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14.04.2020 # 5513
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione Ilas:
Intervista a Claudia Iacomino

Ha iniziato a usare la fotografia per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Claudia Iacomino si racconta a Generazione Ilas.

di Urania Casciello

Claudia Iacomino nasce nel 1986 a Napoli.
Studia la pratica artistica fin dal liceo e ne approfondisce la teoria e la storia laureandosi in Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali presso l’Università Federico II di Napoli, con una tesi sull’identità fotografica. Nel 2014 si specializza con lode in Fotografia come Linguaggio d’arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli con una ricerca personale sul linguaggio fotografico e la sua relativa percezione. Dal 2014 inizia ad insegnare Arte della Fotografia negli istituti superiori di Latina e Napoli, dividendosi tra Lazio e Campania. La sua costante indagine sul reale la porta ad utilizzare lo strumento fotografico concependolo come il più adatto a descrivere il pensiero più che la realtà. Anche quando esplora nuovi mezzi, come il video, non abbandona la semantica fotografica, prediligendo l’esaltazione dell’immagine statica come metafora del pensiero.




L’Intervista

Come ti descriveresti?

Adesso io, non lo nego, non son capace di descrivermi, mi sembra che si finisca quasi sempre in quella falsa modestia dell’essere questo o quello. Vediamo, posso dire di essere tante persone insieme che si incontrano, si scontrano, a volte si lasciano ma poi resistono; che mi piace osservare le cose che accadono, a volte molto più di viverle e non solo per pigrizia piuttosto per incapacità. Mi piace scoprire cose nuove, che detto così sembra l’incipit di un tema di mia nipote, eppure è così. Un libro, un artista, un movimento storico, un regista, mi viene sempre di cercare risposte lì. La tecnologia no, quella non mi piace, ho un rapporto complesso con la velocità.


Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?

Essere fotografi significa tante cose, legate anche a come si usa la fotografia, al ruolo che le si dà. Io ho iniziato a usarla per mettere insieme delle visioni che si materializzavano solo quando diventavano un’immagine. Poi, specializzandomi, ho iniziato a lavorare con la fotografia commerciale, a insegnarla ma il ruolo di fotografa mi appartiene solo quando ritorno al mondo delle visioni, quando creo qualcosa che prima non c’era.



©Claudia Iacomino

Che ricordi hai del tuo percorso alla Ilas?

Durante un periodo molto frenetico, in cui studiavo a Roma, insegnavo a Latina e vivevo contemporaneamente a Napoli, mi chiama il Direttore del corso di Fotografia dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli per dirmi che avevo vinto una  borsa di studio di un anno alla Ilas. Ero lusingata ma anche stanca di riiniziare a studiare la tecnica fotografica, e qui c’è stata la sorpresa. La Ilas non è stata solo tecnica, eccellente e fatta a livelli professionali, è stata crescita personale e sviluppo delle identità fotografiche, con cui ognuno di noi entrava in contatto. Pierluigi De Simone è un prezioso insegnante, ci ha portati oltre la pratica in studio, verso la semantica, la narrativa e in generale verso una cultura fotografica su cui ancora oggi, spesso, apriamo grandi dibattiti.


Qual è la sfida lavorativa più grande che hai dovuto affrontare?

Finiti gli studi sono partita per Londra. Andavo in giro per gallerie a presentare il mio lavoro, la mia ricerca. Proporsi significa anche convincere l’altro del valore del tuo lavoro, e questa è stata una grande sfida. Mi sono presentata sul set di un fotografo di moda e appena mi ha vista mi ha detto chiaramente “non posso farti lavorare qui, sei troppo esile, non saresti utile neanche per montare i set”. Poi a fine giornata mi
ha chiesto di restare. Abbiamo lavorato insieme per uno shooting e sono andata via. Non era quello che mi interessava. Ad oggi la sfida più grande è quella di ripensare alla fotografia come mezzo per contemplare un dolore, ma è tanto più ardua.


©Claudia Iacomino

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?

