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Made in Ilas // Pagina 1 di 24
14.04.2020 # 5513
Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Ha iniziato a usare la fotografia per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Claudia Iacomino si racconta a Generazione Ilas.

Claudia Iacomino nasce nel 1986 a Napoli.
Studia la pratica artistica fin dal liceo e ne approfondisce la teoria e la storia laureandosi in Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi sull’identità fotografica. Nel 2014 si specializza con lode in Fotografia come Linguaggio d’arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una ricerca personale sul linguaggio fotografico e la sua relativa percezione. Dal 2014 inizia ad insegnare Arte della Fotografia negli istituti superiori di Latina e Napoli, dividendosi tra Lazio e Campania. La sua costante indagine sul reale la porta ad utilizzare lo strumento fotografico concependolo come il più adatto a descrivere il pensiero più che la realtà. Anche quando esplora nuovi mezzi, come il video, non abbandona la semantica fotografica, prediligendo l’esaltazione dell’immagine statica come metafora del pensiero.




L’Intervista

Come ti descriveresti?

Adesso io, non lo nego, non son capace di descrivermi, mi sembra che si finisca quasi sempre in quella falsa modestia dell’essere questo o quello. Vediamo, posso dire di essere tante persone insieme che si incontrano, si scontrano, a volte si lasciano ma poi resistono; che mi piace osservare le cose che accadono, a volte molto più di viverle e non solo per pigrizia piuttosto per incapacità. Mi piace scoprire cose nuove, che detto così sembra l’incipit di un tema di mia nipote, eppure è così. Un libro, un artista, un movimento storico, un regista, mi viene sempre di cercare risposte lì. La tecnologia no, quella non mi piace, ho un rapporto complesso con la velocità.


Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?

Essere fotografi significa tante cose, legate anche a come si usa la fotografia, al ruolo che le si dà. Io ho iniziato a usarla per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Poi, specializzandomi, ho iniziato a lavorare con la fotografia commerciale, a insegnarla ma il ruolo di fotografa mi appartiene solo quando ritorno al mondo delle visioni, quando creo qualcosa che prima non c’era.



©Claudia Iacomino

Che ricordi hai del tuo percorso alla Ilas?

Durante un periodo molto frenetico, in cui studiavo a Roma, insegnavo a Latina e vivevo contemporaneamente a Napoli, mi chiama il Direttore del corso di Fotografia dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli per dirmi che avevo vinto una  borsa di studio di un anno alla Ilas. Ero lusingata ma anche stanca di riiniziare a studiare la tecnica fotografica, e qui c’è stata la sorpresa. La Ilas non è stata solo tecnica, eccellente e fatta a livelli professionali, è stata crescita personale e sviluppo delle identità fotografiche, con cui ognuno di noi entrava in contatto. Pierluigi De Simone è un prezioso insegnante, ci ha portati oltre la pratica in studio, verso la semantica, la narrativa e in generale verso una cultura fotografica su cui ancora oggi, spesso, apriamo grandi dibattiti.


Qual è la sfida lavorativa più grande che hai dovuto affrontare?

Finiti gli studi sono partita per Londra. Andavo in giro per gallerie a presentare il mio lavoro, la mia ricerca. Proporsi significa anche convincere l’altro del valore del tuo lavoro, e questa è stata una grande sfida. Mi sono presentata sul set di un fotografo di moda e appena mi ha vista mi ha detto chiaramente “non posso farti lavorare qui, sei troppo esile, non saresti utile neanche per montare i set”. Poi a fine giornata mi
ha chiesto di restare. Abbiamo lavorato insieme per uno shooting e sono andata via. Non era quello che mi interessava. Ad oggi la sfida più grande è quella di ripensare alla fotografia come mezzo per contemplare un dolore, ma è tanto più ardua.


©Claudia Iacomino

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?

La sua identità, e non a livello ontologico. Io penso per immagini. A tutte le parole che ascolto gli attribuisco un’immagine, un ricordo visivo, è così che funziona e questo mi affascina. E non è solo l’eterna dialettica tra realtà e percezione, è molto di più. E’ la capacità che ha la fotografia di suggestionare la nostra visione, di attivare dei meccanismi esperienziali in silenzio, senza fare troppo rumore e in modo quasi infimo. E’ una bugia autentica ma è anche coscienza individuale e collettiva, è conoscenza delle cose. Inoltre sempre più spesso mi attirano i suoi limiti; analizzare tutto quello che la fotografia non è: il suono, l’odore, le parole; questo mi ha portato a sviluppare un lavoro di sinestesie visive, “La fotografia degli altri è bellissima” in cui il testo suggerisce l’Immagine. Un modo diverso di pensare alla fotografia, svuotandola dal referente.


Mi ha colpito molto l’immagine che hai su facebook, una foto “manipolata” da Julie Cockburn con ago e filo. Quanto pensi sia fondamentale fare ricerca al di là della fotografia?

Una volta ho letto questa frase ironica che diceva “Ma quelli che fanno ricerca, in realtà cosa cercano?” e mi piacerebbe dare una risposta piena di senso ma non ce l’ho, anzi colleziono dubbi per questo ricerco.
Probabilmente si prova a cercare significati profondi nelle cose, delle risposte, o magari si cerca di lasciare una traccia, a volte lo si fa anche solo per ego, per dire la propria, che è il modo peggiore di fare ricerca.


©Claudia Iacomino

C’è un fotografo a cui ti ispiri?

