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12.05.2022 # 6054
Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Marco Maraviglia //

Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Ex Novo, corsi e ricorsi storici dell’universo umano attraverso una rilettura fotografica di alcuni dipinti del Barocco

Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Ex Novo, corsi e ricorsi storici dell’universo umano attraverso una rilettura fotografica di alcuni dipinti del Barocco

 

 

 

Appena rientrato dall’ultima edizione del MIA, la più grande rassegna della fotografia d’arte in Italia, Luciano Romano riesce a dedicarmi del tempo per un’intervista che gli avevo proposto all’opening della sua mostra Ex Novo al Pio Monte della Misericordia.

Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Guido Reni, Francesco Guarino, Caravaggio, sono gli autori di alcune opere che hanno ispirato Luciano Romano che riprende e riadatta temi sociali contemporanei: Ex Novo. Solitudine, smarrimento, femminicidio, migrazioni… La rilettura di alcune grandi opere d’arte, fatta da Luciano Romano, fa comprendere che trascorrono i secoli ma resta l’universalità senza tempo dell’essere umano.

 

 


 

Teatro, architettura, ricerca, Luciano Romano in quale fotografia si sente più rappresentato?

 

Mi interessa indagare il rapporto esistente tra la fotografia e il linguaggio teatrale, e come la fotografia contemporanea tenda sempre più a mettere in scena il soggetto rappresentato anziché limitarsi a documentarne una possibile condizione oggettiva. La coesistenza di verità e finzione nell’immagine fotografica mette in crisi un medium storicamente considerato descrittivo e documentale e l’osservatore di un’immagine assomiglia sempre più allo spettatore che per tutta la durata di un film stabilisce un patto non dichiarato con il regista per lasciarsi coinvolgere da ciò che vede.

Anche l’architettura (che è stata materia dei miei studi universitari) può essere letta come una messa in scena: costruire l’ambiente a propria immagine, sfidare la legge di gravità partendo dalla pesantezza e dall’opacità della pietra per mirare alla luminosità del cielo.

È quello che avviene in molte delle mie immagini, immerse in un’atmosfera che le fa apparire come sospese nel tempo e nello spazio, sempre agganciate alla realtà visibile ma allo stesso tempo tendenti a qualcosa di ideale e trascendente.

Tutto questo avviene rimanendo fedele all’oggettività del processo fotografico, in attesa che si compia quel processo di trasfigurazione latente in ogni rappresentazione.

 

E il ritratto? Nel tuo ultimo lavoro in esposizione, Ex Novo, il ritratto è predominante e vi sono espressioni dei soggetti che non hanno sempre a che vedere con un ritratto colto al volo. Le tue modalità operative per ottenerli?

 

Il ritratto nel mio caso ha sempre a che fare con il teatro, che è alle origini della mia esperienza, e ritorna in particolare nei miei lavori installativi, come quelli realizzati per la Metropolitana dell’Arte di Napoli.

A partire dal 2008, e in particolare nelle installazioni pubbliche, sono protagonisti i volti e i corpi di attori, cantanti, danzatori; per queste, che sono in tutto e per tutto immagini messe in scena, lavoro come un regista e preferisco avere davanti a me persone abituate a gestire l’espressione del viso e i movimenti del corpo, anche se è escluso che li costringa a una posa vera e propria, preferendo sempre cogliere lo scatto durante un’azione dinamica.

Come è stato nel caso dell’installazione permanente Song ‘e mare nata per la stazione della Metropolitana di Scampia: quattordici ritratti a figura intera di musicisti napoletani di diverse generazioni, ripresi in inverno sulle spiagge del litorale. Un’azione performativa illuminata con intento teatrale, un conflitto tra il sole che rimbalza in controluce sulla superficie dell’acqua e la luce artificiale proiettata sui personaggi.

La linea dell’orizzonte è uguale per tutti, come l’atteggiamento del corpo, un passo in avanti che cita l’iconico ritratto nella fotografia-manifesto, La Rivoluzione siamo noi nel quale Joseph Beuys indaga il senso dell’arte in relazione alla sua fruizione sociale e sembra suggerire a chi lo guarda di unirsi a lui.

 

In Ex novo hai dato una tua interpretazione contemporanea di alcuni dipinti di grandi autori caravaggeschi. Arte: quando, come, perché, in che modo ti sei avvicinato alla pittura?

 

Ho cominciato a produrre immagini disegnando e dipingendo, e ho abbandonato tele e pennelli per la macchina fotografica, ma non ho smesso mai di pensare all’immagine come a qualcosa che si forma nella nostra mente prima di rendersi visibile su un foglio. 

 

Hai da fare considerazioni personali sull’importanza o meno dell’arte per un fotografo?

 

Un fotografo, almeno nella professione, può fare a meno di possedere un particolare talento artistico, e riuscire a compensarlo con altre doti, ma è certo che chi possiede una sensibilità creativa fotografa in un modo diverso e può permettersi il lusso di fare a meno di inseguire generi e stili presi in prestito da altri autori. L’abilità nel disegno denota una struttura mentale in grado di costruire immagini originali, e questo è un vantaggio innegabile; infine, il senso della composizione e della luce sono abilità che accomunano chi dipinge e chi fotografa.

D’altro canto, l’arte è oggi svincolata da particolari capacità esecutive e spesso le fotografie sono utilizzate dagli artisti come medium per opere concettualmente valide, senza per questo essere “buone” immagini in senso stretto.

Per quanto mi riguarda il prelievo meccanico dalla realtà visibile non mi ha mai interessato, e ho sempre cercato la dimensione ideale della rappresentazione.

