Made in Ilas // Pagina 2 di 26
14.06.2021 # 5742
Generazione Ilas:  Intervista ad Andrea Emma

Urania Casciello //

Generazione Ilas:
Intervista ad Andrea Emma

Viaggio di un Creative Director tra

Andrea Emma è creative director e fondatore dell’agenzia di comunicazione CROP Studio.

Nasce a Napoli nel 1981, nel giorno della Liberazione. Affascinato fin dai primi anni di vita dalle armonie delle arti visive e performative deve gran parte della sua sensibilità artistica alle attitudini e talenti familiari che gli hanno aperto la strada verso un’esplorazione appassionata dell’arte, della musica e della fotografia. Terminati gli studi liceali e iniziati quelli universitari viene totalmente assorbito nel mondo Ilas, dove comincia un percorso formativo decisivo. Dal 2001 inizia la sua immersione nel mondo della comunicazione digitale e cominciano le prime esperienze lavorative presso agenzie di comunicazione come art director. Nel 2006 decide di continuare da freelance professionista e in un momento di grande fermento artistico personale si trasferisce a Barcellona nel 2008, vivendo quattro anni di immensa crescita professionale. Diventa in poco tempo direttore creativo di un’agenzia internazionale di Web Marketing e Digital Design. Nel 2011, spinto dall’amore per Napoli e dalla voglia di sfruttarne un inespresso potenziale, decide di partecipare ad un progetto di co-working portando la sua esperienza internazionale e conoscendo gran parte del team con il quale adesso collabora. L’amore per la fotografia e la musica si consacra in una delle esperienze umane ed artistiche più stimolanti, attraverso la mostra personale “Enzo Avitabile Music Life” del 2012 al Castel Sant’Elmo, estratto delle fotografie di scena del docu-film firmato dal premio Oscar Jonathan Demme. Nello stesso 2012 è ideatore, fondatore e creative director di CROP Studio, la sua sfida attualmente in corso più stimolante e importante.





(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente? 

(Andrea Emma) È un periodo molto intenso, di grande pianificazione e organizzazione di progetti stimolanti. La fortuna di fare questo lavoro è spesso quella di poter scegliere con chi lavorare e soprattutto in che modo cercare di fare al meglio le cose. Per rispondere al meglio alla tua domanda posso rivelarti che i progetti più interessanti degli ultimi mesi vanno dalla tecnologia e l’ecosostenibilità, passando per l’arte e il design con un periodo molto intenso di produzioni video che coinvolgono scenari rurali, sveglie presto, mille caffè e albe mozzafiato.


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

Credo nella creatività come ad un dono o semplicemente come una positiva “inquietudine” che ti circola dentro. 
Avendo avuto un trascorso da musicista, è un po’ come sentire il “groove” che hai dentro. 
La creatività non puoi scegliere di averla, o ce l’hai o non fa per te. Ma per stimolarla spesso scelgo di immergermi totalmente nel punto di vista avverso all’obiettivo che voglio perseguire, per avere una visione lucida e chiara delle cose che non dovrò certamente fare.




Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

Ricordo di essere stato attirato da un manifesto che mio padre mi fece vedere per strada, all’epoca ero uno studente universitario di informatica ingolfato e non era certamente sereno il mio stato d’animo. Quel manifesto e la lungimiranza di mio padre - a cui devo tutto - mi spinsero a compiere il passo. Ed è stato un passo che somigliava più ad un salto. Ricordo dell’Ilas come di un qualcosa che all’epoca era totalmente inedito nello scenario formativo del 2000-2001. Entrare in aula, ascoltare la musica durante i laboratori, avere dei professionisti giovani, simpatici e preparatissimi. Non c’era un solo minuto di lezione che non fosse appassionante. Per mia fortuna ho letteralmente divorato l’anno, nello stesso anno ho cominciato a lavorare come designer e attualmente molti dei docenti con cui ho fatto lezione sono diventati amici e in alcune occasioni anche colleghi di lavoro. Qualcosa di veramente intenso.

Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

La sensibilità verso le arti visive mi ha sempre avvicinato molto al mondo della comunicazione. Ricordo che nella televisione anni 80-90 la cosa che mi piaceva di più guardare erano le pubblicità, mi soffermavo a guardare i packaging, mi affascinavano le tipografie e le illustrazioni, MTV rappresentava l’innovazione in termini di ricerca di stile, di animazioni ed ero uno spettatore già all’epoca attento a tanti dettagli.
Non sapevo di poter fare proprio questo lavoro, ma ero certo che sarei entrato da una delle porte dell’arte per poterla far diventare parte della mia vita.



