Angelo Scognamiglio //
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Tra memoria e immagine, il tempo sospeso di Yvonne De Rosa
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Una parte significativa della fotografia contemporanea europea non lavora più sull’evento ma sulla persistenza. Non sull’accadimento, ma su ciò che resta dopo la scomparsa: tracce, residui, superfici attraversate dal tempo. È una fotografia che rinuncia all’immediatezza dell’immagine spettacolare per interrogare invece ciò che il tempo consuma, altera o rimuove. Dentro questa linea si colloca con particolare coerenza il lavoro di Yvonne De Rosa.
Osservando la sua ricerca, si ha spesso l’impressione che l’immagine non nasca da una volontà di rappresentazione, quanto piuttosto da un confronto con l’assenza. Le sue fotografie sembrano interrogare ciò che sopravvive: luoghi che hanno esaurito la propria funzione originaria, archivi dimenticati, identità marginali, frammenti biografici sottratti all’oblio. Al centro dell’immagine emerge quasi sempre una forma di mancanza. È proprio questa tensione a sottrarre il suo lavoro alle categorie più convenzionali del reportage contemporaneo.
Sebbene la formazione di De Rosa attraversi anche il fotogiornalismo e il documentario, il suo linguaggio si allontana progressivamente dalla cronaca per avvicinarsi a una riflessione più complessa sulla memoria come materia fragile, incompleta, continuamente riscritta. In questo senso il riferimento al “tempo passato, tempo sospeso” — formula con cui la stessa artista definisce il proprio lavoro — non appare come una semplice suggestione poetica, ma come una precisa dichiarazione di metodo. Nelle sue immagini il tempo non procede mai in maniera lineare: passato e presente convivono in uno spazio ambiguo e stratificato, dove la fotografia non documenta soltanto ciò che è stato, ma mette in tensione ciò che continua a riaffiorare.

Crazy God e l’etica della sottrazione
Questa dimensione emerge con particolare forza in Crazy God, il progetto nato dall’esperienza di volontariato che De Rosa svolse negli anni Novanta all’interno di un ospedale psichiatrico del Sud Italia. Tornando in quel luogo dopo la sua chiusura, la fotografa evita consapevolmente ogni estetizzazione della rovina o del disagio mentale. Il manicomio non viene mai trasformato in dispositivo spettacolare. Lo spazio appare piuttosto sospeso, rarefatto, abitato da una memoria residuale che continua a manifestarsi attraverso gli oggetti abbandonati, le scritte sui muri, gli effetti personali rimasti come ultime tracce di vite rimosse.
Ciò che colpisce è soprattutto il rifiuto dell’enfasi visiva. Le immagini non cercano mai di imporsi come simboli definitivi. La luce è trattenuta, opaca, spesso polverosa; gli ambienti sembrano emergere lentamente dalla materia stessa del tempo. Gli oggetti smettono di essere elementi scenografici e assumono invece il valore di indizi. È una fotografia che lavora per sottrazione e che proprio nella sottrazione costruisce la propria densità etica.
L’archivio come spazio critico
Per questo il lavoro di Yvonne De Rosa dialoga naturalmente con alcune delle riflessioni più importanti della teoria contemporanea dell’immagine. È difficile non pensare a Georges Didi-Huberman quando la fotografia viene trattata come “sopravvivenza”, come riemersione di ciò che la storia aveva espulso. Così come è inevitabile rintracciare, sullo sfondo, una vicinanza con Christian Boltanski, soprattutto nell’uso dell’archivio come spazio emotivo e collettivo più che documentario.
Ma il vero nucleo della ricerca di De Rosa è probabilmente proprio l’archivio.
Negli ultimi anni la fotografia contemporanea ha sviluppato una vera ossessione per il materiale archivistico: fotografie anonime, negativi ritrovati, lettere, immagini familiari, frammenti residuali del passato. Spesso questo processo ha prodotto una semplice estetizzazione nostalgica della memoria. Nel lavoro di De Rosa, invece, l’archivio non è mai decorazione del tempo perduto. Diventa piuttosto uno spazio critico, un luogo in cui il passato continua a interrogare il presente.
In Corrispondenze, costruito attraverso fotografie e lettere appartenute a coppie del Novecento, l’immagine perde completamente il proprio statuto di prova. La fotografia smette di garantire autenticità e diventa distanza, eco, frammento. Il dialogo con Roland Barthes appare qui particolarmente evidente. Se ne La camera chiara ogni fotografia contiene implicitamente la testimonianza di una scomparsa futura, nelle opere di De Rosa questa consapevolezza si radicalizza ulteriormente: le immagini sembrano mostrare non tanto ciò che è stato, quanto l’impossibilità di recuperarlo integralmente.
Il tempo dell’analogico
Anche il ricorso alla fotografia analogica assume, in questo contesto, un significato preciso. Non si tratta di nostalgia tecnica né di feticismo della camera oscura. L’analogico introduce una diversa esperienza del tempo e dell’attesa. In un sistema dominato dalla produzione compulsiva di immagini, la lentezza del processo chimico diventa quasi una forma di resistenza culturale. La fotografia recupera così peso, densità, fisicità.

