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25.05.2026 # 6576
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Angelo Scognamiglio //

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Tra memoria e immagine, il tempo sospeso di Yvonne De Rosa

Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Una parte significativa della fotografia contemporanea europea non lavora più sull’evento ma sulla persistenza. Non sull’accadimento, ma su ciò che resta dopo la scomparsa: tracce, residui, superfici attraversate dal tempo. È una fotografia che rinuncia all’immediatezza dell’immagine spettacolare per interrogare invece ciò che il tempo consuma, altera o rimuove. Dentro questa linea si colloca con particolare coerenza il lavoro di Yvonne De Rosa.

Osservando la sua ricerca, si ha spesso l’impressione che l’immagine non nasca da una volontà di rappresentazione, quanto piuttosto da un confronto con l’assenza. Le sue fotografie sembrano interrogare ciò che sopravvive: luoghi che hanno esaurito la propria funzione originaria, archivi dimenticati, identità marginali, frammenti biografici sottratti all’oblio. Al centro dell’immagine emerge quasi sempre una forma di mancanza. È proprio questa tensione a sottrarre il suo lavoro alle categorie più convenzionali del reportage contemporaneo.

Sebbene la formazione di De Rosa attraversi anche il fotogiornalismo e il documentario, il suo linguaggio si allontana progressivamente dalla cronaca per avvicinarsi a una riflessione più complessa sulla memoria come materia fragile, incompleta, continuamente riscritta. In questo senso il riferimento al “tempo passato, tempo sospeso” — formula con cui la stessa artista definisce il proprio lavoro — non appare come una semplice suggestione poetica, ma come una precisa dichiarazione di metodo. Nelle sue immagini il tempo non procede mai in maniera lineare: passato e presente convivono in uno spazio ambiguo e stratificato, dove la fotografia non documenta soltanto ciò che è stato, ma mette in tensione ciò che continua a riaffiorare.

Crazy God e l’etica della sottrazione

Questa dimensione emerge con particolare forza in Crazy God, il progetto nato dall’esperienza di volontariato che De Rosa svolse negli anni Novanta all’interno di un ospedale psichiatrico del Sud Italia. Tornando in quel luogo dopo la sua chiusura, la fotografa evita consapevolmente ogni estetizzazione della rovina o del disagio mentale. Il manicomio non viene mai trasformato in dispositivo spettacolare. Lo spazio appare piuttosto sospeso, rarefatto, abitato da una memoria residuale che continua a manifestarsi attraverso gli oggetti abbandonati, le scritte sui muri, gli effetti personali rimasti come ultime tracce di vite rimosse.

Ciò che colpisce è soprattutto il rifiuto dell’enfasi visiva. Le immagini non cercano mai di imporsi come simboli definitivi. La luce è trattenuta, opaca, spesso polverosa; gli ambienti sembrano emergere lentamente dalla materia stessa del tempo. Gli oggetti smettono di essere elementi scenografici e assumono invece il valore di indizi. È una fotografia che lavora per sottrazione e che proprio nella sottrazione costruisce la propria densità etica.

L’archivio come spazio critico

Per questo il lavoro di Yvonne De Rosa dialoga naturalmente con alcune delle riflessioni più importanti della teoria contemporanea dell’immagine. È difficile non pensare a Georges Didi-Huberman quando la fotografia viene trattata come “sopravvivenza”, come riemersione di ciò che la storia aveva espulso. Così come è inevitabile rintracciare, sullo sfondo, una vicinanza con Christian Boltanski, soprattutto nell’uso dell’archivio come spazio emotivo e collettivo più che documentario.

Ma il vero nucleo della ricerca di De Rosa è probabilmente proprio l’archivio.

Negli ultimi anni la fotografia contemporanea ha sviluppato una vera ossessione per il materiale archivistico: fotografie anonime, negativi ritrovati, lettere, immagini familiari, frammenti residuali del passato. Spesso questo processo ha prodotto una semplice estetizzazione nostalgica della memoria. Nel lavoro di De Rosa, invece, l’archivio non è mai decorazione del tempo perduto. Diventa piuttosto uno spazio critico, un luogo in cui il passato continua a interrogare il presente.

In Corrispondenze, costruito attraverso fotografie e lettere appartenute a coppie del Novecento, l’immagine perde completamente il proprio statuto di prova. La fotografia smette di garantire autenticità e diventa distanza, eco, frammento. Il dialogo con Roland Barthes appare qui particolarmente evidente. Se ne La camera chiara ogni fotografia contiene implicitamente la testimonianza di una scomparsa futura, nelle opere di De Rosa questa consapevolezza si radicalizza ulteriormente: le immagini sembrano mostrare non tanto ciò che è stato, quanto l’impossibilità di recuperarlo integralmente.

Il tempo dell’analogico

Anche il ricorso alla fotografia analogica assume, in questo contesto, un significato preciso. Non si tratta di nostalgia tecnica né di feticismo della camera oscura. L’analogico introduce una diversa esperienza del tempo e dell’attesa. In un sistema dominato dalla produzione compulsiva di immagini, la lentezza del processo chimico diventa quasi una forma di resistenza culturale. La fotografia recupera così peso, densità, fisicità.

Napoli, memoria e stratificazione

Persino il rapporto con Napoli sfugge agli stereotipi più prevedibili. Nelle immagini di De Rosa la città non è mai folklore o superficie narrativa identitaria. Napoli appare piuttosto come una geografia della stratificazione, un luogo costruito su continue sovrapposizioni di memoria e cancellazione, dove il passato continua a tornare sotto forme inattese.

È significativo, allora, che una parte importante del suo lavoro si sia tradotta anche nella fondazione di Magazzini Fotografici. Non semplicemente una galleria, ma uno spazio indipendente nato per costruire riflessione critica intorno alla fotografia contemporanea. In una città storicamente povera di istituzioni dedicate al medium fotografico, Magazzini Fotografici ha rappresentato qualcosa di più di un centro espositivo: un tentativo di costruire comunità culturale, pensiero sull’immagine, educazione dello sguardo.