Cattelan, perché non è un fotografo. Ma in generale dipende dall’umore.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Di conoscere il mondo delle immagini, tutto, dai pittogrammi alla storia dell’arte passando per la grafica, fino al cinema. Riempirsi gli occhi di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che la nostra mente può generare con la lettura, la musica ed ogni forma di cultura.


C’è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

No, non direi, la foto non è mai finita. Ogni foto scattata può essere la base per un’altra fotografia, e queste sono le parole di Gastel(!). Piuttosto mi piace guardare con soddisfazione e affetto questo estratto di “Oggi ho conosciuto un uovo”, una delle mie prime fotografie, sulla quale ho costruito un profondo lavoro di ricerca.


©Claudia Iacomino

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?

Non so cucinare, non amo mangiare e in generale non ricordo i sapori che assaggio.


Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?

Ho fatto un solo lavoro in bianco e nero “Sedimenti”, esposto questo dicembre alla Fondazione Circolo Artistico Politecnico, in una collettiva. Per quanto fosse stata una scelta ponderata e faticosamente accettata, avevo prurito alle mani ogni volta che lo vedevo. Il colore mi serve a comunicare una sensazione precisa, così come la sua assenza ha un valore semantico, ne sono cosciente. Il punto è che i colori esistono, inficiano la nostra espressione delle cose e non riesco ad escluderli dal processo visivo.


©Claudia Iacomino

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.

Il fuoco, il cibo, l’arte.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 

Rispondere a questa domanda in un periodo di singolare quarantena, è difficile. Per ogni altro giorno sarebbe valsa la risposta di cercare stimoli, osservare dettagli, recuperare domande, formulare risposte. Adesso provo a pormi le stesse ambizioni ma senza troppa consolazione.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Probabilmente un cambiamento di rotta rispetto a quanto prodotto finora.

14.04.2020 # 5512
Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Federica Mele

Tra fotografia e fotoritocco, non dimenticandosi mai della musica, Federica Mele si racconta a Generazione Ilas.

Federica Mele è nata a Napoli nel 1993.
Ama la musica, la sua macchina fotografica (Samantha), il suo Mac (Johnny Junior), e il suo cane (Argo). Prima di camminare aveva già le mani nell’argilla, grazie ai suoi genitori. Le è sempre stato abbastanza chiaro che avrebbe vissuto di e con l’arte. Non ha mai dovuto scegliere, ha avuto la fortuna di esserci nata dentro. Nonostante il suo amore indiscusso per il fotoritocco e per la post-produzione, che le ha permesso di dare sfogo alla creatività liberamente, quando ha incontrato la macchina fotografica è stato amore a prima vista. Nel 2015 ha frequentato la ILAS, dove ha capito che sarebbe stata felice nel mondo della fotografia e che non avrebbe mai sentito il “peso” del lavoro.
Subito dopo la ILAS ha partecipato a diversi workshop, con Alessia Cosio, Marianna Santoni e Martin Benes (per ben 3 volte) e ha superato una selezione per lo studio fotografico Rotili De Simone.



L´Intervista

Progetti attuali?

Oltre ai progetti lavorativi in corso, che continuano a procedere per il meglio, mi sto dedicando alla realizzazione di diversi obiettivi. Il primo è quello di farmi maggiore pubblicità con i social, che avevo un po´ perso di vista. Sto, inoltre, continuando il mio periodo di sperimentazione personale, credo infatti che per un fotografo sia davvero importante. 


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

Se Marilyn Monroe era celebre per le due gocce di Chanel, nel mio caso due cucchiai di nutella e si parte. No, scherzo! Credo che la mia fonte di ispirazione principale sia la musica. Mi dà, allo stesso tempo, la calma e la carica per affrontare un nuovo lavoro. Nel caso di lavori personali, quello che mi trasmette una canzone spesso mi ispira per un nuovo progetto. Quindi in realtà, no, non ho un vero e proprio rituale, ma la musica è una parte fondamentale della mia vita. 


Preferisci lavorare in team o da sola?

Ho lavorato prevalentemente in team, e da queste esperienze ho imparato molto. Ho acquisito maggiore calma e velocità. E il team mi ha spronato soprattutto a guardare le cose in maniera diversa, fuori dalle mie abitudini, uno sguardo nuovo. A mio parere, il team accresce il proprio potenziale.
Nei progetti che ho affrontato da sola, invece, ho avuto la possibilità di sfidare me stessa e vedere fin dove potevo arrivare. Stressante, ma soddisfacente.



Credits: Arkè per Miriade. A.D. Gianluca Tramontano - ph. RotiliDeSimone - P.P. Federica Mele


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

In realtà sì, credo di averlo sempre saputo. Ho iniziato a usare photoshop 5.5 quando avevo 12 anni. La fotografia è arrivata subito dopo grazie alla mia migliore amica, se adesso so cosa mi rende felice lo devo a lei. Quando ero al liceo volevo fare l’architetto, all’università mi sono iscritta all’Orientale, ma ad un certo punto ho capito che trovavo ogni scusa per fotografare o per stare al computer. In quel periodo mio cugino frequentava la Ilas, e non smetterò mai di ringraziarlo per avermi portato lì. Mi ha cambiato veramente la vita.



Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

Alla Ilas ho iniziato a comprendere l’importanza di lavorare e di confrontarsi con altre persone. Ma il ricordo principale riguarda i miei insegnati, Pierluigi De Simone e Fabio Chiaese, per tutto ciò che mi hanno insegnato trasmettendomi il loro amore e la loro passione, cosa che non è da tutti secondo me.
Prima di iniziare le lezioni cercai informazioni su Pierluigi e scoprii che il suo colore preferito è il blu. Non so perché, ma è stato una sorta di segnale (visto che è anche il mio colore preferito) e infatti avevo ragione. 
Come si dice “sei il risultato di tutte le persone che incontri e delle esperienze che fai”. Beh, loro sono una parte importante di me e della mia crescita, e non smetterò mai di ringraziarli. 


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiera?

Forse sembrerò un po’ presuntuosa dicendo questo, ma quando vedo un lavoro finito sono sempre abbastanza fiera del gradino che ho superato. E questo mi dà lo slancio per quello successivo. Se proprio devo scegliere un lavoro che più mi rappresenta, è un ritratto che ho fatto al mio cane.


©Federica Mele

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare nel tuo lavoro?

Sicuramente il mio primo vero lavoro: era la prima volta che lavoravo per un importante marchio di borse, avevo una marea di scontorni da fare e delle consegne che per me, all’epoca, erano assurde. Non dormii alcuni giorni per consegnare le foto in tempo. Anche adesso, ogni volta che chiedo la data della consegna, la risposta è sempre “ieri”. 



C’è qualcosa che non ti piace o che cambieresti nel mondo della fotografia e della post produzione? 

Della fotografia, probabilmente cambierei il modo in cui la si vede oggi. Ogni giorno, attraverso i social, ci troviamo davanti migliaia di fotografie ma quasi nessuno si ferma veramente a guardarla una fotografia.
Per quanto riguarda la post produzione, c’è un dibattito sui pro e i contro da sempre, con l’arrivo del digitale ancora di più, e mi piacerebbe che le persone si aprissero un po’ di più a questa professione (che non è ancora nota a tutti). Viene spesso vista in modo negativo e secondo me è tanto bella quanto la fotografia. Con la la post produzione si apre un altro mondo e non capisco perché molte persone ne siano così intimorite. 



Credits: Arkè per Carpisa. A.D. Gianluca Tramontano - ph. RotiliDeSimone - P.P. Federica Mele


Cosa ti appaga di più del tuo lavoro?

Il risultato. Quando dedico ore e ore a un lavoro, poi vederne il risultato è la cosa che mi fa capire che in realtà non sto lavorando. 


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Non ho un’esperienza decennale, ma se c’è qualcosa che ho imparato nel tempo, e che avrei voluto realizzare prima, è che bisogna sempre buttarsi, creare, sperimentare. So che può sembrare banale, anche a me è stato ripetuto molte volte, ma non è così scontato. Ancora oggi è la cosa che dico a me stessa tutti i giorni.


©Federica Mele

Se la fotografia fosse un cibo, quale sarebbe?

Cioccolato. Non potrei vivere senza.


Tre fotografi che ammiri di più?

Francesco Cito, per il suo coraggio e per il modo in cui ha raccontato la sua verità. Il fotogiornalismo non è stato il mio percorso, ma lo ammiro come persona, oltre che come fotografo. Pensare a quello che ha fatto, da dove è partito e dove è arrivato, mi da sempre motivazione.
Richard Avedon, per i suoi ritratti. I suoi soggetti non danno mai l’idea di essere buttati li, a caso, hanno sempre un motivo per essere li, in quel modo. 
Shoji Ueda, per il modo in cui è riuscito a portare il surrealismo nella realtà e per l’essenza dei suoi scatti. 


Per 24 ore hai la possibilità di cambiare tutti i colori della terra in un solo colore, quale scegli?

Sembrerà strano, ma scelgo il blu! Questo colore mi ipnotizza, ha un ascendente su di me. 


Cosa ti aspetta per il futuro?

Non ne ho idea! E forse è proprio questo il bello. Tanti progetti, tante idee per la testa. Sicuramente continuerò con i miei cyborg, ma poi chissà. Una cosa è sicura però, avrò “i piedi ben piantati a terra e gli occhi fissi sulle stelle”, come dice una canzone dei Goo Goo Dolls.



14.04.2020 # 5511
Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista ad Andrea Tascino

Da piccolo preferiva alcuni cartoni animati ad altri solo per lo stile grafico. Andrea Tascino, direttore artistico di un´agenzia con sede anche in Spagna, si racconta a Generazione Ilas.

Andrea Tascino è direttore creativo e titolare dell’agenzia di comunicazione Nunau.

La sua passione per il design pubblicitario è nata sin da bambino, appassionato di spot alla tv e di tutto ciò che aveva una bella grafica. Verso i 10 anni inizia a collezionare lattine di bibite da tutto il mondo, circa 700 sulle mensole della stanza, al posto dei pupazzi. A 19 anni decide di iscriversi a Scienze della Comunicazione e contestualmente inizia il corso di Grafica Pubblicitaria alla Ilas.A 21 anni la svolta, il suo primo impiego in agenzia, la Soluzioni S.r.l. di Massimo Maria Lucidi dove ha imparato cosa significa lavorare nel mondo della comunicazione a 360°. Entrato come grafico si ritrova ad organizzare eventi, consegnare la posta, fare campagne pubblicitarie, portare il caffè, ma anche partecipare a business meeting con Santo Versace, il candidato a Sindaco del periodo, o il direttore Marketing Mondo di Costa Crociere. Un’immersione totale nel mondo del lavoro entrando dalla porta principale. Post-laurea passa un anno a Londra per imparare la lingua e proseguire gli studi universitari, ma al momento di decidere se intraprendere il percorso di studi, passando varie selezioni, inizia un lavoro come account manager per una software house. Arriva la mancanza di Napoli e del mare così inizia il nuovo capitolo lavorativo con una casa-studio a Mergellina. Dopo 7 anni di professione – e una bimba in arrivo – nasce l’idea, con l’ausilio di 2 clienti imprenditori, di creare la NUNAU, neologismo che sta a significare NEW-NOW il nuovo adesso.