La sua identità, e non a livello ontologico. Io penso per immagini. A tutte le parole che ascolto gli attribuisco un’immagine, un ricordo visivo, è così che funziona e questo mi affascina. E non è solo l’eterna dialettica tra realtà e percezione, è molto di più. E’ la capacità che ha la fotografia di suggestionare la nostra visione, di attivare dei meccanismi esperienziali in silenzio, senza fare troppo rumore e in modo quasi infimo. E’ una bugia autentica ma è anche coscienza individuale e collettiva, è conoscenza delle cose. Inoltre sempre più spesso mi attirano i suoi limiti; analizzare tutto quello che la fotografia non è: il suono, l’odore, le parole; questo mi ha portato a sviluppare un lavoro di sinestesie visive, “La fotografia degli altri è bellissima” in cui il testo suggerisce l’Immagine. Un modo diverso di pensare alla fotografia, svuotandola dal referente.


Mi ha colpito molto l’immagine che hai su facebook, una foto “manipolata” da Julie Cockburn con ago e filo. Quanto pensi sia fondamentale fare ricerca al di là della fotografia?

Una volta ho letto questa frase ironica che diceva “Ma quelli che fanno ricerca, in realtà cosa cercano?” e mi piacerebbe dare una risposta piena di senso ma non ce l’ho, anzi colleziono dubbi per questo ricerco.
Probabilmente si prova a cercare significati profondi nelle cose, delle risposte, o magari si cerca di lasciare una traccia, a volte lo si fa anche solo per ego, per dire la propria, che è il modo peggiore di fare ricerca.


©Claudia Iacomino

C’è un fotografo a cui ti ispiri?

Cattelan, perché non è un fotografo. Ma in generale dipende dall’umore.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Di conoscere il mondo delle immagini, tutto, dai pittogrammi alla storia dell’arte passando per la grafica, fino al cinema. Riempirsi gli occhi di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che la nostra mente può generare con la lettura, la musica ed ogni forma di cultura.


C’è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

No, non direi, la foto non è mai finita. Ogni foto scattata può essere la base per un’altra fotografia, e queste sono le parole di Gastel(!). Piuttosto mi piace guardare con soddisfazione e affetto questo estratto di “Oggi ho conosciuto un uovo”, una delle mie prime fotografie, sulla quale ho costruito un profondo lavoro di ricerca.


©Claudia Iacomino

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?

Non so cucinare, non amo mangiare e in generale non ricordo i sapori che assaggio.


Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?

Ho fatto un solo lavoro in bianco e nero “Sedimenti”, esposto questo dicembre alla Fondazione Circolo Artistico Politecnico, in una collettiva. Per quanto fosse stata una scelta ponderata e faticosamente accettata, avevo prurito alle mani ogni volta che lo vedevo. Il colore mi serve a comunicare una sensazione precisa, così come la sua assenza ha un valore semantico, ne sono cosciente. Il punto è che i colori esistono, inficiano la nostra espressione delle cose e non riesco ad escluderli dal processo visivo.


©Claudia Iacomino

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.

Il fuoco, il cibo, l’arte.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 

Rispondere a questa domanda in un periodo di singolare quarantena, è difficile. Per ogni altro giorno sarebbe valsa la risposta di cercare stimoli, osservare dettagli, recuperare domande, formulare risposte. Adesso provo a pormi le stesse ambizioni ma senza troppa consolazione.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

Probabilmente un cambiamento di rotta rispetto a quanto prodotto finora.

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27.06.2022 # 6084
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ILAS: intervista a Anna Ventrella

Tra diari d’infanzia e libri che hanno cambiato la sua vita, la Content Manager Anna Ventrella si racconta in un’intervista per Generazione Ilas

di Urania Casciello

Anna Ventrella, classe ‘86, inizia a capire che la scrittura sarebbe stata la sua migliore amica nella vita all’età di 10 anni. Durante gli anni del liceo sperimenta la sua passione componendo poesie, monologhi teatrali e racconti. Un suo monologo teatrale lo recita anche in uno spettacolo a cui prende parte come attrice. Per diversi anni il suo grandissimo amore è stato il teatro, accumulando ben 15 anni di “divertimento” nella nobile arte della recitazione. All’università si avvicina al mondo del cinema, passione da sempre presente nella sua vita e decide di partire per Roma, facendo la sua primissima esperienza lavorativa come assistente alla regia per la Taodue. Per un anno lavora come assistente alla regia, avendo anche la fortuna di conoscere da vicino il set cinematografico di Gomorra - produzione della Cattleya. Si accorge, in realtà, presto che quella non era la sua strada. Trascorre un due anni a fare esperienze lavorative ancora differenti, che l’avvicinano sempre più al mondo della vendita. Il master in Social Media Marketing all’ILAS diviene determinante per la sua carriera, perché è lì che inizia a capire qual è veramente la sua strada, ovvero il web copywriting. La collaborazione dapprima con una web agency sul territorio napoletano e poi in un e-commerce di moda, in qualità di web copywriter, le fanno capire che la sua strada è il mondo della scrittura per l’online. Fonda la sua azienda ANSELU’, creando un gruppo di lavoro di 10 persone, tutte appassionate di comunicazione e content marketing con le quali segue progetti di digital marketing.


