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12.01.2022 # 5869
Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Marco Maraviglia //

Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Breve incursione in quelle che erano alcune modalità operative dei fotografi degli anni ’80-’90

Lo scanner

Prima del 2000 erano ancora pochi i fotografi che lavoravano in digitale. Esisteva il Photoshop che consentiva di fare qualche postproduzione alle proprie foto, previa scansione. Ma acquisire a scanner le foto aveva un costo non paragonabile a quello di oggi. I service di preprint lavoravano principalmente con costosi scanner a tamburo se non addirittura con un’altra macchina chiamata reprocamera. Oggi con poche centinaia di euro si può entrare in possesso di uno scanner decente. Ma ormai si scattano fotografie che sono già digitali a monte e quindi lo scanner resta solo un utile accessorio per quei fotografi che intendono ripescare dal proprio patrimonio archivistico immagini per realizzare un libro, una mostra e dintorni.  

 

Le pellicole

Si lavorava quindi principalmente in analogico: pellicole a colori, bianconero e invertibili, le cosiddette diapositive. Dette anche diapo o dia.

C’erano fotografi che avevano a tracolla almeno tre corpi macchina e ciò per un paio di motivi: per evitare di perdere tempo nel sostituire gli obiettivi di focale diversa (cosa che ad oggi i professionisti fanno ancora) ma anche perché in ogni corpo macchina c’era una pellicola diversa. Bianconero, diapositiva a bassa sensibilità, diapositiva ad alta sensibilità, diapositiva per luce al tungsteno, pellicola negativa a colori…

Qualcuno usava i filtri di conversione, quelli in vetro blu o arancioni per convertire la temperatura cromatica che si avvitavano sull’obiettivo e così qualsiasi pellicola riproduceva la luce come se fosse “bianca”, diurna.

Oggi le fotocamere digitali hanno il WB, il White Balance, il bilanciamento del bianco. Impostabile in automatico oppure per luce diurna, luce flash, al neon, tungsteno e basta un dito. Anche per cambiare il valore della sensibilità alla luce (ISO).

 

La postproduzione analogica

Non esistevano i software di elaborazione delle immagini, ma le foto potevano subire qualche manipolazione.

Con del ferro filato e dei cartoncini sagomati a disco, triangolari, quadrati, a mezza luna, realizzavi i dodge le “palummelle”: termine napoletano derivante da “palumme”, colombe, perché tramite il fil di ferro si facevano svolazzare sulle carte emulsionate durante l’esposizione dell’ingranditore per schiarire le zone d’ombra. E se dovevi scurire i cieli e le zone troppo chiare (alte luci), usavi la tecnica del burning per “bruciarle”: un cartoncino nero, magari costruito a tronco di piramide, con un foro al centro attraverso il quale lasciavi passare la luce dell’ingranditore.

Il fotoritocco per eliminare polvere e graffi lo facevi a mano con pennellini intinti in appositi inchiostri. Oppure con pennarelli con punte flessibili di varie scale di grigi o anche a colori.

Non esisteva il filtro fluidifica del Photoshop ma deformando la carta emulsionata sotto l’ingranditore, si potevano ottenere caricature.

Chi non possedeva un banco ottico poteva fare leggere correzioni prospettiche di immagini di edifici in fase di stampa. Un po’ pezzottate ma accettabili entro certi limiti.

Si poteva accentuare la grana in fase di sviluppo della pellicola o cospargendo di segatura fine l’emulsione del foglio durante l’esposizione, si facevano solarizzazioni e posterizzazioni, fotomontaggi e quant’altro.

Ogni fotografo aveva i suoi segreti.

 

36 colpi in macchina

Non c’erano schede di memoria che ti consentivano di fare tanti click senza avere il pensiero del limite delle foto scattabili. Avevi solo 36 colpi in macchina e per ricaricarla con un rullino vergine ti prendeva più tempo della sostituzione di una scheda di memoria.

Se compravi pellicola a metraggio riuscivi a caricare i rocchetti anche con 38 fotogrammi, ma il problema era che non potevi perdere l’ultimo colpo “in canna” proprio nel momento clou. Anche per questo era meglio avere un secondo corpo macchina con una pellicola già caricata.

36 colpi in macchina e non dovevi sgarrare l’esposizione perché la latitudine di posa di una pellicola non era come quella che ti può offrire oggi un file in RAW.

36 colpi in macchina e ogni foto doveva essere pensata prima di inquadrarla, ad alta velocità se eri un reporter. Se eri in gamba ne tiravi fuori una decina utilizzabili, pubblicabili. Vendibili. Se eri bravissimo ne usciva una che riuscivi a piazzare a più giornali.

 

La camera oscura

Era il mondo magico di professionisti e fotoamatori evoluti.

I primi erano super attrezzati in stanze dedicate ma anche nel WC, con tank anche a sei spirali, asciugatrici delle stampe, essiccatoi con termostato per le pellicole, marginatori per formati 30x40 o anche più, filtro per l’acqua per renderla meno alcalina ché sennò macchiava troppo i negativi anche se la soluzione imbibente dava una mano, bacinelle per i bagni extralarge ed altre belle cose.

Ma si riusciva a sviluppare e stampare anche con un’attrezzatura più povera.

