andare in Lettonia dopo aver visto questa campagna?


Sempre in tema Brexit, qualche tempo fa avevamo già parlato di una brillante campagna di un’agenzia rumena, GMP, che aveva deciso di avviare un’operazione “simpatia” per contrastare il crescente malanimo dei cittadini inglesi nei confronti di quelli rumeni (pare che qualcuno avesse cavalcato la paura di un’invasione da questo paese a fini elettorali, ma pensa te che cosa succedono all’estero!!!).


In questo caso la cosa funzionava perché il confronto era tutto giocato, sì con ironia, ma a vantaggio del paese in oggetto, (qui trovate tutto l’articolo): «non abbiamo una tassa sul traffico. Noi crediamo che il traffico sia una punizione sufficiente», «la nostra birra alla spina costa meno della vostra acqua in bottiglia», «abbiamo più gruppi alimentari che non torta, salsiccia, fish&chips», «parliamo un inglese migliore di qualunque altro posto possiate visitare in Francia» (applausi), «metà della nostre donne assomiglia a Kate (Middleton), l'altra metà alla sorella».

Insomma, l’ABC di una comparativa dovrebbe consistere nel mettere in luce i pregi del proprio prodotto, non ironizzare sui proprio difetti. Per carità, i cittadini lettoni sono più simpatici oggi di quanto lo fossero ieri, ma basta questo a spingerci a cercare un volo per Riga? Forse no.


Ora, sarebbe legittimo chiedersi: esistono campagne turistiche che non mostrano particolari bellezze e luoghi di interesse, ma che funzionano comunque? La risposta è SÌ.

E anche in questo caso ne avevamo già parlato qui, a proposito di una felice pubblicità per Las Vegas la città in cui succedono cose che nessuno a voglia di raccontare, ed è proprio su questo che giocava questo spot.


Il turismo è uno dei settori che ci ha dato più soddisfazioni in questi di anni di campagne poco memorabili, peccato che questo della Lettonia non sia uno di quei casi.

18.04.2019 # 5248
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

Art in Micro: una mostra da scoprire negli Art Series Hotel

Blog! di Daria La Ragione

Art Series Hotel è una catena di boutique hotel con sedi a Melbourne, Brisbane e Adelaide che ha la caratteristica di essere dedicata all’arte contemporanea e in particolare agli artisti australiani.

Si tratta di un progetto ambizioso e molto molto interessante, in cui ogni struttura è ispirata all’opera di un artista e ne porta il nome. Ma attenzione, perché non si tratta semplicimente di un’ispirazione, gli artisti stessi hanno prodotto opere site-specific che rendono gli alberghi anche delle gallerie d’arte.

Di recente è stata lanciata una campagna di comunicazione molto particolare: si chiama Art in Micro ed è un invito a scoprire una mostra all’interno degli alberghi.

 



Ma in questo caso la parola scoprire è da intendersi alla lettera: si tratta infatti di opere in miniatura, per apprezzare le quali viene consegnata agli ospiti una lente di ingrandimento insieme all’invito a trovare le opere in mostra.

Uno tra tutti gli ospiti che avranno trascorso almeno una notte in uno degli Art Series Hotel  e avranno postato sul loro account Instagram una foto della micro arte, riceverà in dono un viaggio per due persone per andare a visitare il Louvre.

Ecco una campagna “crossmediale” che sfrutta in modo intelligente tutti gli strumenti: il video per raccontare l’iniziativa, il mondo reale per coinvolgere il target e portarlo realmente all’interno delle strutture, i canali social per dare il giusto risalto all’iniziativa. Dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, che di solo social non vivono le aziende se non sanno costruire eventi e attività che giocano tra reale virtuale.

15.04.2019 # 5242
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

Pubblicità opportunista: tutti pazzi per Game of Thrones

Blog! di Daria La Ragione

L’attesa è finita: dopo circa due anni dall’ultimo episodio è tornato Game of Thrones, la serie evento che negli ultimi anni è cresciuta sempre di più diventando un vero e proprio cult.

Ovviamente, come accade con gli animali cosiddetti “opportunisti” come per esempio i corvi – e mai esempio fu più adatto, visto il ruolo che il pennuto ha nella serie – sono in tanti a “mangiare” senza aver partecipato alla caccia: cioè sono tante le aziende che hanno approfittato dell’evento per farsi pubblicità.