(Urania Casciello) Come mai hai deciso di fare questo lavoro?
(Anna Ventrella) Ho sempre amato la scrittura, fin da piccola scrivevo poesie, avevo i miei diari. Uno dei primi regali a cui tengo di più è proprio un diario che ho riempito tutto e oggi qualche volta lo rileggo, questa cosa mi fa tanto sorridere. Poi, una mia cara cugina mi ha spinto verso la scrittura e da lì ho capito che scrivere sarebbe potuto essere un lavoro. Quando poi sono andata alla Ilas, ho avuto due docenti che sono stati determinanti: Fulvio Iannucci e Mariya (Mascia) Zakhryalova.

Abbiamo già voglia di leggere qualcosa di tuo, dove possiamo farlo?
Tra le realtà con cui collaboro c’è Studio Samo per il quale mi occupo di scrittura di articoli di blog, un lavoro che mi da modo di studiare costantemente e conoscere e approfondire tanti nuovi argomenti. QUI tutti gli articoli realizzati per Studio Samo. Tra gli altri lavori realizzati nell’ultimo periodo troviamo https://www.mobydicktoken.net/ e per Arkys, agenzia con cui collaboro, https://iquadro.energy. 

C’è qualche progetto che ti ha appassionato ultimamente?
Scelgo sempre progetti che mi appassionano, tutto quello che faccio lo faccio con amore e dedizione, in particolare da dicembre ho iniziato a seguire un progetto sulle criptovalute e blockchain. È un progetto molto sfidante che mi da la possibilità di sperimentare in un settore nascente che sarà il nostro futuro.

C’è stata qualche esperienza lavorativa “difficile”?
Questo è un settore dove le cose “strane” sono all’ordine del giorno. Anche le incomprensioni, soprattutto adesso che si lavora da casa e ci si incontra meno dal vivo. Ed è facile non capirsi. Quindi quando si fa un lavoro come il mio devi diventare molto bravo ad entrare nella testa del cliente e capire le sue esigenze. Avere qualche “scontro” fa bene, sia a te stesso che agli altri, perché si cresce insieme. 

Cosa consigli a chi vuole intraprendere un percorso lavorativo come il tuo?
Creare contenuti è un lavoro molto impegnativo che richiede tantissimo studio e tantissime ore iniziali in cui devi metterti lì e capire l’obiettivo che vuoi raggiungere. Consiglio di fare tanti corsi di formazione, studiare tanto e fare networking. Per iniziare consiglio di lavorare proprio sulla scrittura del proprio blog personale.

Cosa fai per essere sempre aggiornata?
Seguo Alessio Beltrami, Luca Orlandini, Fabio Antichi.
Ma anche scrivere per Studio Samo mi dà la possibilità di studiare tantissimo! Diciamo che lavorare con tematiche diverse mi mette sempre nella condizione di imparare. Più fai, meglio è. Inoltre, proprio con Fabio Antichi e con il format di interviste Aperiweb ho avuto la possibilità di parlare e conoscere diversi esperti di settore e quindi è sempre stato facile rimanere aggiornata su un sacco di tematiche interessanti. 

Tre cose di cui non potresti fare a meno sulla terra.
I propri affetti, la musica e lo sport.

C’è un libro che ti ha cambiato la vita?
Ce ne sono due: Padre ricco, padre povero di Robert T. Kiyosaki e Le Armi della Persuasione di Robert Cialdini. Il primo mi ha cambiato la vita perché dopo averlo letto sono passata da dipendente a libera professionista. Il libro parla di investimenti ma si può leggere da tutti i punti di vista, quello più importante: investire su se stessi. Il secondo mi ha aiutato tantissimo perché si concentra molto sulle tecniche che possono essere utilizzate per influenzare il nostro interlocutore. Poi c’è Lettera a un bambino mai nato scritto da Oriana Fallaci che porto sempre nel cuore, soprattutto la parte sulla Polvere di Luna.