Ed è forse proprio qui che si comprende fino in fondo la posizione di Yvonne De Rosa nella fotografia contemporanea italiana. Il suo lavoro non cerca consenso immediato né adesione estetica rapida. Le sue immagini restano volutamente aperte, incomplete, attraversate dal dubbio. In un tempo dominato dalla saturazione visiva e dall’eccesso di presenza, la sua ricerca restituisce invece centralità all’assenza, al vuoto, alla traccia.

Più che produrre immagini, Yvonne De Rosa sembra interrogare continuamente ciò che le immagini non riescono più a trattenere.


Nota biografica

Yvonne De Rosa è fotografa, fondatrice e direttrice artistica dello spazio indipendente Magazzini Fotografici di Napoli. Docente di fotografia presso ILAS Academy e presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, collabora con l’Università degli Studi di Napoli Federico II nell’ambito della sociologia visuale e della fotografia contemporanea. La sua ricerca indaga la natura del mezzo fotografico come strumento narrativo, costruendo un dialogo continuo tra memoria, tempo e contemporaneità. Ha pubblicato monografie come Crazy God, Hidden Identities, Sguardo Sensibile, A mia madre e Corrispondenze, ricevendo riconoscimenti internazionali tra cui IPA Award, Kodak Young Award, RPS – Royal Photographic Society e MILOTA Foundation Award al Bratislava Photo Festival. Le sue opere sono state esposte in numerose istituzioni internazionali, tra cui ARCO Madrid, The Armory di New York, il Victoria & Albert Museum di Londra e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.







Yvonne De Rosa et la photographie comme pratique de la mémoire

Une part significative de la photographie contemporaine européenne ne travaille plus sur l’événement mais sur la persistance. Non sur l’occurrence elle-même, mais sur ce qui demeure après la disparition : traces, résidus, surfaces traversées par le temps. C’est une photographie qui renonce à l’immédiateté de l’image spectaculaire pour interroger ce que le temps consume, altère ou efface. C’est dans cette lignée que s’inscrit avec une particulière cohérence le travail de Yvonne De Rosa.

En observant sa recherche, on a souvent l’impression que l’image ne naît pas d’une volonté de représentation, mais plutôt d’une confrontation avec l’absence. Ses photographies semblent interroger ce qui survit : des lieux ayant épuisé leur fonction originelle, des archives oubliées, des identités marginales, des fragments biographiques soustraits à l’oubli. Au centre de l’image apparaît presque toujours une forme de manque. C’est précisément cette tension qui soustrait son travail aux catégories les plus conventionnelles du reportage contemporain.

Bien que la formation de De Rosa traverse également le photojournalisme et le documentaire, son langage s’éloigne progressivement de la chronique pour se rapprocher d’une réflexion plus complexe sur la mémoire comme matière fragile, incomplète et continuellement réécrite. En ce sens, la formule « un temps passé, un temps suspendu » — expression par laquelle l’artiste définit elle-même son travail — n’apparaît pas comme une simple suggestion poétique, mais comme une véritable déclaration de méthode. Dans ses images, le temps ne progresse jamais de manière linéaire : passé et présent coexistent dans un espace ambigu et stratifié, où la photographie ne documente pas seulement ce qui a été, mais met en tension ce qui continue à réapparaître.

Crazy God et l’éthique de la soustraction

Cette dimension apparaît avec une force particulière dans Crazy God, projet né de l’expérience de volontariat que De Rosa mena dans les années quatre-vingt-dix au sein d’un hôpital psychiatrique du sud de l’Italie. En revenant dans ce lieu après sa fermeture, la photographe évite consciemment toute esthétisation de la ruine ou du trouble mental. L’asile n’est jamais transformé en dispositif spectaculaire. L’espace apparaît au contraire suspendu, raréfié, habité par une mémoire résiduelle qui continue de se manifester à travers les objets abandonnés, les inscriptions sur les murs, les effets personnels laissés comme dernières traces de vies effacées.

Ce qui frappe avant tout, c’est le refus de l’emphase visuelle. Les images ne cherchent jamais à s’imposer comme des symboles définitifs. La lumière est retenue, opaque, souvent poussiéreuse ; les espaces semblent émerger lentement de la matière même du temps. Les objets cessent d’être des éléments scénographiques pour devenir des indices. C’est une photographie qui travaille par soustraction et qui, précisément dans cette soustraction, construit sa propre densité éthique.

L’archive comme espace critique

C’est pourquoi le travail de Yvonne De Rosa dialogue naturellement avec certaines des réflexions les plus importantes de la théorie contemporaine de l’image. Il est difficile de ne pas penser à Georges Didi-Huberman lorsque la photographie est pensée comme « survivance », comme réapparition de ce que l’histoire avait expulsé. De même, il est inévitable de percevoir, en arrière-plan, une proximité avec Christian Boltanski, notamment dans l’usage de l’archive comme espace émotionnel et collectif davantage que documentaire.

Mais le véritable noyau de la recherche de De Rosa est probablement précisément l’archive.

Ces dernières années, la photographie contemporaine a développé une véritable obsession pour les matériaux d’archives : photographies anonymes, négatifs retrouvés, lettres, images familiales, fragments résiduels du passé. Souvent, ce processus a produit une simple esthétisation nostalgique de la mémoire. Dans le travail de De Rosa, au contraire, l’archive n’est jamais une décoration du temps perdu. Elle devient plutôt un espace critique, un lieu où le passé continue d’interroger le présent.

Dans Corrispondenze, construit à partir de photographies et de lettres ayant appartenu à des couples du XXe siècle, l’image perd complètement son statut de preuve. La photographie cesse de garantir l’authenticité pour devenir distance, écho, fragment. Le dialogue avec Roland Barthes apparaît ici particulièrement évident. Si, dans La Chambre claire, chaque photographie contient implicitement le témoignage d’une disparition future, dans les œuvres de De Rosa cette conscience se radicalise davantage encore : les images semblent montrer non pas tant ce qui a été, que l’impossibilité de le récupérer intégralement.