Ecco una piccola carrellata di pubblicità a tema Game of Thrones.


Kentuky Fried Chicken (l’agenzia è Ogilvy, Hong Kong) ne approfitta per il lancio di una nuova ricetta “hot & spicy” creando una gif e un annuncio stampa che richiama uno dei grandi protagonisti della saga: i draghi!




Un’altra peculiarità di questa lunga saga scritta da George R. R. Martin è che non esiste nessun personaggio di cui si possa dire che è “al sicuro”, sono infatti più di trenta i protagonisti e co-protagonisti che sono stati ammazzati (non si muore mai di vecchiaia in Game of Thrones) pagina dopo pagina.

Ecco allora che Foxtel, piattaforma televisiva australiana, ha deciso di creare un vero e proprio cimitero in cui recarsi per andare a rendere omaggio ai tanti defunti che in questi nove anni si sono avvicendati nel cuore dei fan. Il nome del luogo “sacro” è tutto un programma: Grave (tomba) of Thrones.

Qui il video del lancio, l’agenzia è DDB, Sydney, Australia

  



Chiude la gallery Oreo, l’agenzia è 360i di New York, che ha ricreato il titoli di apertura (davvero splendidi), sostituendo i biscotti laddove nella versione originali ci sono elementi rotondi.


  


Salutiamo l’inizio di questa ottava stagione con filo di tristezza: sappiamo già che sarà l’ultima, resta solo da scoprire chi siederà sul Trono di Spade, se l’esercito dei morti sarà sconfitto e soprattutto, speriamo di sapere finalmente di chi è figlio Tyrion Lannister.




10.04.2019 # 5241
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

Pornhub lancia Baterade, per non rimanere a secco

Blog! di Daria La Ragione

Pornhub lancia Batorade, per rimanere a secco

Quando ero bambina il periodo di Natale iniziava in un momento esatto: quello in cui andava in onda lo spot di Coca Cola con i giovani hippies seduti a piramide, la bottiglina di vetro tra le mani e il coro inconfondibile “vorrei cantare insieme a voi, in magica armonia”. Tutt’oggi è un ricordo felice e per me, richiama un clima di pace e amore come solo alcuni momenti dell’infanzia possono.

 


A proposito di amore, questo piccolo cimelio dell’infanzia mia e di molti altri, è stato di recente parodiato dal colosso del porno mondiale: Pornhub ha infatti utilizzato il jingle di quella pubblicità per lanciare un nuovissimo prodotto (che in realtà è un pesce d’aprile).

Si chiama Baterade e serve a reintegrare i fluidi persi durante l’attività sessuale, tutti i fluidi, ci tengono a precisare. E il messaggio, ça va sans dire, è che Batorade vuole offrire a tutti la possibilità di amarsi senza fermarsi, non importa che vi stiate amando da soli, in compagnia, o in modo virtuale.


Questa è una traduzione della versione ufficiale:

«Ti presentiamo Baterade, la prima bevanda isotonica che aiuta sia gli uomini che le donne a recuperare tutti i loro liquidi (TUTTI) dopo ogni attività fisica, dal giocare a hockey tascabile allo sculacciare il tuo partner. Solo la formula clinicamente testata di Baterade può aiutarti a recuperare tutti i fluidi che ti danno l’energia di cui hai bisogno per andare avanti e indietro di nuovo. Prova tutti e tre i nostri sapori esotici oggi, tra cui Papaya Squirt, Banana Blast e Nutty Explosion.


Perché è davvero prosciugante, ma amerai di nuovo

 


La citazione della vecchissima pubblicità di Coca Cola mi ha fatto sorgere alcune domande sul target della comunicazione e mi ha portata all’unico spazio del sito Pornhub che potreste tranquillamente guardare anche in un autobus affollato: quello sui dati statistici. 

Ve lo consiglio caldamente per almeno due motivi: prima di tutto perché avete a disposizione una mole di dati worldwide davvero impressionante, per di più raccontati sempre in modo molto semplice. Il secondo motivo, è che così avete una buona scusa se qualcuno vi dovesse mai chiedere perché c’è Pornhub nella cronologia del vostro browser.