Nel 2012 hai fondato CROP Studio, come l’avevi pensata in quegli anni e come è diventata oggi?

Nel 2012 avevo gli occhi che brillavano di un’esperienza conclusa all’estero ed ero in pieno amore per il mio rientro in patria. Devo ammettere che il ritorno è stato stimolante anche grazie al gruppo di visionari professionisti che ho conosciuto. La voglia era tantissima di poter creare qualcosa di unico e di sfruttare il potenziale e le altissime qualità che ognuno di noi esprimeva in modo indipendente, ed è così che è nata CROP Studio.
L’intuizione è stata giusta perché mancava un’idea di appartenenza e un coordinamento strategico. La possibilità di “incrociare i flussi” e diventare più forti. CROP Studio voleva essere esattamente quello che sta diventando oggi, una realtà che guarda al futuro della comunicazione digitale con interesse e con cura, ma soprattutto proponendosi come alternativa davvero valida nel mercato. Siamo consapevoli che troppe agenzie professano il “nuovo" e l'innovazione come unica soluzione, ma a lungo termine è l’esperienza e la strategia che determinano - con risultati misurabili e tangibili - il successo. Nel nome stesso dell’agenzia c’è il concetto chiave di tutto il nostro metodo: tagliamo l’eccesso e semplifichiamo, consapevoli che, come diceva Bruno Munari “Complicare è facile, semplificare è difficile” e che “Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità”.

Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

In ogni lavoro cerco di sentirmi appagato e rappresentato, perché cerco di non pubblicare mai nulla che non sia davvero riconoscibile e pulito. I lavori più stimolanti e che ricordo con più affetto sono stati il progetto per il Pastificio Lucio Garofalo nel 2011, dove sono stati raccontati i formati di pasta in modo innovativo e diverso, valorizzando la pasta come opera d’arte; le fotografie di scena per il docu-film sulla vita di Enzo Avitabile con la regia di Jonathan Demme che mi hanno regalato l’emozione di poter conoscere artisti e musicisti di tutto il mondo, di poter condividere 20 giorni di produzione con un regista premio Oscar ed esporre una mostra personale al Castel Sant’Elmo. Negli ultimi mesi sono davvero soddisfatto e felice di aver concluso e pubblicato un progetto per un’azienda produttrice di e-bike che mi ha coinvolto in ogni piccolo processo di produzione.




Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

Partiamo dal presupposto che ho la fortuna di fare un lavoro che si basa su emozioni, armonie, colori e arte.
Le sfide più grandi finora affrontate sono state quelle di divulgare e far comprendere ad aziende e clienti il vero valore del digitale, della comunicazione di qualità, e del giocare secondo le regole.
Molto spesso prima ancora di essere un consulente per le aziende mi ritrovo a dover psicanalizzare manager e imprenditori nel compiere il passo verso l’innovazione, nel credere di più nel proprio prodotto e affidarsi ad una nuova visione. 
Sono troppe le agenzie e i finti professionisti che speculano e dissanguano le aziende che ovviamente restano traumatizzate e scottate da approcci senza alcun senso, dove tutto diventa inutile e genera poca fiducia nel mondo del digital branding.


Sei stato a Barcellona nel 2008 come direttore creativo per un’agenzia internazionale di Web Marketing e Digital Design, che ricordi hai della tua esperienza e della città? Ci torneresti?

Barcellona era un sandalo infradito.
Una città comoda, versatile, senza troppi giri di parole. Ognuno poteva essere chi voleva e lo scambio culturale era immenso. Circolava tanta sperimentazione e tanta cultura, anche se a volte si rendevano artisti e artistiche cose che per la cultura Italiana e per il patrimonio artistico-culturale di Napoli non potevano reggere nemmeno lontanamente il confronto. Nel 2008 Barcellona era una perfetta macchina di marketing, le aziende investivano sui giovani, sui master, la città era piena di eventi, concerti, sole, mare, contaminazioni di ogni genere.
In ufficio eravamo più di 40, io ero l’unico italiano e si parlavano quattro lingue: lo spagnolo, l’inglese, il catalano e il napoletano. L’esperienza professionale è stata unica a livello tecnico, c’era una piena fiducia nel capitale umano, ognuno poteva gestire le ore di lavoro in modo agevole tenendo conto però degli obiettivi da raggiungere e le consegne da rispettare. Una metodologia nuova ed innovativa per quel tempo. Quest’esperienza oggi mi è utile per coordinare al meglio risorse e lavorazioni, rispettando la vita.





Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro? Consiglieresti un’esperienza all’estero come hai fatto tu?