Le temps de l’analogique

Le recours à la photographie argentique prend également, dans ce contexte, une signification précise. Il ne s’agit ni de nostalgie technique ni de fétichisme de la chambre noire. L’argentique introduit une autre expérience du temps et de l’attente. Dans un système dominé par la production compulsive d’images, la lenteur du processus chimique devient presque une forme de résistance culturelle. La photographie retrouve ainsi poids, densité et matérialité.

Naples, mémoire et stratification

Même le rapport à Naples échappe aux stéréotypes les plus prévisibles. Dans les images de De Rosa, la ville n’est jamais folklore ni simple surface narrative identitaire. Naples apparaît plutôt comme une géographie de la stratification, un lieu construit sur des superpositions continues de mémoire et d’effacement, où le passé revient sans cesse sous des formes inattendues.

Il est alors significatif qu’une part importante de son travail se soit également traduite par la fondation de Magazzini Fotografici. Non pas simplement une galerie, mais un espace indépendant né pour construire une réflexion critique autour de la photographie contemporaine. Dans une ville historiquement pauvre en institutions consacrées au médium photographique, Magazzini Fotografici a représenté bien davantage qu’un espace d’exposition : une tentative de construire une communauté culturelle, une pensée de l’image, une éducation du regard.

C’est peut-être précisément ici que se comprend pleinement la position de Yvonne De Rosa dans la photographie contemporaine italienne. Son travail ne recherche ni le consensus immédiat ni une adhésion esthétique rapide. Ses images demeurent volontairement ouvertes, incomplètes, traversées par le doute. Dans une époque dominée par la saturation visuelle et l’excès de présence, sa recherche redonne au contraire une centralité à l’absence, au vide et à la trace.

Plus que produire des images, Yvonne De Rosa semble interroger continuellement ce que les images ne parviennent plus à retenir.


Notice biographique

Yvonne De Rosa est photographe, fondatrice et directrice artistique de l’espace indépendant Magazzini Fotografici à Naples. Enseignante en photographie à ILAS Academy et à l’Académie des Beaux-Arts de Naples, elle collabore avec l’Université Federico II de Naples dans le domaine de la sociologie visuelle et de la photographie contemporaine. Sa recherche interroge la nature du médium photographique comme outil narratif, construisant un dialogue constant entre mémoire, temps et contemporanéité. Elle a publié des monographies telles que Crazy God, Hidden Identities, Sguardo Sensibile, A mia madre et Corrispondenze, recevant des distinctions internationales parmi lesquelles l’IPA Award, le Kodak Young Award, le RPS – Royal Photographic Society et le MILOTA Foundation Award au Bratislava Photo Festival. Ses œuvres ont été exposées dans de nombreuses institutions internationales, parmi lesquelles ARCO Madrid, The Armory à New York, le Victoria & Albert Museum de Londres et le Musée Archéologique National de Naples.

03.06.2026 # 6590
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Angelo Scognamiglio //

La memoria del corpo: Elena Bianca Zagari ai Magazzini Fotografici

Dal 3 giugno al 12 luglio 2026

C’è un momento in cui l’esperienza smette di appartenere soltanto al presente e comincia a trasformarsi in immagine, traccia, racconto. 


È in questo spazio sospeso, dove il corpo conserva ciò che la coscienza prova a ricomporre, che si muove la ricerca di Elena Bianca Zagari, giovane autrice napoletana attiva tra fotografia, video e scrittura.

Dal 3 giugno al 12 luglio 2026, i Magazzini Fotografici di Napoli ospitano Un Mondo Proprio & Sex Diaries, doppia mostra dedicata a due progetti autonomi ma profondamente connessi. Entrambi interrogano il rapporto tra identità, intimità e memoria, osservando ciò che resta di noi quando un’esperienza si conclude e comincia il suo lento processo di rielaborazione.

L’inaugurazione è in programma mercoledì 3 giugno, dalle 17:30 alle 20:00, negli spazi di Via San Giovanni in Porta 32, nel cuore del centro storico di Napoli.


Un Mondo Proprio: l’intimità come autodeterminazione

Con Un Mondo Proprio, Zagari costruisce un’indagine visiva sulla femminilità contemporanea a partire da Napoli, città in cui tradizione, controllo sociale, desiderio di libertà e appartenenza convivono in una tensione costante. Il progetto nasce da un rapporto di prossimità con le protagoniste: non una semplice osservazione dall’esterno, ma un processo fondato su conversazione, fiducia e tempo condiviso.

Le immagini raccontano gesti quotidiani, rituali privati, momenti di preparazione, pause domestiche, frammenti di vita in cui l’identità non viene dichiarata in modo esplicito, ma prende forma attraverso dettagli minimi. Il corpo femminile non è trattato come oggetto di rappresentazione, ma come soggetto capace di costruire il proprio spazio, di negoziare la propria visibilità, di sottrarsi a uno sguardo imposto.

In questo senso, Un Mondo Proprio è anche una riflessione politica. Non perché trasformi l’intimità in manifesto, ma perché riconosce nel privato un territorio di resistenza. La femminilità raccontata da Zagari è concreta, situata, attraversata dalle contraddizioni del Sud Italia e lontana da ogni idealizzazione. È una femminilità che non chiede di essere spiegata, ma riconosciuta.


Sex Diaries: ciò che resta dell’esperienza

Se Un Mondo Proprio osserva lo spazio dell’intimità, Sex Diaries ne indaga il tempo. Al centro del progetto non c’è soltanto l’atto sessuale, ma ciò che sopravvive dopo: immagini mentali, sensazioni residue, dettagli apparentemente secondari che continuano ad agire nella memoria.

