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25.02.2020 # 5438
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

In mostra all’Andrea Nuovo Home Gallery, la fotografia diventa un mezzo di sperimentazione per indagare sulla percezione dei luoghi tra mare e terra smontando i confini… non solo geografici

di Marco Maraviglia

Chi è Kristin Man

Kristin Man è nata a Hong-Kong. Ha cittadinanza britannica del Canada. Consacra il suo lavoro sull’identità relazionale “indagando il concetto che la fluidità dei nostri oceani simboleggia la fusione di sorta e del nostro inconscio in un unico flusso”.

Fotografa sui generis. È “utilizzatrice della fotografia”.

Altre info sul suo sito.


Kristin Man cittadina del mondo

La prima volta che ho incontrato Kristin Man, fu all’inaugurazione di una mostra in una galleria d’arte. Era in compagnia di un amico in comune. Dopo pochi secondi che fummo presentati, mi chiese se la domenica successiva volevo andare a una sua festa a Capri.

Non sapevo chi era ma col tempo capii il senso di quell’invito: è il suo modo di vedere la vita, il suo modo di rapportarsi con la comunità di umani. Universale, senza confini. Né geografici, né di razza, né di sesso o religione o di status sociale: il mondo è fatto di persone. Punto.


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Lago Chiaro Mare; © Kristin Man


La fotografia di Kristin Man

Kristin Man, forte del suo essere “out-border”, oltre i confini, per A-mare ha utilizzato la fotografia in maniera insolita ma adeguata al concept delle opere.

Credo che si stia attraversando una fase di transizione in cui la fotografia ha tutte le condizioni per diventare altro, sviluppando le molteplici potenzialità comunicative attraverso nuovi modi di operare.

Un po’ come quando si consolidò la fotografia nell’800 e la pittura non poteva avere più un fine prettamente documentativo iniziando a scavalcare le sue ormai obsolete regole. Dall’Impressionismo in poi.

E credo che non sia nemmeno una questione di voler fare semplicemente arte quando si tengono a margine le consuete modalità del mezzo fotografico. Come in tutte le fasi di transizione, c’è ricerca e sperimentazione. L’artista è lo sperimentatore, l’individuo che può aprire le porte a nuove opportunità quando lo scienziato, il tecnologo, non ci arrivano.

Kristin Man è una fotografa che probabilmente ha compreso tutto ciò. La fotografia diventa per lei il mezzo e non il fine. Il mezzo per rintracciare quel rapporto di identità relazionale adottando appunto la sperimentazione.


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At Home at Sea; © Kristin Man


A-mare, i mari del mondo vissuti da Kristin Man

Kristin Man è cittadina del mondo e il suo essere sempre in viaggio tra un continente e l’altro, non può che giovarle creativamente in quanto è recettore di input di culture e visioni differenti.

La sua matrice intima ha custodito quella cultura tipica orientale che nel nostro immaginario ci ricorda quel che mette corpo e mente in sinergia. Sulla stessa lunghezza d’onda. Un sistema in cui tutto è connesso.

Che sia l’enso, l’arte degli origami o la filosofia orientale, il “causa ed effetto”, l’equilibrio Yin e Yang o certi giochi tipici cinesi, osservando le opere di Kristin Man veniamo riportati in questi contesti.

A-mare è sovrapposizione di mare e paesaggi di tutto il mondo. Intrecci di luoghi di tutti i continenti. Piani a strisce incurvate, richiamando le onde del mare, che si fondono tra di loro così come potrebbe essere la fusione onirica e percettiva dei nostri ricordi. L’inconscio accavalla ciò che non riusciamo a mettere a fuoco nella nostra memoria.

È un abbattimento dei confini non solo geografici ma temporali. Il giorno e l’alba convivono nella stessa inquadratura, le acque di Marechiaro e le selve di abeti canadesi, si intercettano.

A-mare è una filosofia di vita, l’influenza reciproca delle relazioni sociali. Un modo di esprimere l’esistenza della reciprocità delle cose.


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Mari Mare, Torus of sea; © Kristin Man


Arazzi, sculture fotografiche, e l’haute coutre di Kristin Man

Con la sua manualità Kristin Man ha realizzato opere in un certo senso artigianali, nell’accezione migliore del termine.

In galleria si possono vedere le matrici di alcuni arazzi stampati su tessuti felpati realizzati col riciclo di bottiglie di plastica provenienti dal mare.

Altre opere sono sculture fotografiche, alcune racchiuse in teche in plexiglass, la cui profondità dipende dalla dolcezza o meno delle onde del mare. Se un mare in tempesta, l’intreccio delle strisce curvilinee è più aggrovigliato e sporgente verso l’osservatore.

Uno stand per abiti raccoglie kimoni ed altri accessori che riproducono le immagini di Kristin Man.

E, dulcis in fundo, un sofà con simil-baldacchino adornato e rivestito di tessuti in A-mare style.

Un sofà non solo da guardare ma da provare, con amici, per quel senso libero, senza confini, di cui Kristin Man, una “migrante proveniente da Venere”, si consacra come ambasciatrice universale dell’accoglienza e delle relazioni umane.


A-mare, di Kristin Man

Andrea Nuovo Home Gallery

Via Monte di Dio, 61 – Napoli

Dal 25 ottobre al 24 gennaio 2020

Dal martedì al venerdì: h. 10.15 – 13.15 /16.30 – 19.00

Lunedì, sabato e domenica su appuntamento (tel. 081 18638995)

www.andreanuovo.com

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27.05.2020 # 5538
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

La databilità della fotografia: lo specchio dei tempi ma non sempre

La fotografia ha un suo design influenzato da mode, contesti sociali, contaminazioni culturali, tecnologie. Alcune considerazioni per una filologia della fotografia tra vintage e fake-photography

di Marco Maraviglia

La databilità della fotografia
Anni fa, durante un seminario di fotografia, fui colpito dall’intervento di uno dei più grandi picture editor di un’agenzia fotografica. Egli illuminò i tanti fotografi presenti in sala con le sue considerazioni sulla databilità della fotografia.

Praticamente suggeriva che, per allestire un archivio fotografico le cui foto potessero avere una maggiore possibilità di vendita estesa nel tempo, era preferibile fare attenzione affinché le immagini non fossero troppo databili.

La databilità della fotografia è determinata dalla presenza nell’inquadratura di elementi che caratterizzano l’epoca in cui è stata presa: auto, persone (il look in certi periodi non perdona), stravolgimenti urbanistici, o altri elementi che ne possano definire il periodo.

Una foto scattata alla facciata del Duomo Milano, senza inquadrare persone, “invecchia” più tardi e ha quindi un tempo di fruibilità, in termini editoriali, di gran lunga superiore a quella che riprende dei turisti in una gondola di Venezia. L’abbigliamento dei turisti, le fotocamere appese al collo, il tipo di occhiali da sole indossati… possono far risalire al periodo dello scatto.

Le foto lockdown
Nei mesi scorsi, al di là delle effettive esigenze professionali di alcuni fotografi, c’è stato un certo “sciacallaggio” nell’andare a fotografare le città deserte. In barba alle norme del lockdown da Covid19. Tra qualche decennio molte di queste immagini saranno facilmente temporalizzate perché in certi luoghi italiani nemmeno a Ferragosto c’è assenza di turisti.