Sembra banale ma in questo lavoro se non sei felice e non vai a lavoro contento di ciò che stai per fare allora vuol dire che stai sbagliando tutto. Se non c’è emozione nel pensare, ideare, progettare, coordinare è meglio dedicarsi ad altro.
Questo è un lavoro che premia lo studio, la ricerca della qualità, l’applicazione, la tenacia, la resistenza, il metodo.
Fare un’esperienza all’estero per me è stato edificante, decisivo, vorace. Non si può pensare in grande se non si va a vedere come si fanno le cose al di là dei nostri confini. Il ruolo che si ha nel mondo della comunicazione comincia anche dall’esplorazione e dalla ricerca di ciò che naturalmente ci stimola.


Un film e un libro che ti hanno cambiato la vita e perché.

Grazie a mio fratello avevo accesso alla visione di film che erano forse un po’ precoci per la mia tenera età, ma gli anni 80 sfornavano pietre miliari che hanno composto meticolosamente l’universo di sogni, sensazioni e caratteristiche della mia attuale personalità. 
Back to the Future (Robert Zemeckis - 1985) era uno di quei film che mi hanno stravolto: la narrazione, la possibilità di pensare alle azioni che possono cambiare il futuro (e il passato). Una struttura geniale che mi ha fatto percepire la vita e le azioni da compiere in modo diverso, forse più riflessivo.
Frédéric Beigbeder - Lire 26.900 (99 Francs il titolo originale) Lo ricordo con estrema lucidità perché lo lessi nel 2001 quando ero immerso nel mondo del cambiamento e nell’esplorazione della vita da pubblicitario / art director. Questo libro è stato preparatorio, provocatorio, quasi come un’armatura. In una lettura scivolosa e diretta mi ha indicato cosa non volevo essere ma allo stesso tempo cosa la pubblicità a quel tempo era capace di creare nelle persone. Premonitore per tanti aspetti legati al mondo digitale di oggi.





Una parola che ti rappresenta.

Sicurezza. È quella che sento di avere quando accolgo un mandato, è quella che voglio avere ogni volta che devo compiere una scelta, è quella che scelgo per i miei figli e i miei affetti. La sicurezza non è mai qualcosa di oggettivo ma bisogna crederci per ottenerla. Ma soprattutto la sicurezza perché sono sicuro di aver scelto la mia strada e sono sicuro di poter fare un buon lavoro, perché quando ci guida la passione, la sicurezza ne è l’espressione.

Tre cose a cui non potresti mai rinunciare.

All’amore, alla passione, alla famiglia. Nulla esisterebbe senza.

Cosa ti guida?

Raggiungere il prossimo obiettivo, ma in realtà sono io che guido!

Progetti futuri?

Di progetti in cantiere ne ho tanti, interessanti e in via di sperimentazione e sviluppo.
Il futuro spero mi dia la conferma che ciò che sto costruendo oggi sia d’esempio, nel bene e nel male, per tutti quelli che vorranno intraprendere questa strada. 

10.02.2022 # 5906
Generazione Ilas:  Intervista ad Andrea Emma

Urania Casciello //

Generazione ilas:
intervista a Marco Perrella

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

Classe 84, a 4 anni riceve il suo primo Commodore 64 che lo condanna a vivere a non più di 50m da un computer per il resto della sua vita. Dopo una parentesi di studio che lo porta dallo scientifico, al teatro, a 5 anni di Università mai messi a frutto, si iscrive alla Ilas di Napoli per sfuggire all’insopportabile destino di studiare argomenti che non gli piacciono. Dopo aver frequentato i corsi di Web Design e Grafica, è il 3D a vincere definitivamente la sua attenzione, portandolo sulla strada del 3D Generalist, prima, e dell’Experience Designer, poi. Dopo 3 anni di docenza nella stessa Ilas che lo aveva formato, decide di dedicarsi unicamente all’azienda in cui aveva contemporaneamente un part-time, la Digitalcomoedia, nella quale lavora tuttora.

 
(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?
(Marco Perrella) In questo periodo siamo al lavoro su tanti progetti, non tutti di libera divulgazione, dai Beni Culturali al supporto all’Industria 4.0, dalle serie animate alle esperienze virtuali, per non parlare del nostro sito! Una cosa di cui posso parlare liberamente e che mi ha visto in prima linea è sicuramente “Arkaevision - Tempio di Nettuno”, un’esperienza di realtà virtuale nel Parco Archeologico di Paestum che a breve, virus permettendo, dovrebbe vedere la luce in seno al Museo del parco.