L´Intervista


(Urania Casciello) Cosa significa essere direttore creativo oggi?

(Andrea Tascino) Svolgere la mansione di direzione creativa non è tanto difficile se hai dei collaboratori bravi ogni tanto metto la mia ma lascio molto lavorare perché ho piena fiducia in loro, la parte più difficile è quella di amministrare la società, gestire i clienti, cercare di rispettare tutte le consegne e sopratutto quello di vendere un prodotto che non esiste. Eh già perché “vendere”, nel nostro settore, significa vendere un prodotto che non esiste, convincere il cliente che verrà un lavoro perfetto per lui, realizzarlo e poi infine, la parte forse più difficile, farsi pagare (ahinoi).

 
A cosa stai lavorando attualmente?

In questo periodo, al tempo del corona virus per i posteri, stiamo lavorando su più progetti di cui 3 molto importanti. Tutto lo staff è in smartworking e nello specifico stiamo lavorando alla realizzazione della Brand Identity, del Portale web e della Strategia Digitale di una scuola di formazione per Avvocati Tributaristi che risulterà la prima in Italia, in quanto unici ad avere la certificazione, stiamo lavorando a Bioambassador un portale interamente dedicato al bio e alla sostenibilità ed ad un progetto molto carino di Experience in Costiera Amalfitana.


© Andrea Tascino - Nunau


Quali sono le prime cose che fai quando ti approcci ad un progetto?

In agenzia, con l’esperienza pregressa, abbiamo sviluppato un metodo per aiutare il cliente su cosa vuole veramente, il metodo Nunau. Questa scelta è dovuta dal fatto che nella maggior parte dei casi il cliente ti fa una richiesta di servizi, ma non sa bene a cosa servono come utilizzarli e se gli servono davvero. Noi in trenta giorni, con interviste al cliente o ai vari membri del suo staff, one-to-one o in gruppo, con le nostre professionalità in organico, tiriamo fuori un documento strategico, le istruzioni sul da farsi, poi il cliente è libero di scegliere noi per realizzare il lavoro  o portare questo documento in un’altra agenzia. 

 
Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?

Davvero molto bello, è stato come rifare il liceo ma con tutte materia che mi piacevano, i professori erano tutti ragazzi simpatici ed ogni giorno si imparava con il sorriso sulle labbra.

 
Hai qualche aneddoto su qualche difficoltà lavorativa che poi sei riuscito a risolvere?

Di aneddoti ce ne sono tanti ma per mia indole le cose risolte difficilmente le ricordo, solo quelle non risolte restano nella memoria, come qualche cliente che ha deciso di non pagarmi una grossa somma di denaro, o qualche collaboratore che si è comportato in maniera sleale. Quelle le ricordo ma me le tengo per me.


© Andrea Tascino - Nunau


Qual è il lavoro di cui vai più fiero?

Senza fare marchette, o preferenze, come per i figli, il lavoro di cui vado più fiero è quello che faccio tutti i giorni. Essere presente in ufficio, cercare di essere un esempio umano e professionale per il team, cercare di migliorarmi e migliorare ogni giorno… di questo si, vado fiero.


Napoli, Milano e Barcellona, pregi e difetti delle città che hai scelto per la tua agenzia di comunicazione.

– Napoli perché è la mia città e tutto nel mondo, per non essere esagerato è nato qui.

– Barcellona per necessità lavorative, abbiamo gestito e organizzato l’apertura di tre nuovi punti vendita di Mondo Convenienza in Spagna, due a Barcellona e uno a Madrid.

– Milano sempre per una opportunità di lavoro, NAF-NAF Italia è un nostro cliente che gestisce un nostro collaboratore a Milano ma anche con lo scopo di creare una rete commerciale alternativa puntando al settore del Fashion.


© Andrea Tascino - Nunau


Come vedi il futuro lavorativo dei direttori creativi?

Più che il futuro dei direttori creativi cerco di guardare al futuro della nostra professione e del nostro settore, cercando di anticiparlo. Sicuramente la pubblicità sarà sempre più invasiva e più presente nelle nostre vita, cambiano e cambieranno i supporti e le tipologie, l’importante è restare sempre aggiornati ed essere ottimisti.

 
Che consiglio daresti alle persone che si avvicinano adesso al tuo settore?

Di credere in se stessi e portare avanti le proprie idee. Per quanto difficile, il nostro è un lavoro magico, assistere alla nascita di un nuovo Logo che prima era solo nelle nostre meningi è una cosa meravigliosa è questo è “priceless”.

 
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

Sin da piccolo ero attratto dalla pubblicità e dal design, crescendo, ho dovuto mettere insieme solo i pezzi.