Desiderio, lutto, vergogna, nostalgia e amore non vengono affrontati come emozioni isolate, ma come presenze stratificate. Sono forze che modificano il ricordo, ridefiniscono il presente e mostrano come l’intimità non sia mai un evento definitivamente concluso. Ogni esperienza continua a riscriversi nel corpo e nella coscienza, tra ciò che ricordiamo, ciò che rimuoviamo e ciò che, a distanza di tempo, riusciamo finalmente a nominare.

Attraverso immagini, testi, esperienze vissute, racconti ricevuti e frammenti d’archivio emotivo, Zagari compone una mappa aperta e volutamente incompleta. Sex Diaries non cerca una definizione universale dell’intimità. Preferisce avvicinarsi alle sue tracce, ai suoi vuoti, alle sue permanenze.


Una giovane voce della fotografia contemporanea

Nata a Napoli nel 2003, Elena Bianca Zagari appartiene a una generazione di autrici che utilizza la fotografia non come semplice documento, ma come dispositivo narrativo, relazionale e politico. La sua ricerca unisce fotografia documentaria, moda, video e scrittura, attraversando temi come identità, memoria, rappresentazione del femminile e costruzione dello sguardo.

Il suo lavoro si colloca in un territorio ibrido, dove la dimensione personale non resta confinata all’autobiografia, ma diventa chiave di lettura di tensioni più ampie: il rapporto tra corpo e città, tra visibilità e controllo, tra appartenenza e libertà. In Un Mondo Proprio, Napoli non è soltanto uno sfondo, ma una presenza culturale e simbolica: un luogo complesso, attraversato da bellezza, contraddizioni, devozione, ruoli ereditati e possibilità di trasformazione.

A ospitare la mostra è uno dei presidi indipendenti più attivi della cultura visuale italiana. Fondati da Yvonne De Rosa, i Magazzini Fotografici hanno costruito negli anni una programmazione capace di mettere in dialogo autori storicizzati, nuove generazioni e pratiche contemporanee legate all’immagine.

Con Un Mondo Proprio & Sex Diaries, Elena Bianca Zagari consegna al pubblico una riflessione intensa sul corpo come archivio vivente dell’esperienza e sulla memoria come luogo in cui ciò che abbiamo vissuto continua a trasformarci.


Scheda tecnica

Mostra: Un Mondo Proprio & Sex Diaries
Artista: Elena Bianca Zagari
Sede: Magazzini Fotografici — Via S. Giovanni in Porta 32, Napoli
Date: 3 giugno – 12 luglio 2026
Opening: mercoledì 3 giugno, ore 17:30 – 20:00
Orari: mercoledì–sabato: 11:00–13:30 / 14:30–20:00 | domenica: 11:00–14:00
Ingresso: libero
Contatti: +39 338 6403215 | magazzinifotografici@gmail.com
Web: www.magazzinifotografici.it

25.05.2026 # 5723
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Angelo Scognamiglio //

Fabio Donato, o del fotografo che salì sul palco

Il testimone di una stagione irripetibile

Per capire davvero Fabio Donato conviene partire da un gesto, non da una fotografia.

Napoli, 1969, Teatro Mediterraneo. Va in scena Paradise Now del Living Theatre, la compagnia di Julian Beck e Judith Malina che in quegli anni stava demolendo il confine tra palco e platea. Donato ha poco più di vent’anni, studia Architettura, milita politicamente, non è ancora un fotografo professionista. Entra in sala, scende le scale e poi — invece di sedersi tra il pubblico — compie un gesto che nessun fotografo di scena farebbe: sale sul palcoscenico e si gira verso la platea.

Quando gli attori arrivano, si dispongono tra lui e il pubblico, poi si sdraiano a terra. Donato non fotografa lo spettacolo. Fotografa il rovesciamento dello spettacolo: il nuovo rapporto tra chi guarda e chi è guardato.

Lo racconterà lui stesso molti anni dopo, ed è una delle dichiarazioni più importanti per capire il suo lavoro. Non gli interessava documentare semplicemente la performance, ma «registrare questo nuovo rapporto tra gli attori e il pubblico». Aver fotografato non lo spettacolo, ma l’idea teorica che lo sosteneva — dirà — è stato il momento in cui ha capito di essere diventato fotografo.

Conviene ricordare quella posizione fisica: il fotografo voltato verso la sala invece che verso la scena. Perché dentro quel gesto c’è già tutta la sua poetica.

Fabio Donato ha fotografato raramente l’oggetto in sé. Ha quasi sempre fotografato il campo di relazioni che lo attraversava.




L’opposto esatto del silenzio

La fotografia di Fabio Donato nasce da una fiducia radicale nella presenza. Non cerca il vuoto, non isola le cose fino a trasformarle in emblemi immobili, non sottrae la figura umana per lasciare parlare soltanto lo spazio. Al contrario: entra nei luoghi quando sono abitati, attraversati, messi in tensione da corpi, voci, sguardi, gesti.

La sua materia è la compresenza. Corpi, sguardi, tensioni, artisti al lavoro, il pubblico di un teatro, il momento preciso in cui due persone condividono uno spazio e qualcosa accade tra loro.

Donato non fotografa mai soltanto ciò che è davanti all’obiettivo. Fotografa ciò che accade tra le persone, tra i corpi e lo spazio, tra l’artista e il pubblico, tra l’opera e il contesto che la rende viva.

«Fotografare non è un gesto tecnico. Una fotografia è un racconto», ha detto. Ed è proprio questa idea narrativa a rendere riconoscibile il suo sguardo: l’immagine non come pura registrazione, ma come racconto di una relazione.

Il suo interesse non è l’eternità astratta delle forme, ma il presente nel momento in cui prende corpo. Donato insegue ciò che accade prima che svanisca: una postura, una conversazione, una prova teatrale, un incontro, una soglia, una scena culturale nel momento esatto in cui si manifesta.

Non è un caso che Donato venga dall’Architettura. Nelle sue immagini c’è sempre una costruzione dello spazio, una consapevolezza precisa delle forze interne all’inquadratura. Anche quando fotografa l’istante, l’istante appare pensato. Nulla ha l’immediatezza casuale della fotografia rubata.

