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Made in Ilas // Pagina 2 di 24
27.02.2020 # 5451
Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Paolo Loffredo è strategic designer nell´agenzia fondata insieme ai suoi soci: Hubitat (nome scelto per richiamare il termine Hub e Habitat). Perché questo nome? Scopriamolo insieme nella sua intervista per Generazione Ilas.

Paolo Loffredo classe ’85, nato a Battipaglia, ha studiato prima Economia Aziendale e poi Graphic Design e Motion Graphics,  fondando la sua prima agenzia nel 2009 a Napoli. Dopo diversi anni a capo della sua agenzia, insieme ai suoi attuali soci, ha deciso di unire le forze e creare qualcosa di unico: un’agenzia che potesse essere realmente un partner strategico per i clienti. Nel 2018 – quindi – fonda con due soci e amici Hubitat, agenzia di comunicazione integrata che ha sede a Battipaglia e Salerno. Parlando dell’agenzia dice: “Oggi fare comunicazione richiede specializzazione e integrazione. È difficile che una sola persona possa essere brava in tutto, è necessario invece poter contare su un gruppo formato da competenze differenti e specifiche ma guidate da un’unica visione. Hubitat nasce da questa fusione: siamo HUB nella misura in cui le nostre competenze si incrociano e si fondono, per restituire ai nostri clienti un risultato moltiplicato. Ma siamo anche un habitat, un luogo in cui le idee e le strategie nascono naturalmente integrate. Ormai, dopo tanti anni di collaborazione, è come se fossimo un’unica mente, pur se distinti per formazione, competenze e specializzazione.” Oltre ad essere uno strategic designer è  – prima di tutto – marito di Valentina e padre di Lisanna.


© Paolo Loffredo - Hubitat

L´Intervista

(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Paolo Loffredo) Il progetto su cui sono concentrato in questo periodo è lo sviluppo di un metodo di lavoro per la mia agenzia. Abbiamo scelto un nome, Hubitat, per comunicare il senso di integrazione tra competenze e la certezza di un risultato integrato e coerente. Ora siamo impegnati nel definire le procedure che, oltre alle intenzioni, possano rendere questa idea sempre più produttiva e concreta.
Oltre a questo, appena ho un po’ di tempo mi dedico alla formazione personale: sto studiando design thinking, UI design e ho diversi progetti di packaging design, una mia passione.

 

Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

 

Credo che la creatività sia frutto dell’incontro tra metodo e pensiero laterale. Non ho un rituale, ma un metodo sì: inizio con una lunga fase di ricerca in cui studio di tutto, dai siti web agli articoli della stampa, dai report alle brochure e ai social di aziende che operano in un settore specifico. Poi inizio a mettere da parte spunti e ispirazioni in una cartella che mi serve per raccogliere tutto quello che credo potrà servirmi: immagini, font, testi, lavori realizzati da altre aziende. Nella fase di studio tutto è utile. Poi inizia una fase di preparazione: creo i miei file, le griglie, preparo l’output. E poi inizia la fase di progettazione vera e propria, che può durare diversi giorni o settimane, a seconda della complessità. Quello che trovo utile in generale è la raccolta di feedback e opinioni dai miei collaboratori: ci confrontiamo molto e discutiamo di eventuali altre strade da percorrere. Credo che il confronto e la possibilità di integrare visioni siano il vero punto di forza di un’agenzia.

 

Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla Ilas?

 

La Ilas ha segnato l’inizio del mio percorso professionale: ricordo con grande affetto i miei docenti e a loro devo tutto quello che ho imparato. L’aula è un ambiente protetto in cui puoi – e, in un certo senso, devi – sbagliare. Hai l’opportunità di vivere in piccolo le difficoltà e le sfide che incontrerai di lì a poco e puoi imparare a superarle. Ricordo le notti insonni a lavorare sui progetti, la semplicità con cui i miei docenti risolvevano aspetti per me difficili e la soddisfazione di vedere riconosciuto il mio lavoro. Tra i banchi della Ilas ho capito di potercela fare e ho deciso anche come avrei voluto lavorare. Ho scelto 10 anni fa di dare sempre grande importanza al confronto, di non dare mai nulla per scontato: l’umiltà, che è un tratto del mio carattere, è diventata parte del mio metodo di lavoro.


© Paolo Loffredo - Hubitat

Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

Forse sì. Ho sempre lavorato nel mondo della comunicazione, da ragazzo nel settore degli eventi, poi piano piano e anche grazie allo sviluppo della comunicazione digitale è diventato tutto più rapido. Ho studiato tanto e lo faccio ancora perché al netto dei nostri desideri, credo sia importante crearsi delle opportunità, farsi trovare pronti a cogliere quello che la vita potrà proporci.
Nella mia agenzia, quando inseriamo una nuova risorsa, diamo buoni per l’acquisto di libri e corsi online o workshop: sappiamo che dalla crescita delle persone che lavorano con noi dipende il successo di tutti.

 

Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

 

È un po’ come chiedere a un papà di scegliere qual è il figlio preferito! Non credo di poterlo fare e ti spiego: ogni lavoro è frutto di un momento, di una fase professionale ma anche di condizioni specifiche, legate a quel progetto. Un cliente che si affida completamente ti offre la possibilità di esprimerti, ma uno che ti indirizza molto ti costringe a tirare fuori il meglio per trovare la strada giusta, anche dentro dei limiti molto stretti.Ci sono alcuni lavori a cui sono legato dal punto di vista affettivo, perché hanno rappresentato delle tappe importanti del mio percorso professionale e umano: SMET, uno dei più grandi gruppi di logistica integrata in Europa; Castelcivita, un progetto di promozione turistica e territoriale innovativo; Ecommerce HUB, un evento che è riuscito a portare a Salerno alcuni tra i maggiori esponenti del mondo dell’e-commerce e del digitale a livello internazionale; e poi certamente tutti i progetti su cui sono impegnato oggi, tra cui un packaging per un brand del settore food che mi darà l’opportunità di creare qualcosa che finirà sulle tavole degli italiani.