© Andrea Tascino - Nunau


Quali sono i tre film che ti hanno cambiato la vita?

Arancia Meccanica, forse mi ha insegnato la geometria visiva e la ricercatezza nei particolari, Voglia di Vincere (teenwolf) forse mi ha insegnato a credere in me stesso, Il Padrino la saga forse l’onore ed il rispetto, ovviamente guardandolo dal punto di vista romantico.

 
Hai la macchina del tempo a disposizione, dove e in che epoca decidi di viaggiare?

Non tanto lontano, nel passato negli anni 80’ ma da adulto (io sono dell’84) per la musica i vestiti, la genuità delle persone, nel futuro invece mi circa 500 anni per vedere l’evoluzione, se ci sarà, se ci saremo.


© Andrea Tascino - Nunau


Devi spiegare il tuo lavoro a una persona del 1800, cosa gli dici?

Dilettissimo Marchesino di Villalta, lo sa che lo calzolaio sta attaccando un’etichetta rossa alle sue scarpe in modo che elle siano uniche ed indistinguibili alle genti. Va bene così?

 
Cosa dobbiamo aspettarci da te? Progetti futuri?

Finche avrò passione per questo lavoro continueremo a cercare di portare il futuro nel nostro presente, da poco ci stiamo affacciando al mondo software e delle app per lanciare qualche progetto nostro, speriamo, vincente.

04.04.2020 # 5500
Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Francesco D´Amico

Francesco D´Amico, classe 1998, ha seguito i suoi sogni ed è diventato fotografo

Generazione Ilas: Intervista a Francesco D’Amico

Francesco D´Amico, classe 1998, ha seguito i suoi sogni ed è diventato fotografo. Ecco la sua intervista per Generazione Ilas.

Francesco D’Amico è nato nel 1998 a Cava de’Tirreni, dove attualmente vive. Intraprendente e creativo fin da bambino, inizia ad avvicinarsi alla fotografia in pellicola – e poi successivamente alla fotografia digitale – grazie al suo insegnante del liceo, che gli ha trasmesso la passione per la fotografia. Si iscrive poi alla ILAS – Accademia Italiana di Comunicazione Visiva – di Napoli e grazie agli insegnamenti dei docenti Pierluigi de Simone, Fabio Gordo ed Elisabetta Buonanno, decide che la fotografia sarà il suo mondo. 

L´Intervista

(Urania Casciello) Come ti descriveresti? 


(Francesco D’Amico) Di certo posso dire che sono un ragazzo pessimista, polemico e molto autocritico. Senza queste due caratteristiche però sicuramente non sarei la persona determinata che sono, che divora la vita a morsi giorno dopo giorno. Non credo siano sempre delle caratteristiche negative. Questa determinazione mi porta ad essere un grande sognatore con idee ben chiare sul mio futuro. Questo credo sia il mio punto forte.

 

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?


Da come dicono i miei e da che mi ricordo ho sempre avuto questa vena creativa, che spaziava dalla musica al disegno a tutto ciò che si avvicinava all’arte. Pensavo di poter diventare un cantante famosissimo che saliva sul palco da solista in compagnia della sua chitarra (forse a questo credo ancora, quando la impugno in cameretta azzardando due accordi) o addirittura uno stilista di grande fama, ho ancora qualcosa conservato nel mio cassetto ma meglio lasciare tutto come sta (ride). La fotografia è entrata nella mia vita al liceo, ma ho sempre evitato l’idea che potesse diventare il mio lavoro per ignoranza più che altro. Sia il mio paese che la mia famiglia, me compreso, era abituata ad una fotografia di cerimonia. Inoltre era un ambito molto chiuso perché ci sono “pochi eletti” fidati che possono scattare questo tipo di eventi nella mia città. Neanche mi piaceva quel settore e per questo ho iniziato a frequentare l’università: informatica. Seguivo le lezioni ma nel mentre ero lì a post produrre le fotografie scattate il giorno prima. Studiavo per gli esami ma la mia testa era da un’altra parte (gli li superavo anche, non so spiegarti come). Un giorno mi sveglio da questo lungo sonno e decido di lasciare tutto per dedicarmi a ciò che più mi interessava di più, contro tutti all’inizio, ma per davvero.

 

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?


La ilas è stata davvero la cosa giusta al momento giusto. Mi ha cambiato la vita radicalmente e non lo dico superficialmente. È stato un percorso che mi ha sicuramente aiutato a conoscere la professione della fotografia e tutto ciò che ne deriva, ma principalmente mi ha aiutato come persona. Ora so chi sono e cosa voglio dalla mia vita, so dove voglio essere e chi voglio essere fra 10 anni. E questa non è una cosa da prendere sottogamba. L’ambiente alla ilas è qualcosa di bellissimo, infatti ogni tanto ritorno per dei saluti generali ma anche per respirare quell’aria che mi manca tanto. I professori Pierluigi de Simone, Fabio Gordo ed Elisabetta Buonanno che tengo a citare sempre e ovunque sono i primi ad aver creduto in me, da prima che iniziassi a farlo io. E al di là del rapporto professore/alunno si è instaurato un rapporto d’amicizia, tant’è che alcune volte Fabio ancora deve stare lì a subire le mie polemiche e il pessimismo cronico che è parte di me ! Per non parlare del fatto che condivido ancora le mie foto su Facebook solo per avere un feedback da Pierluigi ed Elisabetta. Quando arriva la notifica, esulto un po’ e penso che il lavoro è ok!



Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare fini ad oggi? C’è qualche aneddoto?



Credo che in generale la sfida più grande in ambito lavorativo sia comunicare ed entrare in empatia con modelli che ovviamente non conosci caratterialmente prima di quel giorno. Il carattere, l’espressività, la “teatralità” sono elementi fondamentali nella mia fotografia, senza di quelli non si scatta. E mi è capitato una volta di lavorare con un modello un po’ montato, il ragazzetto bello che sfila per Dolce&Gabbana, molto all’italiana, che abbiamo vestito con degli abiti che richiamavano al classicismo, con balze, merletti, cose molto pompose, di una designer pazzesca. Eravamo in esterna e dei ragazzini buttavano l’occhio e non capendo il mood dell’editoriale, urlando prendevano in giro il modello per come era vestito. Si è innervosito a tal punto da lasciare il set per chiamare il suo agente chiedendo di andar via perché secondo lui questi vestiti non esaltavano la sua figura, la sua immagine, abituato a vedersi con abiti di marchi di lusso. Da qui è partita un’opera di convincimento, di trattative e chi più ne ha più ne metta. Fortunatamente si è risolto tutto per il meglio.

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?


Della fotografia amo il fatto che sia un mezzo veloce per comunicare la propria estetica, il proprio senso di bellezza, la propria sensibilità riguardo a tematiche sociali e non. Ultimamente sto anche prendendo in considerazione l’idea che la fotografia sia un ottimo modo per valorizzare, portare alla luce, elogiare. Ho in mente un super editoriale su un’icona della musica italiana (per me) che non ha passato sempre dei bei momenti, per elogiare il suo personaggio molto controverso e controcorrente. Spero di realizzarlo presto.


C’è un fotografo a cui ti ispiri?


Sono stato influenzato per molto tempo da Avedon, solo che ora il discorso è un po’ diverso. In questo periodo sono molto a contatto con magazine, mi passano centinaia di foto sotto gli occhi e in ognuno trovo qualcosa che può arricchirmi, qualche dettaglio, qualche inquadratura, qualche nuova idea che può combaciare col mio gusto. Quindi non mi sto fermando tanto sui fotografi ma su ciò che mi sta bene addosso dell’estetica che ora va di moda. Ho comunque dei nomi che in un modo o nell’altro mi sono rimasti impressi: tra i giovani italiani che influenzano maggiormente la mia visione ci sono Marco Imperatore, Vito Fernicola, Marcello Arena poi Giampaolo Sgura, Morelli brothers, Peter Lindbergh, Inez and Vinoodh, Luigi and Iango, Giovanni Gastel.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?



Il consiglio che posso dare è quello di bombardarsi di immagini di qualità e di osare. La cosa che mi porterò dentro dell’incontro con Oliviero Toscani organizzato dalla ilas è questa parola: sovvertire. È quello che mi sento di consigliare e che consiglio anche a me stesso! Inoltre fissarsi sempre obiettivi e non accontentarsi mai dei piccoli risultati. Può sembrare qualcosa di banale, ma io credo che alla mia generazione – o almeno alcune persone della mia generazione – manchino sogni e ambizioni. Alla domanda “come ti immagini un futuro?” mi ritrovo risposte del tipo “non so cosa mangerò domani, pensare come mi immagino in un futuro mi risulta difficile” oppure risposte tipo “ora sto frequentando questa facoltà, appena finisco vedo che fare” risposte che mi fanno cadere le braccia.



Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?


Forza! Se solo penso cosa la mia pagina Instagram mi permette di fare! Una vetrina che mi ha messo in contatto diretto con fotografi e designer importanti di tutta Italia e non solo. Proprio da poco ho avuto un contatto con un designer emergente che ha realizzato abiti per la Mostra del Film di Venezia che mi invierà dei capi per farmeli scattare per un editoriale!


Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?


Ti direi la pizza, solo perché di pizza non si è mai sazi ed è troppo buona!


Qual è la fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?


È un po’ difficile dire quale fotografia mi rappresenta meglio per due motivi: il primo è che non posso scegliere un figlio al posto di un altro mentre il secondo è che la fotografia migliore la farò domani.

Vi mostrerò comunque qualcosa che fa parte di me!



Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno, scegli bianco e nero o colori?

Scelgo bianco e nero, anche se nelle foto amo usare i colori. Attraverso il b&w è possibile leggere più facilmente le emozioni.

 

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra?

Non inserirò la fotografia perché è troppo scontato, quindi: Loredana Bertè, il sesso e la diversità.

 

Cosa ti tira giù dal letto la mattina?

I miei obiettivi.

 

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Cose in grande (leggi: che scasso tutto)! Sto dando la vita per la fotografia!


02.04.2020 # 5503
Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Ilaria Tortoriello

Del mondo della fotografia ama l´imprevedibilità e il contatto umano. La fotografa Ilaria Tortoriello si racconta a Generazione Ilas


Ilaria Tortoriello nasce a Napoli nel 1986.

Nel 2010 si laurea in arti visive e discipline dello spettacolo all’Accademia Delle Belle Arti di Napoli.

Dal 2012 fino ad oggi lavora come fotografa di cerimonie.

Nel 2013 consegue la specialistica in fotografia all’Accademia delle belle arti di Napoli.

Nel 2014 vince una borsa di studio alla Scuola Romana di Fotografia.