 

Probabilmente tra cento anni chi vedrà immagini di animali nelle grandi città o una foto scattata dall’alto di un palazzo o verso un balcone da una certa altezza, potrà determinare il periodo in cui è stata scattata: marzo/aprile 2020. Ma non è detto. Un tricolore appeso o un gruppo di persone affacciate e che applaude potrebbe essere un elemento che confermi il periodo. Ma ancora non è detto.

Ma sicuramente varrà per tutte quelle immagini in cui compaiono umani occidentali con “museruola”, mascherine di ogni tipo indossate rigorosamente o “fantasiosamente”: primavera/estate 2020.

Dico “umani occidentali” perché ad esempio in Cina da tanti anni usano la mascherina per strada.



databilità della fotografia Gioconda
Databile intorno al ´600 o in periodo lockdown da Covid19?



Databilità della fotografia determinata dal look e dintorni
La società del look determina trasformazioni nel design improntando caratteri stilistici riconoscibili a distanza di anni. Il taglio dei capelli, i corpi tatuati, il borsello da uomo degli anni ’70 e poi il marsupio degli anni 80-’90 che diventa tracolla, zainetto… E poi, ancora, la macchina da scrivere che viene sostituita da un computer che negli anni (mesi a volte) assume nuove sembianze, il cellulare che da citofono-style diventa smartphone, il grammofono che passa il testimone al giradischi, mangiadisci… iPod…

Tutte cose che i costumisti o gli scenografi dei film ambientati conoscono alquanto bene perché sono quelli che provvedono a recuperare gli oggetti di scena per ricreare atmosfere medievali o di epoche più recenti.

Ma a volte si può cadere in errore come l’uso della balestra in Il gladiatore, ambientato in epoca romana quando invece questo tipo di arma è dell’epoca medievale. O altri errori come in certi film degli anni ’60 in cui ci sono forzatamente SOLO arredamenti di quel periodo o automobili prodotte durante il boom economico quando invece nella realtà circolavano ancora le Topolino o altre auto di almeno un decennio precedente.

Alcune considerazioni sulla databilità della fotografia
Con l’ingresso della fotografia nel mondo dell’arte contemporanea, il design definito dalle estetiche tradizionali o contemporanee è stato spesso sostituito dal “concept”: un certo “retroscena” talvolta eccessivamente sovrastrutturato, del pensiero dell’artista fotografo. Alcune di queste necessitano del “bugiardino” di un critico, di un gallerista, di uno storico dell’arte o dello stesso fotografo per essere comprese. Perché non tutte le fotografie possono essere come barzellette che non hanno bisogno di spiegazioni.

La fotografia ha un design che ne può definire la databilità, certo. Ma non sempre. Perché la fake-photography, quella realizzata intenzionalmente per indurre in errore l’osservatore riguardo il periodo storico, è sempre in agguato.

Una coppia di sposi ritratti in una stampa virata color seppia con vignettatura sfumata può ricreare un’atmosfera vintage. In tal caso potrebbe succedere, se questa foto è decontestualizzata dalle altre foto dell’album cerimoniale che l’accompagnano, di aver bisogno di un esperto di moda per poter risalire al periodo in cui sarebbero stati disegnati gli abiti. Un esperto di processi fotografici ci potrebbe anche dire a quale epoca risale il tipo di supporto su cui è stampata la foto.

Il corpo umano ha subìto trasformazioni estetiche nei tempi. Quindi, anche se ci troviamo di fronte a una fotografia di nudo, a prescindere dalla sua estetica compositiva, potremmo a volte stabilire un range temporale in cui è stata realizzata in base all’anatomia del corpo.

Il boom delle palestre della fine degli anni ’80, la chirurgia estetica, le beauty-farm, un’alimentazione più attenta… hanno trasformato i canoni estetici del corpo nelle varie epoche eliminando pancetta e cellulite. sostituendosi a ventri piatti e “tartarughe”. Oggi qualcuno potrebbe considerare la Venere Callipigia un po’ molliccia o conclamare che Betty Page non era bella perché aveva le costole troppo sporgenti. Vallo a dire a un’intera generazione di camionisti e di adolescenti dell’epoca!

La databilità della fotografia, l’attribuzione secondo le evoluzioni tecnologiche
Così come un medio esperto di storia dell’arte riesce ad inquadrare il periodo storico di un dipinto, la databilità della fotografia è individuabile dal “carattere” della fotografia stessa.

I selfie con la bocca a culo di gallina? Qualcuno potrà stimare che si tratti del periodo in cui c’è stato il boom della vendita di smartphone e spesso non oltre il 2015 perché poi sostituito dal fish gape, l’espressione a pesce con la bocca socchiusa.

La post-produzione, la manipolazione delle immagini fotografiche con software digitali, ha definito ulteriori trasformazioni nel design della fotografia contemporanea.

Un giorno lontano l’HDR e l’effetto Dragan saranno certamente riconducibili intorno alla metà del primo decennio del XXI secolo.

I fotomontaggi digitali nascono poco prima dello stesso secolo di cui sopra, in concomitanza della nascita del Photoshop.

Ma attenzione a non confondere un’opera fotografica di Jerry Uelsemann con quella di altri artisti più recenti dediti al fotomontaggio. Perché il primo ha realizzato i suoi fotomontaggi solo e sempre in camera oscura almeno 30 anni prima del Photoshop. Raggiungendo gli stessi risultati!

L’universalità per by-passare la databilità della fotografia
La databilità della fotografia è configurata dal suo design. Il fotografo può scegliere se dare una veste contemporanea al suo lavoro o essere trasversale, borderline per dargli un tocco di universalità rendendolo evergreen. Fuori tempo. Valido in ogni epoca.

Come per certi testi di grandi autori che hanno lavorato sui sentimenti umani, universali, e quindi adattabili in ogni epoca.

In ogni caso, se tra cento anni dovessero sfuggirci elementi per definire la databilità della fotografia, se i file digitali dai quali è possibile risalire a una data certa saranno andati distrutti e resteranno solo le stampe senza una data sul retro scritta dall’autore, probabilmente adotteremo l’analisi al radiocarbonio (carbonio-14) con buona pace dei tribunali.

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27.04.2020 # 5517
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Tim Dunk, come reinventarsi una professione in tempi di Lockdown

Si chiama Facetime photoshoots e forse ha già rivoluzionato il mondo della fotografia. Il suo ideatore, Tim Dunk lo ha pensato per riuscire a superare questo momento di lockdown e continuare a fare la sua professione

di Paolo Falasconi

In copertina photo: © Tim Dunk

In questi giorni mi sono posto spesso la domanda di che cosa resterà, nel mondo del graphic design, di questo momento che stiamo vivendo. Che tipo di esperienza è stata questa per il nostro mestiere e quali cambiamenti, se ce ne saranno, hanno modificato il modo di pensare, di progettare.

Di certo, se qualcosa di buono ci sarà, non potrà non riguardare la creatività. Intanto riesco già a vedere qualche cambiamento nei modi che le persone hanno trovato per rimanere creativi.


Guardiamo al mondo della fotografia
: mi ha colpito l’idea di un fotografo inglese, il cui nome è Tim Dunk. Specializzato in foto per il wedding, (è stato nominato da Rangefinder Magazine uno dei 30 fotografi emergenti al mondo nel settore) che si è inventato un nuovo e interessante modo per continuare a svolgere il proprio lavoro, seppure restando a casa.