 
Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas? Sia come studente che come docente
Ricordi molto molto preziosi. Dopo aver fatto il turista all’Università per anni ho semplicemente pensato di fare un tentativo mirato, dove avrei potuto concentrarmi su qualcosa che mi interessava senza dover studiare argomenti non di mio gradimento. Appena iniziati i corsi tutto è cambiato: l’accoglienza della scuola, la qualità della struttura e dei corsi, è stato fantastico, mi sono accorto che era quello che stavo cercando dopo essermi iscritto! Da docente, poi, si respirava una grande aria, sentirsi parte dell’entità che mi aveva stupito tanto era già una soddisfazione a sé, per non parlare della grande collaborazione con tutto il team; ma il ricordo più bello è legato sicuramente gli allievi, osservarne la crescita e ritrovare in loro, ogni volta, quello sguardo attento e appassionato era sempre emozionante.
 
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?
Come si sarà capito assolutamente no. Sapevo di amare i videogiochi, di prestare una certa attenzione al comparto grafico e creativo, ma non sono mai stato particolarmente bravo ad analizzare i miei desideri. L’Ilas mi è stata fondamentale anche per capire come tutto questo poteva diventare un mestiere.
 
Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare? 
La più grande finora? Studiare le possibilità di movimento dell’utente in VR. Una cosa che ormai diamo per scontata quando siamo davanti ad uno schermo, diventa all’improvviso un dilemma machiavellico. Trovare l’equilibrio tra immersione e godibilità dell’esperienza in questo nuovo media ci ha dato una gran quantità di grattacapi.


 
Il progetto a cui ti è piaciuto lavorare di più e perché?
Arkaevision - Tempio di Nettuno. Far prendere vita al Parco Archeologico com’è adesso e com’era 2500 anni fa è stato uno sforzo corale sorprendente ed appassionante. Assistere e collaborare alla motion capture, che da queste parti è un terreno quasi inesplorato, lavorare per i Beni Culturali, un tesoro impressionante che abbiamo la responsabilità di far conoscere, vedere tutti i gesti, piccoli e grandi, fatti da più di 30 persone convergere in un prodotto che ha impressionato chiunque l’abbia provato è una sensazione meravigliosa.
 
C'è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del tuo settore professionale?
La percezione comune del settore. Come per tutti i settori basati sui new media, in Italia bisogna sempre fare i conti con diffidenza ed ignoranza. Prima di convincere come professionista o come azienda bisogna ancora superare la fase venditore porta a porta in cui devi vendere l’aspirapolvere di queste nuove tecnologie, spiegargli perché ci vuole tanto a produrre il lavoro, quali sono i vantaggi. Da un po’ di tempo stanno aumentando le persone che hanno una visione più corretta di questo settore, speriamo la conoscenza continui a diffondersi.
 
L’evoluzione del 3D è continua. Che consiglio daresti a chi si approccia adesso a questo mondo?
Di essere entusiasti e lanciarsi nella mischia. Hai perfettamente ragione, il 3D è in piena fioritura, giorno per giorno ci sono novità nelle tecnologie e nella loro applicazione, il Real-Time sempre più accessibile e potente, la Realtà Virtuale. È sicuramente un campo arzigogolato, quindi magari fatelo in maniera guidata, ma se vi interessa lanciatevi di petto! È come fare musica ai tempi di Mozart, non fatevi intimorire, ne varrà la pena.

Una parola che ti rappresenta e perché?
Versatilità. Ho sempre amato essere in grado di agire su tutti i fronti e questo mi ha portato ad essere capace di affrontare bene o male tante sfide, non solo quelle più vicine alla mia indole.
 
Una parola che vorresti eliminare dalla terra e perché?
Arroganza. Ci ho messo un po’ a trovarla, ma credo che senza si starebbe tutti meglio. Non parlo solo dell’arroganza del potente verso il debole, non amo guardare ai massimi sistemi che non possiamo cambiare, ma proprio di quella piccola, personale, diffusa ormai in tutti che ci impedisce di rapportarci in maniera spontanea e aperta con gli altri.
 
Se tu fossi una canzone, quale saresti?
Un ottico, di Fabrizio de André.
 
Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?
Non riesco a spiegarlo a mia madre, vuoi che lo spieghi a una persona del diciassettesimo secolo? Vediamo: cerco di far vivere cose fantastiche in una realtà che non esiste.

 Cosa ti tira giù dal letto la mattina? Cosa ti guida?
Brutta domanda, forse svegliarmi la mattina doveva essere la risposta alla sfida più grande. Tuttavia, dato che alla fine mi alzo, direi la curiosità. Fare un lavoro creativo significa chiedersi sempre “chissà cosa succederà oggi” oppure “chissà se la soluzione che ho pensato funziona”, credo sia quello il motore delle mie giornate.
 