La mia fotografia, anche se apparentemente fedele al soggetto che ritrae, intende fissare un pensiero, un’immagine mentale, svincolata dalla contingenza della realtà visibile. L’immagine che ci rimane impressa è sempre lo specchio di qualcosa già posseduto nella nostra mente, è come un’eco che risuona, qualcosa che mette in gioco l’archivio della nostra memoria, è questo che la rende riconoscibile; oggi diremmo che è come una parola chiave che innesca il nostro personale motore di ricerca.

 

Le modalità di approccio a Ex Novo: ideazione, appunti, i punti emozionali che volevi raggiungere per ogni opera come li hai pre-elaborati?

 

Ex Novo è costituito da un nucleo di sei immagini che da aprile a luglio del 2022 farà ala intorno al capolavoro di Caravaggio, le Sette opere di Misericordia. Sono fotografie liberamente ispirate a dettagli della grande pittura barocca, e interpretano il valore della misericordia, ovvero quel sentimento di empatia e compassione per i deboli e per gli ultimi, che spinge ad agire per condannare la violenza, la discriminazione, il rifiuto per la diversità.

Stiamo vivendo un momento difficile, tra epidemie, guerre, esodi, violenze che fanno pensare a un ricorso della Storia, al Seicento, al Secolo di Furore che vide nascere le creazioni del Pio Monte della Misericordia.  Il titolo Ex Novo ci suggerisce che il tema è affrontato secondo le logiche e le urgenze del nostro tempo, mettendo in luce i sentimenti di empatia e compassione nei confronti delle persone fragili e vulnerabili che io ho individuato nella generazione di ragazzi nati nel nuovo secolo, i ventenni che si affacciano alla vita carichi di speranze e ideali e ai quali stiamo consegnando un mondo appestato da guerre, violenze epidemie, catastrofi ecologiche. Con questo lavoro non intendo raccontare compiutamente un’azione o definire un significato univoco, ma suggerire una possibile interpretazione da parte dello spettatore, lasciando intenzionalmente un varco aperto. Sono immagini che vogliono farsi completare dallo sguardo di chi le osserva.

Questo lavoro è stato realizzato costruendo un set e realizzando un’azione performativa in movimento che è stata fissata attraverso lo scatto fotografico senza mettere mai in posa gli interpreti e si riferisce molto più al teatro, al cinema e alla pittura che alla fotografia vera e propria, adottando un metodo e un linguaggio che prende le distanze dal modello retorico del fotogiornalismo. Quest’ultimo si è sviluppato sui modelli sensazionalistici di alcuni grandi premi fotogiornalistici, e ci inonda di fotografie di reportage di forte impatto, che non siamo più in grado di assimilare. Quel genere di immagini mediatiche che, usando le parole di Luigi Ghirri dette già quaranta anni fa, anziché risvegliare il turbamento della coscienza finiscono per provocare un’anestesia dello sguardo.



Il casting per Ex novo è stato specifico per ogni opera o ti è bastato che fossero attori?

 

Il casting è stato fondamentale; molti degli incontri con i soggetti scelti per le immagini sono avvenuti casualmente, in teatro, assistendo a uno spettacolo, e realizzando lo scatto in base a quanto mi veniva suggerito dalle mie reazioni di spettatore. Questo è avvenuto vedendo l’ultimo spettacolo di Emma Dante, dove una scena di violenza su una giovane donna mi ha fatto pensare alla Strage degli Innocenti di Guido Reni; nell’immagine da me realizzata ho chiesto agli attori di rivivere le dinamiche dello spettacolo, riferendosi però a un dettaglio del dipinto che ho loro mostrato e che è stato da loro liberamente interpretato. Nello scatto che ho scelto, la forma triangolare dei capelli afferrati violentemente da una mano maschile chiusa in un pugno, richiama alla mente i volti cuspidati che appaiono in Guernica di Picasso, icona assoluta della condanna della barbarie della guerra, non a caso postata migliaia di volte all’indomani dell’invasione in Ucraina, ed è noto che questi volti urlanti ritratti da Picasso erano ispirati al dipinto di Reni.

In altri casi cercavo una somiglianza solo in alcuni dettagli: la bocca e il mento della Sant’Agata, ritrovati in una giovanissima attrice di quindici anni, (che era poi l’età della martire ritratta da Guarino). Una bocca da bambina che contrasta con gli occhi sofferti di donna che fieramente lancia verso di noi uno sguardo di sfida. Non c’è sangue sul panno bianco che stringe al seno; eppure, senza mostrare nulla, emerge tra le trame del tessuto il senso di una violenza nascosta.

Il volto del ragazzino del quadro di Ribera l’ho ritrovato nei lineamenti di una giovane interprete di danza contemporanea, e la posizione delle braccia, pur così simile ai dettagli originali, fa riferimento alla gestualità espressa in alcune coreografie di tendenza, innescando il cortocircuito visivo che è alla base di questo progetto.

Ancora, le serpi della capigliatura di Medusa in Perseo e la Medusa di Luca Giordano mi hanno fatto pensare ai capelli di Filippo Scotti, il giovane protagonista di È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. Lo scatto è stato realizzato esattamente il giorno prima che il film debuttasse nelle sale: il giorno dopo lui sarebbe diventato, nella percezione di milioni di spettatori, un personaggio da copertina e non più il ragazzo figlio di amici, appassionato di recitazione.  Nella messa in scena la fotografia racconta di un passaggio di stato, che coglie una singolare analogia nella vita reale dell’interprete.

 

Quali sono i nodi emozionali che volevi raggiungere con questo lavoro?