Invece della tank si avvolgeva e riavvolgeva il rullino a mano nella vaschetta del rivelatore, c’era chi riusciva a recuperare gli asciugatori elettrici per le mani dei bagni pubblici per costruirsi l’essiccatoio per le pellicole con tanto di foglio di cellophane intorno, la luce rossa si rimediava con una normale lampadina incapsulata da un vaso di vetro rosso. Negli infissi delle finestre si attaccavano pannelli di polistirolo dipinti di nero per oscurare l’ambiente. Chi non aveva l’essiccatore per le stampe, le attaccava sulle piastrelle del bagno strizzandole con uno di quei rulli in gomma che servivano in realtà a spalmare l’inchiostro sulle incisioni o sui telai serigrafici artigianali. E poi, staccandole dalle piastrelle, una botta di phon.

Una magia che qualche ragazzo del XXI secolo ha ripreso e che, se non in possesso di una reflex analogica, si è dato alla fotografia stenopeica.

 

I provini a contatto

Il fotografo professionista tagliava a spezzoni da sei fotogrammi i negativi e li inseriva nei fogli per archivio di carta velina non prima di averli stampati a contatto su un foglio di carta fotografica grazie al provinatore: il provino a contatto. Su entrambi i fogli si segnava lo stesso numero e messi nelle scatole delle carte fotografiche ormai vuote o in raccoglitori ad anelli. Magari in raccoglitori separati: quello delle veline con negativi e quello con i soli provini a contatto. E poi c’era chi usava una rubrica alfabetica cartacea dove per ogni lettera descriveva a penna il nome del soggetto o servizio fotografico, la data e il numero corrispondente al provino a contatto e quindi al foglio contenente i negativi di quelle foto.

Eh già, non esistevano i software di database o il “trova file” sul computer. Perché il computer non c’era.

 

Le diapositive

La diapositiva era, sotto certi aspetti, la maledizione per gli amici dei fotoamatori.

Ti invitavano a casa con la scusa di una cena e poi a sorpresa eri costretto a guardarti centinaia di foto proiettate sullo schermo con musichetta di sottofondo e sorbirti tutto il racconto delle vacanze dell’amico perché le foto da sole non raccontavano nulla. «Che bei colori!!!» era il commento che faceva l’amico più affezionato. Gli altri tacevano. Per educazione.

Altra storia invece, per i professionisti che usavano le diapo per lavoro. Perché quelle servivano per l’editoria e la comunicazione con stampa in offset.

Aspettavi un'ora o un giorno per avere le diapositive sviluppate. Quindici giorni di attesa per le Kodachrome perché venivano sviluppate solo in un laboratorio Kodak a Milano che poi chiuse e allora venivano mandate in un laboratorio di Francoforte. Che poi chiuse. Fin quando anche l’ultimo lab nel Kansas venne chiuso nel dicembre 2009. Fine di una pellicola amata dai Fulvio Roiter, Luigi Ghirri, Art Kane, solo per citarne alcuni.

Non esisteva l'e-commerce e impazzivi a trovare i plasticoni che dicevi tu. Quelli opachi sul retro e difficilmente ingottabili.

Le info file le scrivevi a mano sui telaietti.

Duplicavi gli scatti migliori prima di mandarli ai clienti perché nel caso si smarrivano, possedevi sempre gli originali e per evitare che si danneggiassero gli originali con graffi e vaselina che veniva utilizzata per attaccarle sui tamburi degli scanner. Una gran violenza. Perché non tutti i tecnici della pre-stampa potevano perder tempo ad applicarle certosinamente con lo scotch.

Le etichette dei credit te le stampavi da te con una stampante ad aghi se eri attrezzato con un PC 2.8.6 oppure fotocopiavi un foglio battuto a macchina, ci applicavi il biadesivo sul retro e le ritagliavi una a una prima di attaccarle sui telaietti. Perché il timbro a inchiostro indelebile sbavava e dovevi aspettare che si asciugasse prima di infilarle nelle taschine dei plasticoni.

Le numeravi per archiviarle per benino e a ogni foglio del plasticone attaccavi un’etichetta a sbalzo con la descrizione del servizio fotografico.

Poi riponevi tutto nei cardex e aggiornavi lo schedario cartaceo. E il tuo archivio cresceva.

 

 

Credo che oggi nessun fotografo abbia rimpianti di quegli anni. Di quando si respiravano le esalazioni dei bagni chimici a base di acido acetico, metolo, idrochinone, iposolfito di sodio. O di quando ci si incazzava quando una stampa veniva rifatta più volte perché il contrasto, schermature e bruciature erano venute male. O di quando una pellicola era involontariamente graffiata dal laboratorio. O di quando non trovavi il lentino contafili per scegliere dai provini a contatto le foto da stampare o le diapositive da inviare a un giornale.

Ma quella era magia. Tattile. No “polvere elettronica”.

29.12.2021 # 5865
Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Marco Maraviglia //

Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Luoghi destinati a scomparire, l’artista ne immortala l’essenza restituendoci fotografie di still life site specific


Jacquie Maria Wessels: Breve bio

Jacquie Maria Wessels è nata a Vlaardingen, nei Paesi Bassi, e attualmente vive e lavora ad Amsterdam. Inizia la sua carriera fotografica nel 1981 a Bruxelles. Successivamente si trasferisce ad Amsterdam dove studia alla Gerrit Rietveld Academy tra il 1985 e il 1990 nel dipartimento di fotografia e disegno. Durante i suoi studi svolge un programma di scambio presso la Quicksilver Place Academy of Arts di Londra, incentrato sulla pittura/disegno. Alla fine la fotografia si è rivelata il mezzo preferito da Wessels per esprimersi.