Per questo i suoi scatti non danno mai l’impressione di “esserci capitati dentro”: sembrano piuttosto il risultato di una presenza attentissima, quasi coreografica.


Il testimone di una stagione irripetibile

La fortuna — e insieme il rischio — di un autore come Donato è di essere stato nel posto giusto per oltre mezzo secolo.

Il suo archivio, che supera i quattrocentomila fotogrammi, è uno dei grandi diari visivi della Napoli culturale tra gli anni Sessanta e Duemila. Dentro ci passa quasi tutto: il teatro, la musica, le arti visive, le avanguardie internazionali, la città che cambia volto.

C’è Lucio Amelio e la sua galleria, vero epicentro dell’arte contemporanea europea nel Sud Italia. Ci sono Andy Warhol e Joseph Beuys, che proprio a Napoli si incontrano nel 1980 attorno all’idea di quella “nuova creatività del Mezzogiorno” che dopo il terremoto confluirà nella collezione Terrae Motus. Ci sono Hermann Nitsch, Vito Acconci, Marcel Marceau, Chet Baker, Pino Daniele, Roberto Benigni.

E poi il teatro.

Eduardo De Filippo, che Donato segue dal 1976, fino allo scatto oggi esposto nella metropolitana di Napoli. I primi spettacoli di Mario Martone. I giovani Toni Servillo e Antonio Neiwiller. Il teatro sperimentale napoletano degli anni Settanta e Ottanta nel momento stesso in cui nasceva.

Ma qui bisogna fare attenzione a non commettere l’errore più facile: ridurre Donato a un semplice archivista del reale, a un fortunato cronista che “c’era”.

Sarebbe ingiusto e, soprattutto, sbagliato.

Perché la differenza tra un documentarista e un autore non sta nell’evento che fotografa, ma nel modo in cui lo guarda. E Donato non ha mai guardato l’evento per quello che era. Lo ha guardato per la tensione relazionale che lo attraversava.

Esattamente come quella sera sul palco del Mediterraneo.

Due binari, una sola idea di fotografia

Donato stesso ha spesso descritto il proprio lavoro come diviso in due percorsi paralleli.

Da una parte il fotografo degli artisti, del teatro, della musica, della scena culturale. Dall’altra le sue immagini più personali — quelle che chiamava, con una formula bellissima, le sue “poesie”.

Dentro ci sono La Città, la lunga ricerca urbana iniziata negli anni Settanta; il viaggio in India del 1970, da cui torna fotografando non monumenti o paesaggi ma piedi scalzi; gli spazi marginali, le soglie, gli interni attraversati dalla luce.

Sarebbe facile leggere questi due binari come separati: il professionista e l’autore, il fotografo di committenza e il poeta visivo.

Ma la separazione è molto meno netta di quanto sembri.

In entrambi i casi lavora la stessa idea di fotografia: non fermare semplicemente ciò che si vede, ma rendere visibile ciò che normalmente sfugge.

Nei ritratti degli artisti cerca il momento in cui il lavoro prende forma. Per questo li fotografa raramente in posa: gli interessa il pensiero mentre accade, non l’immagine pubblica dell’artista.

E le sue immagini urbane fanno la stessa cosa con la città. Cercano il punto di passaggio tra interno ed esterno, tra privato e collettivo, tra gesto individuale e spazio pubblico.

La fotografia, in Donato, non serve a congelare il mondo. Serve a rivelare le relazioni invisibili che lo tengono insieme.

Una figura ancora da rileggere davvero

Va detto con onestà: Fabio Donato è un autore meno studiato di quanto meriterebbe.

Esistono mostre, cataloghi, interviste, materiali d’archivio, ma manca ancora una grande rilettura critica capace di collocarlo pienamente dentro la storia della fotografia italiana del secondo Novecento. Eppure pochi autori hanno raccontato con altrettanta continuità il rapporto tra arte, spazio urbano e vita culturale nel Mezzogiorno.

Forse anche perché Donato appartiene a una categoria di fotografi difficili da semplificare.

Troppo colto per essere ridotto a reporter. Troppo immerso negli eventi per essere soltanto fotografo concettuale. Troppo interessato alle persone per rifugiarsi nella pura forma.

La sua fotografia vive precisamente in quella soglia.

Ed è forse questo che oggi la rende così contemporanea.

In un’epoca in cui l’immagine è diventata soprattutto autorappresentazione — esposizione continua di sé, superficie narcisistica, identità performata — Donato rappresenta quasi il gesto opposto. Uno sguardo rivolto agli altri, alla scena, al lavoro altrui, alla costruzione collettiva di un clima culturale.

Ha passato la vita girato verso il pubblico mentre tutti guardavano il palco.

Ed è proprio per questo che di quel palco, e di quel pubblico, ci ha lasciato uno dei ritratti più veri.

Fabio Donato (Napoli, 1947). Fotografo, docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli.

21.05.2026 # 6572
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Paolo Falasconi //

Invasione fotografica: il festival indipendente che trasforma le strade di Napoli in una galleria a cielo aperto

Un nuovo modo di fare community visiva

La fotografia ha un disperato bisogno di ritornare tra le persone, lontano dalle dinamiche spesso polverose dei circuiti istituzionali. La risposta napoletana a questa esigenza si chiama #Invasione fotografica, un festival totalmente indipendente e autogestito che questa domenica, 24 maggio 2026, trasformerà la città in una enorme camera oscura collettiva. Niente patrocini, niente biglietti di ingresso, nessuna galleria dalle pareti bianche: la scena visiva si riprende lo spazio urbano.


Lo spirito del progetto è provocatorio e poetico allo stesso tempo. Per una intera giornata, i fotografi partecipanti esporranno le loro opere utilizzando supporti decisamente fuori dal comune. Vedremo gigantografie appese ai balconi dei palazzi storici come se fossero lenzuola stese al sole, stampe indossate dai creativi che cammineranno per i vicoli come uomini sandwich, e schermi digitali integrati temporaneamente tra le vetrine dei negozi.