Ma torniamo alla domanda: come mai è stata scelta questa citazione? E la risposta sembra arrivare proprio dagli analytics: il 51% degli utenti del sito (negli USA) è compreso nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni, una fascia d’età che – almeno dai 30 a salire – di fatto ricorda quella campagna e apprezza fino in fondo l’ironia della cosa.

D’altra parte, Pornhub non è nuova ai pesci (evitiamo tutti le facili ironie) d’aprile: qualche anno fa l’intero sito si trasformò in cornhub e al posto dei genitali campeggiavano ovunque pannocchie di mais.






Se siete curiosi delle statistiche e, per esempio, di sapere in che modo il festival di Sanremo ha inciso sugli accessi al sito di video porno più famoso del mondo, avete due possibilità:

- cliccate qui

- buona ricerca tra le pagine del sito

07.04.2019 # 5239
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

Make America Great Again lascia spazio a Welcome to Canada

Blog! di Daria La Ragione

Non c’è dubbio che dalla cerimonia degli Oscar di quest’anno siano stati lanciati dei segnali chiari: il miglior film, gli attori, la regia, la sceneggiatura, tutti questi premi sono andati ad artisti afroamericani, egiziani, messicani a differenza di quanto accaduto in tutti gli anni precedenti (tanto che nelle scorse edizioni non erano mancate polemiche e proteste per le discriminazioni). 

A chi erano rivolti i messaggi? Basterebbe aver visto BlakKlansMan di Spike Lee (migliore sceneggiatura) per saperlo: Make America Great Again e America First sono gli slogan che continuamente vengono ripetuti dai membri del Klan, razzisti soprattutto verso gli afroamericani e gli ebrei.

Oggi questi stessi slogan* vengono ripetuti dal pulpito più importante degli U.S.A., ma sono sostenuti da un vento che soffia al di là dei confini statunitensi. Siamo diventati talmente familiari con queste frasi, che esiste addirittura un acronimo, MAGA, per pronunciarli più velocemente**.

  


È abbastanza preoccupante che cinquant’anni dopo, rispetto a problemi dei quali, pur essendo lontani dalla soluzione, potevamo dire che c’erano punti di non ritorno, cose che non avremmo mai più detto, pensato, tollerato, siamo invece tornati così indietro.

Sarà opportunismo quello di Hollywood? Probabile, ma non c’è dubbio che quanto più forte è la spinta retrograda, tanto più si sente il bisogno di una reazione.

Dopo questo lungo cappello, eccoci al commercial in questione: viene dal Canada, è opera di  Zulu Alpha Kilo, un’agenzia che negli ultimi anni ci ha fatto vedere tante belle cose e che è da tenere sott’occhio. Si chiama #UnravelHate, letteralmente Dipanare l’odio e usa un cappello come metafora della politica di immigrazione del Canada: non banalmente accogliere, ma di più, raccogliere tutte le energie e le speranze che vengono respinte dagli Stati Uniti e trasformarle in nuova linfa per il paese. 

Un berretto con la scritta Make American Great Again viene dato a delle persone e si chiede loro di raccontare cosa MAGA rappresenti per loro, come li faccia sentire, che tipo di messaggio stiano ricevendo. Lo stesso cappello viene poi trasformato: la scritta viene scucita e con il cotone recuperato viene scritto un nuovo messaggio su un nuovo cappello WELCOME TO CANADA.

La reazione di queste persone ci racconta che saranno una risorsa preziosa per questo paese.




*slogan: Dal gaelico scozzese sluagh-ghairm ; propr. “grido di guerra”


**A Napoli siamo specialisti nell’arte di risparmiare energie e quindi siamo avanti anche in questo: KTM indica una bestemmia da anni ormai. 

28.03.2019 # 5233
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Daria La Ragione // 0 comments

Lo spot di Apple TV ovvero come si racconta una storia

Blog! di Daria La Ragione

Apple tv arriverà in autunno, e per annunciarlo fa le cose in grande.

