Angelo Scognamiglio //
Fabio Donato, o del fotografo che salì sul palco
Il testimone di una stagione irripetibile
Per capire davvero Fabio Donato conviene partire da un gesto, non da una fotografia.
Napoli, 1969, Teatro Mediterraneo. Va in scena Paradise Now del Living Theatre, la compagnia di Julian Beck e Judith Malina che in quegli anni stava demolendo il confine tra palco e platea. Donato ha poco più di vent’anni, studia Architettura, milita politicamente, non è ancora un fotografo professionista. Entra in sala, scende le scale e poi — invece di sedersi tra il pubblico — compie un gesto che nessun fotografo di scena farebbe: sale sul palcoscenico e si gira verso la platea.
Quando gli attori arrivano, si dispongono tra lui e il pubblico, poi si sdraiano a terra. Donato non fotografa lo spettacolo. Fotografa il rovesciamento dello spettacolo: il nuovo rapporto tra chi guarda e chi è guardato.
Lo racconterà lui stesso molti anni dopo, ed è una delle dichiarazioni più importanti per capire il suo lavoro. Non gli interessava documentare semplicemente la performance, ma «registrare questo nuovo rapporto tra gli attori e il pubblico». Aver fotografato non lo spettacolo, ma l’idea teorica che lo sosteneva — dirà — è stato il momento in cui ha capito di essere diventato fotografo.
Conviene ricordare quella posizione fisica: il fotografo voltato verso la sala invece che verso la scena. Perché dentro quel gesto c’è già tutta la sua poetica.
Fabio Donato ha fotografato raramente l’oggetto in sé. Ha quasi sempre fotografato il campo di relazioni che lo attraversava.
⸻
L’opposto esatto del silenzio
La fotografia di Fabio Donato nasce da una fiducia radicale nella presenza. Non cerca il vuoto, non isola le cose fino a trasformarle in emblemi immobili, non sottrae la figura umana per lasciare parlare soltanto lo spazio. Al contrario: entra nei luoghi quando sono abitati, attraversati, messi in tensione da corpi, voci, sguardi, gesti.
La sua materia è la compresenza. Corpi, sguardi, tensioni, artisti al lavoro, il pubblico di un teatro, il momento preciso in cui due persone condividono uno spazio e qualcosa accade tra loro.
Donato non fotografa mai soltanto ciò che è davanti all’obiettivo. Fotografa ciò che accade tra le persone, tra i corpi e lo spazio, tra l’artista e il pubblico, tra l’opera e il contesto che la rende viva.
«Fotografare non è un gesto tecnico. Una fotografia è un racconto», ha detto. Ed è proprio questa idea narrativa a rendere riconoscibile il suo sguardo: l’immagine non come pura registrazione, ma come racconto di una relazione.
Il suo interesse non è l’eternità astratta delle forme, ma il presente nel momento in cui prende corpo. Donato insegue ciò che accade prima che svanisca: una postura, una conversazione, una prova teatrale, un incontro, una soglia, una scena culturale nel momento esatto in cui si manifesta.
Non è un caso che Donato venga dall’Architettura. Nelle sue immagini c’è sempre una costruzione dello spazio, una consapevolezza precisa delle forze interne all’inquadratura. Anche quando fotografa l’istante, l’istante appare pensato. Nulla ha l’immediatezza casuale della fotografia rubata.
Per questo i suoi scatti non danno mai l’impressione di “esserci capitati dentro”: sembrano piuttosto il risultato di una presenza attentissima, quasi coreografica.

⸻
Il testimone di una stagione irripetibile
La fortuna — e insieme il rischio — di un autore come Donato è di essere stato nel posto giusto per oltre mezzo secolo.
Il suo archivio, che supera i quattrocentomila fotogrammi, è uno dei grandi diari visivi della Napoli culturale tra gli anni Sessanta e Duemila. Dentro ci passa quasi tutto: il teatro, la musica, le arti visive, le avanguardie internazionali, la città che cambia volto.