E invece un film?
Non c’è un film in particolare ma amo tantissimo la filmografia di Robin Williams e Tom Hanks.  La figura cinematografica che invece ha influenzato di più il mio percorso di vita è Charlie Chaplin.

Che cosa ti tira giù dal letto la mattina?
La voglia di fare meglio e di più.

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?
Scrivo per le persone.

Come ti vedi tra 10 anni?
Spero di vivere in Toscana in un bel casale dove apro la finestra e vedo il verde. Spero di lavorare ma non troppo e di avere una famiglia.

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16.05.2022 # 6059
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ILAS: intervista a Simona Falco

Tra comunicazione, social nel presente e nel futuro (Metaverso), passando per creatività e razionalità, Simona Falco si racconta in un'intervista per Generazione Ilas.

di Urania Casciello

Simona Falco si occupa di comunicazione digitale.
Da due anni lavora presso l'Università Ca' Foscari di Venezia come "Communication Manager e supporto all'organizzazione e al coordinamento degli eventi" per un progetto europeo che mira a trovare nuove forme di collaborazione tra le imprese culturali e creative (CCI) e le imprese manifatturiere avanzate (AVM) che abbiano innestato un processo di innovazione nell'ambito delle nuove tecnologie e della comunicazione innovativa. Dal 2016 collabora come social media manager freelance con varie agenzie di comunicazione e pubblicità italiane e con aziende italiane in maniera autonoma. Ha esplorato l'ambito pubblicitario in senso stretto realizzando alcune sceneggiature per spot pubblicitari e ha approfondito l’ambito della scrittura per la televisione prendendo parte ad un gruppo autoriale di un piccolo format tv tutto al femminile.




Come ti descriveresti?
Se dovessi pensare a quattro aggettivi adatti a descrivere la mia personalità direi: curiosa, tenace, creativa e con una buona dose di intelligenza emotiva.Da sempre mi affascina la comunicazione in tutte le sue forme, convivono in me due parti diverse in un equilibrio personalissimo: l'amore per la creatività e l'esigenza di razionalità e concretezza. Non ho voluto rinunciare a nessuna delle due parti bensì le ho coltivate entrambe. Ho conseguito la laurea in economia aziendale, con tesi in marketing: “gli eventi quali strumenti di comunicazione commerciale per lo sviluppo del territorio”, e nel contempo ho preso il diploma in recitazione e regia teatrale, che ho approfondito recensendo spettacoli teatrali come apprendista giornalista nel settore cultura e spettacolo presso una testata giornalistica.Ho esplorato quindi cosa vuol dire comunicare con il corpo, con le parole, con le luci, con i silenzi, come l'altro risponde agli stimoli esterni e nel frattempo ho studiato i metodi e i processi di comunicazione e pubblicità aziendali. La mia vera curiosità è scoprire come funziona l'essere umano e grazie a questo tipo di formazione ho cominciato a capire e sperimentare come l'uomo processa le informazioni, le sue emozioni, per riuscire a trovare modelli comunicativi adeguati.

Qual è stato il momento esatto in cui hai deciso che il tuo percorso lavorativo sarebbe stato nel mondo dei social?
In realtà non l'ho deciso ma sta accadendo da quando mi sono iscritta alla Ilas. Mentre seguivo il Corso di Social Media Marketing già facevo pratica per un'azienda. Pian piano ho costruito un portfolio clienti in vari settori, come fashion, il food ad enti di formazione. Negli ultimi anni sto dando priorità a progetti culturali innovativi, come quello che seguo per l'Università Ca' Foscari di Venezia e la collaborazione con il Palazzo Reale di Napoli per il "Summer Fest". La comunicazione degli eventi culturali mi appassiona molto, sono un ottimo strumento per lo sviluppo del territorio e una grande attrazione per il turismo.