Stavo giusto lamentandomi di quanta brutta pubblicità io stia vedendo in questi giorni, quando finalmente sono inciampata in questo commercial con cui la casa di Cupertino ha deciso di annunciare l’arrivo del suo ultimo progetto. https://www.apple.com/it/tv/


Non sono tanto, o soltanto, i grandi personaggi chiamati a parlare del proprio lavoro. È quella capacità eccezionale che Spielberg, J.J. Abrams, Sofia Coppola, Ron Howard, M. Night Shyamalan hanno di raccontare una storia , soprattutto quando è la storia di come nasce un film.


Ed è un racconto, questo commercial, che rispetta tutti i canoni dello schema classico del cinema americano e se avete letto il manuale di sceneggiatura di Syd Field ne ritroverete (facendo le dovute proporzioni rispetto alle tempistiche), i passaggi fondamentali.

  




Una partenza tranquilla, razionale ma non del tutto, che cresce non appena arriva il promo colpo di scena: nasce un’idea, qualcosa la mette in moto, arriva come un’intrusa, è evocata da un’immagine, fa scattare la molla della curiosità.

Cominciamo a emozionarci. Questi grandi artisti ci raccontano la fatica, l’impegno di scrivere e riscrivere il loro film e, mentre lo fanno, sono sempre più partecipi e noi con loro.

E poi arriva il momento dell’azione, arrivano gli attori con il loro tripudio di sentimenti, motivazioni, stupore e meraviglia. Poi le maestranze che allestiscono il set e tutta questa gente dipende da loro, dai registi: tutto questo peso, questa responsabilità cresce sempre di più e ci coinvolge, ci accelera i battiti ci porta via come una lunga ma velocissima salita in cima alla quale troviamo lei: la magia del cinema, e inizia la discesa.

«essere coinvolti nella vita di un altro, ecco cosa dovrebbe essere una storia. Una storia dovrebbe farti dimenticare quello che ti circonda, dovrebbe farti dimenticare i tuoi impegni, la tua giornata e magari te stesso».

L’avete guardato questo spot?

Vi ha emozionati?

Vi ha fatto dimenticare, almeno per un attimo, i vostri impegni, la vostra giornata, voi stessi?

Dite grazie ad Apple TV allora, e magari a Syd Field.




26.03.2019 # 5231
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Daria La Ragione // 0 comments

Breve storia della campagna elettorale che cambiò tutto

Blog! di Daria La Ragione

Il 2019 sarà un anno costellato di appuntamenti elettorali per gli italiani: regionali, europee, comunali (tralasciando le primarie) e, come sempre accade, saremo assediati da tribune politiche, manifesti (troppo spesso affissi abusivamente) e messaggi meno espliciti e forse proprio per questo anche più efficaci.

I talk show ci hanno abituati da molto tempo, ormai, a sentir citare sondaggi che affermano che italiani pensano, vogliono, hanno paura di una cosa, del suo opposto, di tutt’alro. Tutti sembrano avere chiare le idee molto chiare, pochi si preoccupano di darci quelle due o tre informazioni indispensabili per interpretare un sondaggio: quale domanda è stata formulata, come e a chi. È fin troppo ovvio che chiedere a qualcuno se è favorevole o contrario allo ius soli è diverso dal chiedergli se teme che un eccesso di immigrazione renderà meno sicure le città.

Ma quando è iniziato questo uso dei sondaggi?

Era il 1952 quando Rosser Reeves, manager dell’agenzia Ted Bates e teorico della USP - Unique Selling Proposition, decise di assumere l’incarico della campagna elettorale di Dwight Eisenhower.

Quella campagna passò alla storia per tre motivi: innanzitutto costò ben 2 milioni di dollari, una cifra mai spesa prima e che segnò la svolta nella comunicazione politica americana. Inoltre, fu la prima campagna nella storia delle elezioni presidenziali in cui vennero utilizzati degli spot tv.

Si trattava di spot molto ben costruiti in cui il (futuro) presidente Eisenhower rispondeva a cittadini molto preoccupati, spiegando loro quali soluzioni proponeva ai problemi che li angosciavano. EISENHOWER ANSWERS AMERICA era il claim della campagna che portò il generale alla presidenza degli Stati Uniti.











Come furono scelti i quesiti da affrontare?