Un corto circuito visivo che costringerà i passanti a fermarsi, guardare e interrogarsi sul potere delle immagini.


Un nuovo modo di fare community visiva

Per chi si occupa di comunicazione e arti visive, questo evento rappresenta un case study spontaneo di grandissimo interesse. Dimostra come la community dei fotografi senta il bisogno di riappropriarsi del mezzo, trasformando Napoli nella capitale della fotografia di strada, intesa non solo come genere ma come luogo fisico di condivisione.


Obiettivo degli organizzatori è chiaro: democratizzare lo sguardo, rompere le barriere tra autore e spettatore, e dimostrare che la cultura visiva vive e pulsa soprattutto laddove incontra la quotidianità delle persone.


Se siete a Napoli questa domenica, lasciatevi invadere dal flusso delle immagini. Sarà una splendida occasione per osservare da vicino come la fotografia possa ridefinire, anche solo per poche ore, la identità visiva di un intero territorio.

09.05.2026 # 6575
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Angelo Scognamiglio //

Mimmo Jodice, o della lentezza come resistenza

Il tempo come materia, non come tema

Su Mimmo Jodice, e sul perché la sua lentezza ci riguarda adesso più di allora

Ci sono fotografi che si misurano dal numero di immagini che hanno realizzato, e fotografi che si misurano da quelle che hanno deciso di non fare. Mimmo Jodice apparteneva alla seconda specie, ormai quasi estinta.

«Non ho lo scatto facile», diceva. In bocca a chiunque altro suonerebbe come una civetteria; in lui era una dichiarazione di metodo, quasi una professione di fede. Tornava più volte nello stesso luogo, aspettava che la luce cambiasse, osservava il modo in cui un’ombra si spostava di pochi centimetri nel corso di un pomeriggio. Poi, forse, fotografava.

Questa ostinazione — perché di ostinazione si trattava — è la chiave per rileggerlo oggi, a pochi mesi dalla sua morte, avvenuta a Napoli il 28 ottobre 2025, a novantuno anni. Non come l’ennesimo “maestro del bianco e nero” da trasformare in formula commemorativa, ma come uno degli ultimi grandi fotografi europei ad aver fatto della lentezza una posizione estetica e morale.

È una tesi che chiede di essere difesa, non proclamata. Proviamoci.

Il tempo come materia, non come tema

Si ripete spesso che Jodice abbia “fermato il tempo”. Lo diceva lui stesso, con quella formula bellissima e un po’ minacciosa: bisogna fermarlo prima che se ne accorga e si vendichi. Ma la frase, a forza di essere citata, si è quasi svuotata. Vale la pena prenderla sul serio e chiedersi come si ferma il tempo in una fotografia, perché è lì che Jodice si separa davvero da quasi tutti.

Non lo fermava scegliendo soggetti immobili. Lo fermava nel corpo stesso dell’immagine.

La sua scelta di stampare a mano, fino alla fine, su carta baritata ai sali d’argento viene spesso archiviata come nostalgia artigianale: la simpatica resistenza di un vecchio maestro alla marea digitale. È una lettura pigra. La stampa analogica, per Jodice, non era un vezzo: era una presa di posizione sul tempo.

Un file tende a cancellare la propria età; una stampa ai sali d’argento invece la conserva. La materia che la sostiene — la carta, l’argento, il nero che si deposita lentamente nello sviluppo — invecchia insieme al mondo che rappresenta. Jodice non fotografava semplicemente la rovina: produceva immagini che sembrano appartenere alla rovina stessa.

Le sue stampe non rappresentano il tempo sospeso, lo contengono.

È per questo che le fotografie di Jodice, viste dal vero, non sembrano semplicemente stampate: sembrano affiorate. Emergono dal nero come reperti dall’acqua. È un effetto che non si ottiene con il soggetto, ma con la mano.

Una sola coerenza, non due stagioni

La vulgata critica divide spesso Jodice in due.

Da una parte c’è il fotografo militante degli anni Settanta: il colera, i manicomi, le periferie operaie, i devoti di Chi è devoto (1974), il libro realizzato con i testi di Roberto De Simone e la prefazione di Carlo Levi. Dall’altra il fotografo metafisico degli anni Ottanta e Novanta: le piazze vuote, le statue, i mari, le città sospese di Vedute di Napoli.

Maturazione, si dice. Ascesa verso l’universale.

È una narrazione comoda e, credo, parziale.

Perché basta guardare davvero le immagini degli anni militanti per accorgersi che lo sguardo è già tutto lì. Jodice non cercava l’evento, non costruiva la retorica della denuncia, non spettacolarizzava la miseria. Cercava la presenza silenziosa, la tensione che abita una stanza un istante prima o dopo che qualcosa accada. Anche nei vicoli affollati della Sanità o nelle feste popolari campane il suo sguardo sembrava già lavorare per sottrazione.

Il fotografo sociale degli anni Settanta e il poeta metafisico degli anni Ottanta non sono due uomini diversi. Sono lo stesso occhio che, nel tempo, ha imparato a togliere: prima l’aneddoto, poi la cronaca, infine la figura umana stessa.

L’abbandono del sociale, allora, non è un voltafaccia. È una sottrazione progressiva condotta sempre nella stessa direzione.

Jodice ha passato la vita a levigare via dall’immagine tutto ciò che non riteneva essenziale, finché non sono rimasti che lo spazio, la luce e il tempo.

Le piazze deserte di Vedute di Napoli sono la conseguenza logica dei vicoli affollati di Chi è devoto: in entrambi i casi ciò che conta non è chi c’è, ma ciò che resta.

Napoli come metodo, de Chirico come alibi

Il nome di Giorgio de Chirico torna inevitabilmente ogni volta che si parla di Jodice. Le piazze, le ombre, gli archi, le statue: la genealogia metafisica è evidente, e Jodice non l’ha mai negata.