Dal 2015 docente di fotografia presso il Liceo Classico di Formia.

Nel 2017 frequenta il corso di fotografia pubblicitaria presso la ILAS di Napoli.





L´intervista


(Urania Casciello) Come ti descriveresti?


(Ilaria Tortoriello) Sono una fotografa, che vive la fotografia come esigenza, ci sono persone che scrivono libri e stanno bene nel farlo, io sto bene nel fare fotografia.


Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?


No, ho cominciato perché al secondo anno di università, all’Accademia delle belle arti di Napoli era obbligatorio un esame di fotografia, mi sentivo molto lontana da questa disciplina, ma da quel momento non ho più smesso.


Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?


Il ricordo più bello del percorso ILAS è Pierluigi De Simone, maestro e spalla su cui disperare quando non sai come affrontare il tuo lavoro, figura fondamentale e preziosa. Sento molta gratitudine verso di lui e verso questa scuola, un percorso che consiglierei a chiunque abbia voglia di imparare.


Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare?


Sono una persona ansiosa, quindi è sempre una sfida grande per me, qualsiasi tipo di lavoro e di qualsiasi portata, attualmente ho capito che una delle sfide più difficili è aspettare, coltivare un progetto con calma e non farsi fermare dal NO.


Cosa ti affascina del mondo della fotografia?


L’imprevedibilità e il contatto umano.


C’è un fotografo a cui ti ispiri?


Luigi Ghirri, Giovanni Chiaramonte, Alessandra Sanguinetti, Lisetta Carmi, Josef Koudelka e tanti altri. Non ho mai amato un solo fotografo, ho sempre pensato che ogni artista comunichi con una propria lingua personale, unica nel suo genere, quindi se ti svegli un giorno e sai parlare quella lingua vuol dire che fai parte di quella comunicazione, che comprendi quella lingua emozionandoti, anche se fino a quel momento non eri consapevole. Questa è la formula per l’innamoramento.


C’è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?


Non credo di avere una fotografia che mi  possa rappresentare, in questo momento della mia vita sento che il mio punto di vista vuole andare in un’altra direzione, ci sto lavorando molto ed è una condizione difficile e faticosa, due immagini possono essere un po’ figlie di questo caos comunicativo, mi trovo in una fase dove togliere tutto quello che è didascalico e ovvio è la mia regola numero uno.




Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?


Non avere fretta, ascoltare e non sentirsi subito Avedon perché la delusione potrebbe essere grande.


Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?


Sicuramente forza, siamo in un epoca dove gestire bene il proprio lavoro sul web vuol dire esserci professionalmente, ovviamente poi sono i fatti che contano.


Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?


Spaghetti aglio olio e peperoncino. Un piatto semplice ma non facile.


Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno, scegli Bianco e nero o colori?


Se il mondo per un giorno avesse il viso di mio padre allora sceglierei il bianco e nero, se invece il mondo fosse un posto vuoto e meravigliosamente desolato allora sceglierei il colore.


Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.


Onestà, gentilezza e umanità.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina?


Pensare di poter essere una mamma che lavora e che può insegnare a sua figlia come poter guardare la vita con occhi curiosi e mai stanchi.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?


Una vita tranquilla e una fotografia mai inutile.

27.02.2020 # 5454
Generazione Ilas: Intervista a Claudia Iacomino

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Francesco Leonardo

Ci sono molti modi di risolvere un problema, ma uno solo è quello giusto. Francesco Leonardo vive la sua professione secondo questo dettame, scopriamo insieme il perché.

Jack-of-all-trades napoletano, classe 1989.

Dopo essersi diplomato in Web Design, Graphic Design e Pubblicità alla ILAS, ha avviato collaborazioni con agenzie di comunicazione di rilievo nazionale, curando numerosi progetti di Brand Identity, Web, Software, Grafica Editoriale e Advertising. 

Nel 2015 torna alla Ilas in qualità di docente nel Corso di Web Design Pro Responsive.

Dal 2016 è in Magma, importante realtà ICT, dove cura la direzione creativa e UX per progetti di medie e grandi dimensioni, offrendo consulenza tecnica e metodologica a clienti internazionali tra cui aziende Fortune 20.

"Ci sono molti modi di risolvere un problema, ma uno solo è quello giusto". 

Vive la sua professione secondo questo dettame, che si riflette anche sull´approccio che ha alla sua altra grande passione: la cucina.



L’Intervista


(Urania Casciello) Sul tuo sito ti descrivi così: Strategist / Designer / Developer, dicci qualcosa in più di questi tuoi tre ruoli.


(Francesco Leonardo) I cappelli e le maschere sarebbero anche molti di più; in dipendenza dalle dimensioni e peculiarità delle realtà organizzative con cui ho collaborato, nella mia storia professionale mi sono occupato di molte cose diverse nell´ambito della comunicazione e della tecnologia. Strategia di comunicazione e Strategia d´identità; progettazione grafica, editoriale, web e di prodotto UX/UI; architettura e produzione software; formazione; direzione creativa, advertising e marketing.

Si è capito che non so ancora cosa voglio fare da grande?


A cosa stai lavorando attualmente?


In questo periodo il mio impegno principale è una consulenza di technical architecture per un´azienda multinazionale leader del settore retail e wholesale farmaceutico; in particolare negli ultimi mesi mi sto occupando di abilitare e facilitare il cambio di paradigma, da sviluppo tradizionale a Development-as-a-Service, che nasce da una strategica partnership tecnologica con Microsoft, su un progetto distributed large-scale enterprise software per il dominio B2E Pharmacy.