Abstract


La prima lezione di guida me la fece un amico che mi spiegò quanto fosse per lui indispensabile immaginare che guidare è come compiere un atto sessuale. Dimmi come guidi e ti dirò come sei a letto, si potrebbe sintetizzare. Se usi male l’auto, la tendi a guastare e ti ritroverai più spesso in un’officina per farla riparare.

Le officine meccaniche come ne troviamo oggi tenderanno a scomparire. Le auto sono sempre più computerizzate e nelle officine spariranno man mano anche chiavi inglesi e bullonatrici. E non esisteranno più i veri medici dell’auto, quelli vecchia maniera che, prima di farti un preventivo, entrano nella tua auto per provarla in una distanza di 500 metri e, a seconda dei suoni e delle vibrazioni, ti fanno diagnosi e terapia. Quel che tu credi sia un ammasso di metallo senza vita, per un meccanico è un essere vivente.


L’essenza delle officine meccaniche


Officine come ospedali di automobili. Luoghi scarsamente illuminati al neon in cui si ascolta la concentrazione dei medici di automobili. Odori di cocktail di olio, carburante, copertoni, grasso, ferodo, sudore e caffè. Panelli attrezzati con cacciaviti e altri oggetti non identificati, compressori, carrelli di metallo, banchi da lavoro con morse e tornio, elevatori. I suoni e rumori di un’officina meccanica sono un concerto sinfonico per gli appassionati. Corredato da calendari di pin up del XXI secolo e santini. Sacro e profano che convivono sulle pareti difficilmente rimesse a nuovo da qualche strato di pittura. Perché non c’è tempo per farlo: il papà di quell’auto ha urgente bisogno di riaverla per un viaggio di piacere o di lavoro.

Ma tutta questa magia che avvolge un’officina scomparirà. Le auto escono dalle fabbriche sempre più computerizzate e non ci sarà più bisogno dei meccanici “a orecchio” e sensibili alle vibrazioni. I computer di bordo e le strumentazioni tecno-digitali delle auto-officine sostituiranno l’esperienza dell’uomo e l’obsolescenza programmata porterà probabilmente a rendere irreparabili o economicamente non conveniente riparare le auto che avranno una vita media di 3-4 anni. 


Garage Stills


Jacquie Maria Wessels da alcuni anni ha intrapreso la sua ricerca Garage Stills per immortalare queste atmosfere in via di estinzione che normalmente sfuggono all’occhio di chi è costretto a portare la propria auto in riparazione. Probabilmente sfuggono anche agli stessi meccanici che vivono 8-10 ore al giorno nel proprio ambiente di lavoro.

Wessels realizza le sue nature morte anche riassemblando, disponendo in maniera decontestualizzata gli oggetti che catturano la sua attenzione, rendendo le inquadrature più pittoriche e nelle quali aleggia la presenza umana che mai compare in esse, trattandosi appunto di still life site specific.

E lo fa lavorando su pellicola a medio formato, per coerenza con il suo concetto di lotta contro la scomparsa della memoria umana. Perché i pixel non sono che polvere elettronica soggetta al rischio di disperdersi in tempi più brevi, mentre l’analogico è un’altra storia.


Al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli sono quindi esposte circa trenta opere di Wessels, fotografie realizzate in Olanda, Sri Lanka, Suriname, Istanbul, Marrakech, Cambogia, Russia, Giappone, Cuba, Belgio, ed è interessante scoprire la presenza o meno di analogie dello stesso ambiente-soggetto ma ripreso in luoghi culturalmente diversi.


Le sue fotografie si equiparano a quadri astratti, a metà tra mondo reale ed immaginario, un felice connubio tra realtà ed astrazione, momento presente e memoria; a cavallo tra il particolare dell’oggetto e l’universale della storia; tra pittura astratta e fotografia; tra visione poetica ed indagine antropologica, tra osservazione e rivelazione, e si presentano come dispositivi della psicologia della società meccanica che sta inesorabilmente scomparendo.

- Marina Guida



Nota dal comunicato stampa

In mostra anche alcuni lavori di due serie fotografiche precedenti, “Cityscapes” e la nuova serie “Fringe Nature”. Le opere di Jacquie Maria Wessels sono state esposte in tutto il mondo e fanno parte di varie collezioni private e museali, tra i quali: Rijksmuseum di Amsterdam (Paesi Bassi), al Huis Marseille- Museo della fotografia di Amsterdam (Paesi Bassi) e il Surinaams Museo in Paramaribo (Suriname).





GARAGE STILLS di Jacquie Maria Wessels

a cura di Marina Guida

Promosso da Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli

PAN | Palazzo delle Arti di Napoli 

Dal 18 dicembre 2021 al 13 gennaio 2022

Tutti i giorni: dalle ore 10:30 alle ore 18:00

Domenica: dalle ore 10:30 alle ore 13:30

Martedì: giorno di chiusura

Festività nazionali (25, 26 dicembre; 1 e 6 gennaio): chiuso al pubblico

https://www.jacquiemariawessels.nl/ 

21.12.2021 # 5862
Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Marco Maraviglia //

La sospensione del tempo tra spazio e pensiero di Pierfranco Fornasieri

Mostra fotografica presso Movimento Aperto a cura di Giovanni Ruggiero

La fotografia se non ha un osservatore non esiste. Il fotografo è a volte uno sketcher, prende appunti visivi, vede ciò che ha di fronte e, secondo la sua sensibilità di quel momento, decide di fare uno scatto.