 

Le immagini di Ex Novo colgono uno stato di sospensione, come se l'occhio si fermasse sulla soglia di qualcosa che sta per avvenire sotto i nostri occhi. Questo stato emozionale sta per emergere, è soffocato e silenzioso, colto in un attimo di raggelata e raggelante sospensione.

In questi scatti si percepisce un senso di smarrimento, di perdita di punti di riferimento: qualcosa sta per accadere, ma non si è ancora compiuto. Rispetto al senso tragico, esplicito e plateale dei prototipi pittorici ai quali mi sono ispirato, qui non esiste un’attribuzione di senso o una narrazione ben definita: in questa realtà ci siamo ancora dentro e non abbiamo la prospettiva giusta per vedere a lunga distanza, non sappiamo come andrà a finire.

 

Una mia considerazione sulle foto esposte in mostra: le luci degli scatti sono alte rispetto all’intensità dei chiaroscuri caravaggeschi. Prima di vederle esposte, mi aspettavo delle immagini in low-key. Qualcosa di più drammatizzato da ombre/contrasti.

C’è qualche motivazione estetica, etica, tecnica, espressiva per la scelta della tua luce?

 

Sono contento che tu lo abbia notato, fare una luce marcatamente caravaggesca sarebbe stato in questo particolare contesto un banale e non nuovo esercizio di stile. Vorrei chiarire che le mie sei immagini non si riferiscono direttamente al capolavoro di Caravaggio (col quale sarebbe stato, se non altro, imprudente confrontarsi), semmai alle sei tele che gli fanno ala; anzi per meglio dire, le immagini, tranne nel caso di Luca Giordano, citano altri autori del Seicento rispetto a quelli presenti al Pio Monte. Tornando al tema della luce, andando a rivedere gli originali ai quali mi sono ispirato, i valori in campo non sono tanto dissimili: penso al San Gennaro che esce illeso dalla fornace di Ribera nella Cappella del Tesoro di San Gennaro, un dipinto su rame dai colori vibranti e luminosi. In realtà ho usato una luce fortemente direzionata come quella in uso nella pittura barocca, con poco rischiaro nelle ombre, servendomi di una luce flash principale emessa da un soft bank con riflettore parabolico che interagisce con la luce naturale nel caso del cielo sottoesposto, del mare, o della grotta di tufo usata per lo sfondo.

Non era mia intenzione imitare i contrasti e nemmeno la visceralità propria degli originali, anche perché la tensione drammatica è qui molto più latente e criptata, qualcosa di indefinito.

Se poi la pittura traspare, non è nel senso imitativo e mimetico, semmai nel modus operandi: il lavoro si chiama Ex Novo perché parte da una serie di idee e da un foglio di carta bianco; tutto quello che vedete è atteso, costruito, pensato, fino all’ultimo dettaglio come in pittura.

La vera citazione è nella struttura rivoluzionaria della pittura barocca che associa dettagli e volti marcatamente naturalistici al complesso artificio degli schemi compositivi.  Questo lavoro fa ricorso a una matrice geometrica molto evidente, a diagonali molto spinte, un espediente che conferisce dinamismo e vitalità alla costrizione imposta dalla inquadratura rettangolare, come del resto era in origine nei dettagli pittorici da me individuati come riferimento.

 

Come hai deciso di realizzare le stampe?

 

Si tratta di stampe a pigmenti realizzate su carta matt in fibra di cotone; i pigmenti e il cotone sono più assimilabili al disegno e alla pittura rispetto alle carte baritate che avrebbero avuto un sapore troppo fotografico, e per lo stesso motivo le immagini non sono protette da un vetro. Le stampe sono montate su dibond e hanno una cornice flottante che non chiude troppo l’inquadratura; la scelta del formato, 80x107 cm, è stata fatta per armonizzarsi con l’ambiente, per non entrare in competizione con le grandi tele presenti in chiesa e per mantenere un rapporto di ingrandimento della figura umana simile alla proporzione naturale.

I supporti realizzati appositamente su disegno di Giovanni Francesco Frascino portano le immagini in avanti e le sospendono nello spazio in corrispondenza delle linee architettoniche che si irradiano dal centro della chiesa a pianta ottagonale.

 

 

 

BIO

 

Tra i vincitori del premio Atlante Italiano 003, conferito dal Ministero dei Beni Culturali e la Triennale di Milano (2003) ha ottenuto la nomination al Prix BMW-Paris Photo (2007) ed è stato finalista per quattro edizioni consecutive agli Hasselblad Masters.

Ha esposto alla X Biennale Architettura di Venezia, al Museo MADRE di Napoli, al Museo MAXXI di Roma, al Museo MAMM di Mosca, a Fotografia Europea di Reggio Emilia, a Palazzo Ducale di Genova, alla Reggia di Caserta e in occasione del Fetival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2010 è autore delle immagini su cui si fonda Italy of the Cities, una visione di Peter Greenaway per il padiglione italiano all'Expo Universale di Shanghai, rappresentata nello stesso anno all'Armory di New York.

Del 2013 l'installazione permanente Don’t ask where the love is gone di Shirin Neshat nella stazione Toledo Montecalvario della Metropolitana di Napoli, che si avvale di nove grandi ritratti realizzati da Luciano Romano.

L'opera è stata in seguito esposta alla Photobiennale di Mosca del 2014, a cura di Olga Sviblova.