© Paolo Loffredo - Hubitat

Qual è la sfida lavorativa più grande che hai dovuto affrontare?

 

Le difficoltà sono dietro l’angolo: credo che chi si occupa di comunicazione oggi debba farci l’abitudine. Quello che spesso mi ha messo in difficoltà è stata la necessità di “limitarmi” per evitare di superare un budget o rifiutare un lavoro perché già in fase di approvazione del preventivo avevo la certezza di non vedere riconosciuto il lavoro sull’identità del brand. Mi piacerebbe lavorare sempre al massimo, ma da imprenditore devo necessariamente dare un valore economico agli sforzi.

 

C’è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del mondo della comunicazione?

 

In generale no, credo sia tutto frutto della cultura della comunicazione. Ognuno di noi, in ogni progetto e con ogni cliente può pian piano cambiare qualcosa: la metà del nostro tempo la passiamo a spiegare, a formare i nostri clienti e sono certo che facendolo tutti, riusciremo a cambiare le cose. Accettare di lavorare per pochi spicci, accontentarsi e approssimare: questi sono i problemi più grandi del nostro settore.

 

 Se dovessi – per una qualsiasi ragione – cambiare città, dove andresti?

 

Mi piacerebbe vivere in un posto in cui veder crescere mia figlia a contatto con l’arte e la cultura. A volte pesa molto doversi confrontare con una mentalità spesso miope e non vorrei costringere mia figlia a fare lo stesso.


© Paolo Loffredo - Hubitat

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Consiglierei di non abbattersi di fronte alle prime difficoltà, di non scendere mai sotto un livello di qualità minimo e di non consegnare mai un lavoro su cui non metterebbero la firma. E poi di studiare sempre e di imparare a trovare del tempo per sé: lavoriamo tutti troppo e questo non aiuta la creatività.

 

Un film e un libro che ti hanno cambiato la vita?

 

Più che un film e un libro, un disco: la cover di The Braxtons di The Boss, brano fantastico di Diana Ross. Ho un passato negli eventi da disc jockey, è un disco che mi accompagna fin da ragazzo, nella crescita formativa e professionale, c’è sempre stato e c’è ancora.


© Paolo Loffredo - Hubitat

Cosa ti tira giù dal letto la mattina?

 

Responsabilità e ardore: la prima è legata al mio duplice ruolo, di direttore creativo e imprenditore; la seconda è quella spinta misteriosa che guida ogni nostra giornata, un desiderio di creare, di fare, di vivere la vita che abbiamo desiderato. E poi ci sono mia figlia e mia moglie: ogni giorno mi alzo e cerco di essere la persona di cui loro possano essere fiere.

 

Una parola che ti rappresenta?

 

Umiltà: viene da humus e ha a che fare con la terra, da cui tutto ha origine.

© Paolo Loffredo - Hubitat

Se tu fossi un piatto, quale saresti e perché?

 

Un piatto di pasta con crema di fagioli, crema di tonno e pomodoro secco. Una creazione che ho improvvisato e che mi rappresenta molto: colori, fusione di terra e mare e ovviamente un sapore intenso, ricco e genuino.

 

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

Sono un operaio della fabbrica della comunicazione: produciamo qualcosa che non userai direttamente ma che ti permetterà di avere più informazioni, più opportunità e di raggiungere luoghi che oggi non immagini.

 

Progetti futuri?

 

Tantissimi, forse troppi da elencare. Stiamo rafforzando la divisione dedicata alla comunicazione food nella mia agenzia: è un settore in cui credo tantissimo e sto lavorando per renderlo sempre più efficiente.

© Paolo Loffredo - Hubitat

27.02.2020 # 5453
Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Cristiano Vicedomini

Tra digital e musica, scopriamo insieme a Generazione Ilas il punto di vista di Cristiano Vicedomini sul mondo della comunicazione.

Cristiano Vicedomini, ha 31 anni e lavora a Napoli come UI/UX designer. Dopo la laurea in filosofia, ha seguito un corso coordinato alla Ilas in Graphic Design, Pubblicità e Web design, diplomandosi nel 2013 con il massimo dei voti. Ha lavorato in seguito come grafico e web designer nella web agency Allaterza e per un portale online nel settore del betting Betadvisor. Attualmente lavora da Buzzoole nell´area prodotto da 3 anni, dove si occupa di user interface e user experience. 

Ha conseguito due master in UX/UI Design a Milano, uno al Politecnico e uno alla Fastweb Digital Academy. 

Oltre al digital, ha un´altra passione: la musica. Dopo aver suonato per molti anni in un gruppo ora è concentrato su progetto solista di musica elettronica.


L´Intervista




(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?


(Cristiano Vicedomini) Attualmente sto lavorando ad progetto di UX/UI per la startup dove lavoro, un tool molto articolato nell’ambito dell’influencer marketing.


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?


Di solito guardo molto in giro, cerco di mettere bene a fuoco l’obiettivo finale. 

Di base prima di iniziare qualsiasi progetto cerco di ordinare le idee prima su carta, nell’ambito della UX molti nodi vengono al pettine proprio nella prima fase del ragionamento. 


Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?


É stato un periodo molto positivo, ho imparato molto e avevo molta stima degli insegnanti. Tutto ha avuto inizio lì anche perché venivo da un percorso di studi completamente diverso. Ricordo con piacere tutti i compagni di corso, con alcuni dei quali sono ancora in contatto.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?