Ma se non è fruita, scatenando impulsi emozionali, immaginazione, desiderio di conoscere chi/dove/quando/perché è stata fatta quella foto da parte di chi la guarda, resta nell’oblio.

Come parole non dette ma solo pensate. Come messaggi in bottiglia dispersa nel mare.

Il triangolo fotografo-fotografia-osservatore se non si chiude non ha senso. E in quell’area del triangolo si compie una danza di riflessioni, supposizioni, intuizioni. Un viaggio mentale di cui l’autore non è altro colui che ospita le possibili visioni.

 

«Una buona fotografia deve lasciare dei punti in sospeso. Non deve spiegare, solo abbozzare. Il senso di una fotografia non esiste, se non c’è qualcuno che muove i suoi pensieri personali partendo dall’immagine che ha davanti. La mia personale narrazione fotografica non può prescindere dalla presenza di un osservatore: non riuscirebbe a compiersi completamente. L’immagine fotografica non è mai una storia con un solo finale.»

- Pierfranco Fornasieri

 

Le immagini di Pierfranco Fornasieri sono come sospensioni del tempo, attimi congelati da qualche centesimo di secondo che non raccontano tutto ma inducono a raccontare storie a se stessi. Lasciano la sceneggiatura aperta all’osservatore che cercherà e troverà un fil rouge che potrebbe avere più percorsi. Come una ragnatela di percezioni nella quale districarsi o anche perdersi, come in un labirinto con più traguardi. Uno Sliding doors con più uscite.

 

«Sappiamo che la fotografia di Pierfranco Fornasieri, artista torinese, non nasce dalla suggestione di un luogo preciso nello spazio (una strada, una città, una stanza o una spiaggia), ma da una metaforica nuvola fatta di tanti perché. Domande che possono essere numerose, e la nuvola, allora, pregna di dubbi, è come quelle che promettono pioggia, oppure presentarsi lieve, come a rigare con un soffio il cielo.»

- Giovanni Ruggiero (curatore della mostra)

 

Due sono i lavori presentati da Pierfranco Fornasieri: Seconde Storie Lo Spazio Incerto.

Per il primo progetto il fotografo è andato alla ricerca delle storie degli altri, quelle sospese: storie in divenire o già accadute e sta all’osservatore ricostruire quelle storie. Libero di interpretarle.

E si tratta di immagini realizzate tra il Piemonte (la sua Torino) e la Toscana, poi le Venezie, Parigi e, ancora, la Spagna e ad altri luoghi ancora.

 

Spazio Incerto, invece, tocca il tema dell’adolescenza. Fornasieri vuole appunto rappresentare quel tempo sospeso dei dubbi e dell’incertezza che passa fra l’essere bambino e il diventare uomo, scegliendo la realizzazione e l’allestimento delle fotografie sotto forma di dittici. Il senso della atemporalità è anche in questa ultima serie

 

Una street photography declinata nell’introspezione dell’autore.

Sono immagini che catturano l’attenzione per la loro essenzialità. Oniriche, metafisiche. Silenziose. Il peso dei chiaroscuri, l’equilibrio tra ambiente e uomo, i contrapposti tra persone che svolgono nello stesso tempo azioni diverse in una casualità che sembra invece scritta da quel ritmo della vita, dal quel concetto orientale di causa e effetto di cui per lo più non ci accorgiamo.

Perché siamo condizionati dal tempo cadenzato da innumerevoli cose da fare che assorbono le nostre giornate.

Facciamo un respiro profondo chiudendo gli occhi. Poi apriamoli e immergiamoci in questa opportunità che ci offre l’autore.

 

Seconde storie di Pierfranco Fornasieri

A cura di Giovanni Ruggiero

Movimento Aperto

via Duomo 290/c

dall’11 al 29 dicembre

il lunedì e il martedì ore 17-19, il  giovedì ore 10.30-12.30 e su appuntamento

Info 333 2229274  e 335 6440700

https://www.fornasieri.com/

 

 

 

 

16.12.2021 # 5855
Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Marco Maraviglia //

David LaChapelle, il maestro della Pop Art della fotografia in mostra a Napoli

Una collezione esclusiva ed unica, studiata appositamente per la città e per il Maschio Angioino. Con alcune opere inedite

Un ragazzo giace in una discarica. Come cascato  dall’alto, su un ammasso di RAEE. È un angelo? È Icaro. Le sue ali sono spezzate e spiumate. Tanta tecnologia “grigia” sotto di lui, è inerte. Obsoleta. Distrutta. Inutile. Computer che in un’era precedente illudevano al miglioramento della vita, facevano pensare all’immunità intellettiva dell’uomo. A un mondo migliore perché globalizzato dalla iperconnessione. Monitor, case di computer, tastiere senza più vita che rappresentano un consumismo spesso inutile. Perché macchine usate per bighellonare sui social o per ambire a diventare influencer o per essere un semplice utente passivo.

Icarus (questo il titolo della foto), si è avvicinato troppo verso quel sole digitale, verso quei byte. Cercava probabilmente di volare troppo alto, oltre quel labirinto ipertecnologico. Bruciando la propria vita nell’iperinformazione della rete. Nella saturazione ed implosione dei dati. Scontrando i propri neuroni col codice binario. Non ce l’ha fatta.