A dicembre 2019, nella stazione della metropolitana di Scampia, Napoli, viene presentata Song ’e mare, la sua ultima installazione permanente di arte pubblica: “Quattordici fotografie di musicisti e cantanti napoletani a figura intera, posti lungo la stessa linea d’orizzonte, quella fra mare e cielo, mentre fanno un passo avanti in una costante dinamica fra scena e retroscena, luce e ombra, colto e popolare, ricordo e intuizione.” (Andrea Viliani, 2019). Ad aprile 2022 il suo ultimo progetto Ex Novo, sei immagini contemporanee intorno alle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio, una ricerca degli indizi visivi che si trasmettono attraverso l’esposizione alla produzione artistica del passato e che riemergono nel processo della creazione contemporanea.

I suoi lavori sono conservati in numerose raccolte pubbliche e private, tra le quali la collezione del MAXXI di Roma, IICD a Roma, il Museo MADRE di Napoli, La Fondazione Edoardo Garrone di Genova, La Fondazione Banco di Napoli, la Robert Rauschenberg Foundation e il Watermill Center di New York.

 

 


 

EX NOVO di Luciano Romano

A cura di Marina Guida

Cappella del Pio Monte della Misericordia – Via dei Tribunali 253, Napoli

dal 14 aprile al 10 luglio 2022

Orari visite: dal lunedì al sabato dalle ore 10.00 alle ore 18.00, ultimo ingresso ore 17.30. Domenica dalle ore 9.00 alle ore 14.30, ultimo ingresso ore 14.00.

www.piomontedellamisericordia.it

www.lucianoromano.com

16.06.2022 # 6075
Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Marco Maraviglia //

Marco Craig in mostra al PAN con Witness 1:1, testimonianze dal mondo dello sport

Cimeli di (ex) atleti e sportivi in una wunderkammer dove le storie di imprese epiche e prodigiose diventano arte

Chi è Marco Craig

Figlio dell’attore e doppiatore Mimmo Craig, fin da piccolo ha avuto modo di osservare le fasi di preparazione di spettacoli teatrali restando affascinato dal potere della regia, dai cambi di personalità degli attori attraverso il make-up e i costumi, la disposizione delle luci. Tutto un mondo che lo ha influenzato portandolo ad appassionarsi poi al cinema e alla fotografia. Da ragazzo studia presso una scuola d’arte ma approfondisce estetica e tecnica della fotografia nel prestigioso studio fotografico di Aldo Ballo e Marirosa Toscani.

L’arte della regia appresa da piccolo in teatro osservando maestri come Strehler, gli servirà per realizzare le immagini delle campagne pubblicitarie per conto di grandi agenzie pubblicitarie come Young & Rubicam, Leo Burnett, Ogilvy & Mater, Publicis e altre ancora.

È inoltre autore di servizi e copertine per riviste internazionali tra le quali: Wallpaper, Vogue, Elle, Vanity Fair, Brutus Japan.

Ma, con una buona dose di eclettismo, realizza anche immagini per il design e l’arredamento e pubblica alcuni libri tra cui NYC Marathon do not cross le cui immagini mostrano scene di backstage della famosa maratona di New York. Un volume che fa comprendere non poco l’interesse di Marco Craig sul mondo che vive intorno a un evento sportivo.

Gli occhialini di Federica Pellegrini © Marco Craig


Witness 1:1

Witness. Testimonianze. Del mondo olimpico e dello sport.

Marco Craig è uno che lo sport lo segue, lo pratica (attualmente si dedica al tennis) e si appassiona alle storie che ci sono dietro agli atleti. Alle loro imprese. Alla ricerca dei dettagli che ne enfatizzano le storie stesse.

Diventando una sorta di fan feticista ma con un meticoloso istinto di catalogatore di memorie. Esalta, attraverso le proprie opere, momenti di gloria che hanno segnato l’immaginario sportivo collettivo.

Stringere la mano a un idolo ci farà dire, «io l’ho toccato!» come aver catturato parte di un’aurea pensando che “indossarla” su di sé funzionerebbe allo stesso modo per una specie di transfert per niente dimostrabile scientificamente. Pensare che in quella fascetta che fermava i capelli di Björn Borg ci sono vecchie tracce di sudore che un giorno potrebbero servire a clonare nuovi campioni del tennis, è qualcosa che supera l’immaginazione ma che può farci sentire legati al futuro remoto. O, perlomeno, stabilire una corrispondenza d’amorosi sensi. Come direbbe Ugo Foscolo.

Ma Marco Craig elabora un concept alternativo alla semplice infatuazione del mito dell’atleta.

Come un grande giornalista d’inchiesta ha indagato oltre quelli che erano gli indumenti indossati da (ex) atleti entrando in contatto con musei, collezionisti, familiari, aziende, andando a spulciare aneddoti ed emozioni delle loro imprese memorabili.

 

Con un collezionista è stata abbastanza dura. Dopo sette cene che gli avevo offerto per trattare il prestito di uno dei cimeli, finalmente gli risultai simpatico e si fidò concedendomi il pezzo che volevo ritrarre.

 

1:1

I guanti di Giacomo Agostini, la piccozza di Walter Bonatti, le pagine del diario di bordo di Ambrogio Fogar, gli occhialini di Federica Pellegrini, una maglietta epica di Maradona… cimeli inseriti in buste, messi sottovuoto e poi fotografati in scala 1:1. E sembra strano vedere la tuta di Alberto Tomba più piccola rispetto a quanto invece immaginiamo la sua stazza in quel metro e ottantadue di altezza ma, spiega Marco Craig:

 

In realtà la tuta è molto elastica e quindi si presenta piccola se non è indossata.

 

Ma non è tutto.