Come egli stesso spiega nel proprio sito personale, è possibile ottenere una sessione di shooting, con tanto di consigli su come impostare le luci, tutto questo da remoto sfruttando il cloud e i sistemi di comunicazione offerti da telefoni e tablet. Una volta ottenuta la serie di scatti e caricati sul cloud, dalla sua postazione passa alla post-produzione per poi restituire l’immagine finale all’acquirente.

Non contento di questa idea, ha inserito nel proprio sito una serie di istruzioni sotto forma di risposte alle domande per permettere ad altri colleghi di cimentarsi con questo progetto. Geniale.


photo: © Tim Dunk

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26.04.2020 # 5519
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Fotografi in quarantena, “La finestra sul cortile” ai tempi del Covid

Sabry Ardore, Giancarlo De Luca, Giorgio Galimberti, Francesco Rastrelli, Francesca Sciarra, Carmen Sigillo, ecco come alcuni fotografi stanno vivendo la loro quarantena privata e professionale

di Marco Maraviglia

Photo copertina: © Francesco Rastrelli


Fotografi in quarantena. Ne ho individuati sei tra quelli che non hanno accantonato del tutto la loro fotocamera e cercando di tirare fuori alcuni loro pensieri.

Il Coronavirus è un virus che si è abbattuto sulla nostra vita stravolgendone il normale corso dei giorni. Nel frattempo ognuno cerca di trascorrere queste giornate cercando di non annoiarsi.

I fotografi in quarantena stanno approfittando per ripulire l’archivio fotografico, fare back-up, (ri)programmare servizi fotografici, progettare mostre, approfondire aspetti della postproduzione con tutorial e webinar…

 

Francesco Rastrelli rientrò in Italia dall’Australia, dopo un rocambolesco viaggio, all’inizio del lockdown. Si mise subito in quarantena e comunque non si è mai fermato. Fotograficamente parlando.

25 giorni per spostare tra oltre 700 plasticoni circa 20.000 diapositive, …, guardarle minuziosamente con lentino sul tavolo luminoso, avere il coraggio di tenerne solo un esemplare, il migliore, e buttare gli altri…. ha reso questo periodo di chiusura da covid, per me un incredibile viaggio nel mio passato di fotografo analogico, ho riesplorato fondali mediterranei e tropicali, rivisto vecchi amici, avventure dei miei reportages. – Francesco Rastrelli



Per Giorgio Galimberti, abituato anche lui a stare sempre in giro per lavoro, essere fotografo in quarantena è stato un impatto brusco che oggi lo fa sentire “piu’ maturo e consapevole rispetto a due mesi fa”.

© Giorgio Galimberti

Inizialmente, come per tutti credo, ho vissuto un momento surreale e faticavo a riempire le mie giornate, poi nel giro di poco ho iniziato a impiegare questo infinito tempo per migliorare la mia fotografia; sistemando l’archivio, dando un restyling al sito web e documentando con la mia fotocamera ogni singola attività che svolgevo… ad ascoltare le tante dirette interessanti che trasmettono sui social network… non ho passato nemmeno una giornata ad annoiarmi sul divano… la programmazione di marzo, aprile e maggio intanto è saltata, Work shop commissionati, mostre e festival… – Giorgio Galimberti




A Sabry Ardore, nonostante abbia fatto molti viaggi per lavoro, non le dispiace trascorrere molto tempo a casa “ci sono abituata perché non uscivo molto nemmeno ai tempi pre-covid19”.

© Sabry Ardore

… ho fotografato i miei genitori, in occasione del loro 46° anniversario di matrimonio. Gli ho fatto indossare corna ed ali come se fossero l’angelo e il diavolo, con la mascherina chirurgica… ho fotografato tutti gli oggetti in più che ho in casa (forbici, accendini, ombrelli…)… per raccontare la “disposofobia” ovvero l’accumulo compulsivo di oggetti in parecchie quantità… sto realizzando scatti che magari avevo in mente di fare da tempo, ma che ho sempre rimandato… Ogni anno ero presente al Napoli Comicon a scattare foto ai cosplayers e farmi conoscere. Annullato… Quest’anno dovevo partire per la mia terza stagione consecutiva come fotografa nei villaggi turistici… – Sabry Ardore



Per Giancarlo De Luca le giornate volano grazie all’attenzione rivolta verso figli costretti anche loro a stare in casa, le video-chiamate ai parenti e amici più stretti, il “cinema” in casa ma…

© Giancarlo De Luca

Mi manca molto la vita di tutti i giorni mi manca molto la routine, quella routine che qualcuno disse “se la ami allora sei davvero felice”… Dentro di me ho costantemente una immagine di quando tornerò in strada, nella mia città, quando riprenderò la mia reflex appesa al chiodo per raccontare qualcosa: è l’immagine di me stesso al centro della Galleria Umberto I di Napoli che piango e urlo con tutta la mia voce, uno sfogo fatto di gioia e amarezza, di speranza e di dolore per quanto è stato … – Giancarlo De Luca



Francesca Sciarra sta approfittando per ampliare il suo progetto Family Tales raccontando innanzitutto la propria vita in casa con i figli.

© Francesca Sciarra

La nostra quarantena in casa ha il sapore della famiglia di una volta. Il tempo passa lentamente e si riempie ogni giorno di qualcosa di nuovo, non ci sono scadenze e non c’è fretta, e le abitudini sono sempre là a coccolarci. Certo, il lavoro manca e le relazioni si allentano… ma sapendo che è questa una condizione che finirà, noi ci dedichiamo a viverla qui e ora nel migliore dei modi… Programmo la giornata quel tanto che basta per fare varie cose, senza stancarmi o annoiarmi. Il mio pensiero è rivolto al benessere della mia famiglia, a garantire armonia e serenità ai miei figli. Sto leggendo molto e approfitto di questo tempo per approfondire le mie conoscenze in materia fotografica… viceversa, sto evitando di ascoltare notizie e di informarmi sul Covid. L’unica cosa che mi manca è il contatto con la natura… – Francesca Sciarra



Carmen Sigillo, avvocato e vincitrice di vari premi per il suo progetto fotografico Born in Italy, inizialmente è stata assalita dalla mancanza di percezione del suo ruolo in questo vuoto. “Chi sarai domani? Cosa vorrai domani?”.

© Carmen Sigillo

…non riuscivo a programmare le mie giornate. Ero completamente travolta dall’odore della morte, dalla paura per i miei cari, dalle continue edizioni dei tg. Mi sembrava di soffocare. Col passare dei giorni, devi darti un programma per non alienarti completamente. E quindi trascorro le mie giornate fotografando, allenandomi e studiando. L’essenziale: le tre cose che mi riescono meglio. – Carmen Sigillo



Fotografi in quarantena che, pur restando a casa, non fermano i propri occhi. E stanno dietro al mirino di una fotocamera. Da casa. In casa.

Come James Stewart che interpretava proprio un fotografo in La finestra sul cortile e che, costretto su una sedia a rotelle, fotografava il vicinato dalla propria finestra con un epilogo tutto hitchcockiano.
Qui Hitchcock c’entra poco. È tutto alla luce del giorno o della sera.
Il disagio, il surrealismo dalle atmosfere dechirichiane e distopiche che nemmeno Fritz Lang o Spielberg avrebbero mai immaginato.