Napoli, memoria e stratificazione
Persino il rapporto con Napoli sfugge agli stereotipi più prevedibili. Nelle immagini di De Rosa la città non è mai folklore o superficie narrativa identitaria. Napoli appare piuttosto come una geografia della stratificazione, un luogo costruito su continue sovrapposizioni di memoria e cancellazione, dove il passato continua a tornare sotto forme inattese.
È significativo, allora, che una parte importante del suo lavoro si sia tradotta anche nella fondazione di Magazzini Fotografici. Non semplicemente una galleria, ma uno spazio indipendente nato per costruire riflessione critica intorno alla fotografia contemporanea. In una città storicamente povera di istituzioni dedicate al medium fotografico, Magazzini Fotografici ha rappresentato qualcosa di più di un centro espositivo: un tentativo di costruire comunità culturale, pensiero sull’immagine, educazione dello sguardo.
Ed è forse proprio qui che si comprende fino in fondo la posizione di Yvonne De Rosa nella fotografia contemporanea italiana. Il suo lavoro non cerca consenso immediato né adesione estetica rapida. Le sue immagini restano volutamente aperte, incomplete, attraversate dal dubbio. In un tempo dominato dalla saturazione visiva e dall’eccesso di presenza, la sua ricerca restituisce invece centralità all’assenza, al vuoto, alla traccia.
Più che produrre immagini, Yvonne De Rosa sembra interrogare continuamente ciò che le immagini non riescono più a trattenere.
Nota biografica
Yvonne De Rosa è fotografa, fondatrice e direttrice artistica dello spazio indipendente Magazzini Fotografici di Napoli. Docente di fotografia presso ILAS Academy e presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, collabora con l’Università degli Studi di Napoli Federico II nell’ambito della sociologia visuale e della fotografia contemporanea. La sua ricerca indaga la natura del mezzo fotografico come strumento narrativo, costruendo un dialogo continuo tra memoria, tempo e contemporaneità. Ha pubblicato monografie come Crazy God, Hidden Identities, Sguardo Sensibile, A mia madre e Corrispondenze, ricevendo riconoscimenti internazionali tra cui IPA Award, Kodak Young Award, RPS – Royal Photographic Society e MILOTA Foundation Award al Bratislava Photo Festival. Le sue opere sono state esposte in numerose istituzioni internazionali, tra cui ARCO Madrid, The Armory di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Yvonne De Rosa et la photographie comme pratique de la mémoire
Une part significative de la photographie contemporaine européenne ne travaille plus sur l’événement mais sur la persistance. Non sur l’occurrence elle-même, mais sur ce qui demeure après la disparition : traces, résidus, surfaces traversées par le temps. C’est une photographie qui renonce à l’immédiateté de l’image spectaculaire pour interroger ce que le temps consume, altère ou efface. C’est dans cette lignée que s’inscrit avec une particulière cohérence le travail de Yvonne De Rosa.
En observant sa recherche, on a souvent l’impression que l’image ne naît pas d’une volonté de représentation, mais plutôt d’une confrontation avec l’absence. Ses photographies semblent interroger ce qui survit : des lieux ayant épuisé leur fonction originelle, des archives oubliées, des identités marginales, des fragments biographiques soustraits à l’oubli. Au centre de l’image apparaît presque toujours une forme de manque. C’est précisément cette tension qui soustrait son travail aux catégories les plus conventionnelles du reportage contemporain.
Bien que la formation de De Rosa traverse également le photojournalisme et le documentaire, son langage s’éloigne progressivement de la chronique pour se rapprocher d’une réflexion plus complexe sur la mémoire comme matière fragile, incomplète et continuellement réécrite. En ce sens, la formule « un temps passé, un temps suspendu » — expression par laquelle l’artiste définit elle-même son travail — n’apparaît pas comme une simple suggestion poétique, mais comme une véritable déclaration de méthode. Dans ses images, le temps ne progresse jamais de manière linéaire : passé et présent coexistent dans un espace ambigu et stratifié, où la photographie ne documente pas seulement ce qui a été, mais met en tension ce qui continue à réapparaître.
Crazy God et l’éthique de la soustraction
Cette dimension apparaît avec une force particulière dans Crazy God, projet né de l’expérience de volontariat que De Rosa mena dans les années quatre-vingt-dix au sein d’un hôpital psychiatrique du sud de l’Italie. En revenant dans ce lieu après sa fermeture, la photographe évite consciemment toute esthétisation de la ruine ou du trouble mental. L’asile n’est jamais transformé en dispositif spectaculaire. L’espace apparaît au contraire suspendu, raréfié, habité par une mémoire résiduelle qui continue de se manifester à travers les objets abandonnés, les inscriptions sur les murs, les effets personnels laissés comme dernières traces de vies effacées.