Fu proprio questo il secondo motivo per cui questa campagna è entrata nella storia della comunicazione politica (e non solo). Per la prima volta infatti, Reeves commissionò a George Gallup un sondaggio per far emergere quali questioni fossero sentite come più urgenti dai cittadini americani: per l’appunto la corruzione dell’amministrazione, il prolungarsi della guerra in Corea, l’inflazione. E su quelle focalizzò tutta la campagna.

Quindi, se oggi i sondaggi vengono usati come arieti lanciati contro le opinioni altrui, possiamo ringraziare le buone anime di Reeves e Gallup.


Non furono però solo questi gli spot pensati per la campagna di Ike (nomignolo con cui veniva affettuosamente chiamato Eisenhower), ce ne fu uno il cui jingle fu scritto dal fratello di Walt Disney, che trasformò lo slogan “i like Ike” in un motivo di quelli che ti entrano in testa e non ti lasciano più: un esempio di quella strategia, che qualche anno dopo farà la fortuna di Jacques Seguela, che consiste nel trattare anche il politico come un prodotto da vendere.



20.03.2019 # 5230
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Daria La Ragione // 0 comments

Chipotle - il fast food di qualità e dal volto umano

Blog! di Daria La Ragione

Chipotle Mexican Grill Inc è una catena di ristorazione statunitense, una sorta di fast food di qualità che ha fatto una dichiarazione programmatica in base alla quale si impegna a servire cibo di qualità, con verdure biologiche e carni di animali cresciuti in modo naturale.


In linea con questo intento, è stata lanciata in questi giorni una campagna multisoggetto ideata e realizzata da Venables Bell + Partners: si tratta di quattro brevi spot in cui i cuochi dell’azienda raccontano il loro lavoro e cosa significhi per loro: fare le cose bene, metterci passione, amore  sembra essere il fil rouge che unisce queste interviste. Ed è questa la cosa davvero interessante: si racconta il cibo, ce lo mostrano e ci dimostrano che non ci sono ingredienti di dubbia origine, tutto è fresco, tutto è preparato giorno per giorno.


 


 


 

 



 



 

Ma il messaggio davvero interessante, quello che richiede una seconda lettura un po’ più approfondita, riguarda la scelta di raccontare i valori aziendali attraverso lo sguardo, le parole, le mani delle persone che ci lavorano.

Non è scontato. Ma diventa intelligente e indispensabile se il tuo brand si propone di offrire un’esperienza “umana”, in termini di qualità del cibo, ma anche di ritmo che scandisce il pasto: veloce sì, ma a misura d’uomo; genuino come l’approccio di chi ci lavora e “si fa i muscoli” preparando guacamole, si identifica con ciò che prepara (good food, good person), si sforza di fare del proprio meglio, rifiuta le scorciatoie.

Tutti questi elementi, questi valori, vengono trasferiti dai dipendenti al brand e contribuiscono a creare un clima di fiducia. Un po' come accade con i testimonial, solo che questa volta il testimonial non è un personaggio famoso, e non è nemmeno qualcuno che rappresenta il livelli dirigenziali dell'azienda: sono quelli che ci mettono la faccia ogni giorno, quelli più vicini a te, quelli che incontri, che riconosci e di cui ti puoi fidare di più, perché pensa che hanno meno da guadagnarci a dire una bugia.



Note a margine
Nota 1: dal 1998 al 2006 McDonald’s ha fatto parte della società, salvo poi uscirne del tutto.
Nota 2: esiste un ristorante Chipote Mexican Grill anche a Napoli. Ma è Napoli in Florida (USA)

15.03.2019 # 5229
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Daria La Ragione // 0 comments

Friday For Future

Blog! di Daria La Ragione

15 anni, le guance piene e uno sguardo molto molto determinato: se oggi in tutto il mondo – oltre 2052 le città in cui sono previsti i cortei –gli studenti scendono nelle piazze per chiedere ai governi di affrontare e risolvere la questione dei cambiamenti climatici, buona parte del merito è suo. 

Li abbiamo visti sfilare questa mattinata per il Friday For Future: dalle elementari in poi, studenti di ogni ordine e grado ci guardavano sui balconi gridando “Scendi giù, scendi giù, manifesta pure tu” ed erano bellissimi.