 

Questa appena descritta è la prima foto che si incontra all’inizio del percorso della mostra di David LaChapelle.

Poi si attraversa una sequenza di immagini che andrebbero viste ascoltando a palla nella mente Heroes di David Bowie, Walk On The Wild Side di Lou Reed o anche We are the champions di Freddie Mercury.

Perché di sognatori e incubi dell’immaginario umano si parla in queste fotografie. Dei fallimenti dell’umanità provocati dall’uomo stesso. Di mondi apocalittici, disastri naturali e biblici. Di post umanità. Architetture sociali costruite sul profitto e sugli inevitabili vizi capitali. Immagini di eccellente composizione, che fanno di LaChapelle un indiscutibile maestro della Staged Photography, in cui trapelano rigurgiti di rinascita o di moniti dove la religione sembra assumere connotati blasfemi ma non è altro che una sua rivisitazione contemporanea in chiave Pop Art.

Perché David LaChapelle è anche il principale riferimento della Pop Art nel panorama della fotografia internazionale. Non a caso battezzato proprio da Andy Warhol che, a soli 17 anni, gli commissionò un servizio fotografico per Interview Magazine. E da allora il volo. Anno dopo anno si è affermato nello spettacolo, nella moda, nella pubblicità e nella musica.

Colori sgargianti, un neo-Barocco iconografico allestito con un’infinità di dettagli allegorici che rendono navigabili a lungo le sue foto, con gli occhi. Per esplorarle e cercare di scoprire quei messaggi di probabile denuncia o semplicemente realizzate per comunicarci il mondo oggi come sarà. O come lo è già. Un futuro presente plausibile, possibilistico, avveniristico. Strizzando l’occhio a Michelangelo che pure ci ha lasciato nella Cappella Sistina messaggi in parte decifrati o riabilitati solo nei tempi più recenti (rif. I segreti della Sistina, il messaggio proibito di Michelangelo; Roy Doliner e Benjamin Blech).

Deluge (2007), è il Diluvio universale di LaChapelle, ambientato a Las Vegas, dove i simboli consumistici in esso contenuti, sembra che abbiano contribuito allo scatenarsi dell’ira dall’alto.

 

Tra Pop e Pulp, David LaChapelle invita i visitatori a ripercorrere i momenti salienti della sua prolifica carriera presentando quaranta pezzi tratti dai periodi più significativi - dal 1980 fino ad oggi - offrendo anche una selezione di opere inedite in anteprima per Napoli, provenienti dal suo archivio.

Nessuna gigantografia, che avrebbe giustificato la cifra artistica di LaChapelle, ma immagini direttamente appuntate con chiodi per volontà stessa dell’artista che vuole far sentire il pubblico come se lo ospitasse nel proprio atelier alle Hawaii. Con modestia. Senza immolarsi a idolo. Reminiscenze maturate evidentemente dalle sue frequentazioni alla Factory di Warhol, dove artisti e aspiranti comparse viaggiavano sullo stesso livello.

 

In mostra vi sono inoltre alcune opere tratte dalle vivide e coinvolgenti serie Land SCAPE (2013) e Gas (2013), progetti di natura morta in cui LaChapelle assembla found objects per creare raffinerie di petrolio e stazioni di servizio, prima di presentarle come reliquie in una terra reclamata dalla natura.

 

Infine, in esclusiva per la Cappella Palatina, alcune trasparenze tratte da negativi fotografici, dipinti a mano realizzati negli anni ’80, di quando l'artista adolescente esplorava le idee della metafisica e della perdita, sullo sfondo della devastante epidemia dell’AIDS. Installazione site specific in esclusiva per questa mostra mai realizzata prima, in dialogo con le opere più recenti di LaChapelle in cui il fotografo viene come catturato da un timore reverenziale per il sublime e dalla ricerca di spiritualità. Come si può vedere in Behold (2017), l’opera utilizzata come immagine portante della mostra stessa.

 

LaChapelle, nella Cappella Palatina, un nome, un programma.

 

 

 

David LaChapelle

A cura di Vittoria Mainoldi e Mario Martin Pareja

Dall’8 dicembre 2021 al 6 marzo 2022

MASCHIO ANGIOINO (Castel Nuovo)

Cappella Palatina

Via Vittorio Emanuele III, Napoli

 

La mostra nel mese di dicembre sarà aperta nei seguenti orari

Da LUNEDÍ a SABATO: 9 – 18.30

DOMENICHE e FESTIVI: 9 – 14.00

Ultimo ingresso consentito in mostra un’ora prima dell’orario di chiusura.

 

Prezzi biglietti:

Intero: 14 €

Ridotto generico (over 65, under 12, partner convenzionati, studenti universitari): 12 € Ridotto gruppi/cral (minimo 15 persone): 10 €

Ridotto scuole (minimo 15 alunni): 10 euro

Ridotto studenti di Beni Culturali, Storia dell’Arte, Istituti e Accademie di Belle Arti: 8 euro

I bambini al di sotto dei 6 anni entrano gratuitamente.

 

Una produzione Next Exhibition, organizzata in collaborazione con l’Assessorato  alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Associazione Culturale Dreams, Alta Classe Lab, Fast Forward e Next Event.