Assolutamente no. Ho studiato filosofia ed ero convinto di seguire altre strade. Anche dopo il corso prima di specializzarmi nell’ambito dell’UXUI ho lavorato in agenzia occupandomi di grafica, stampa e comunicazione. Adesso dopo un po’ di anni ho trovato la mia dimensione.


Qual è la sfida lavorativa più grande che hai dovuto affrontare?


Quando anni fa in agenzia abbiamo dovuto chiudere una campagna multi-soggetto in pochi giorni per un brand abbastanza conosciuto. Sono stati giorni molto intensi, con imprevisti fino all’ultimo minuto. Abbiamo lavorato fino a tardi, ma col senno di poi è stata un’esperienza che mi ha indubbiamente formato anche perché si era formato un bel gruppo di lavoro ed è stato anche divertente. 



C´è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del tuo settore professionale?


C’è molta ignoranza nel settore. Mi piacerebbe che ci fossero più opportunità qui a Napoli, che si rispettassero le giuste procedure e i tempi dovuti per consegnare un buon lavoro. La fretta è sempre cattiva consigliera.


Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?


Direi proprio forza, è anche grazie ai social che faccio il mio lavoro.  Essendo in prima linea nell’area prodotto, in una società di influencer marketing, non potrei dire altrimenti.



Cosa ti tira giù dal letto la mattina? Cosa ti guida?


A parte la sveglia, la voglia di fare qualcosa che sia creativo, interessante.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?


Consiglierei di essere pazienti e soprattutto curiosi: aprirsi agli altri e alle loro idee è sempre una ricchezza. Mai fermarsi alla prima impressione.



Una parola che ti rappresenta?


Resistenza, in tutti i sensi. 


Una parola che vorresti eliminare dalla terra?


Il tempo.


Se tu fossi una canzone, quale saresti?


Svegliami dei CCCP.


Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?


Cerco il modo di rendere più facile e accessibile le cose alle persone. Sono un democratico.


Progetti futuri?


Voglio continuare a studiare e ad approfondire il mio lavoro, mi piace il fatto che sia una disciplina in continua evoluzione. Un giorno vorrei anche insegnare. 


27.02.2020 # 5395
Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista ad Annarita Ferrante

Annarita Ferrante vorrebbe partecipare a una missione spaziale ma al momento è con i piedi (ancora) per terra

Annarita Ferrante a 11 anni comincia la sua vita intellettuale trovando tra un cumulo di libri Essere o Avere di Fromm, il suo libro-guida. Si dedica agli studi umanistici finché incontra la Ilas e frequenta il corso di pubblicità e marketing. Nel 2006 entra come copywriter in un’agenzia di pubblicità dove ha modo di sperimentare vari ruoli abbracciando l’accounting e la direzione creativa. Da questa posizione trova uno spazio vuoto, ovvero l’anello mancante tra le aziende-clienti e l’agenzia di pubblicità. Nel 2009 sta per trasferirsi a Roma dove cercherà altre esperienze di agenzia, ma riceve la proposta inaspettata di aprire e gestire un reparto marketing e comunicazione all’interno di un’azienda. Settore di difficile, azienda complessa, tutto da fare: una sfida che vincerà portando a compimento il piano in 10 anni. Il nuovo percorso la porta a percorrere parallelamente la libera professione come Concept Designer. I suoi occhi sono quelli di Giovanna Grauso, Art Director e Designer con la quale si unisce in smaltostudio, un collettivo di creativi indipendenti. In questi anni segue quella passione che non vorrà mai far diventare lavoro: la musica da dancefloor. Partecipa a progetti internazionali come manager, cura la comunicazione per dj emergenti, scrive lyrics, e crea un sito del tutto personale dove racconta, in video, foto e parole, i backstage degli eventi e i top dj in una chiave originale e genuina. Nel 2019 si innamora degli obiettivi ambiziosi ed innovativi di Hair Studio’s ai quali si dedica a tempo pieno.

L´Intervista



(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Annarita Ferrante) Dopo anni di libertinismo professionale sono attualmente impegnata in una relazione stabile con un’azienda come marketing manager. Il gruppo Hair Studio’s sviluppa progetti e servizi avanzati nel settore dell’Hair Styling e della Moda. I più importanti tra questi le due insegne in franchising che contano circa 200 tra spa, saloni di parrucchiere e barbieri e l’Accademia Superiore per la formazione tecnico-artistica e manageriale. È il tipo di missione profonda che mi piace. Ho l’opportunità di confrontarmi a tutto tondo con il settore, al centro tra i grandi brand partner internazionali e le realtà locali. Lavoro dall’innovazione tecnologica e digitale al marketing esperenziale, dalle strategie di business alla parte più creativa delle collezioni moda. Ho tutto quello che mi serve per divertirmi a lavorare, non da ultimo il team o, per meglio dire, la famiglia con la quale condivido questa avventura.

 

Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

 

Colleziono informazioni di ogni genere, osservo, ascolto, studio. Quando ho bisogno di tirar fuori qualche idea faccio tre giri su me stessa e aspetto la reazione degli elementi. Il processo creativo è simile ad una reazione chimica: una o più specie di idee modficano la loro composizione originaria per generare una nuova idea.

 

Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

 

La ilas per me è stata un’esperienza fantastica, una grande opportunità. È il posto in cui ho incontrato me stessa e ciò che avrei voluto. All’avanguardia per modello di formazione, metodologia didattica e strumenti, ma soprattutto ricca di professionisti straordinari con i quali hai la possibilità di studiare, lavorare, confrontarti. C’è un po’ di ciascuno di loro in me: di Ballardini, i punti di vista, di Risuleo, l’immaginazione e il paradosso, di Iannucci, le storie e i personaggi. Poterli assistere come Tutor in anni più recenti è stato un grande orgoglio. Compatibilmente con gli impegni, torno volentieri tra i banchi in occasione dei seminari.

Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

L’ho saputo nel momento esatto in cui ho visto il manifesto ilas del corso di marketing e pubblicità.

 

Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiera?

 

Essere riuscita a valorizzare un prodotto al 1000%. È un dato che mi da una risposta oggettiva, dunque non teme alcun giudizio.

 

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

 

A) Spiegare alle aziende che il brand è un’entità concettuale.

B) Non ho mai avuto sfide più grandi di quelle che ho proposto ai clienti di affrontare.

C) La sfida più grande è sempre con se stessi, vale per ogni tipo di cliente o richiesta quando l’obiettivo è superarsi, spingersi oltre.

C’è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del tuo settore professionale?

 

L’automazione e non parlo di AI. Anche l’intelligenza artificiale si sviluppa cercando risposte sempre più umane. Mi riferisco a tutti quegli umani che profetizzano metodi scientifici per raggiungere dei risultati, chi crede di poter ridurre tutto ad un modello, ad uno schema. Non mi piace l’improvvisazione.

 

Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?

 

Tra i driver del marketing c’è la personalizzazione dei servizi, dell’informazione e della comunicazione, l’approccio non è più mass ma H2H (human to human) dunque il rapporto è sempre più intimo. I mezzi digitali sono indispensabili per stabilire la conversazione, il rapporto e, infine, la loyalty. Siamo già oltre il web e i social come si conoscono comunemente. Dico, sei sul divano con tuo marito e cerchi con ironia il dialogo per capire perché non si fa sesso da un po’. Tempo qualche ora ti arriva un sms da un brand di farmaci per i problemi di prostata che ti consiglia di prenderti cura di lui. Sembra ironico ma è un esempio reale.

Cosa ti tira giù dal letto la mattina? Cosa ti guida?

 

Mi spingo da sola tra le 5 e le 6 solitamente. Di ogni mattina mi attrae il nuovo, è il mio momento preferito della giornata. Piuttosto mi capita che qualche idea mi tiri giù dal letto nel cuore della notte.

 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Fare, sperimentare e studiare. Provare, sbagliare e continuare. Applicare strategie creative per la propria vita. Se non si trovano le opportunità, crearle. Osare, osare sempre.

 

Una parola che ti rappresenta?

 

Relatività.

Una parola che vorresti eliminare dalla terra?

 

Noia.

 

Se tu fossi una canzone, quale saresti?

 

The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd.

 

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

Inventore, filosofo e scrittore con interesse a creare un rapporto tra chi produce e chi compra.

 

Cosa ti aspetta per il futuro?

 

Vorrei partecipare ad una missione dell’ESA (n.d.r. Agenzia spaziale europea) ma se questo non dovesse succedere penso che punterò tutto sul crescere insieme alla mia attuale azienda.

25.02.2020 # 5432
Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Mirko Di Lillo

Più che video editor ama definirsi

Mirko Di Lillo, da sempre appassionato di cinema e tv, si avvicina al mondo delle immagini come fotografo, per apprendere le basi e le competenze da riportare in video. L’incontro con il montaggio video avviene tramite i primi software di montaggio non lineare. La curiosità e la voglia di apprendere lo portano a dedicarsi poi al montaggio analogico, tramite alcune console dismesse negli studi dove ha iniziato a lavorare. E’ ancora quello l’approccio che porta avanti, anche sui sistemi più moderni.

Dice di sé: “Non mi piace definirmi Video Editor, preferisco Artigiano delle Immagini”.


L´Intervista



(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Mirko Di Lillo) Nel momento in cui ti scrivo sto lavorando come montatore per una serie di documentari sull’automotive d’epoca. Un’esperienza sicuramente stimolante, in quanto quello delle auto non è un settore che conosco particolarmente, e mi ha portato a dovermi documentare su tante nuove cose, oltre a conoscere pezzi di storia di cui prima non ero a conoscenza.
Collateralmente sono in una fase di scouting per la creazione di un nuovo team di lavoro per alcuni progetti personali in fase di sviluppo.


Da dove viene la tua ispirazione?

 

La mia passione per l’audiovisivo è nata dai videoclip musicali. È innegabile che la mia maggiore fonte di ispirazione sia la musica. Ogni volta che inizio un nuovo progetto, la prima cosa che faccio è cercare di dare una struttura musicale che possa essere in sintonia con il messaggio e le emozioni che voglio trasmettere, per poi costruirci su le sequenze di immagini, come se fosse una danza armoniosa.


Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

 

Il ricordo più bello è legato sicuramente al valore umano che ho trovato sia tra gli studenti che tra i docenti, che creavano una bellissima atmosfera “alla pari”, in cui non mi sentivo un semplice studente, ma una persona alla pari con tutto il team di studio. Non creare quei rapporti di sudditanza docente-studente, e la possibilità di poter sempre esprimere la propria opinione, credo riesca a lasciare molto più spazio all’estro e alla creatività, che spesso non vengono fuori non tanto per mancanza di idee o di competenze, ma per difficoltà comunicative.
Il mio grande rammarico è stato quello di aver affrontato il percorso di studi in un momento in cui ero impegnatissimo lavorativamente, il chè non mi ha fatto vivere a pieno quell’esperienza, che tornando indietro ripeterei con più dedizione e coinvolgimento.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

In realtà la mia prima vocazione era quella attoriale. Sin da piccolo mi sono sempre cimentato con la recitazione, sia teatrale che per puro divertimento personale. La passione per l’editing è nata un po’ per caso e un po’ per fortuna. Cercavo un lavoretto estivo post maturità, fortunatamente c’erano degli amici di famiglia che avevano uno studio di produzione video e cercavano un assistente. Essendo un ambito affine alla mia passione decisi di buttarmici a capofitto, un po’ mentendo anche sulla mia esperienza sul montaggio e sui software di editing. Mi accorsi però che mi veniva quasi naturale, spontaneo, districarmi tra tutte quelle riprese a cui dare un senso, e che stranamente i miei premontati non tornavano indietro, ma anzi, venivano anche apprezzati. Decisi che forse era il caso di approfondire, anche perchè era un lavoro che facevo con la massima serenità, e mi metteva a mio agio.