Per ogni riproduzione del cimelio in busta sottovuoto, è applicata una targhetta scritta in stampatello e a mano, dallo stesso Craig, su cartoncino da imballaggio con tutti i riferimenti dell’oggetto. Oggetto, nome dell’atleta, l’evento in cui è stato usato l’oggetto, data, luogo dell’evento, storia didascalica dell’evento. Tutto rigorosamente in inglese ma non preoccupatevi se non conoscete qualche parola di inglese perché accanto a ogni opera esposta c’è l’etichetta didascalica sul muro anche in italiano. Brevi informazioni che riportano il pubblico a riflettere anche sui periodi storici dell’attualità socio-politica dell’epoca.

Si tratta di una sorta di disposofobia positiva questa di Marco Craig che ha realizzato una wunderkammer estemporanea per fissare storie di oggetti che diventano protagonisti di imprese sportive epiche, entrati a stretto contatto con gli atleti. Usurati, sporchi di sforzi, lasciati con tracce di DNA invisibile ma emozionalmente percepibile.  

Cimeli le cui riproduzioni continueranno a viaggiare con le loro storie divenute ormai opere d’arte grazie alle immagini di Marco Craig.

 

Informazioni Tecniche:

Stampe fotografiche FineArt montate su alluminio, cornice in rovere e vetro. Dimensioni diverse – Edizione di 5 esemplari + 2 p.a.

 


 

 

WITNESS 1:1

di Marco CRAIG a cura di Marina Guida

PAN Palazzo delle Arti Napoli – Via dei Mille, 60, 80121 Napoli

Dal 12 giugno al 4 luglio 2022

Tutti i giorni dalle ore 09:30 alle 19:30

Ufficio Stampa: Anna Chiara Della Corte acdellacorte@gmail.com Tel. 333 8650479 


In copertina: bicicletta di Giuseppe Saronni © Marco Craig

08.06.2022 # 6074
Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Marco Maraviglia //

Guido Harari, 50 anni di fotografie e incontri con chi ha fatto bello il mondo

Remain in light, la prima mostra antologica del fotografo che ripercorre il suo caleidoscopico mondo professionale

Il 24 giugno 1965 Guido Harari ha 12 anni e con una Zeiss si trova al Vigorelli di Milano insieme alla madre per assistere a un concerto epico. Dopo una sfilza di gruppi di supporter, compaiono finalmente i Beatles.

È un trauma di 40’ per Harari. Ma positivo: da quell’anno i Beatles non avrebbero mai più suonato in Italia e da allora maturò probabilmente nel giovanissimo fotografo, quell’istinto di conservazione di emozioni del palco rock.

Un istinto amplificato anche dal fatto di essere nato troppo tardi per poter vivere a contatto con la nascita di quel fenomeno che ebbe la sua apoteosi coi Festival di Woodstock e dell’Isola di Wight. Ed è forse stato per lui un desiderio latente di recuperare quel tempo non vissuto.

 

Guido Harari dal ’73 in poi ha firmato le copertine degli album tra i più grandi musicisti nazionali ed internazionali.

Ha incontrato molto da vicino Bob Dylan, Patty Smith, Tina Turner, Chuck Berry, Bob Geldof, Van Morrison, Joni Mitchell, Ray Charles, solo per citarne alcuni.

 

È stato fotografo ufficiale dei più prestigiosi tour di artisti internazionali. Harari è tra i pochi fotografi ad avere il privilegio del pass “ALL AREA”: quello che fa accedere al palco, camerini, “zone rosse”. Anche nelle suite d’albergo per chiacchierare e fotografare il rocker del momento. Per intenderci.

Ha iniziato senza accrediti, senza pass, senza essere l’inviato di qualche giornale. La passione per la musica lo portava ad arrivare sempre presto a un concerto. Magari anche prima del check sound.

Ore della sua vita trascorse nelle hall degli alberghi in attesa di incrociare gli artisti che lo “riconoscevano” dalla sua aurea rock, dai simboli “lookotici” che lo rendevano parte del branco. Due parole, qualche battuta e si ritrovava invitato ad assistere (e fotografare) le prove generali. L’opportunità per degli scatti alternativi, diversi. Quelli più amati dai fan incalliti perché mostravano gli artisti nella loro natura più spontanea.

Entrava nelle sale d’incisione per studiare l’umore degli artisti, scorgendone vezzi, tic, debolezze, punti di forza.

 

Per fare un ritratto, che sia ambientato, in studio, on the road, on the stage… non basta la padronanza tecnica di una reflex o di una folding e della luce. Bisogna entrare in empatia col soggetto che si ha di fronte.

Conoscerne la storia, sentirne la voce, sapere cosa pensa, cosa si aspetta dalla vita, se ha una sua idea politica o religiosa. Insomma, c’è da sentire il respiro della pelle, l’alito dello sguardo, le vibrazioni dell’anima. E Guido Harari ha sempre avuto quell’empatia con i personaggi che ha ritratto che lo facevano sentire uno di famiglia.

 

Adesso c’è questa colossale mostra antologica dei suoi 50 anni di carriera alla Mole Vanvitelliana di Ancona, a cura di Denis Curti artefice di grandi mostre dal respiro internazionale.

Remain in light. Resta nella luce. Un modo per esorcizzare il tempo dei cinquant’anni di fotografie.

 

È forse una dichiarazione di intenti, un imperativo, o piuttosto un augurio scaramantico. «Restare in luce» è più dell’esortazione che il fotografo indirizza ai suoi soggetti prima di far scattare l’otturatore: è soprattutto una preghiera, perché la memoria di quanto si è voluto fissare non evapori.