Progetti futuri?
Superare i limiti. In tutti i sensi, vedere le tecnologie che usiamo dove ci porteranno e farsi trovare in grado di sfruttarne le possibilità a fondo.



copyright immagini Digitalcomoedia


07.02.2022 # 5905
Generazione Ilas:  Intervista ad Andrea Emma

Urania Casciello //

Generazione ilas:
intervista ad Angelo Formato

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

Nato e cresciuto nella città di Napoli, nel sud Italia, Angelo Formato si è trasferito a Londra nel 2012 per inseguire il suo sogno di diventare un fotografo.
Ispirato sia dalla sua visione della femminilità che dall'uso di uno stile creativo, ritrae personaggi interessanti con un approccio naturale e reale in termini di illuminazione e fotografia.
Deve molto della sua ispirazione fotografica alla sua famiglia che ha avuto una grande influenza sul suo lavoro e lo ha formato come persona e come artista. I suoi lavori sono stati pubblicati su numerose riviste internazionali tra cui: Vogue, Elle, Document Journal e National Geographic.


 
Come ti descriveresti?
Mi piace molto stare con le persone, ascoltare, condividere ma allo stesso tempo sono una persona timida e a tratti solitaria.
Raccontare la vita e le persone attraverso i miei lavori è la cosa che mi rende più felice.

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
Da bambino volevo diventare cuoco. Poi i miei genitori mi regalarono una macchinetta fotografica giocattolo a forma di mucca e da lì è iniziata la mia avventura.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Bellissimo! Quando ho scelto di frequentare la ilas é stato uno dei momenti più importanti della mia vita.
La Formazione alla ilas è stata l’inizio di un bellissimo percorso, la guida che mi ha portato ad ottenere tante bellissime soddisfazioni.

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fino ad oggi? C’è qualche aneddoto?
Questo lavoro è fatto di tante piccole sfide e responsabilità, bisogna fare molta attenzione.
Un po' di tempo fa, feci un lavoro per un brand di abbigliamento, io e il mio team avevamo avuto una giornata pesante. La sveglia suona alle 5 del mattino, tanti look da fotografare e quindi tanti cambi da fare. A fine giornata lavorativa purtroppo per un errore tecnico tutte le immagini realizzate andarono perse ma poi fortunatamente dopo qualche giorno con l’aiuto di un tecnico riuscimmo a recuperare tutto il lavoro svolto.
 
Come hai affrontato il periodo di crisi sanitaria globale? 
La quarantena è stata dura, trascorsa a Londra lontano dai miei familiari però è stato anche un bellissimo momento di riscoperta personale che mi ha fatto prendere una decisione molto importante e cioè trasferirmi inItalia.
Lavorativamente è stata dura e il mio settore come tanti altri fatica a riprendersi, ma sono positivo, sono felice di passare un po' di tempo a casa con i miei familiari sperando che si ritorni presto ad una vita normale senza crisi sanitaria.
 
Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
La fotografia oltre ad essere una macchina del tempo che ti permette di viaggiare avanti e indietro è anche un importante strumento di espressione/comunicazione
e sensibilizzazione sociale.
 
C'è un fotografo che ami più di altri? perchè?
Ci sono foto che preferisco rispetto ad altre di fotografi diversi, in questo momento non ho un fotografo in particolare come preferenza.
Dipende molto anche dal mio stato d’animo o dalla mia attuale ricerca personale però apprezzo moltissimo e sono sempre fonte di ispirazione i più grandi del passato come Avedon, Doisneau, Elliott Erwitt.
 
Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Credi nel lavoro di squadra, ma soprattutto in te stesso.
L’insegnamento è importante, studia e fatti guidare dai tuoi insegnanti ma la cosa più importante fai tanta ricerca, pratica e sperimenta tantissimo. Ascolta i tuoi colleghi, con umiltà avvicinati alle persone, condividi e affronta le tue paure.
  
Ci sono film da guardare, riviste da seguire (o qualsiasi fonte) che consigli di guardare/spulciare, a chi vuole percorrere la carriera di fotografo?
Ci sono Tantissime riviste da guardare! Alcune delle mie riviste preferite al momento sono
Document Journal
iD
Vice
Paper Journal
Alla Carta
Rocketscience
Dazed
 
Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?
Assolutamente forza, Instagram è la vetrina di ogni fotografo.

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta? 
Si, ho scattato questa foto a mia Nonna qualche mese prima che morisse.



Se la fotografia fosse una ricetta culinaria, quale sarebbe?
1 kg di Dedizione e pazienza
2 Kg di Passione e umiltà
q.b. Fortuna
5 kg di Amore

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché?
La vita è una sola e va vissuta a colori.

 Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.
- Famiglia
- Amore
- Creatività

Cosa ti tira giù dal letto la mattina?  
Il desiderio di realizzare i miei Sogni.
Ma anche la signora al primo piano che inizia le faccende domestiche alle 5!

Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Credo che ogni artista abbia una grande responsabilità, una voce potente che può aiutare a cambiare questo mondo in un posto migliore, specialmente in tempi come questi.
Non sono e non mi sento un supereroe ma nel mio piccolo e con i miei lavori cercherò sempre di contribuire a mandare un messaggio di accettazione sociale e culturale.


 


13.12.2021 # 5854
Generazione Ilas:  Intervista ad Andrea Emma

Urania Casciello //

Generazione ilas:
intervista a Silvio Acocella

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

Silvio Acocella nasce nel 1983 a Salerno. Dopo gli studi universitari decide di dedicarsi alla fotografia frequentando la ILAS sotto la supervisione di maestri quali Ugo Pons Salabelle.
Dopo la scuola si trasferisce a Milano e lavora a stretto contatto con numerosi fotografi di moda, tra tutti Peter Lindbergh. Tornato a Salerno lavora con Ferdinando Califano e apre nel 2010 il suo primo studio fotografico.

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
Diciamo che ho sempre avuto la passione per la fotografia, da piccolo prendevo la yeshica a pellicola di mio padre e mi piaceva sperimentare, poi mi hanno regalato una telecamera, insomma crescendo la mia passione è aumentata, insomma avevo deciso che la fotografia avrebbe fatto parte della mia vita. Ho iniziato a fotografare per hobby, poi ho deciso di studiare alla ilas per approfondire, mi sono trasferito a Milano lavorando lì un anno e poi sono tornato al sud, dove sono di base a Massa Lubrense.

Come hai, stai, e pensi di affrontare per i prossimi mesi questo periodo di crisi sanitaria globale? C’è stato qualche cambiamento lavorativo?
Venendo a mancare tutto il resto di attività che prevedono una documentazione fotografica, ho avuto la fortuna di avere come cliente un’azienda che mi ha commissionato foto per un e-commerce, settore invece che per fortuna non ha avuto problemi, anzi tutto l’opposto, in questo periodo. Diciamo che cercando, soluzioni si trovano.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Un ricordo bellissimo, la scuola, il personale, la direzione. Su tutti il mio docente di Fotografia Ugo Pons Salabelle. Nonostante siano passati più di dieci anni da quando ho frequentato il corso ilas, ci sentiamo ancora e gli chiedo ancora consigli!

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fini ad oggi? C’è qualche aneddoto?

Diciamo che nel mondo della fotografia, disavventure tecniche succedono quasi spesso, anche quelle con i clienti. Forse ricordo meglio le cose belle ed è una fortuna, tra tutte quando ho lavorato con Lindbergh nell’anno i cui ho vissuto a Milano, un’ esperienza che ricorderò tutta la vita!

C'è un fotografo a cui ti ispiri? Perché?
Tra i miei preferiti Martin Parr e Peter Lindbergh, ovviamente per ragioni opposte, ma in generale mi piace entrare nella testa dei fotografi e capire il loro punto di vista. 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Dunque, non è un periodo facile, ma direi che - se è davvero quello che vogliono fare - di andare contro tutti (perché molti gli diranno che fare foto è un hobby non un lavoro) e studiare un sacco.

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

Non ho una foto che mi rappresenta più di altre, forse, tra tutte le mie foto, sicuramente quelle scattate in bianco e nero.

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?
Un dolce molto carico, pieno di zuccheri. Prima lo mangi e sei soddisfatto, dopo vieni assalito dai sensi di colpa.

Ha la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché?

Bianco e nero, assolutamente. La fotografia per me è Bianco e Nero. E se penso al bianco e nero penso a Mimmo Iodice.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Visti i tempi non saprei, sicuramente mi piacerebbe aumentare anche la produzione video, un settore che secondo me deve andare di pari passo con la fotografia.

01.12.2021 # 5848
Generazione Ilas:  Intervista ad Andrea Emma

Urania Casciello //

Generazione ilas:
intervista a Emilia Apostolico

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

(Urania Casciello) Come ti descriveresti? 
(Emilia Apostolico) Mi definisco una persona consapevole. Può sembrare strano, ma la consapevolezza non è  scontata, la consapevolezza dà spessore e forma alla mia esistenza.

Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?
No, ma ho sempre saputo che avrei fatto qualcosa di creativo, di assolutamente divertente.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Ero in un momento della mia vita in cui, appunto, mi  mancava la consapevolezza di diverse cose, ma è stata una bella esperienza. Una scuola seria, insegnanti fantastici. Ugo Pons Salabelle, in particolare, mi ha lasciato un ricordo bellissimo. Un uomo ricco di cultura, le sue lezioni: indimenticabili!
 