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

 

Sicuramente quello di cui vado più fiero è il corto “Le mani di Ali”, che mi ha portato a vincere il premio al Chianciano Corto Fiction per la sezione “Spirituale”. Io, profondamente ateo, che ho avuto la possibilità di raccontare di un’iniziativa di integrazione di un ragazzo musulmano nella festività forse più rappresentativa del cristianesimo: il Natale. Realizzare quel corto è stato sicuramente importantissimo anche sul piano personale, proprio per il messaggio che mi è stato chiesto di raccontare, un’integrazione e un inclusione che va al di là delle barriere religiose, razziali e sociali. Sicuramente è stata un’ottima occasione di crescita.
Ma se dovessi scegliere qualche lavoro che mi rappresenta di più ti rispondere con due degli ultimi videoclip che ho realizzato: quello per il remix di Cattolica realizzato per IL Mago e quello per il duo Amber and Glass per il loro mashup Perfect/Children.
Due videoclip di solo editing, riutilizzando immagini stock o di archivi storici, e realizzati anche sperimentando vari processi di editing che non avevo mai utilizzato. Lì per fortuna non avevo bisogno di una musica da trovare per avere ispirazione, ma solo di pescare, tra i vari cassetti della mente e dei ricordi, quali sensazioni e messaggi mi veniva naturale associare.
Sicuramente è mancata la parte del “set”, ma sono forse quelli in cui più sono riuscito ad esprimermi al meglio, anche grazie alla fiducia dei committenti che mi hanno dato la possibilità di potermi esprimere a ruota libera.





Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

 

Il primo format per la TV che ho realizzato. Fui chiamato come seconda camera per poi ritrovarmi solo, al primo giorno di riprese, a dover gestire tutto, dalle riprese alla sceneggiatura (che era inesistente), per poi vedermelo affidare completamente. Un’esperienza terribile dal punto di vista organizzativo e operativo, ma stimolantissima come sfida. Sicuramente importantissima anche per imparare come NON realizzare un audiovisivo, e che la preparazione e la pre-produzione a monte è importantissima.


C’è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti nel mondo del cinema?

 

I criteri di distribuzione e di produzione odierni. Ho avuto la fortuna e il piacere di partecipare a vari festival o di poter vedere anteprime di tantissimi film stra-validi, che poi non hanno avuto riscontro però dalla distribuzione. La mia impressione è che ci si stia avvicinando sempre più ad un cinema on-demand, in cui si rincorre sempre più il gusto dello spettatore più che raccontare ed educare. Perché per me l’audiovisivo è ancora un momento educativo, sia estetico che storico.


Esiste qualcosa che avresti voluto girare tu? 

 

Come film “E morì con un felafel in mano” di Lowenstein e “La crisi!” di Colin Serreau, il primo per la delicatezza con il quale è stato girato, riuscendo in un’ottima trasposizione e centellinando i movimenti di camera, riuscendo, a mio parere, a risultare registicamente affine alle emozioni, alle vicende e alle tematiche trattate. Il secondo perché pur mettendo in evidenza tantissimi micro-argomenti con mille spunti di riflessione, riesce, a mio avviso, a delineare quello che è il grande mostro di questi ultimi decenni: l’incomunicabilità, che spesso si traduce in individualismo o in prevaricazione emozionale.


Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?

 

Credo entrambe. Sicuramente forza per l’accessibilità a tantissime informazioni alle quali prima era molto difficile accedere, come tecniche, corsi, lavori altrui da studiare, e di conseguenza, anche un’offerta tecnologica molto più vasta. D’altro canto però tutte queste informazioni spesso vengono mal elaborate. Non è raro vedere qualche nuova soluzione di editing o di ripresa divenire virale e poi da lì un appiattimento nei contenuti per scimmiottare quell’artificio estetico finchè non viene fuori qualche nuovo trend da inseguire.
Quella che potrebbe essere una risorsa infinita di stimoli per una diversificazione nella narrativa, molto spesso finisce per divenire la materia prima per una produzione in serie.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina?

 

Oltre la gastrite intendi? Al momento sto lavorando molto su me stesso, cercando di centellinare gli stimoli esterni e veicolarli meglio. C’è stato un periodo in cui ero una spugna, pronto ad assorbire tutto. Ora faccio più selezione, cercando di assorbire prima e di trovare un modo per poi rimescolare quegli input alle mie idee, per poterli rendere miei e personali.
La ricerca di nuovi interessanti stimoli, credo si possa definire così.


Cosa ti appaga di più del tuo lavoro?