I fotografi in quarantena hanno prodotto immagini che probabilmente potranno servire un giorno per una pubblicazione di interesse antropologico, sociologico, storico. Oltre che fotografico. Uno storytelling condiviso. Per sorridere magari un giorno a questa clausura forzata. Rimpiangendo forse quelle immagini degli animali di ogni specie che si sono appropriati dei territori urbani in tutto il mondo. Dei mari caraibici anche in prossimità delle coste delle città.

… finita la paura, torneremo ad essere quelli di prima, nel bene e nel male. E questo è forse un peccato: un’occasione mancata per migliorarci tutti. – Carmen Sigillo

Penso che la gente fuori… non sarà più quella di prima e soprattutto non sarà più buona di prima come si dice, perché già vittima di cosi tante ingiustizie e privazioni che non consentirà facilmente ad altri di crearne ulteriori, di qualunque natura esse siano. – Giancarlo De Luca

Nel frattempo non si riesce a non pensare al disagio estremo di tante persone claustrofobiche, famiglie indigenti, lavoratori messi in cassa integrazione.

Il mio pensiero fisso e costante è per le persone ammalate, per chi soffre per la perdita dei suoi cari per chi ha vissuto sulla propria pelle la sofferenza della malattia… Noi dobbiamo modificare il nostro stile di vita e cercare di combattere per ripartire con energia… – Giorgio Galimberti

Il pensiero frequente in questi giorni e ciò che mi rattrista di più sono i bambini, quelli che sono stati dimenticati dai vari decreti e quelli che più di tutti noi hanno rispettato l’isolamento. I bambini, incapaci di comprendere l’assenza dei nonni, dei compagni di scuola, delle corse all’aria aperta. I bambini che purtroppo ritengo siano tra quelli che dopo tutto questo avranno bisogno di maggiore attenzione. – Carmen Sigillo


Passerà, tutto passa. Niente è per sempre. La voglia di normalità resta nell’anima di ogni individuo.

I fotografi in quarantena torneranno alla loro vita di sempre, probabilmente migliorata professionalmente per quella soglia di sensibilità e di empatia sviluppata in questo periodo. E ripartire.

Fotocamera al collo, auto con i vetri abbassati, il mio amico Fabio come passeggero e partire per un viaggio nella nostra Italia. – Giorgio Galimberti

Appena tutto sarà finito…, andrò a fare un giro in una di quelle barchette che affittano a Mergellina, con mio padre per andare a pescare, come ai vecchi tempi e per ammirare il mare trasparente come non lo si era mai visto prima. – Sabry Ardore


 Eravamo liberi e c’è tanta voglia di riavere quella libertà che ci è stata negata improvvisamente. Tutto passa. Non può essere altrimenti.

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26.04.2020 # 5518
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Con #createyourlight Nikon regala l’immagine dell’umanità in questo momento unico nella storia

Nikon lancia una sfida a tutti i fotografi con l´obiettivo finale di documentare questo momento unico nella storia dell´umanità. Ciascuno è chiamato a condividere i propri scatti ispirati da un tema

di Paolo Falasconi

In copertina photo: © Lily Rose

Nikon lancia una sfida a tutti i fotografi con l’obiettivo finale di documentare questo momento unico nella storia dell’umanità. Ciascuno è chiamato a condividere i propri scatti ispirati da un tema che cambia ogni due settimane.

Ciascun tema è accompagnato da una apposita sezione curata da esperti che forniscono, attraverso un video, una serie di indicazioni, trucchi e suggerimenti per realizzare al meglio il tipo di scatto che la challenge richiede. Una occasione per ripassare alcune tecniche fotografiche o magari acquisire nuove conoscenze pratiche.

Non ci sono limiti di sorta, essendo il contest aperto a tutti e i video sono liberamente consultabili. Tra tutti gli scatti condivisi sui social con l’hashtag #createyourlight, l’azienda sceglierà per ogni tema una serie di fotografie che poi caricherà nella galleria di immagini #CreateYourLight sul sito Web Nikon, per realizzare una mostra duratura della creatività in questi tempi senza precedenti.


Di seguito un video relativo al primo tema:



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23.04.2020 # 5515
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Oltre 100 fotografi Napoletani insieme per PhotoLifeNapoli

L´iniziativa per raccogliere fondi a favore della Fondazione Giovanni Pascale

di Sarah Galmuzzi

Credits - In copertina © Peppe Avallone

Sono oltre 100 i fotografi professionisti napoletani protagonisti del progetto solidale PhotoLifeNapoli, un’iniziativa nata sulla scia di 100 fotografi per Bergamo tra le città più colpite dal Coronavirus.
Ciascuno dei fotografi coinvolti ha deciso di mettere in vendita un proprio scatto d’archivio al costo di 200 euro, una cifra solidale, nella maggior parte dei casi ben più bassa delle quotazioni individuali.

PhotoLifeNapoli nata con un tam tam di telefonate tra i più prestigiosi fotografi della nostra città ha registrato sin dalle prime ore un entusiasmo in parte inaspettato: immediata infatti la risposta della cittadinanza che a poche ore dalla pubblicazione aveva già acquistato buona parte degli scatti in vendita: un’occasione certo golosa per i collezionisti, ma anche l’opportunità di aiutare  la Fondazione G. Pascale nel suo lavoro di ricerca e prevenzione intorno al Coronavirus.
L’iniziativa, che nasce da idea di Gianni Fiorito, fotografo di scena per “The Young Pope” e Anna Camerlingo, già apprezzatissima fotografa per il cinema e impegnata sul set di importanti produzioni Rai (I bastardi di Pizzofalcone, per dirne solo una) ha trovato riscontro immediato tra i colleghi, una risposta unica e compatta che ha consentito di raccogliere un interessante ed inedito bouquet che pure racconta bene ‘lo stato della fotografia’ napoletana.


Credits - dall´alto: © Antonio Gibotta, © Alfonso Grotta, © Angelo Marra, © Antonio Biasiucci, © Pierluigi De Simone, © Anna Camerlingo, © Amedeo Benestante


Non solo Napoli, al centro degli scatti dei 100 professionisti, ma anche alieni, città aliene ed alienanti, ritratti caustici, tanta cronaca, visioni oniriche, lave, turbini, una discreta dose di amarcord, volti noti, foto pubblicitarie.
Il concept del sito photolifenapoli.com è stato realizzato da Alessandro Leone, mentre lo sviluppo dell’applicazione è stata di Giovanni Ferricchio


Per chi volesse contribuire alla raccolta fondi questo è l’Iban della Fondazione G. Pascale:
IT86 I030 6903 5681 0000 0300 008

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08.03.2020 # 5478
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Escursione nel mondo delle agenzie fotografiche online e microstock

Opportunità per i fotografi: lavorare in tutto il mondo senza spostarsi dalla propria città. Alcune testimonianze e suggerimenti di Nora Bo, Vincenzo De Bernardo, Massimo Lama e Francesca Sciarra

di Marco Maraviglia

Quando all’inizio del XXI secolo iniziarono a nascere le prime agenzie fotografiche online, non pochi fotografi pensarono che il digitale avrebbe fatto morire il mercato fotografico.

In effetti, alcune agenzie fotografiche tradizionali, abituate a gestire il lavoro con diapositive e stampe fotografiche, non ebbero la prontezza di adeguarsi alle nuove tecnologie e chiusero.

Ma oggi i vecchi pregiudizi si sono ribaltati e le agenzie fotografiche online e i microstock sono un’opportunità di lavoro molto flessibile per i fotografi, anche non professionisti, che hanno la possibilità di confrontarsi con un mondo globalizzato e in tempo reale.