Una piccola rivoluzione che ha già portato molti frutti, di cui il più importante non è, come potrebbe sembrare, di aver tematizzato la questione ambientale, costringendo i media a portarla finalmente in prima pagina, come una questione non più rimandabile.

No, il più importante è aver dato a tutti questi studenti la percezione di poter influire sul proprio futuro: avranno tempo per capire che le bottiglie di plastica da cui bevevano, gli abiti che indossavano, gli snack monodose che mangiavano, sono parte del problema. E sarà compito degli insegnanti e, ancora una volta, dei mass media educarli a comprendere quanto è complesso il problema del clima e quanto è intimamente intrecciato con questione economiche e sociali che fanno da ancora, da freno che blocca la volontà dei governi di intervenire.


Ma è stato lanciato un sasso, da una 15enne svedese, ed è diventato una valanga. 

E questa immagine di ragazzi sorridenti, allegri e serissimi nel chiederci di farci carico della soluzione di un problema che non può aspettare loro (sarà già tardi quando saranno cresciuti), questa immagine dicevo ha la forza che le tante pubblicità sull’argomento non hanno: è carica di speranza.


A seguire una gallery di annunci stampa e commercial delle maggiori associazioni internazionali che si muovono a difesa dell’ambiente – Greenpeace, WWF, Sea Shepherd – alcuni più emozionanti, altri che fanno riflettere, ma nessuno di questi centra fino in fondo il punto: il bisogno che ognuno di noi ha  di sentirsi parte della soluzione, oltre che del problema. 


 



 


 



 







Suscitano paura, rabbia, sdegno, dolore e lasciano sempre fuori la speranza, dimenticando che gli esseri umani sono assai bravi a difendersi dai sensi di colpa. Questa volontà di aggredire i sentimenti del target, rende quasi inevitabilmente inefficaci queste azioni e ci ricordano che il vero problema di qualunque campagna sociale è fare breccia in un’armatura di atteggiamenti e pregiudizi e un filo spinato di autodifese.

Poi ti affacci al balcone, ti viene voglia di scendere a manifestare e ti rendi conto che nel tuo personale carnet di donne che hanno cambiato il mondo c’è una figurina nuova, ha 15 anni, le guance piene e uno sguardo molto molto determinato.

14.03.2019 # 5223
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Paolo Falasconi // 0 comments

Carolyn Jenkins, illustratrice del XXI secolo senza Photoshop

Si può restare al centro della scena nel settore dell'illustrazione senza usare nessun software di fotoritocco o di illustrazione, con la certezza che occorrerà non meno di un mese per completare l'opera?

Può sembrare strano che in un’epoca in cui i software grafici sono capaci di riprodurre tecniche artistiche con una fedeltà quasi totale allo strumento reale, ci siano persone che si cimentano con pennelli, tele e colori in pastiglie o tubetti per realizzare opere che nascono per scopi commerciali, come illustrazioni per commercial advertising, cataloghi o altro.

Si potrebbe immaginare che il mercato della comunicazione, in costante marcia accelerata verso l’obiettivo del “miglior risultato nel minor tempo” abbia già catalogato questo genere di collaborazione come “estinta“, cioè insostenibile economicamente, incompatibile con le esigenze di instant marketing di un prodotto che spesso ha una durata programmata di una manciata di giorni, forse un mese.

Non è così. Ho conosciuto il lavoro di Carolyn Jenkins per caso, e mi sono imbattuto nelle sue illustrazioni con la convinzione che avesse acquisito una tecnica al computer sofisticatissima e accurata salvo poi, approfondendo il suo lavoro e la sua storia, scoprire che i suoi lavori sono acquerelli botanici che spesso includono dettagli sconvolgenti e nascono –rullo di tamburi– da un pennello, acqua, colore.

Carolyn dipinge con accuratezza scientifica e incredibile pazienza. Essendo specializzata in botanicals il suo lavoro è popolare con clienti come Estée Lauder, Diageo e Crabtree & Evelyn, dipingendo ingredienti per tutto, dalla crema idratante al gin.

Considerato che per dipingere una tavola di 25 x 25 cm occorre mediamente un mese di lavoro viene da chiedersi cosa spinge un’azienda a rivolgersi ad una professionista come lei. Ebbene, talvolta nel rappresentare qualcosa specie quando si tratta di un soggetto botanico l’esigenza è che tutto quel che è importante sia messo in evidenza.
Paradossalmente, nessuna fotografia può fare questo, né un abile lavoro di manipolazione in photoshop.