Ce qui frappe avant tout, c’est le refus de l’emphase visuelle. Les images ne cherchent jamais à s’imposer comme des symboles définitifs. La lumière est retenue, opaque, souvent poussiéreuse ; les espaces semblent émerger lentement de la matière même du temps. Les objets cessent d’être des éléments scénographiques pour devenir des indices. C’est une photographie qui travaille par soustraction et qui, précisément dans cette soustraction, construit sa propre densité éthique.
L’archive comme espace critique
C’est pourquoi le travail de Yvonne De Rosa dialogue naturellement avec certaines des réflexions les plus importantes de la théorie contemporaine de l’image. Il est difficile de ne pas penser à Georges Didi-Huberman lorsque la photographie est pensée comme « survivance », comme réapparition de ce que l’histoire avait expulsé. De même, il est inévitable de percevoir, en arrière-plan, une proximité avec Christian Boltanski, notamment dans l’usage de l’archive comme espace émotionnel et collectif davantage que documentaire.
Mais le véritable noyau de la recherche de De Rosa est probablement précisément l’archive.
Ces dernières années, la photographie contemporaine a développé une véritable obsession pour les matériaux d’archives : photographies anonymes, négatifs retrouvés, lettres, images familiales, fragments résiduels du passé. Souvent, ce processus a produit une simple esthétisation nostalgique de la mémoire. Dans le travail de De Rosa, au contraire, l’archive n’est jamais une décoration du temps perdu. Elle devient plutôt un espace critique, un lieu où le passé continue d’interroger le présent.
Dans Corrispondenze, construit à partir de photographies et de lettres ayant appartenu à des couples du XXe siècle, l’image perd complètement son statut de preuve. La photographie cesse de garantir l’authenticité pour devenir distance, écho, fragment. Le dialogue avec Roland Barthes apparaît ici particulièrement évident. Si, dans La Chambre claire, chaque photographie contient implicitement le témoignage d’une disparition future, dans les œuvres de De Rosa cette conscience se radicalise davantage encore : les images semblent montrer non pas tant ce qui a été, que l’impossibilité de le récupérer intégralement.
Le temps de l’analogique
Le recours à la photographie argentique prend également, dans ce contexte, une signification précise. Il ne s’agit ni de nostalgie technique ni de fétichisme de la chambre noire. L’argentique introduit une autre expérience du temps et de l’attente. Dans un système dominé par la production compulsive d’images, la lenteur du processus chimique devient presque une forme de résistance culturelle. La photographie retrouve ainsi poids, densité et matérialité.
Naples, mémoire et stratification
Même le rapport à Naples échappe aux stéréotypes les plus prévisibles. Dans les images de De Rosa, la ville n’est jamais folklore ni simple surface narrative identitaire. Naples apparaît plutôt comme une géographie de la stratification, un lieu construit sur des superpositions continues de mémoire et d’effacement, où le passé revient sans cesse sous des formes inattendues.
Il est alors significatif qu’une part importante de son travail se soit également traduite par la fondation de Magazzini Fotografici. Non pas simplement une galerie, mais un espace indépendant né pour construire une réflexion critique autour de la photographie contemporaine. Dans une ville historiquement pauvre en institutions consacrées au médium photographique, Magazzini Fotografici a représenté bien davantage qu’un espace d’exposition : une tentative de construire une communauté culturelle, une pensée de l’image, une éducation du regard.
C’est peut-être précisément ici que se comprend pleinement la position de Yvonne De Rosa dans la photographie contemporaine italienne. Son travail ne recherche ni le consensus immédiat ni une adhésion esthétique rapide. Ses images demeurent volontairement ouvertes, incomplètes, traversées par le doute. Dans une époque dominée par la saturation visuelle et l’excès de présence, sa recherche redonne au contraire une centralité à l’absence, au vide et à la trace.
Plus que produire des images, Yvonne De Rosa semble interroger continuellement ce que les images ne parviennent plus à retenir.
Notice biographique
Yvonne De Rosa est photographe, fondatrice et directrice artistique de l’espace indépendant Magazzini Fotografici à Naples. Enseignante en photographie à ILAS Academy et à l’Académie des Beaux-Arts de Naples, elle collabore avec l’Université Federico II de Naples dans le domaine de la sociologie visuelle et de la photographie contemporaine. Sa recherche interroge la nature du médium photographique comme outil narratif, construisant un dialogue constant entre mémoire, temps et contemporanéité. Elle a publié des monographies telles que Crazy God, Hidden Identities, Sguardo Sensibile, A mia madre et Corrispondenze, recevant des distinctions internationales parmi lesquelles l’IPA Award, le Kodak Young Award, le RPS – Royal Photographic Society et le MILOTA Foundation Award au Bratislava Photo Festival. Ses œuvres ont été exposées dans de nombreuses institutions internationales, parmi lesquelles ARCO Madrid, The Armory à New York, le Victoria & Albert Museum de Londres et le Musée Archéologique National de Naples.