Le agenzie fotografiche online sono un mercato in cui si può lavorare spesso con la massima libertà progettuale, senza vincoli di orari, senza particolari limiti sulla propria produzione.


Come si fa a lavorare per le agenzie fotografiche online?
Occorre mandare un curriculum? Assolutamente no. Il CV consiste nelle immagini che vengono proposte.

Vincenzo De Bernardo, fotografa in vari ambiti, si sta specializzando anche in clip perché anche i video sono richiesti dalle agenzie fotografiche online. “E sono pagati più delle foto”, dice Francesca Sciarra.



Finalmente qualcuno che senza conoscenze dirette o raccomandazioni valutasse e rendesse disponibili i miei lavori. Una decina di anni fa passai una selezione abbastanza severa. Si mandavano 10 foto e superavi la prova se ne accettavano almeno 7.

– Vincenzo De Bernardo



Nora Bo, fotografa che ha attraversato l’ambito del fotogiornalimo e della moda negli anni ’90, una volta abbandonata la camera oscura, fu attratta dalle nuove esperienze del digitale iniziando a postare le sue foto sui social. Fu così che la notò un editor di Getty Images e iniziò una collaborazione che ancora dura.

Sicuramente chi lavora anche nella grafica ha più dimestichezza rispetto al fotografo naturalista, per esempio, nel creare delle immagini che siano utilizzabili in ambiti creativi o editoriali…

– Nora Bo


Massimo Lama è un fotoamatore che attualmente collabora con circa venti piattaforme. Principalmente di microstock e ritiene che il workflow, il caricamento delle immagini, è estremamente semplice perché ben guidato.

È giusto però sapere che le foto di street e foto che normalmente vengono esposte in gallerie non hanno valore commerciale per le agenzie fotografiche online e di microstock. Le foto di persone o di certi luoghi spesso necessitano di liberatoria e questo implica una perdita di tempo.

– Massimo Lama


Le foto sono caricate in alta definizione. Ogni giorno i siti delle agenzie fotografiche online e microstock si implementano con migliaia di file da 25-35Mb l’uno con tutte le opportune keywords per farli trovare dal motore di ricerca interno della piattaforma. Qualche agenzia le filtra perché, come precisa Francesca Sciarra, “è richiesto generalmente un minimo sia in termini di risoluzione che di dimensione delle immagini, al di sotto del quale il sistema le rifiuta”.

C’è chi carica 1500 foto all’anno, con una vendita media di 200 foto/mese (perché se royalty-free possono essere riutilizzate da più clienti) e chi ne vende anche 600 caricandone molte meno.

Certo, gli incassi non sono strepitosi per i microstock (1,00-10,00 euro/foto) ma alla lunga, per un fotoamatore che svolge comunque altro tipo di lavoro o per il fotografo professionista che ha altra clientela diretta, son sempre soldini.

Ma c’è chi riesce a guadagnare sufficientemente per vivere con la sola vendita delle proprie foto grazie alle agenzie fotografiche online.

Il lavoro che si impiega ripaga poco all’inizio, ma è un investimento per il futuro. Pian piano che il portfolio cresce, il rapporto lavoro/guadagno si ribalta a favore del guadagno.

– Francesca Sciarra



Quali foto accettano le agenzie fotografiche online e di microstock?
Tutto può servire, paesaggi, città, lifestyle, concettuali, food, ritratti (con liberatorie se i soggetti sono riconoscibili!)… ma è utile che siano progettate a tavolino.

Produco sempre immagini ad hoc. Ad esempio di un luogo che visito cerco di realizzare un reportage completo di paesaggi naturali, urbani, monumenti, dettagli, folklore, tipicità ecc…

Avere un portfolio coerente è una scelta vincente per fidelizzare i clienti, i quali finiscono per riconoscerti in un genere e in uno stile e continuano a servirsi delle tue immagini.

– Francesca Sciarra

 

Solo quando ti metti nei panni di un cliente, ti rendi conto che devi produrre lavori con un potenziale commerciale, cioè vendibili. Difatti il consiglio che mi sento di proporre a tutti è quello, prima di scattare, di porsi la fatidica domanda “A chi può servire questa foto? Alla stampa, online, TV, editoria in genere?”. Se si trova una risposta possibile, si procede.

– Vincenzo De Bernardo


Se si tratta di agenzie fotografiche online ben strutturate come la Getty Images e con un buon rapporto di fiducia, Nora Bo precisa che, qualora nella banca immagini il cliente non abbia trovato ciò che cercava, si può interagire direttamente coi clienti per richieste specifiche o con gli editor dell’agenzia.

Penso che la qualità delle immagini a disposizione del mercato sia mediamente più alta e che si stiano delineando delle direzioni etiche che prima non c’erano.

– Nora Bo


Vale a dire che, ad esempio, la Getty Images ha messo al bando tutte quelle immagini in cui i corpi femminili sono più magri o più formosi rispetto alla realtà.

Anche le foto prese con un buon cellulare vanno bene, ma un’agenzia fotografica online seria come la Getty Images, precisa la stessa Nora Bo, vuole che tali immagini siano caricate in una specifica collezione categorizzata come “mobile”.


Quanto tempo impiega il lavoro con un’agenzia fotografica online o di microstock?
Al di là del tempo impiegato per progettare servizi o immagini singole ad hoc, il tempo di caricamento ed inserimento dei metadati può essere anche di un paio d’ore alla settimana. Senza vincoli di orario. Il WEB è sempre acceso per tutti!

E con soddisfazioni economiche grandi o piccole che siano.

Quando paga un’agenzia fotografica online?
A seconda del tipo di piattaforma. Non c’è una regola fissa per tutte.

Per alcune occorre raggiungere un minimo di 100 dollari, altre pagano ogni volta che si matura un credito di 50 dollari o anche 25… Il pagamento avviene tramite Paypal di solito.

– Vincenzo De Bernardo


 

Ogni inizio mese al raggiungimento di un minimo variabile ma dipende dall’agenzia. Tuttavia il fotografo può scegliere a volte la soglia minima del proprio pagamento… Ti faccio un esempio: il minimo previsto dell’agenzia è $50, io posso scegliere di essere pagata al raggiungimento di $100.

Adobe stock invece paga quando tu lo richiedi, in qualunque momento del mese.

– Francesca Sciarra


Insomma, lavorare per le agenzie fotografiche online, tutto sommato è un’esperienza suggerita dal piccolo campione di fotografi coinvolto per la stesura di questo articolo.

Penso che il microstock abbia data maggior attenzione alle immagini di qualità e abbia aperto nuovi orizzonti a tanti fotoamatori. La selezione delle foto, basata su criteri tecnici e di marketing, fa sì che abitui il fotografo alle critiche senza che si scoraggi e ad avere un atteggiamento professionale quando fotografa. Dà un cambiamento della mentalità del fotoamatore, normalmente libero da vincoli di mercato, stimolandogli il coraggio di spiccare il balzo nel mondo della foto professionale.,

– Massimo Lama


 

Non resta che provare!