Ma il paragone, se lasciato a sé stesso, rischia di diventare riduttivo.

De Chirico inventava città immaginarie; Jodice fotografava Piazza del Plebiscito, che esiste davvero, e la costringeva a diventare irreale restando perfettamente sé stessa. La metafisica di de Chirico nasce dall’invenzione; quella di Jodice nasce dalla sottrazione.

La sua Napoli non è mai un set teatrale né un folklore da cartolina. È un metodo di conoscenza.

La città gli serviva perché è uno dei luoghi europei in cui il presente poggia più visibilmente sul passato, dove il tempo non sembra scorrere ma depositarsi. Fotografare Napoli significava allora fotografare la stratificazione stessa: la prova che il tempo non scompare, si accumula.

La serie Anamnesi è forse la formulazione più limpida di questa idea. I volti delle statue del Museo Archeologico Nazionale di Napoli vengono fotografati come se restituissero lo sguardo a chi li osserva. Non sembrano reperti: sembrano memorie che riaffiorano.

La lentezza come diagnosi

Qui sta la ragione per cui vale ancora la pena scrivere di Jodice — e farlo seriamente.

Jodice ha lavorato per sessant’anni dentro un mondo che produceva relativamente poche immagini e le faceva durare. È morto in un mondo che ne produce miliardi ogni giorno e non ne fa durare quasi nessuna.

La sua lentezza, che ai suoi tempi poteva sembrare carattere o temperamento, oggi appare per quello che era: una diagnosi.

Perché il punto non è che facciamo troppe fotografie. È che non ne guardiamo più nessuna.

L’immagine contemporanea è diventata un gesto di scorrimento: qualcosa che si attraversa, non qualcosa che si abita. Jodice ha passato la vita a dimostrare il contrario. Che un’immagine può essere un luogo in cui fermarsi, e che fermarsi è diventata una delle cose più difficili e necessarie.

Le sue fotografie chiedono il tempo che non abbiamo più. Ed è proprio per questo che riescono ancora a restituircelo.

Sono immagini controcorrente: spingono nella direzione opposta rispetto a quella in cui oggi tutto ci trascina.

C’è una parola che tornava spesso nel suo lessico: attesa. Ma in Jodice l’attesa non aveva nulla di passivo. Deriva dal latino ad-tendere: tendere verso. Attendere la luce significava costruire una tensione verso ciò che ancora non si vedeva.

In questo senso, più che un fotografo del passato, Jodice è stato un fotografo del nostro presente mancato. Ci ha mostrato il modo di guardare che stavamo perdendo proprio mentre lo perdevamo.

Non l’ultimo maestro di una tecnica superata, allora, ma uno degli ultimi artisti ad aver creduto che il mondo, se osservato abbastanza a lungo, finisca per rivelarsi.

Un’eredità che continua a guardarci

Negli ultimi anni la consacrazione internazionale di Jodice era ormai definitiva: il Louvre, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il Philadelphia Museum of Art, le grandi retrospettive italiane. Ma il punto non è il riconoscimento istituzionale. È il fatto che la sua opera continui a esercitare un’influenza sotterranea su intere generazioni di fotografi e artisti visivi.

Anche perché la sua lezione non è mai stata semplicemente tecnica.

Jodice insegnava un modo di stare davanti alle cose. La pazienza di aspettare che la luce rivelasse ciò che era già lì. La convinzione che guardare non significhi consumare immagini, ma lasciare che le immagini consumino lentamente noi.

Accanto a lui, per tutta la vita, la moglie Angela — laureata in letteratura inglese, interlocutrice e compagna di ogni scelta. Dove c’era Mimmo, c’era Angela. Anche questo, in fondo, appartiene alla sua idea di durata.

Jodice ha fermato il tempo, come prometteva. E il tempo, almeno con lui, non si è vendicato. Si è limitato, per una volta, a lasciarsi guardare.

Domenico «Mimmo» Jodice (Napoli, 29 marzo 1934 – Napoli, 28 ottobre 2025).

03.12.2024 # 6497
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria
Yvonne De Rosa e la fotografia come pratica della memoria

Marco Maraviglia //

La NapoliVisionaria di Luca Anzani

Presentazione del libro fotografico il 4 dicembre da Perditempo

Ancora un libro fotografico su Napoli!

E senza turisti, con prospettive deformate, “cianotiche”…

Al primo impatto le fotografie di Facsimile - NapoliVisionaria sembrano fotografie sbagliate, sporche, mostrano architetture deformate, vignettate, senza definizione pur avendo una profondità di campo estesa su tutti i piani, con dei mossi strani…

Sono immagini che i “fotografi fotografi” non hanno difficoltà a individuarne la tecnica di realizzo: si tratta di fotografia stenopeica.

Niente sensore digitale, niente obiettivi fotografici, niente display o pentaprisma per vedere l‘inquadratura esatta nel mirino. Niente pulsante di scatto, nessuna batteria di alimentazione.

Si tratta di una delle tecniche fotografiche più magiche perché dai risultati imprevedibili, specie se non si ha una certa esperienza di esecuzione.

Il fotografo Luca Anzani sono diversi anni che si occupa di fotografia sperimentale. Esperto di camera oscura, contribuisce con i suoi insegnamenti a far accrescere la passione per la fotografia analogica alle nuove leve di aspiranti giovani fotografi.

Anzani utilizza la pinhole camera. Che potrebbe essere una scatola di scarpe, un barattolo di latta a tenuta di luce, una cassetta di legno o costruita direttamente da una delle aziende che le producono. L‘interno è rigorosamente nero e ha un forellino come obiettivo ma senza lenti, attraverso il quale far passare la luce per impressionare il supporto sensibile, il cui diametro a volte è anche meno di 1 mm. Se di pochi micron è realizzato al laser.