06.12.2021 # 5849
Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Marco Maraviglia //

Claudia Rocchini, la ritrattista degli animali, espone nella rassegna Animal Emotion

Nella suggestiva location di Mondofo, la mostra che documenta, attraverso numerosi capolavori, come la rappresentazione degli animali abbia trovato ampia diffusione nell’arte

Chi è Claudia Rocchini

È giornalista e fotografa professionista con esperienze allargate anche nel campo del marketing e comunicazione intraprese con grandi enti.

Per otto anni ha lavorato con Editrice Reflex: facendo interviste, gestendo rubriche e come Social Media Manager.

Docente di fotografia per grandi aziende e da oltre dieci anni tiene corsi di fotografia naturalistica in Parchi faunistici dedicati alla protezione e al recupero di specie a rischio di estinzione.

Nel 2014 pubblica per Rizzoli "I segreti dell'Oasi", (200 fotografie, 240 pagine) con prefazione di Ermanno Olmi.

Gli scatti realizzati a Vito, gatto con protesi alle zampe posteriori, sono stati ripresi dalla stampa di tutto il mondo, diventando nel 2020 la copertina del libro "Vito il gatto bionico" - Il Battello a Vapore, Mondadori Libri.

Specializzata in avifauna in volo e in ritrattistica, felina e non.

 

Non sono giocattoli

«Non sono giocattoli!» è il monito che alcuni genitori illuminati fanno ai propri figli quando desiderano un cane o un gatto o notano che ci giocano in maniera non appropriata.

Non sono giocattoli ma fanno parte della famiglia che li adotta. A volte sembra che siano loro il fulcro, l’anima della casa. Ci osservano, si avvicinano in cerca di una carezza o un grattino, emettono a volte guaiti spaventandoci, accorriamo da loro trovandoli accanto al loro cencio preferito perché vogliono condividere un po’ di gioco insieme. Hanno un’aurea che gli umani più affezionati percepiscono; mentre camminano è come se lasciassero una scia di polvere magica e invisibile che diffonde amore, benessere. Se stiamo male o semplicemente preoccupati, depressi, infelici, diventano la nostra ombra o si accucciano sulle gambe. Perché ascoltano le energie.

Non sono giocattoli. E, quando entrano nelle nostre case, divengono un patrimonio affettivo di cui non si può più rinunciare.

 

Da bimbi ci insegnano a riconoscere gli animali, i loro versi, ci raccontano favole con animali protagonisti, i cartoni animati stessi ci accompagnano nell’infanzia. E poi a scuola, parte della didattica è basata sull’insegnamento della vita animale. É del tutto naturale l’amore per loro: cresce insieme a noi.

- C. R.

 

La presenza degli animali nella storia è tracciata da testimonianze fotografiche e opere d’arte. Matisse immortalato nello studio con le sue colombe bianche da H. C. Bresson. Patty Smith ritratta da Robert Mapplethorpe col suo “tuxedo cat” (gatto in smoking, così li chiamano in Inghilterra i gatti con i “calzini” bianchi). E poi ancora Hermann Hesse, Dalì, Freddie Mercury, Karl Lagerfeld, Picasso, Klimt, Andy Warhol e tantissimi altri personaggi hanno condiviso parte della loro vita con un cane o un gatto lasciando un universo iconografico non sempre qualitativamente soddisfacente perché spesso si tratta di istantanee, foto casuali che purtroppo non rendono onore, ritrattisticamente parlando, a quei momenti intimi.

 

Animal Emotion

La pittura ci ha tramandato ulteriori testimonianze della presenza di animali domestici, che ci restituiscono atmosfere goliardiche, o romantiche, allegoriche ecc. Dalle civiltà più antiche, come quella egiziana in cui il gatto era particolarmente venerato, o i mosaici pompeiani, fino a giungere ai giorni nostri, si nota come cani e gatti siano parte non sempre marginale nella vita umana e quindi nell’arte.

 

Il progetto espositivo ANIMAL EMOTION, accoglie un evento unico nel suo genere che documenta, attraverso numerosi capolavori, come la rappresentazione degli animali abbia trovato ampia diffusione nell’arte.

La mostra “trasforma” lo storico Complesso Monumentale di S. Agostino, nel cuore del borgo di Mondolfo, in un ideale “zoo artistico” che consente al visitatore di comprendere come l'animale abbia da sempre avuto un ruolo fondamentale nella grande pittura antica e nel vissuto umano quotidiano.

Divisa in tre sezioni, c’è quella con le fotografie di Claudia Rocchini.

 

Le fotografie di Claudia Rocchini. Tanta psicologia ed empatia

Ritrarre cani e gatti è forse il tipo di specializzazione fotografica più difficile. Perché questi individui pelosi non si mettono in posa a comando. Si muovono rapidamente, sono imprevedibili davanti all’obiettivo, non sono loro a dover capire qual è l’aspetto che devono mostrare mettendosi in posa, ma devi essere tu fotografo a coglierne la personalità. Che è diversa per ognuno.

Bisogna essere un po’ animali dentro, nell’accezione migliore del termine, per entrare in sintonia con loro. Leggende su San Francesco, che aveva il dono di essere “sentito” dagli animali, non è una roba poi tanto mistica. Perché esistono umani che riescono a stabilire una forte empatia con gli animali, senza assoggettarli, inserendosi con rispetto sulla loro stessa lunghezza d’onda.

Claudia Rocchini realizza shooting fotografici che durano non meno di due ore. Gli umani che le chiedono di ritrarre i loro amici pelosi, sanno che il risultato sarà sempre ineccepibile per quel suo modo di rapportarsi. Quel suo sesto senso del tipo “vedo animali che parlano”, ribaltando la famosa frase del cult movie con Bruce Willis.