 

Il percorso espositivo della mostra si compone di otto sezioni articolate su temi o generi come quella dedicata solo ai ritratti dei personaggi italiani (ITALIANS); quella con fotografie esclusive dei backstage di tournée (ALL AREAS ACCESS); immagini realizzate durante il 25° anniversario del Festival di Woodstock che rifletteno su quel che rimane dell’utopia musicale degli anni Sessanta e dove il pubblico è protagonista assoluto (WOODSTOCK’94); alcuni ritratti realizzati a grandi fotografi che hanno ispirato Harari negli anni come Duane Michals, Richard Avedon, Sebastiao Salgado, Helmut Newton, Paolo Pellegrin, Steve McCurry, Letizia Battaglia, Ferdinando Scianna, Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Mario Giacomelli (RESTARE IN LUCE. I FOTOGRAFI).


E poi ancora, libri, documenti, filmati inediti, videointerviste, sperimentazioni alla ricerca di nuovi linguaggi, un documentario realizzato da Sky Arte a lui dedicato.

Tanta roba e i visitatori non si perderanno affatto tra tanto materiale perché saranno guidati in mostra da un’audioguida con la voce narrante dello stesso Harari.

 

E, al termine troveranno una stanza, la “Caverna Magica”, che in alcune giornate dedicate, sarà allestita con un set fotografico. Qui, su prenotazione, chi lo desidera potrà essere ritratto da Harari e ricevere una stampa Fine Art in formato 30x42 cm, firmata dall’autore. I ritratti realizzati verranno anche esposti in tempo reale nella “caverna”: una mostra nella mostra, in fondo.

 

In occasione della mostra, Rizzoli Lizard ha pubblicato un volume omonimo di oltre 400 pagine e 500 illustrazioni, di cui molte inedite, che sarà disponibile anche al bookshop della Mole Vanvitelliana.

Insomma, anche Guido Remain in Light. Meritatamente.

 

 


 

 

GUIDO HARARI. Remain in Light

50 anni di fotografie e incontri

 

Un progetto di Guido Harari

a cura di Denis Curti

 

Mole Vanvitelliana, Ancona

2 giugno – 9 ottobre 2022

 

Sede della mostra
Mole Vanvitelliana, Sala Vanvitelli 
Banchina Giovanni da Chio, n.28 Ancona
Orari di apertura

2 giugno - 9 ottobre 2022

Dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 15,30 alle ore 20,30 
Aperture serali dopo le 20,30 in occasione di eventi nella Mole

Chiuso il lunedì ad eccezione del 15 agosto
Biglietti (audioguida inclusa)
Intero € 11,00
Ridotto € 9,00 gruppi di minimo 12 persone e titolari di apposite convenzioni,
Ridotto speciale € 5,00 per scuole e ragazzi dai 6 ai 18 anni, 
Gratuito minori di 6 anni, disabili e accompagnatori, giornalisti accreditati, guide turistiche con patentino, docenti accompagnatori
Prevendita € 1,00

 

Sito web mostra per info:

www.mostraguidoharari.it

Social:

FB: https://www.facebook.com/mostraguidoharari

IG: https://www.instagram.com/mostraguidoharari/

TICKET MOSTRA 

https://www.ticketone.it/artist/guido-harari/guido-harari-remain-in-light-3145586/

TICKET CAVERNA 

https://www.ticketone.it/artist/guido-harari/caverna-magica-ritratto-di-harari-3146552/ 

Rizzoli Lizard

https://rizzolilizard.rizzolilibri.it/libri/remain-in-light/

01.06.2022 # 6071
Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Marco Maraviglia //

Storie di Terre e di Mare. I Campi Flegrei visti da Francesca Sciarra e Massimo Buonaiuto

Mostra fotografica alla Casina Vanvitelliana sul Fusaro nell’ambito degli eventi di Procida Capitale della Cultura 2022

Francesca Sciarra e Massimo Buonaiuto sono una coppia green. Di quelle che il viaggio è stare a contatto con la natura alla ricerca del benessere e inoltrarsi in cittadine “off lines” tra trattorie misconosciute, camminate chilometriche o bicicletta caricata in treno, bagaglio essenziale, per poi scendere dalla carrozza e intraprendere itinerari alternativi come percorrere la sponda del Po.

 

Ci vuole un fisico bestiale? No. Francesca Sciarra e Massimo Buonaiuto non sono super eroi. Niente sport estremo. Basta avere il tempo lento. Niente fretta. Essere un po’ diesel dentro e approfittare delle belle giornate per camminare tanto anche d’inverno. Spesso coinvolgendo gli amici in passeggiate fotografiche attraversando percorsi insoliti. Spesso immergendosi nel verde sconosciuto della città e dei suoi dintorni.

 

I Campi Flegrei per Francesca e Massimo, fanno parte del loro mondo visivo da sempre. Un affetto particolare a quel territorio che li porta a cavalcare l’entusiasmo vissuto dai viaggiatori e artisti del Grand Tour; da Goethe a Franz Ludwig Catel, William Turner, Philipp Hackert. Perché molti di questi luoghi conservano ancora le caratteristiche paesaggistiche del Romanticismo. Natura selvaggia e incontaminata, macchia mediterranea, musei archeologici a cielo aperto, sentieri silenziosi, luci naturali da gouache.

 

È quel mondo che abbraccia tutta la zona tanto amata dagli antichi romani per il suo clima mite e che va dal cratere degli Astroni alla Foresta Cumana, da Coroglio a Pozzuoli. Passando per Baia, Bacoli, Miseno, i laghi vulcanici e Monte Nuovo, tra i sospiri sulfurei della Solfatara fino alle isole flegree: Procida e Ischia.