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28.02.2020 # 5462
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Back to the future, di Sergio Goglia al Palazzo Albertini di Cimitile

Diciannove fotografie del fashion photographer nel suggestivo salone del Palazzo, aperto al pubblico per l’occasione, di cui parte del ricavato andrà in beneficenza alla Fondazione San Gennaro

di Marco Maraviglia

Il Donatore Matto, alias Sergio Cappelli, noto professionista napoletano ed animatore di iniziative culturali volte ad operazioni di beneficenza per alcune associazioni sul territorio, colpisce ancora!
Aprirà infatti al pubblico spazi ignoti ai più del Palazzo dei principi Albertini di Cimitile per ospitare nel suggestivo salone settecentesco la mostra Back to the future del fotografo di moda Sergio Goglia.
 
La mostra di Sergio Goglia, sarà inaugurata sabato 29 febbraio alle 11.30 e parte del ricavato della vendita delle fotografie sarà devoluto alla Fondazione Comunità di San Gennaro una rete di associazioni che si occupa del sostegno di attività artistico-culturali del Rione Sanità.


Dal comunicato stampa:
"Un percorso composto da diciannove fotografie, realizzate dall’artista Sergio Goglia che propone un viaggio che incrocia il fascino di corpi e sete alle opere d’arte di cui il Palazzo è scrigno e custode.
I visitatori potranno acquistare le fotografie. Per ogni opera è prevista una tiratura limitata di cinque pezzi, più una prova d’autore, con dimensioni da 70cmx70 cm a 90cmx100cm, stampa di ultima generazione con tecnologia led 7 colori. Parte del ricavato sarò devoluto alla Fondazione Comunità di San Gennaro.
All’opening, saranno presenti, insieme a Sergio Goglia e Sergio Cappelli, il parroco del Rione Sanità Padre Antonio Loffredo, il collezionista d’arte contemporanea e stilista di fama internazionale Ernesto Esposito."


In-perfezione © Sergio Goglia

Back To The Future – Ritorno al futuro è un recupero dell’antico in chiave moderna, seguendo la teoria di Leon Battista Alberti.

L’arte classica, l’arte antica, all’epoca in cui è stata realizzata, era moderna. Ho immaginato, in modo fantastico, questi corpi, custoditi dagli affreschi e dalle statue, ricatturati fotograficamente e riposti in chiave contemporanea sulle pareti e negli spazi del Palazzo. Un gioco, un intreccio di restituzione di un tempo senza tempo, in cui ieri diventa oggi e anche domani. La magia dell’arte, l’armonia dei corpi si incrociano nel luogo che li ospita da sempre e diventa tutto vivo e affascinante.
– Sergio Goglia


L’essenza di “Back To The Future” ben si coglie nello scritto con cui Ernesto Esposito introduce il catalogo:

In questa mostra la correlazione fra il luogo e le immagini è più forte che mai, rivelandosi fondamentale per la comprensione del viaggio che Sergio Goglia ci fa compiere. L’idea nasce dal fascino potente di un luogo, che ha pareti e soffitti che dichiarano la storia dei secoli trascorsi, mostrando, quasi ostentando, i segni e le ferite del tempo. In ogni creatura di Sergio, e non a caso dico creatura, e non creazione , intravedo una doppia anima. La prima più antica, che si nutre dei bisbigli delle stanze che la contengono e la trattengono; e l’altra, un’anima nuova che chiede di respirare e ha un cuore rosso che esce dal petto e vorrebbe battersi. Personaggi non in cerca di autore, ché il loro autore è Goglia, ma alla ricerca di un tempo ‘acronico’. Che riconosca loro la dignità per ciò che furono, prima di incontrare il deus ex machina che potrà salvarli. Sergio, usando con sapienza i ferri del suo mestiere, non come una fotocamera di ultima generazione, ma come un prezioso defibrillatore che riaccende la scintilla della vita in cuori fermi da troppi anni, riesce a donare loro l’opportunità del ‘dopo’, che sarà egualmente nobile, se le ferite del tempo diventeranno feritoie aperte verso il tempo.

Classico Contemporaneo © Sergio Goglia

Back to the future, di Sergio Goglia
Opening sabato 29 febbraio 2020 ore 11.30
Palazzo Albertini di Cimitile
Via Santa Teresa degli Scalzi, 76 – Napoli
La mostra potrà essere visitata, gratuitamente, da martedì 3 a sabato 9 marzo (dalle 10 alle 13)


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25.02.2020 # 5437
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Bruno D’Angelo e le geomgrafiche: le grafiche geometriche informatiche

La purezza geometrica ottenuta da funzioni matematiche che genera arte grafica. L’informatica che supera alcune regole della grafica attraverso strutture che potrebbero essere il futuro grafico

di Marco Maraviglia

Bruno D’Angelo nasce nel 1956.

Nel 1980 acquista la sua prima reflex e, da autodidatta, accentra la sua attenzione sulla composizione fotografica acquistando manuali di fotografia specifici.

Nel 1983 inizia la sua carriera di informatico e acquista il suo primo computer.

Nel 1985 si diverte a fare programmi che tracciano linee in base a funzioni matematiche di Lissajous e dintorni.

Bruno D’Angelo ha il suo primo approccio con la grafica nel 1996 sperimentando il Painter quando apparteneva ancora alla Fractal Design.


Negli ultimi anni Bruno D’Angelo ha iniziato a realizzare quelle che lui chiama geomgrafiche: immagini geometriche generate da funzioni matematiche per via informatica.

Se Aristotele fosse ancora vivo, guardando le immagini di Bruno D’Angelo, avrebbe avuto ulteriori conferme sulle sue teorie filosofiche riguardo l’estetica e il concetto di bellezza.

Armonia e ritmo sono regolati dalla matematica, dalla geometria. Se scrivessimo a casaccio le note su un pentagramma, non avremmo musica ma cacofonie. Probabilmente musica sperimentale. Alla John Cage o in avanti. Ma è un genere di bellezza che, se pur potrebbe essere di tipo emozionale, è priva di melodie che non evocano serenità. Perché sono l’ordine, la proporzione, che garantiscono la facile lettura. Un testo mal scritto, senza ritmo, senza “partitura”, con periodi lunghi o senza punteggiatura, non si lascia leggere facilmente.

L’era classica era “governata” dalla geometria: dalle proporzioni auree dei templi alle sculture dove il discobolo è un po’ l’apoteosi armonica data dall’intersezione di linee e curve.


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Serpentina © Buruno D´Angelo


Del resto sono i cardini della grafica con tutti i suoi crismi geometrici, gabbie, colonne, bottelli, stili… che la rendono pulita e più leggibile. Esempi come David Carson sono le eccezioni che confermano la regola.

Le geomgrafiche di Bruno D’Angelo sono come spartiti musicali che vengono “suonati” dall’osservatore.

Si tratta di una forma di arte astratta in cui il fruitore non deve leggere alcun messaggio ma lasciarsi andare alla propria interpretazione completando l’opera.

Sono opere che non dicono ma stimolano. Io ci metto il 50% realizzando lmmagine grafica-matematica. Il fruitore completa al 50% lpera in base al proprio background culturale ed emozionale.


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Triangolo di Tartaglia © Bruno D´Angelo


Potremmo dire che alcune geomgrafiche si avvicinano allo stile dell’Arte Cinetica, al Linearismo, passando per le opere di Franco Grignani o per l’Op Art cinetica di Antonio Barrese e, ancora, per alcune sperimentazioni di Bruno Munari o la ricerca fractale delle opere di Bruno Di Bello. Bruno D’Angelo insomma, realizza astrattismi geometrici che non sono realizzati con lo Spirograph ma con interventi informatici sui software che lui stesso scrive. Partendo da curve geometriche di cui si conosce l’equazione e trasformandole dal geometrico all’estetico.

mpre badando a un certo ritmo visivo.