 

I feedback di chi guarda i miei lavori. Scoprire che il messaggio è stato recepito, conoscere le interpretazioni diverse di chi li guarda, per me quella è linfa vitale. Ogni volta che produco un audiovisivo ci metto dentro un po’ di me che cerca di inviare un messaggio. Sapere che anche un 1% di quel messaggio sia arrivato è forse la sensazione più bella di questo lavoro.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Capire che ruolo si vuole fare. È fondamentale per non perdere tempo, e soldi, in mille cose prima di poter trovare la propria strada.
Prima ancora di studiare, di capire le tecniche, di guardare le scuole o i professionisti ai quali rivolgersi, bisognerebbe focalizzarsi nel capire quale sia il ruolo che più ci è incline.
Conoscere i processi che ci sono dietro un audiovisivo, le varie figure lavorative è fondamentale. Da lì cercare di individuare quale potrebbe essere quella più affine a sè stesso.
Ho conosciuto tantissimi colleghi che avevano iniziato in un ruolo, coltivandolo per anni, per poi abbandonare tutto e ritrovarsi più realizzati in altri settori del processo produttivo dietro un audiovisivo. Il comune denominatore è sempre lo stesso “Ah! Se l’avessi saputo prima!”.
Quindi, in soldoni, il mio consiglio è riflettere, riflettere, riflettere, prima di buttarsi a capofitto in questo mondo.


Una parola che ti rappresenta?

 

Prolisso. Lo dovrebbero dimostrare le mie risposte!
Scherzi a parte, credo che evasivo sia la parola che mi rispecchia di più. Cerco sempre di sviare l’attenzione su di me con mille modi, magari mostrando lati caratteriali più frivoli, rispetto a quelli più intimi e personali. Ma oltre ad una riservatezza innata, è anche una mia difficoltà comunicativa. Tutti gli aspetti più personali li riverso nel mio lavoro, certo, non in modo chiaro e didascalico, nascondendoli, camuffandoli, o facendoli interpretare da altri. Ma non è forse questo il bello di questo lavoro?


Una parola che vorresti eliminare dalla terra?

 

Sopravvalutato. Una parola abusatissima di questi tempi. Ormai qualsiasi cosa esuli dal nostro gusto, ma che ha un riscontro in altri viene tacciato di sopravvalutazione. Credo questo abbia a che fare anche con il periodo che viviamo. Fino a qualche anno fa non eravamo bombardati letteralmente dalle opinioni e dalle vicende altrui, il chè ci faceva vivere un prodotto o un’esperienza in modo molto più personale e intimo. Forse la perdita di questa dimensione personale ci ha destabilizzati un po’, e stiamo ancora elaborando la paura che una nostra sensazione o opinione possa essere condivisa su larga scala, che non sia più nostra ed unica.  Il chè forse ci ha incattivito un po’, rendendoci più schivi alle opinioni esterne, rendendole meno importanti delle nostre.
Soprattutto nel mio campo sopravvalutato è una parola che vorrei far sparire. C’è una così grande varietà di gusti, di formazione, di contesti sociali, che un media può esaltare o annoiare a morte una grande fetta di spettatori. E dovremmo rispettarlo. È davvero così necessario demolire ciò che non rientra nella nostra sfera di gradimento?


Esiste qualcosa che ti ha radicalmente cambiato la vita?

 

Non sono molto bravo ad elaborare gli eventi positivi, in compenso sono un maestro ad ingigantire quelli negativi, quindi su due piedi, mi verrebbe di rispondere con qualche evento poco piacevole. Però come ho sempre sostenuto, siamo la somma non aritmetica di tutti gli eventi quotidiani che ci capitano, e che ci influenzano giorno per giorno. Potrei dirti che forse non c’è ancora stato, così come potrebbero essercene mille, ognuno che ha in qualche modo influenzato gli eventi successivi. Sceglierne uno sarebbe un po’ come fare un torto a tutti quei piccoli eventi formativi che capitano giorno dopo giorno e che forse incidono molto di più.


Se tu fossi una canzone quale saresti?

Questa è facile! “Con un deca” rigorosamente nella versione dei 666! Descrive alla perfezione la realtà della periferia, dove sono nato e cresciuto, e che mi ha inevitabilmente formato, e che per quanto si possa crescere, viaggiare, spostarsi, è un qualcosa che incide sulla tua visione del mondo e degli eventi.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

 

Sto sviluppando un po’ di progetti, e al tempo stesso cercando persone che vogliano condividere questi percorsi. Mi piacerebbe poter condividere uno spazio creativo con altri professionisti, contaminare le idee, sviluppare progetti.
Uno su tutti è un motion comic, un genere che adoro tantissimo e per il quale vorrei sviluppare un soggetto che ho nel cassetto.
Poi il percorso didattico, sto ultimando un progetto dedicato ai più piccoli per sensibilizzarli ed educarli all’uso dell’audiovisivo, con un linguaggio a loro affine. In un mondo circondato da video e immagini, insegnare ai più piccoli quali strumenti utilizzare per poterli interpretare e, perché no, creare nel modo più giusto, è un obiettivo che mi piacerebbe raggiungere non poco!


25.02.2020 # 5430
Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista ad Alfredo Felaco

La The Jackal, come nascono le idee e l´importanza di Internet. Alfredo Felaco risponde alla prima intervista del format Generazione Ilas.

Afredo Felaco ha studiato comunicazione e ha sempre avuto una forte passione per il mondo della pubblicità, la comicità e i linguaggi del web. È tra i fondatori di The Jackal, società di produzione video specializzata in contenuti per il web e branded content. Lavora principalmente nella fase di postproduzione dei video, ma è anche uno degli autori.


L´Intervista



(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Alfredo Felaco) Con The Jackal abbiamo sempre più lavori in cantiere contemporaneamente. Alcuni video li facciamo per divertirci e divertire il nostro pubblico, mentre molti altri li facciamo per i brand che ci contattano. La sfida é quella di continuare a fare entrambe le cose e farle convivere nello stesso prodotto.  Al momento non c’è nulla di cui posso parlare, ma sono tutti progetti molto divertenti!