Sono stati coinvolti per questa mostra e, dal loro vasto archivio fotografico hanno selezionato venticinque fotografie ospitate nella Casina Vanvitelliana sul lago Fusaro.

 

È stata l’opportunità per fare un tuffo nel passato e rivivere i ricordi legati ai luoghi visitati.

- Francesca Sciarra

 

È stato un piacere spulciare l’archivio e rivederle tutte perché sono innamorato della zona.

- Massimo Buonaiuto

 

 

La fotografia come professione ma vissuta sempre con quella passione da giovane fotoamatore. Badando alla pulizia estetica della composizione. E alla logica del racconto reportagistico.

 

Sono immagini realizzate tra il 2009 e il 2022. Tutte postprodotte con contezza mantenendo un editing omogeneo tra loro. Perché i RAW li hanno sempre conservati.

 

Fotografie che mostrano luoghi spesso visitabili solo a piedi o con l’ausilio della bicicletta. Luoghi che stanno vivendo una graduale rigenerazione con un processo di valorizzazione che accentua la forza identitaria dei loro abitanti tanto legati al territorio.

 

Fotografie in formati 25x40 e due 30x40, stampate fine art giclée su carta matta e incorniciate, ma senza vetro per far assaporare la morbidezza, a volte pastellata, dei colori dei soggetti ritratti.

 

Le stampe saranno acquistabili online, firmate e con un certificato di autenticità allegato su “storie di terre e di mare".

 

 

 

Storie di Terre e di Mare

Di Francesca Sciarra e Massimo Buonaiuto

Real Sito del Fusaro - Casina Vanvitelliana

Dal 7 al 26 giugno 2022

Inaugurazione martedì 7 giugno 2022 alle ore 17:00

A cura di Barbara Giardiello



10.05.2022 # 6051
Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Marco Maraviglia //

Guido Giannini, un arzillo fotografo 92enne in mostra

Poesia e ironia di un osservatore. La street photography ante litteram. Visioni paradossali e irrazionali di una realtà sfuggente

Chi è Guido Giannini

Classe 1930. Fisico asciutto. Capelli lisci, folti e bianchi. Un bastone nodoso che sembra usare solo per darsi un tono da vecchietto o forse per esigere il dovuto rispetto. Perché sale le scale e si alza da una sedia in maniera scattante. Orecchie lunghe che denotano una lunga vita. Guido Giannini si incontra spesso per Napoli, mentre macina chilometri a piedi perché ha sempre qualcosa da fare. Nella metro non si siede. Parlantina veloce. Una lucidità mentale da fare invidia a tanti. Occhiali che non nascondono gli occhi vispi e scrutatori come quelli di un eterno bambino curioso di quel che gli accade intorno.

«Cerchi qualcosa? Hai bisogno di qualcosa?», mi chiede mentre osservo le sue foto. Eppure ero convinto che stesse guardando in altra direzione. Deformazione professionale. Un attento fotografo è come un gatto: guarda avanti a sé ma ha il perfetto controllo di quello che gli accade intorno. E con grande generosità non si risparmia nel raccontare aneddoti ed esperienze vissute mentre mostra i suoi libri pubblicati. A volte sembra scontroso ma è, semplicemente, sinceramente diretto. Senza sovrastrutture. Senza formalismi ipocriti. Essenziale.

Guido Giannini è l’uomo del 50 mm, l’obiettivo preferito da Bresson. La focale più prossima a quella del campo visivo dell’occhio umano. Non ha mai usato zoom o grandangoli. Il suo modo di raccontare fotograficamente è sempre stato quello di essere vicino all’azione. Girare intorno al soggetto, avvicinandosi, allontanandosi. Rendendosi invisibile e veloce col suo colpo d’occhio che è la base dei suoi scatti.

 

"Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”

- Robert Capa

 

Dal comunicato stampa

Guido Giannini nizia a fotografare negli anni ‘50. La rivista Il Mondo pubblica alcune sue foto tra il 1961 e il 1962: «La mia prima foto – racconta - venne pubblicata da Il Mondo diretto da Mario Pannunzio, era il 19 dicembre del 1961. Avevo già trentuno anni. Era l'immagine di una donna anziana che suonava il violino davanti alle vetrine della Rinascente di Napoli. Era vestita tutta di nero, con un borsone vuoto che le pendeva dal braccio e sosteneva il violino».

Per circa quindici anni si dedica ad altre attività. Riprende a fotografare nel 1976 collaborando con varie testate: il Manifesto, la Repubblica, l’Unità, Qui Touring ed altre testate locali e nazionali. È stato redattore fotografico del periodico NdR.

Giannini, oggi 92enne, ha tenuto numerose mostre personali in tutta Italia e all’estero. Le sue opere sono state esposte da Roma a Milano fino alla Cina. Tra i personaggi noti fotografati da Giannini il premio Strega Raffaele La Capria, Fabrizia Ramondino, Bruno Munari e Goffredo Fofi.

 

 

L’ironia del mondo fotografico di Giannini

Ma che tipo di fotografo è Guido Giannini?

Un osservatore. Un registratore di centesimi di secondo della varia umanità. Un’umanità con le sue manie, contraddizioni e fobie. Emozioni e affetti. Che normalmente ci sfugge nei suoi sottili toni irrazionali ma che Giannini riesce a cogliere.

Un folklore totale che abbraccia istanti in maniera minimalista ma che, messi insieme, restituiscono l’atmosfera di un mondo pulsante, vivo. Perché non sono immagini tratte dai film di Luis Buñuel o di Fellini ma è tutto vero.