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Rumore Rosa © Bruno D´Angelo


Bruno D’Angelo scopre durante una mostra, il movimento Astractura. Fondato dallo storico e critico d’arte Rosario Pinto, ne abbraccia i suoi intenti artistico-filosofici. Si sente parte di una famiglia con la quale condividere quel concetto di bellezza astratta ma pura nel suo geometrismo. Riprende quindi la sua ricerca che aveva sospeso perché trova finalmente persone con le quali confrontarsi.

Rettangoli e spirali auree sono il passato. Le funzioni matematiche potrebbero essere il perfetto connubio tra grafica, arte e geometria e chissà se i programmatori di software per la grafica non inizieranno prima o poi ad inserire dei plug-in per simulare nuovi tipi di strutture in cui inserire gli elementi grafici per impaginare un annuncio pubblicitario o un libro. Perché poi, anche se vedrete delle sfumature nelle geomgrafiche di Bruno D’Angelo, anche queste sono frutto di funzioni matematiche che generano curve e linee di 1pixel di diversa tonalità, tutte accostate tra di loro.


INFO:

Le geomgrafiche di Bruno D’Angelo

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25.02.2020 # 5436
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla in mostra con “Fuga dal Museo”

Al MANN gli incredibili fotomontaggi che catapultano nella realtà contemporanea di Napoli, personaggi mitologici e dei dell’era classica.

di Marco Maraviglia

Attenzione, questo è uno scoop! Le statue dei re della facciata del Palazzo Reale di Napoli, hanno abbandonato le loro nicchie per farsi scattare una foto di gruppo da una turista di passaggio nel bel mezzo di Piazza Plebiscito!!! Ma la sorpresa è che non ne troverete otto ma uno in più: Ferdinando IV, quello di Canova, per intenderci.

E se passate per Spaccanapoli, attenzione a non essere investiti da uno scooter con sopra L’Atlante Farnese, la scultura che normalmente dovrebbe stare nella Sala della Meridiana del MANN.

Eh sì, c’è qualcuno che all’inaugurazione della mostra di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla, non si era reso conto che si trattava di fotomontaggi. Quindi tranquilli: nessuna statua del MANN è stata maltrattata per realizzare questa mostra. È tutta finzione. Le sculture sono sempre rimaste al loro posto e si tratta solo dell’incredibile mondo di Napoli che ci regalano i due fotografi un po’ mattacchioni e con l’intento di offrire una visione popolare delle sculture Farnese. Grazie al loro senso dell’immagnifico e al Photoshop.

È un mondo divertente, anzi, una Napoli divertente quella che ci propongono Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla. Quaranta fotomontaggi in grande formato che rappresentano parte dello spirito partenopeo e delle atmosfere della città. Con ironia, simpatia, dolcezza e romanticismo. È un modo per immaginare, senza dover sognare, cosa farebbero le sculture di Afrodite, Ercole e “amici” se con la macchina del tempo si trovassero catapultate tra vicoli e scorci di Napoli..

Il nostro progetto nasce dalla volontà di dare vita alle statue del MANN, rendendole vere creature che interagiscono con la realtà. Le sculture divengono persone, che si aggirano per le città, desiderose di scoprirne i misteri, le bellezze e le paure.

Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla, Fuga dal Museo
Selfie con Ferdinando IV

Afrodite si fa un selfie, poi stende il bucato e poi, in un’altra foto ancora, si confronta con la ciaciona di Trallallà attaccata su un muro del C.so Vittorio Emanuele. Artemide fa la spesa dal fruttivendolo. Donne dell’era classica che vivono bene inserite nella realtà odierna. Si sentono a casa. Perché, in fondo, italiani e greci “stessa razza stessa gente”. Anche se a distanza di duemila anni.

Afrodite e Agrippina che inciuciano come comari fuori a un basso. Adone e Venere che si baciano alla stazione prima che parte il treno e, sullo sfondo, un manifesto pubblicitario con un bacio contemporaneo.

Effetti panning, mossi in post-produzione, filtro HDR, “trasforma altera”… a Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla, bisogna dare atto che hanno avuto un bel coraggio nel “profanare” la Grande Bellezza del MANN.

Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla
Atlante

Sono statue che vanno in libera uscita interagendo con la realtà contemporanea di Napoli. Sono fotomontaggi realizzati per cercare di avvicinare il pubblico all’arte rendendola popolare, comprensibile e leggibile da tutti.

L’intento è stato quello di stimolare una certa curiosità nel pubblico. Magari, osservando queste immagini, ci sarà chi andrà poi a cercarsele nel museo per vederle da vicino nella loro tridimensionalità. Possono piacere o meno, a noi interessa che comunque non lascino indifferente l’osservatore.

È un modo di usare la fotografia, di quelli che ho già definito “fotografia utile”: avvicinare la gente all’arte attraverso operazioni POPolari. Pop Art, per certi versi, anzi, Pop Art 2.0.

Lo sviluppo di Fuga dal Museo nasce dal successo del precedente lavoro di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla: Fantasmi a Pompei, in cui le figure dei mosaici e degli affreschi del MANN erano trasposte, sempre grazie al fotomontaggio, negli scavi dell’antica città vesuviana.

Qui vediamo invece i luoghi di Napoli frequentati dai Corridori, Venere Callipigia ecc. sul lungomare mentre aspettano sotto il sole un bus, o nella stazione Toledo della metro, al Petraio, a Castel dell’Ovo, sotto a un ficus dei giardini del Palazzo Reale. Spesso interagendo con la gente di oggi o con qualche cane di un vicolo.

È una mostra, questa di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla che non si può raccontare perché è da vedere. Con leggerezza. Sorridendo e incuriosendosi.

Fuga dal museo, di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla

MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Dal 2 dicembre 2019 al 24 febbraio 2020

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25.02.2020 # 5391
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

Antografia 2014-2019. Una bella mostra di Vincenzo Zannini all’ArtGarage

Continua la rassegna fotografica di Pozzuoli a cura di Gianni Biccari con le diciotto “antografie” di Vincenzo Zannini.

di Ilas Web Editor

Vincenzo Zannini Antografia

Vincenzo Zannini all’inaugurazione, come un bambino felice, si aggirava tra il pubblico munito di penna per concedere autografi come una vecchia star della fotografia. Con quel suo fare ironico anche con se stesso.

Zannini è un assiduo frequentatore di appuntamenti fotografici in città e questo suo presenzialismo, nell’accezione migliore del termine, lo ha aiutato a sviluppare un certo senso critico su quella che è l’offerta fotografica proposta in occasione di mostre e incontri con gli autori.

È probabilmente stata un tipo di formazione che lo ha portato a sviluppare una propria ricerca visiva lontana dagli stereotipi più sfruttati della fotografia.

Uno di quelli che si stacca dal branco per cercare la propria strada. Un Jonathan Livingston della fotografia partenopea che sperimenta nuovi voli senza temere di cadere.

Vincenzo Zannini Antografia

Ho presentato queste immagini senza pretese, come un bambino al suo primo giorno di scuola che vuole sperimentare le informazioni che gli arrivano dalla maestra.