Claudia non lascia cadere dalle braccia dell’umano un cagnolino per dare l’idea che salti come in una famosa foto di Elliott Erwitt, attende che qualcosa accada. Per catturare l’attenzione su di sé, a volte miagola o abbaia. Talvolta abbraccia il cane da ritrarre e gli sussurra dolcemente all’orecchio trasmettendogli serenità, complicità. Un po’ come Robert Redford in “l’uomo che sussurrava ai cavalli” che fece tornare Pilgrim il cavallo che era stato prima dell’incidente.

 

Tengo corsi di pet photography mentoring, one to one, in video call. … I corsi sono basati su una parola chiave: consapevolezza. …  Si tratta di mettere in pratica un mix di competenze tecniche di ripresa, di osservazione e conoscenza del comportamento dell’animale per poterne capire l’umore e prevederne i movimenti. É inoltre fondamentale imparare a sviluppare la nostra intelligenza emotiva in ogni declinazione delle sue abilità cioè la capacità di riconoscere, distinguere, etichettare e gestire le emozioni del soggetto animale che abbiamo di fronte.
L’obiettivo è utilizzare la fotografia come strumento di rivelazione delle personalità, per fotografare non solo ciò che si vede, ma principalmente ciò che si “sente”.

- C. R.

 

La tecnica di Claudia Rocchini
Non usa flash per non arrecare disturbo ai soggetti, solo luci continue con tre o cinque soft box e una giraffa. Scatta a raffica. Si accorge subito se l’animale è stressato e, in tal caso, sospende per un po’ la seduta. A volte chiede al “papà” umano di entrare sul set per abbracciare il suo amico per tranquillizzarlo, ma approfitta per tirare alcuni scatti che risultano intensi, intimi.

Sul sito di Claudia Rocchini ci sono testimonianze strepitose di allevatori, veterinari, privati che descrivono in maniera entusiasta il suo modo di lavorare e la soddisfazione dei risultati raggiunti delle immagini scattate ai loro cani e gatti.

 

Qualsiasi foto che presento al cliente deve riflettere la personalità del soggetto, scatto solo se c’è quel particolare emotivo che rende l’animale non solo un gatto o un cane qualsiasi, ma QUEL gatto e QUEL cane che l’umano riconoscerà come suo. Cerco un mix di pose classiche e giocose, il cliente di solito quando visiona i provini ha l’imbarazzo della scelta. Sono anche solita fare vedere gli scatti che non ho scelto perché magari ce n’è qualcuno con una posa o un’espressione tipica dell’animale cui il cliente è particolarmente affezionato, e che io non posso conoscere, perché non è il mio animale.

 

 

 


Claudia Rocchini 


ANIMAL EMOTION, il mondo animale tra arte, recupero e vita

Mondolfo, Complesso Monumentale S. Agostino

19 Dicembre 2021 – 16 Gennaio 2022

 

Comune di Mondolfo

Ufficio Cultura

Tel. 0721.939218

cultura@comune.mondolfo.pu.it

PAM – Pro Arte Mondolfo

info@proartemondolfo.com

Ufficio stampa

Maria Chiara Salvanelli Press Office & Communication

mariachiara@salvanelli.it

+39 333 4580190

26.11.2021 # 5843
Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Marco Maraviglia //

Un mondo parallelo chiamato autismo. Fabio Moscatelli e il suo progetto “Gioele – Il Mondo Fuori” in mostra

Un viaggio di amicizia durato sette anni in cui il mondo di dentro e quello fuori si interconnettono scambiandosi punti di vista

Chi è Fabio Moscatelli

Classe 1974. Nato a Roma dove si è diplomato presso la Scuola Romana di Fotografia. Approda alla fotografia grazie all’entusiasmo e la passione trasmessogli da una ragazza che è poi diventata sua moglie. Attraversa la “fase dei rullini”, quella della fotografia analogica, per poi giungere al digitale. I suoi progetti fotografici sono quasi tutti a lungo termine. Approfondisce il lato emozionale nei suoi lavori in cui si evince un tempo dilatato e intimo nelle immagini stesse e con linguaggi visivi articolati, senza canoni e stili specifici.

Ha realizzato dei libri a tirature limitate.

Attualmente è impegnato con un racconto sulle attività agricole nelle zone terremotate del Centro Italia.

 

Gioele e l’autismo

Gioele vive un quotidiano straordinario, una normalità atipica. Ma chi ha stabilito cosa sia realmente la normalità? Gioele per certi versi è molto più normale, rispetto al senso che noi attribuiamo a questo termine. Non ha filtri, niente sovrastrutture condizionanti, non è falso e non conosce ipocrisia. È un essere puro.

I bambini ci stupiscono per la loro spontaneità, per il loro spirito di osservazione che molti adulti hanno perso nel tempo.

Quali sono i passaggi dalla fanciullezza all’adolescenza alla fase adulta? Regole, dogmi sociali, ruoli, step di crescita standard che fanno di ogni individuo una pedina confusa tra tante, consapevole di diritti e rispettosa di doveri. Chi si ribella, chi va in controtendenza, chi ha una mente borderline, secondo la società convenzionale è un folle . E non a caso vi sono persone che col loro pensiero trasversale divengono artisti, geni o eretici del mondo sociale fatto a scacchi. Quel mondo a gabbie inscatolate tra loro, interconnesse, come una figura impossibile, che lascia pochi spiragli a un pensiero diverso fatto anche di intuizioni, casualità e “concentrazione laterale” che non raramente portano a innovazioni.