Con fotografie che, dagli anni ’50, attraversano e illustrano la trasformazione sociale e urbanistica di Napoli.

E quell’occhio curioso e vispo di Giannini coglie spesso l’ironia della scena. Un clochard che passa davanti a una vetrina di abbigliamento chic con l’insegna “Protagonista”. Un ambulante seduto chino sulla sua fisarmonica e da un manifesto un volto opulento e sardonico lo osserva mentre addenta una coscia di pollo. Un cane seduto davanti a un furgone aperto che osserva un mezzo pezzo di manzo appeso all’interno. Un signore seduto su una sedia con una gabbia di uccellini posata sulle ginocchia. Signora con ventaglio ferma al sole (ma perché non si è messa all’ombra? Vien da chiedersi).

Immagini paradossali che fan sorridere e riflettere allo stesso tempo. O che inteneriscono come quella della coppia abbracciata e che si bacia, poggiata su un’auto. Una delle foto più condivise e… rubate sui social.

 

Attraverso le sue fotografie si fa esperienza di sociologia, di storia, di cronaca, di urbanistica e di tante altre cose, tutte preziose, ma l'esperienza rivelatrice e definitiva è quella umana.

- Mario Martone

 

Oggi Guido Giannini verrebbe appellato come street photographer. Ma Guido non apprezza etichette. Non esulta nemmeno se lo si definisce Maestro. È l’umiltà dei grandi.

 

 

 

TERRA E MARE - OMAGGIO A GUIDO GIANNINI
a cura di Luciano Ferrara con la collaborazione di Zelda Giannini

Dal 6 al 20 maggio 2022

Magazzini Fotografici
Via San Giovanni in porta, 32 – 80139 Napoli

Orari di apertura
Mercoledì h16:00/h 20:00
Giovedì, venerdì e sabato
h11:00/h13:30 - h14:30/h20:00
Domenica h11:00/h14:00

PER INFORMAZIONI:
info@magazzinifotografici.it

06.05.2022 # 6047
Intervista a Luciano Romano in mostra fino al 10 luglio al Pio Monte della Misericordia

Marco Maraviglia //

Dia logo: bipersonale di Ljdia Musso e Renata Petti

Dialogo e attraversamento della psiche femminile e della rappresentazione esteriore del sentirsi donna tra due generazioni

Si vede e non si vede. Mi mostro ma non mi rivelo. Non c’è trucco non c’è inganno. È solo una realtà visibile a tutti la cui lettura non è comprensibile per tutti. A meno che…

Inconscio e subconscio dell’universo femminile. Aprire con cautela. Non c’è libretto di istruzioni che tenga. Non ci sono regole stereotipate. Per ascoltare nell’anima quegli esseri fisiologicamente diversi dagli uomini, le donne, occorre forse una mente incondizionata, sciogliere i sensi, eliminare i bias cognitivi, mettere da parte il proprio ego ed esplorare. Ogni volta come se ci trovassimo in un territorio nuovo e nudo. Dove non sappiamo dov’è l’interruttore per la luce, un ruscello per bere, un giaciglio dove trascorrer la notte. Senza kit di sopravvivenza. Senza apriscatole perché non c’è alcuna scatola da aprire ma si tratta solo di cogliere sensi, pensieri, percezioni.

Soltanto allora, forse, potremmo sentirci rigenerati da quegli “involucri” femminili come in Cocoon, l‘energia dell’universo, dove alcuni vecchietti divennero arzilli grazie a dei boccioli dall’apparenza amorfi.

 

Più o meno potrebbe essere questa una chiave di lettura delle immagini in mostra di Ljdia Musso e Renata Petti.

Dia logo. Un titolo che aprirebbe a ulteriori riflessioni.

Dia: “prefisso di molte parole composte, derivate dal greco o formate modernamente nella terminologia scientifica, nelle quali significa per lo più «attraverso» o «per mezzo di», oppure indica separazione, diversità” (Treccani).

Come la possibilità di conoscere aspetti paralleli di due lavori fotografici ma con contenuti diversi.

Un dialogo tra i due lavori presentati.

Oppure “dia” inteso come il diminutivo di diapositiva. Una trasparenza attraverso la quale è possibile vedere l’immagine nonostante possa passarci la luce.

Logo. Una parola che ricorda il marchio, il logotipo, un simbolo grafico che caratterizza in un solo segno il brand di un’azienda, un prodotto, rendendoli riconoscibili.

E infatti le fotografie di Ljdia Musso e Renata Petti sono come contraddistinte da uno stile, da un’estetica che non lascia spazio al confondersi con altre immagini. Perché esse stesse sono logo.

Quelle di Ljdia sono in high key, luminose, intrise di luce vaporosa e, per di più, tutte come firmate perché si tratta di autoritratti. Il volto diventa firma, marchio, logo.

Quelle di Renata, anche autoritratti, tendono al low key, neri densi, mossi realizzati con lunghe esposizioni e talvolta con sovrapposizioni di nuvole, mare. Il corpo è privato della sua forma, si sdoppia, quasi a rappresentare due entità che si cercano reciprocamente tra corpo stesso e il suo lato spirituale.

 

 

 

Dia logo

Ljdia Musso e Renata Petti


a cura di Gianni Nappa


5 maggio – 5 giugno 2022

Spazio N° 7 Caserta di Luigi Ambrosio

Via Vico n° 7 – Caserta

Info: 320.967.63.56     

E-mail: luigiambrosio336@gmail.com

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