E infatti, le immagini di Vincenzo Zannini possono non sembrare perfette per i puristi maniacali della postproduzione perché quello che conta è il concept, la ricerca, la sperimentazione. Il poter dimostrare che è possibile fare fotografia senza realizzare fotografia in senso lato. Pur restituendo visioni che fanno riflettere.

Riflessioni sulla decadenza urbanistica. Un tema ricorrente nelle immagini di Vincenzo Zannini che rielabora il suo pessimismo di fondo riportando l’attuale nel passato contraendo lo spazio temporale attraverso le sue “antografie”.

Antografia: l’arte di esprimere simbolicamente idee e sentimenti con il colore e la disposizione dei fiori.

Vocab. Garzanti

Le antografie di Vincenzo Zannini sono immagini in bianconero disposte in maniera sovrapposta e che si rapportano con luoghi contemporanei e del passato. C’è il Centro Direzionale, luogo nato da un grande progetto di organizzazione della città ma che non ha mai decollato e ambientazioni archeologiche come l’Anfiteatro Flavio. Perché certa architettura contemporanea e i resti del passato sono spesso senza una progettualità di mantenimento.

Antografie che esprimono quel sentimento sarcastico del pessimismo dell’autore, facendo combaciare le prospettive dei differenti luoghi come in immagini stereoscopiche ma monoculari.

Vincenzo Zannini Antografia

Probabilmente è anche una sorta di inconscia deformazione professionale che aiuta Vincenzo Zannini nella sua ricerca visto che, dopo il diploma di ottico, ha conseguito studi di oftalmologia per la diagnosi dei strabismi dei bambini.

 

Vincenzo Zannini, classe 1968, è affascinato dallo stile di Gabriele Basilico e Mimmo Jodice, ma persegue un proprio stile sempre con quel suo spirito “da bambino” curioso che vuole individuare cosa può restituirgli la fotografia attraverso una sua costante ricerca e sperimentazione. Utilizzando contrasti forti con neri intensi e luci “sparate”.

Alcune sue immagini possono ricordare quelle di Gennady Blohin o comunque un certo genere di surrealismo contemporaneo sfruttando la tecnica del sandwich che ha le sue prime origini con Henry Peach Robinson fino al più moderno Art Kane.

Tutte immagini prese tra il 2014 e il 2019, una piccola antologia fotografica. Un’Anto-grafia.

Il MADRE sul MADRE, la facciata dell’ufficio postale di p.zza Matteotti con un’auto velata dei Quartieri Spagnoli, guaine per cavi elettrici ripresi a Castel S.Elmo che si immettono nei balconi di un palazzo di via Dei Mille, la città che viene inghiottita come in una cascata di palazzi nel “canale” di Spaccanapoli… il tutto senza presenza umana.

Anzi, solo in un’immagine compare un uomo e il suo doppio: un osservatore. Qualcuno che osserva qualcosa di indefinibile, curvo in avanti. <>. Quasi un monito a chi si lascia trascinare dall’eccesso di osservazione, all’infinito, senza osare al fine di arginare certa decadenza della città.

Antografia 2014-2019 | Una mostra di Vincenzo Zannini

Rassegna fotografica fotoart in Garage a cura di Gianni Biccari

Dal 18 al 31gennaio

ArtGarage

P.co Bognar 21 – Pozzuoli (NA)

Orari: 10.00-16.00 escluso domenica

Ingresso libero

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07.02.2019 # 5184
Kristin Man, A-mare. Sculture fotografiche di un mondo senza confini

A Napoli “Francesca Woodman. Fotografie dalla collezione di Carla Sozzani”

Non c’è limite al buco nero nel quale è possibile cadere dentro l’atto fotografico

di Federica Cerami


LA MOSTRA

Nella mostra  sono presenti una selezione di quindici opere tra le quali: una (Untitled, 1980, Diazotype print, 360,5×97 cm), esposta per la prima volta a Napoli, un cammeo sulla ricerca estetica della fotografa statunitense Francesca Woodman che si focalizza nel rapporto fra corpo e spazio e tre video realizzati dall’artista fra il 1975 e il 1978 accompagnano le fotografie

“Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.” (Francesca Woodman)

BIOGRAFIA

La breve vita della fotografa Francesca Woodman, si è interrotta a soli ventitré anni, riuscendo a fermare nei suoi struggenti scatti delle immagini che le hanno dato l’immortalità.

Francesca Woodman nasce a Denver il 3 aprile 1958, da una coppia di artisti che sin dall’infanzia le fa respirare i sapori, i colori, le sensazioni e le emozioni dell’arte.

A tredici anni riceve in regalo la prima macchina fotografica e da lì prende avvio la sua carriera artistica.

Dedica la sua giovane vita agli studi d’arte e al suo lavoro di esplorazione fotografica.

Il 19 gennaio del 1981 si suicida buttandosi da un palazzo di New York, nello stesso mese è pubblicata la sua prima raccolta di fotografie dal titolo Some Disordered Interior Geometries – Alcune disordinate geometri interiori.  

Nelle sue fotografie predilige nudi femminili ritratti in bianco e nero, tipico del suo stile è l’indugiare su ciò che la circonda sino a diventare tutt’uno con l’ambiente grazie a effetti sfocati ottenuti con lunghi tempi di esposizione

Le immagini di Francesca Woodman appaiono come emblematiche denunce di quel male di vivere che ha attraversato tutto il Novecento, la scelta di un mondo altro, diverso dal mondo reale, con la scelta di quell’unica alternativa possibile per uscire dalla prigionia che la vita impone. Figure sole, decontestualizzate, appaiono avvicinate tra loro apparentemente senza un preciso significato, ma è proprio questo corto circuito semantico che conduce all’armonia.



CONSIDERAZIONI A MARGINE

Un occhio veloce e poco incline all’idea di perdersi dentro le immagini, con difficoltà riesce a trovare nel lavoro della Woodman un filo al quale aggrapparsi per arrivare a percepire il punto della sua riflessione. Per amare la Woodman bisogna lasciarsi andare dentro ogni sua immagine, per poi, magari, ritrovare frammenti di sé persi nel tempo della propria memoria.

Non c’è limite al buco nero nel quale è possibile cadere dentro l’atto fotografico: ogni visione rivolta verso l’esterno è, per la Woodman, il momentaneo punto di arrivo di un dolore silente che non si ferma mai.

Fotografare se stessi può essere un gesto rassicurante quando si riesce a rintracciare anche una vaga idea della propria presenza ma, al tempo stesso, può generare una sofferenza senza fine, quando tutti i propri ritratti, messi assieme, non compongono quel grande mosaico al quale pensavamo di essere destinati.

Dentro le tracce di questa eterea presenza nel mondo della Woodman è facile trovare le anticipazioni di quello che sarà poi il meraviglioso lavoro di autoritratto terapeutico realizzato dagli anni 90 in poi dalla fotografa Spagnola Cristina Nunez.

La Woodman, pur aprendo le porte a una incredibile idea di ricerca di se, non è riuscita a salvarsi dentro queste sue visioni all’apparenza molto delicate e, prematuramente, decise di tirarsi fuori da tutti quei piccoli quadrati di vita che non le restituivano la sua dignità di donna.

Gli orari della mostra: Da venerdì 11 gennaio al 10 marzo 2019, apertura al pubblico mar-ven 10.30-13/16-20, sab.10.30-13. Ingresso libero. Brochure della mostra in galleria, Paparo Edizioni.


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