Il tuo lavoro ti porta ad essere in contatto costante con le famiglie, maternità e bimbi appena nati. Cosa ti piace di più del mondo della fotografia family? Cosa si prova?
 È un mondo meraviglioso. Condivido momenti importanti, dinamiche nuove. Ho sempre davanti la parte più bella dell'umanità, e poi stare vicino ai neonati è magico.
 
Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fino ad oggi?
La sfida  più grande è quella di riuscire sempre ad entrare in sintonia con i miei clienti. Quando si realizzano questi particolari tipi di servizi fotografici si entra in intimità, le persone si mettono a "nudo" e devono sentire di potersi fidare. Ogni volta che entro in sala di posa devo sgombrare la mente da tutti i miei pensieri e sentire le loro emozioni.  


Come hai, stai, e pensi di affrontare per i prossimi mesi questo periodo di crisi sanitaria globale? C’è stato qualche cambiamento lavorativo (o nella gestione del lavoro)?
Sicuramente nello studio c'è l'adeguamento al protocollo Covid che, in realtà, eccetto l'uso della mascherina, non ha modificato di molto quelle che erano già le norme di igiene e sicurezza che, fotografando bambini di pochissimi giorni, già adottavo.  

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
La sua forza evocatrice, la sua potenza.

C'è un fotografo a cui ti ispiri? Perchè?
Leticia Reig, una fotografa spagnola. Le sue foto mi commuovono e le sento molto vicine al mio stile.

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Di intraprendere un rapporto profondo con sé stesso, dare ascolto ai propri sogni e individuare bene la strada da percorrere. Fatto questo, che è la parte più difficile, poi investire tanto nella formazione e nello studio costante.

 Ha la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché
Colori. Il colore mi dà tutte le sfumature, infinite possibilità.

Tre cose di cui NON potresti fare a meno sulla terra.
L'amore, l'arte, l'allegria.

14.04.2020 # 5513
Generazione Ilas:  Intervista ad Andrea Emma

Urania Casciello //

Generazione Ilas:
Intervista a Claudia Iacomino

Ha iniziato a usare la fotografia per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Claudia Iacomino si racconta a Generazione Ilas.

Claudia Iacomino nasce nel 1986 a Napoli.
Studia la pratica artistica fin dal liceo e ne approfondisce la teoria e la storia laureandosi in Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi sull’identità fotografica. Nel 2014 si specializza con lode in Fotografia come Linguaggio d’arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una ricerca personale sul linguaggio fotografico e la sua relativa percezione. Dal 2014 inizia ad insegnare Arte della Fotografia negli istituti superiori di Latina e Napoli, dividendosi tra Lazio e Campania. La sua costante indagine sul reale la porta ad utilizzare lo strumento fotografico concependolo come il più adatto a descrivere il pensiero più che la realtà. Anche quando esplora nuovi mezzi, come il video, non abbandona la semantica fotografica, prediligendo l’esaltazione dell’immagine statica come metafora del pensiero.




L’Intervista

Come ti descriveresti?

Adesso io, non lo nego, non son capace di descrivermi, mi sembra che si finisca quasi sempre in quella falsa modestia dell’essere questo o quello. Vediamo, posso dire di essere tante persone insieme che si incontrano, si scontrano, a volte si lasciano ma poi resistono; che mi piace osservare le cose che accadono, a volte molto più di viverle e non solo per pigrizia piuttosto per incapacità. Mi piace scoprire cose nuove, che detto così sembra l’incipit di un tema di mia nipote, eppure è così. Un libro, un artista, un movimento storico, un regista, mi viene sempre di cercare risposte lì. La tecnologia no, quella non mi piace, ho un rapporto complesso con la velocità.


Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?

Essere fotografi significa tante cose, legate anche a come si usa la fotografia, al ruolo che le si dà. Io ho iniziato a usarla per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Poi, specializzandomi, ho iniziato a lavorare con la fotografia commerciale, a insegnarla ma il ruolo di fotografa mi appartiene solo quando ritorno al mondo delle visioni, quando creo qualcosa che prima non c’era.



©Claudia Iacomino

Che ricordi hai del tuo percorso alla Ilas?

Durante un periodo molto frenetico, in cui studiavo a Roma, insegnavo a Latina e vivevo contemporaneamente a Napoli, mi chiama il Direttore del corso di Fotografia dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli per dirmi che avevo vinto una  borsa di studio di un anno alla Ilas. Ero lusingata ma anche stanca di riiniziare a studiare la tecnica fotografica, e qui c’è stata la sorpresa. La Ilas non è stata solo tecnica, eccellente e fatta a livelli professionali, è stata crescita personale e sviluppo delle identità fotografiche, con cui ognuno di noi entrava in contatto. Pierluigi De Simone è un prezioso insegnante, ci ha portati oltre la pratica in studio, verso la semantica, la narrativa e in generale verso una cultura fotografica su cui ancora oggi, spesso, apriamo grandi dibattiti.