Da dove viene la tua ispirazione? 


Nel lavoro cerco di farmi guidare esclusivamente dalla ricerca: molto spesso le idee vincenti che mi guidano per un progetto vengono da vittorie, mie o altrui, in settori diversi; per questo motivo mi piace moltissimo informarmi sugli argomenti più disparati, perché credo ci sia sempre valore nascosto in ogni ambito e linguaggio. C´è però sempre una componente di intuito, a cui lascio fare la sua parte, collegando in modo inconscio e inaspettato tutti gli stimoli ricevuti.



Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?


Ricordi preziosi principalmente legati alle persone che ho incontrato, altri studenti e docenti; nel periodo di studi ho stretto amicizie che resistono ancora oggi e collaborazioni che mi hanno lanciato nel mondo del lavoro.
Ritornare da docente è stato bello anche perché ho potuto vedere lo stesso tipo di fermento nel fare network in molti studenti della "nuova generazione ILAS".


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?


Assolutamente no. Da bambino ero certo che sarei diventato un paleontologo; da adolescente, un medico; da quando ho frequentato ILAS, ed ho iniziato a lavorare in questo campo, ho esplorato e cambiato molti ruoli, e ad oggi ancora non ho ben capito cosa faccio di mestiere.


Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?


Qualche anno fa mi sono trovato a combattere per promuovere un cambiamento in un processo metodologico di sviluppo software; ero convinto del valore benefico per tutti della mia idea, ma mi sono trovato a scontrarmi con l´agenda personale di diversi gruppi in questa orgnaizzazione, interessati a mantenere lo status quo a discapito del benessere del progetto.

Spoiler alert: in quella occasione ho fallito.

Sequel: ho cambiato titolo alla proposta, ci ho riprovato qualche mese dopo, e ci sono riuscito.


C´è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del tuo settore professionale?


Credo che il mio ambito di competenze soffra di un disequilibrio comune al terziario avanzato in genere: dove ci sono le competenze talvolta non c´è budget; dove c´è molto budget talvolta le competenze non contano; dove c´è molta dedizione al lavoro spesso si trascura l´aspetto umano. E combinazioni letali delle precedenti.



Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro? 


Ogni fenomeno culturale è specchio del suo tempo e contesto, ed oggi la comunicazione che davvero funziona è quella che vede il consumatore come primo content creator. In questa evoluzione, e in tutto ciò che verrà, vedo solo opportunità positive per il mio lavoro, perché comunicazione e tecnologia dovranno sempre essere al passo per supportare ed abilitare questi fenomeni.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina?


Ogni giorno ho la possibilità di imparare qualcosa di nuovo: tecnologie, linguaggi, approcci. Viviamo in un tempo di informazione accessibile e voglio godermela appieno. Il mio lavoro poi mi offre la grande opportunità di imparare e di essere pagato per farlo.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?


Concentrarsi sull´acquisire competenze, ma comprendere bene che in comunicazione e in tecnologia, dove tutto diventa obsoleto nel giro di un istante, quello che davvero ci da valore come professionisti è la forma mentis che un´esperienza lavorativa, un mentore, o un percorso di studi può dare.


So che hai viaggiato/viaggi molto per lavoro. C´è una città dove ti sposteresti subito?


Chicago è già come una seconda casa per me, dato che ci passo una parte considerevole del mio tempo; oltre alla bellezza architettonica, la cultura gastronomica e brassicola, e l´anima blues della città, quello che apprezzo particolarmente è l´alto valore che le persone danno al lavoro di tipo intellettuale, e non avrei problemi a spostarmi lì. La verità è che oggi è così facile viaggiare che non avrei difficoltà a trasferirmi in qualsiasi (grande) città del mondo, con il giusto incentivo.


Una parola che ti rappresenta?


Fluido. 



Una parola che vorresti eliminare dalla terra?


Inerzia. Non la proprietà fisica ovviamente, mi riferisco all´immobilità e alla riluttanza che spesso attanaglia le persone e le organizzazioni nel promuovere il pieno potenziale di un´idea o di un progetto.


Se tu fossi una canzone?


Penso ce ne sia una diversa per ogni stato d´animo, ma non posso che dirti "Don´t Stop Me Now", perché sono alla 6ª tazza di caffè della giornata.


Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?


Non dovrebbe essere troppo difficile considerando le rivoluzioni industriali che hanno già caratterizzato il suo tempo; proverei a spiegargli che una rivoluzione tecnica e sociale non ha mai smesso di avvenire, e che anzi oggi i cambiamenti sono esponenzialmente più frequenti; e che quindi fondamentalmente il mio lavoro oggi prova a mettere insieme l´ergonomia umana e le soluzioni tecniche contemporanee per efficientare i processi produttivi.

Ascoltando la risposta che ti ho appena dato mi sto rendendo conto che sono partito dal presupposto che il mio interlocutore ottocentesco appartenesse all´upper class londinese.

Riformulo per un campione più rappresentativo: capocantiere.


Cosa ti aspetta per il futuro?


In maniera sempre più concreta, intelligenza artificiale e machine learning si stanno facendo strada nel mio quotidiano; vedo questo consolidarsi nel breve termine. 

Del lungo termine non ho la più pallida idea, e la cosa mi affascina molto.


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