Non si possono non citare persone che stavano in parte nello spettro dell’autismo come Michelangelo Buonarroti, Andy Warhol, Mozart, George Orwell, Stephen Wiltshire (vivente, quello che memorizza vasti paesaggi urbani da un elicottero e li riproduce disegnandoli) e altri ancora con caratteristiche mnemoniche spettacolari e che fanno comprendere quanto la programmazione del nostro cervello sia imprevedibile o spesso limitata e probabilmente condizionata da input culturali o altri ancora forse non del tutto noti.

 

La complicità di un’amicizia lunga sette anni

Parole o frasi ripetute, mancanza di attenzione, opporsi a richieste, sottrarsi allo sguardo, sembrano anaffettivi, incapaci di condividere emozioni, difficilmente si relazionano con i “normodotati”, camminano a vuoto come se stessero pensando un mondo a noi ignoto. Tutto ciò rende affascinante il riuscire ad entrare in contatto con loro attraverso una conquista reciproca. Come Tom Cruise che scopre poco a poco le qualità del fratello Dustin Hoffman in Rain man. Si tratta probabilmente di riuscire ad afferrare il senso della loro concentrazione laterale, quella che sembra senza senso ma invece rivelatrice di punti di vista diversi, lontani dalle nostre occlusioni mentali. La conquista avviene per complicità, per intesa, per credibilità. Mai per insistenza gratuita. Ma spogliandosi dai pregiudizi e planare su un’onda che può portare in luoghi dell’anima inesplorati.

 

La difficoltà di costruire un rapporto all'inizio non è stata dettata dalla condizione di Gioele, ma dalla differenza di età; non è semplice per molti bambini rapportarsi con un adulto.

 

Fabio Moscatelli incontra in un parco giochi Gioele quando aveva 10 anni. Oggi ne ha appena compiuti 18.

Da subito Fabio volle entrare in contatto col mondo di Gioele. Andava a trovarlo a casa, dopo aver conosciuto i genitori che lo accolsero, ma Gioele restava chiuso nella sua stanza. Syria, la figlia di Fabio, fu la pietra miliare per l’avvicinamento. Il punto di svolta di quel rapporto tra Fabio e Gioele che tutt’oggi dura.

E iniziò la collaborazione.

 

Un progetto lungo 7 anni…

Le modalità operative sono state molto spontanee. Senza un vero e proprio programma definito. Un canovaccio in cui le situazioni fotografate sono frutto del tempo trascorso insieme. Situazioni che si venivano a creare in maniera naturale. Come attori che improvvisano ogni volta su set diversi, conoscendo ognuno la propria parte e talvolta scambiandosi i ruoli.

 

Ho imparato tantissimo da questo percorso, sono migliorato come uomo, come padre; Gioele mi ha ricordato il valore delle cose semplici, la bellezza del nostro quotidiano e dei gesti semplici. Anche andare a mangiare una pizza ora è una festa, una gioia da condividere.

 

In questo lavoro di scambio Gioele impara ad usare la fotocamera regolando in manuale l’esposizione e inquadrando ciò che più lo cattura dall’esterno: per lo più dettagli, quelli che normalmente ci passano inosservati o che sembrano non meritare la nostra attenzione. È il mondo che Gioele ci restituisce, con poesia, dolcezza e un’ironia che quasi sembra voler dirci «ehi voi, ma che cose strane che fate!».

Le immagini di Fabio Moscatelli narrano alcuni momenti di questo intimo e amichevole sodalizio. Con altrettanta poesia e rispetto. Con la discrezione di un angelo invisibile che osserva e ascolta con attenzione la sua anima da guidare e amare.

 

La mostra, dove saranno esposti anche alcuni disegni di Gioele, purtroppo dura solo tre giorni ma alcune immagini resteranno nello spazio ospitante per molto tempo e Fabio e Gioele sono felicissimi di poter lasciare una traccia del loro passaggio.

Per Natale sarà pubblicato il libro Gioele – Il Mondo Fuori, curato da Der Lab, lo studio di Irene Alison, con una tiratura di 500 copie. Con testi di Irene Alison e del critico Simone Azzoni.

 

In un pomeriggio ancora caldo di fine agosto, nel parco giochi semideserto, ti ho visto. Gioele, un bambino come tanti, magari un po’ cresciuto per lo scivolo e l’altalena, un sorriso furbetto in faccia. Da quel giorno ha avuto inizio la nostra amicizia e il mio dialogo  con l’autismo, quella strana presenza che ti abita. Da quel giorno sei cresciuto, ti sei aperto a me e alla mia famiglia, sei diventato un prezioso compagno di giochi per mia figlia Syria ma, soprattutto, sei diventato ispirazione e co-autore  di questo progetto.

 

 

Gioele – Mostra fotografica

La mostra Gioele fa parte di DEDALI, il programma delle Industrie Fluviali realizzato in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità

 

Dettagli

 

Inizio:

1 Dicembre | 18:00

Fine:

3 Dicembre | 23:00

 

Organizzatore

 

Industrie Fluviali

Via del Porto Fluviale 35 - Roma

Telefono: 06 56557732

Email: info@industriefluviali.it

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