Qual è la sfida lavorativa più grande che hai dovuto affrontare?

Finiti gli studi sono partita per Londra. Andavo in giro per gallerie a presentare il mio lavoro, la mia ricerca. Proporsi significa anche convincere l’altro del valore del tuo lavoro, e questa è stata una grande sfida. Mi sono presentata sul set di un fotografo di moda e appena mi ha vista mi ha detto chiaramente “non posso farti lavorare qui, sei troppo esile, non saresti utile neanche per montare i set”. Poi a fine giornata mi
ha chiesto di restare. Abbiamo lavorato insieme per uno shooting e sono andata via. Non era quello che mi interessava. Ad oggi la sfida più grande è quella di ripensare alla fotografia come mezzo per contemplare un dolore, ma è tanto più ardua.


©Claudia Iacomino

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?

La sua identità, e non a livello ontologico. Io penso per immagini. A tutte le parole che ascolto gli attribuisco un’immagine, un ricordo visivo, è così che funziona e questo mi affascina. E non è solo l’eterna dialettica tra realtà e percezione, è molto di più. E’ la capacità che ha la fotografia di suggestionare la nostra visione, di attivare dei meccanismi esperienziali in silenzio, senza fare troppo rumore e in modo quasi infimo. E’ una bugia autentica ma è anche coscienza individuale e collettiva, è conoscenza delle cose. Inoltre sempre più spesso mi attirano i suoi limiti; analizzare tutto quello che la fotografia non è: il suono, l’odore, le parole; questo mi ha portato a sviluppare un lavoro di sinestesie visive, “La fotografia degli altri è bellissima” in cui il testo suggerisce l’Immagine. Un modo diverso di pensare alla fotografia, svuotandola dal referente.


Mi ha colpito molto l’immagine che hai su facebook, una foto “manipolata” da Julie Cockburn con ago e filo. Quanto pensi sia fondamentale fare ricerca al di là della fotografia?

Una volta ho letto questa frase ironica che diceva “Ma quelli che fanno ricerca, in realtà cosa cercano?” e mi piacerebbe dare una risposta piena di senso ma non ce l’ho, anzi colleziono dubbi per questo ricerco.
Probabilmente si prova a cercare significati profondi nelle cose, delle risposte, o magari si cerca di lasciare una traccia, a volte lo si fa anche solo per ego, per dire la propria, che è il modo peggiore di fare ricerca.


©Claudia Iacomino

C’è un fotografo a cui ti ispiri?

Cattelan, perché non è un fotografo. Ma in generale dipende dall’umore.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Di conoscere il mondo delle immagini, tutto, dai pittogrammi alla storia dell’arte passando per la grafica, fino al cinema. Riempirsi gli occhi di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che la nostra mente può generare con la lettura, la musica ed ogni forma di cultura.


C’è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

No, non direi, la foto non è mai finita. Ogni foto scattata può essere la base per un’altra fotografia, e queste sono le parole di Gastel(!). Piuttosto mi piace guardare con soddisfazione e affetto questo estratto di “Oggi ho conosciuto un uovo”, una delle mie prime fotografie, sulla quale ho costruito un profondo lavoro di ricerca.


©Claudia Iacomino

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?

Non so cucinare, non amo mangiare e in generale non ricordo i sapori che assaggio.


Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?

Ho fatto un solo lavoro in bianco e nero “Sedimenti”, esposto questo dicembre alla Fondazione Circolo Artistico Politecnico, in una collettiva. Per quanto fosse stata una scelta ponderata e faticosamente accettata, avevo prurito alle mani ogni volta che lo vedevo. Il colore mi serve a comunicare una sensazione precisa, così come la sua assenza ha un valore semantico, ne sono cosciente. Il punto è che i colori esistono, inficiano la nostra espressione delle cose e non riesco ad escluderli dal processo visivo.


©Claudia Iacomino

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.

Il fuoco, il cibo, l’arte.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 

Rispondere a questa domanda in un periodo di singolare quarantena, è difficile. Per ogni altro giorno sarebbe valsa la risposta di cercare stimoli, osservare dettagli, recuperare domande, formulare risposte. Adesso provo a pormi le stesse ambizioni ma senza troppa consolazione.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Probabilmente un cambiamento di rotta rispetto a quanto prodotto finora.

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