Il risultato finale è sempre il frutto di un mix di elementi, alcuni fedeli alla realtà, altri ingranditi, evidenziati, posizionati in maniera tale da restituire l’immagine compiuta del soggetto come lo si vuole raccontare e non come appare nella realtà e, per ottenere questo, è necessaria una competenza che va oltre il fatto artistico per abbracciare per esempio conoscenze di botanica e una grandissima capacità di osservazione per cogliere tutte le sfumature che la natura sa offrire.

Il lavoro che l’ha impegnata di più, ça va sans dire, è una collaborazione per una mostra del RHS (Royal Horticultural Society) un compendio di tutta la tecnica e le conoscenze botaniche applicate con il massimo rigore, che le è valsa una medaglia d’oro dalla stessa Società.

14.03.2019 # 5222
«Fammi bella»: il bisogno di appartenenza in pubblicità

Federica Cerami // 0 comments

La necessità dell’arte. Il visionario lavoro di Yayoi Kusama

in un film straordinario L'artista quasi novantenne Yayoi Kusama ricrea attraverso il fare artistico le sue visioni

“Infinity”, il documentario della visionaria artista giapponese Yayoi Kusama, è arrivato in Italia.

Dal 4 marzo è possibile immergersi nell’incredibile mondo creativo della Kusama, attraverso la visione di questo film che, utilizzando materiali d’archivio e interviste recenti, riesce a raccontare con efficacia la sua parabola artistica dagli inizi al successo internazionale.

“Nonostante sia ormai famosissima per la sua parrucca rossa e i suoi pois colorati, ho pensato che far conoscere anche il lato oscuro della sua storia personale potesse aiutare a trasmettere al pubblico quella parte della sua vita e della sua persona onde evitare che venisse dimenticata. Volevo che chiunque sapesse che quella di Kusama è la storia di una pioniera, che ha dovuto superare il sessismo, il razzismo e la malattia mentale, per perseguire il sogno di essere un’artista”, ha dichiarato la regista Heather Lenz.

Quest’anno la Kusama compirà 90 e di certo si può affermare che sia una delle artiste più conosciute e amate al mondo.

Il cammino verso il suo successo, perà, non è stato né breve né facile: cresciuta in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale in una famiglia che scoraggiava e dileggiava le sue ambizioni creative, anche dopo il trasferimento a New York dovette lottare a lungo.

Contro un mondo dell’arte sessista e razzista, ma anche contro la propria malattia mentale, che l’ha portata, nel 1977, a trasferirsi in maniera permanente e volontaria in un ospedale psichiatrico di Seiwa in Giappone.

La mia opera si basa sulla trasposizione, in arte, dei miei problemi psicologici. Ossessione. L’accumulo è il risultato della mia ossessione. E questa filosofia è il tema centrale della mia arte”, spiega l’artista all’inizio di questa clip tratta dal film. E in poche parole riassume il cuore di una ricerca in cui arte e vita diventano inscindibili, supportandosi e salvandosi l’un l’altra.
È proprio all’interno del suo vissuto più remoto che possiamo trovare la chiave interpretativa del suo percorso artistico. Fin da piccola soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi e allucinazioni plurime dovute a perpetrate violenze domestiche.

Durante una crisi giovanile, il motivo a fiori rossi di una tovaglia da tavola comincerà a riprodursi all’infinito nella stanza, popolando da allora in poi il suo universo in modo ossessivo. Pois e fiori giganti, reti, protuberanze molli e forme falliche.

Sarà la riproduzione, la moltiplicazione e l’aggregazione ossessiva di questo ristretto vocabolario di forme la firma stilistica delle sue opere.

Yayoi Kusama ricrea attraverso il fare artistico le sue visioni come mezzo per dominarle, convertendo questa proliferazione minacciosa in una via di salvezza e fuga verso un’entropia liberatoria. L’intento della sua arte è quello di condurre un’indagine sul concetto di percezione del cosmo e di infinito, oltre che un inno alla bellezza della vita.

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