 

 Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee?

 

Devo ancora capire da dove vengono le idee migliori. Spesso le idee vengono parlando con un’altra persona che è sulla tua stessa lunghezza d’onda. Qualche volta invece quando sono da solo in auto. Altre volte invece leggo una notizia o un post su Facebook che mi fa incazzare e da cui nasce l’idea.

La cosa che ho imparato però è che l’idea è solo un seme, il modo in cui ci lavori e la quantità di lavoro che ci mettono cambiano completamente quello che hai pensato nel momento del concepimento dell’idea.

 


Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

 

Ho deciso di frequentare un corso all’Ilas perché mentre studiavo Scienze della Comunicazione sentivo un forte bisogno di un approccio più pratico al mondo della pubblicità in cui aspiravo a lavorare. Oltre alla formazione sui software ho trovato anche degli insegnanti in grado di farti capire quanto lo studio del design e delle arti visive fosse la base per approcciarsi al lato tecnico.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

Ho sempre voluto fare un lavoro creativo, senza avere bene idea di cosa ciò significasse nel concreto. Probabilmente come il 98% delle persone che iniziano a studiare comunicazione o design. È una percentuale che ho inventato completamente ma ritengo sia anche molto vera.

Questo perché i linguaggi espressivi sono tanti e in continua mutazione, soprattutto oggi che con Internet va tutto velocissimo. Chi avrebbe detto dieci anni fa che oggi avremmo comunicato tramite i meme?


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

 

Forse Lost In Google, la webserie interattiva che abbiamo prodotto e pubblicato su Youtube 2011. Ci tengo molto perché é un progetto che abbiamo prodotto con pochissimi mezzi ma per cui eravamo molto liberi creativamente non essendoci brand o particolari paletti creativi. Nella serie il protagonista viene risucchiato da Google (su cui ha provato incautamente a cercare la parola “Google”) e si ritrova intrappolato nel mondo di Internet. Data la scarsità di mezzi abbiamo dovuto lavorare parecchio di fantasia ed effetti visivi per rappresentare il mondo del web e tutte le situazioni pazze che ci venivano in mente.


Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

 

La sfida più grande é cercare di fare sempre di meglio, o anche solo sforzarsi di fare sempre qualcosa di diverso. Se invece parliamo proprio della sfida più grossa in termini di quantità di lavoro allora si tratta sicuramente del film che abbiamo realizzato,  Addio Fottuti Musi Verdi. Trattandosi di una storia di fantascienza abbiamo dovuto creare da zero tutta una serie di elementi visivi che caratterizzano il mondo degli alieni come astronavi, armi o ogni tipo di oggetto alieno. Successivamente abbiamo dovuto trovare e interfacciarci con una serie di società che hanno realizzato concretamente tutto quello che ci eravamo inventati, e ti assicuro che non é per niente facile parlare seriamente con qualcuno che ti deve costruire un robot…





Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?

 

A Internet dobbiamo tanto. Abbiamo pubblicato il primo video su Youtube nel 2005 creandoci pian piano una fanbase e oggi lavoriamo principalmente su progetti legati al mondo del web e dei social, quindi sicuramente più punti di forza che debolezza. Certo, ci si distrae un sacco su Instagram.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?  

 

Fate il lavoro che amate e vi rovinerete anche l’unica cosa che vi piace fare nella vita.

No scherzi a parte, il consiglio è quello di porsi sempre nuove sfide ed essere sempre pronti ad imparare.


Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

Sarebbe molto difficile perché dovremmo spiegare prima a queste persone del 1800 cos’è Facebook oppure l’invenzione del cinematografo e anche là ci prenderebbero per pazzi. Forse sarebbe più facile spiegare che siamo una compagnia di saltimbanchi.

Comunque, non è meno facile spiegare il mio lavoro a mia zia.

20.02.2020 # 5431
Generazione Ilas: Intervista a Paolo Loffredo

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Miriam Di Domenico

Curiosa, testarda e imprevedibile. Il suo personaggio preferito ha uno sguardo simile al suo nel concepire i valori e la vita. Di chi si tratta? Scopriamolo insieme a Miriam Di Domenico.


Miriam Di Domenico, per tutti Mia. Ha 25 anni e un sogno tra le mani. Scatta fotografie dall’età di sedici anni. Da due ha dato vita ad una nuova realtà : That’s Core. Un’agenzia di comunicazione nel centro della città che l’ha vista crescere, Cava de’ Tirreni. Ha deciso di avere affianco in questa avventura un team di lavoro giovane e creativo, con il quale creare e scambiarsi continui stimoli. Vive ogni giorno all’insegna della bellezza e di vibrazioni positive, convinta che la vita scorra troppo veloce per essere di malumore.


L´Intervista



(Urania Casciello) Chi è Miriam oggi?

 

(Miriam Di Domenico) Lo ammetto: le etichette mi sono sempre state strette. Non saprei dirti chi sono oggi; so chi non sono diventata e soprattutto ciò che non voglio essere. Mi piace pensarmi come un magma di creatività, difficile da contenere. Tante volte mi sono sentita “diversa”, come un pesce fuor d’acqua. Ma in fondo, chi di noi non lo è ogni tanto? Sento e vivo la vita come un affastellarsi di emozioni e situazioni che non possono, e non devono, essere racchiuse in una parola. Siamo troppo per essere classificabili. Se dovessi guardarmi da fuori, ti direi che ad oggi sono una giovane donna che continua a credere in un sogno. Ma la vita è così: sorprendentemente imprevedibile. E forse il segreto della felicità risiede in questo: lasciarsi scombussolare i capelli e le emozioni.