 

La pinhole camera o, se preferite, fotocamera a foro stenopeico, in fondo si basa sui principi arcaici dell‘ottica, scoperti già da Aristotele in epoca anti Cristo, secondo cui la luce che passa attraverso un foro si proietta in maniera invertita su una parete opposta. Via via, nel corso dei secoli, il principio è servito a perfezionare la tecnica, passando per la camera obscura di Leonardo da Vinci fino ad arrivare a quella che si può considerare la prima fotografia della storia realizzata da Joseph Nicéphore Niépce nel 1826.

 

NapoliVisionaria con immagini realizzate tra il 2016 e il 2023 (saltando il lockdown), offre una visione alternativa della città. Qui non abbiamo le fotografie patinate per le riviste di viaggio e turismo dove si deve esaltare la bellezza della città evitando di inquadrare un ponteggio, i cassonetti dell‘immondizia e magari realizzarle con la luce del tramonto o dell‘alba. Qui non abbiamo nemmeno fotografie di denuncia, reportage, dove ad esempio sfreccia per strada una famiglia intera sullo scooter e senza caschi.

Anzi, nelle immagini di Luca Anzani la gente è assolutamente assente, non passano scooter o auto. Cioè ci sono, ma non li vediamo. Anche se queste fotografie sono state scattate in pieno giorno. E per lo più hanno una forte intonazione blu, per il tipo di pellicola utilizzata, come se fossero state scattate all‘alba o al crepuscolo.

È il bello della fotografia stenopeica. I “segreti” della pinhole che Luca non tiene per sé e mi racconta qualcosa.

 

Le pellicole che ho utilizzato per questo lavoro le acquistai qualche anno fa, sono delle invertibili 9x12 Kodak Edupe con sensibilità di 12 ISO e che servono per fare duplicati; sono scadute dal 2004.

I tempi di esposizione che ho usato per questi scatti variano tra i 4 e i 7 minuti. Per qualcuna anche 15 minuti. Uso un esposimetro esterno per farmi suggerire in parte il tempo: da quando togliere e riporre il tappo davanti al foro ma alla fine è l‘esperienza che fa il suo. Con orologio alla mano.

 

Pellicole che sviluppa lui stesso in camera oscura con processo chimico E6, quello della Kodak per sviluppare le diapositive, per intenderci.

Immagini quindi, scattate in pieno giorno ma senza presenza di persone. Il tempo lungo di esposizione le annulla del tutto. Tranne in casi rari, quando stanno ferme a lungo come nella fotografia epica di Louis Daguerre, Boulevard du Temple del 1838, in cui si vede solo un uomo che si fa lucidare le scarpe: in 10 minuti di esposizione tutte le persone che passeggiavano in strada erano ovviamente annullate.

Atmosfera da “day after”, metafisica, solitaria.

 

È Fotografia Povera, nell‘accezione migliore del termine, volendola associare all‘Arte Povera degli anni ‘60 in cui si utilizzavano anche materiali di scarto. Qui le pellicole utilizzate sarebbero finite probabilmente nei rifiuti speciali. Qui non viene utilizzata una fotocamera da 5-6.000 euro. Qui non c‘è bisogno di un computer per visualizzare le immagini prodotte perché si tratta di pellicole invertibili, diapositive.

È la bellezza della fotografia sperimentale e analogica, quella dove il supporto originale si tocca quando è vergine e dopo che è stato sviluppato restituendoti ciò che non sapevi che avresti visto ma solo immaginato.

La creatività dell‘utilizzo della tecnica dipende dall‘autore: se usare carta fotografica o scegliere un tipo di pellicola che può essere a colori o bianconero negativo o diapositiva. O anche scegliere supporti scaduti e decidere di riprendere luoghi che non fanno parte dei consueti itinerari turistici, rende il lavoro esclusivo. Immagini di un “facsimile” del Grand Tour, contemporaneo, che sembra realizzato in luoghi atemporali, grandangolati. Tra Napoli, la sua costa e non solo.

 

Il libro è condiviso con brevi testi di prosa di Gennaro Ascione, Vittorio Celotto, Igor Esposito, Carmen Gallo, Massimiliano Mazzei, Claudio Metallo, Valeria Perrella, Angelo Petrella, Gianni Solla.

 

 

 

Bio

Nato nel 1966 a Napoli, città dove vive e lavora.
Laureato in Filosofia, si interessa da tempo di fotografia come mezzo espressivo e ne coltiva un uso appassionato. Cultore della musica industrial, la sperimentazione costituisce un elemento centrale del suo lavoro fotografico. A partire dal 1995 inizia a fotografare alcuni gruppi musicali napoletani tra cui gli Almamegretta; nel 2001 realizza le foto per il loro CD Imaginaria, vincendo gli Italian Music Awards. Svariate le sue collaborazioni con musicisti quali Raiz, Libera Velo e Svez per i quali realizza copertine e booklet di cd.
Dal 2008 al 2012 collabora con l‘Associazione Obiettivo Granieri nell‘organizzazione di workshops, mostre, eventi fotografici, tra i quali “Nel ventre di Napoli” e “Naples, New Year‘s Eve” con Michael Ackerman.
Dal 2015 si occupa di fotografia in camera oscura trasferendo le sue esperienze di fotografia analogica agli appassionati e fotografi professionisti.

 

 

Presentazione del volume fotografico:

mercoledì 4 dicembre, ore 20.00

Perditempo

Via San Pietro a Maiella, 8 - Napoli

 

 

FACSIMILE

NapoliVisionaria

di Luca Anzani

postfazione di Carmelo Colangelo

edizioni Magmata

Testi di:

Gennaro Ascione, Vittorio Celotto, Igor Esposito, Carmen Gallo, Massimiliano Mazzei, Claudio Metallo, Valeria Perrella, Angelo Petrella, Gianni Solla.

 

Pagine: 84

Formato: 21x23

Prezzo: 25,00 €

ISBN:  9788894793208

Anno: 2024

Magma sas di Alfonso Gargano

via F.S. Correra, 29 - 80134 Napoli

email : alfonso-gargano@libero.it

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