C’è Lucio Amelio e la sua galleria, vero epicentro dell’arte contemporanea europea nel Sud Italia. Ci sono Andy Warhol e Joseph Beuys, che proprio a Napoli si incontrano nel 1980 attorno all’idea di quella “nuova creatività del Mezzogiorno” che dopo il terremoto confluirà nella collezione Terrae Motus. Ci sono Hermann Nitsch, Vito Acconci, Marcel Marceau, Chet Baker, Pino Daniele, Roberto Benigni.
E poi il teatro.
Eduardo De Filippo, che Donato segue dal 1976, fino allo scatto oggi esposto nella metropolitana di Napoli. I primi spettacoli di Mario Martone. I giovani Toni Servillo e Antonio Neiwiller. Il teatro sperimentale napoletano degli anni Settanta e Ottanta nel momento stesso in cui nasceva.
Ma qui bisogna fare attenzione a non commettere l’errore più facile: ridurre Donato a un semplice archivista del reale, a un fortunato cronista che “c’era”.
Sarebbe ingiusto e, soprattutto, sbagliato.
Perché la differenza tra un documentarista e un autore non sta nell’evento che fotografa, ma nel modo in cui lo guarda. E Donato non ha mai guardato l’evento per quello che era. Lo ha guardato per la tensione relazionale che lo attraversava.
Esattamente come quella sera sul palco del Mediterraneo.
⸻
Due binari, una sola idea di fotografia
Donato stesso ha spesso descritto il proprio lavoro come diviso in due percorsi paralleli.
Da una parte il fotografo degli artisti, del teatro, della musica, della scena culturale. Dall’altra le sue immagini più personali — quelle che chiamava, con una formula bellissima, le sue “poesie”.
Dentro ci sono La Città, la lunga ricerca urbana iniziata negli anni Settanta; il viaggio in India del 1970, da cui torna fotografando non monumenti o paesaggi ma piedi scalzi; gli spazi marginali, le soglie, gli interni attraversati dalla luce.
Sarebbe facile leggere questi due binari come separati: il professionista e l’autore, il fotografo di committenza e il poeta visivo.
Ma la separazione è molto meno netta di quanto sembri.
In entrambi i casi lavora la stessa idea di fotografia: non fermare semplicemente ciò che si vede, ma rendere visibile ciò che normalmente sfugge.
Nei ritratti degli artisti cerca il momento in cui il lavoro prende forma. Per questo li fotografa raramente in posa: gli interessa il pensiero mentre accade, non l’immagine pubblica dell’artista.
E le sue immagini urbane fanno la stessa cosa con la città. Cercano il punto di passaggio tra interno ed esterno, tra privato e collettivo, tra gesto individuale e spazio pubblico.
La fotografia, in Donato, non serve a congelare il mondo. Serve a rivelare le relazioni invisibili che lo tengono insieme.
⸻
Una figura ancora da rileggere davvero
Va detto con onestà: Fabio Donato è un autore meno studiato di quanto meriterebbe.
Esistono mostre, cataloghi, interviste, materiali d’archivio, ma manca ancora una grande rilettura critica capace di collocarlo pienamente dentro la storia della fotografia italiana del secondo Novecento. Eppure pochi autori hanno raccontato con altrettanta continuità il rapporto tra arte, spazio urbano e vita culturale nel Mezzogiorno.
Forse anche perché Donato appartiene a una categoria di fotografi difficili da semplificare.
Troppo colto per essere ridotto a reporter. Troppo immerso negli eventi per essere soltanto fotografo concettuale. Troppo interessato alle persone per rifugiarsi nella pura forma.
La sua fotografia vive precisamente in quella soglia.
Ed è forse questo che oggi la rende così contemporanea.
In un’epoca in cui l’immagine è diventata soprattutto autorappresentazione — esposizione continua di sé, superficie narcisistica, identità performata — Donato rappresenta quasi il gesto opposto. Uno sguardo rivolto agli altri, alla scena, al lavoro altrui, alla costruzione collettiva di un clima culturale.
Ha passato la vita girato verso il pubblico mentre tutti guardavano il palco.
Ed è proprio per questo che di quel palco, e di quel pubblico, ci ha lasciato uno dei ritratti più veri.
⸻
Fabio Donato (Napoli, 1947). Fotografo, docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli.