Hai sempre saputo di voler fare il tuo lavoro?

 

Continuo a ripetermi di essere una persona fortunata. Crescendo capisci che non è dato a tutti sapere quale posto occupare in questa società. Qualcuno lo scopre strada facendo, altri si adattano alle contingenze. Ho sempre saputo che la fotografia sarebbe stata qualcosa di più. Non solo un mezzo per catturare momenti, quanto un modo di vivere e vedere la vita. Ci vuole un amore smisurato per credere in un sogno così grande e per affrontare i momenti “no”.


Fotografa ma anche influencer, come sei riuscita a combinare queste due cose?

 

Ho sempre avuto un solo obiettivo : condividere ciò che mi piace e confrontarmi . Non so se il mio percorso digitale possa essere racchiuso nella figura prima della “fashion blogger” e poi della “influencer”. Sicuramente il diplomarmi in fotografia pubblicitaria con una predilezione per il settore moda e la mia passione smisurata per l’haute couture hanno un comune denominatore.


Nel tuo percorso di studi c’è anche la Ilas, che ricordo hai di quel periodo?

 

L’Ilas è stata la mia chiave di svolta. Uscivo da poco dal liceo di un paesino ed ero piccola e affamata di scoprire il mondo circostante. La mia esperienza all’Ilas non è riassumibile in un diploma finale. Ho conosciuto persone che adoro profondamente e con i quali condivido, ancora oggi, prima una passione e poi un lavoro. Sono cresciuta personalmente e fotograficamente parlando. Ho avuto l’onore di confrontarmi con docenti qualificati che mi hanno sempre saputo spronare ed incentivare a credere, a non smettere mai di cercare ed osservare la bellezza. In definitiva è stato uno dei periodi più felici e pazzi che abbia vissuto.


Cosa pensi del mondo della fotografia pubblicitaria e del mondo della fotografia artistica? C’è un fotografo che segui particolarmente?

 

La figura del fotografo è cambiata radicalmente negli ultimi tempi. Nonostante non sia un’arte facilmente accessibile, al giorno d’oggi è quasi scontato avere una macchina fotografica. Il confine tra amatoriale e professionale è qualcosa che si tende a dimenticare sempre più spesso, avallando stili e tecniche discutibili. Essere fotografo non significa solo sapere fare una fotografia tecnicamente giusta. È, a mio avviso, l’insieme di tecnica, occhio e sensazioni. Se fai un giro d’orizzonte noterai che dopo lo youtuber e l’influencer, c’è il fotografo. A me piace scrivere, lo faccio da anni, ma nonostante ciò non mi presento come scrittrice. È una questione di umiltà. Non tutti possono fare tutto. Per fortuna però in questo mare contaminato, c’è ancora chi della fotografia vive ed è fonte d’ispirazione per gli altri. Uno dei miei punti di riferimento è sicuramente Giovanni Gastel. Unione di una fotografia commerciale e artistica al tempo stesso, in lui ritrovo la mia idea di femminilità e sensualità. Delicato ma intenso. Ogni suo scatto sa emozionare e raccontare.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Viviamo tempi difficili, dove credere smisuratamente in un sogno è un privilegio e richiede tanto coraggio. Come direbbe il mio docente di fotografia all’Ilas, Ugo Pons Salabelle, è “più black d’ ‘a midnight”. Ci svegliamo con una perenne sensazione di inadeguatezza e incompletezza legata intorno al cuore. È a questo che serve fare ciò che realmente si ama, per sentirsi vivi. Il mio unico consiglio è di credere in se stessi. Siamo unici e come tali non possiamo essere messi a confronto. C’è bisogno di genuinità, di avere umiltà e imparare ad avere pazienza. Non si è mai arrivati ma è sempre, e solo, un altro punto di partenza.



Cosa ti tira giù dal letto la mattina?

 

La consapevolezza di avere un nuovo giorno da vivere con le persone che amo e colmo dipossibilità.

Un colore che ti rappresenta?

 

Il rosso senza ombra di dubbio: elegante ma selvaggio al tempo stesso.

Il personaggio di un film che senti più vicino a te?

 

Clint Eastwood è sicuramente uno dei miei capisaldi. In ogni suo personaggio e/o film ritrovo uno sguardo simile al mio concepire i valori e la vita.

Una parola che ti piace e una che vorresti eliminare dalla terra?

 

Amore è la parola più bella che una persona possa pronunciare. Senza limiti, ti travolge e ti riempie. Invidia è la parola che ti consuma e che eliminerei.

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

La fotografia è il mio modo di espressione massima. Racconto ciò che con le parole non riesco. Emozioni, sensazioni, pensieri sono tutte racchiuse nelle fotografie che scatto. Mi piace raccontare storie. La mia, la tua.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

 

Tutto.




Urania Casciello

uraniacasciello@ilas.com

Scrivo. Da quando ho iniziato a scrivere sapevo che un giorno sarebbe stato il mio lavoro. Nel 2012 mi sono diplomata in Art Direction e Copywriting alla ILAS e ho frequentato il Master in Social Media e Web Marketing e il Corso Annuale in Fotografia Pubblicitaria. Scrivo per ILAS Magazine e ho collaborato con la scuola alla realizzazione di eventi come il Behance Portfolio Review al Pan di Napoli, l´ILAS Sonorized Exhibition e alcune mostre alla The Gallery Studio. I miei amori sparsi sono: i gatti, Parigi, Ernest Hemingway, la pizza, Batman, le gomme del ponte di Brooklyn, Labyrinth, Ritorno ad OZ, le maratone (di serie-tv e film) e David Bowie.

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