Cosa ti affascina del mondo della comunicazione e nello specifico dei social?
La ricerca e la creatività. Mi piace molto sperimentare. Di certo c’è un gran lavoro di analisi per elaborare una strategia di comunicazione da cui scaturisce una campagna pubblicitaria ma non è una scienza esatta. Non saprai mai in anticipo se l'idea funziona. Che sia un post, uno spot o un evento bisogna agire in maniera creativa in linea con la strategia, raccogliere i risultati, controllare i dati e su questi riassestare le idee. Lo stesso vale per uno spettacolo teatrale o un'opera d'arte, in quanto, ci si rivolge alla sensibilità delle persone e la mente umana è spesso un'incognita. Il Neuromarketing, su questo ci viene in soccorso. Bisogna conoscere bene i processi che sono alla base della comunicazione per colpire il bersaglio. L'incognita è il rischio più grande che c'è in questo lavoro e chi opera con successo la percepisce come una sfida.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Nel 2015 mi resi conto che i social incominciavano ad occupare uno spazio importante nella vita delle persone e delle aziende, così decisi di approfondire. All'epoca mi occupavo di teatro, avevo appena firmato la mia prima regia teatrale per uno spettacolo al piccolo Teatro Bellini di Napoli e lavoravo come direttore casting. Un giorno, un mio collega mi incaricò di organizzare un casting per la ricerca di due attori per uno spot pubblicitario da realizzare all'interno di un corso della Ilas. Così scoprii l'esistenza di ciò che cercavo, un istituto di grande professionalità con docenti che esercitavano il mestiere che insegnavano, cosa fondamentale e non sempre scontata. Me ne innamorai e decisi di iscrivermi a due corsi: “social media manager e web marketing” e “comunicazione e pubblicità 2.0” frequentando anche il laboratorio di pubblicità. Mi aprí la mente! Un anno meraviglioso in cui imparai tantissimo. I percorsi della Ilas offrono una formazione completa nell’ ambito della comunicazione digitale con professionisti disponibili e aperti al dialogo. Partivo da zero sui new media ed ora il Business Manager è il mio amico fidato, ma la cosa più importante è stata acquisire il mindset giusto.

Parlaci un po' del tuo lavoro alla Ca' Foscari. Come è iniziata questa avventura? In che modo sta procedendo?
Due anni fa ho vinto un bando presso l'università Ca Foscari di Venezia per occuparmi di un progetto Interreg Central Europe "COCO4CCI" nel quale sono coinvolti sei paesi europei, Italia (con l'Università Ca’ Foscari e Confindustria Veneto Siav), Germania, Austria, Slovenia, Polonia e Slovacchia. I ricercatori stanno sviluppando una roadmap per implementare collaborazioni lavorative fruttevoli tra (CCI) e (AVM) dell'Europa centrale, che abbiano innestato un processo di innovazione, attraverso il lancio di diverse "Challenge" concrete. L'ambito di intervento riguarda l'innesto di nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale, la sostenibilità, la digital transformation, la comunicazione innovativa per la crescita economica e sociale dei paesi coinvolti.All’interno di questo meraviglioso progetto, mi occupo sia della comunicazione online e offline delle attività interne ed esterne che dell'organizzazione e coordinamento delle"challenge" in tutte le sue fasi, partendo dalla divulgazione delle sfide (in qualità di ufficio stampa e social media manager) al reclutamento dei creativi professionisti all'organizzazione delle visite aziendali, dei webinar di formazione, fino al pitch finale, nel quale i creativi sviluppano l'idea innovativa per risolvere il problema aziendale precedentemente definito dalle imprese italiane scelte per il progetto. Un contesto innovativo e dal respiro europeo. Sono molto orgogliosa di far farte.

Strategia e Piani editoriali, raccontaci una giornata tipo di una social media manager.
Già da 5 anni, gran parte del mio lavoro lo svolgo in smart working. Questo ha aumentato lamia produttività permettendomi di creare una rete di contatti con i vari professionisti di questo settore creando collaborazioni fruttevoli e consolidatesi ne tempo.Negli orari lavorativi sono sempre reperibile e a disposizione dell' agenzia con la quale collaboro e/o con i clienti che gestisco autonomamente.Quindi in genere, la mattina la dedico ad allinearmi sull' ordine del giorno e poi si parte!Un piano di comunicazione scaturisce da un’analisi approfondita del brand, dei competitor e del mercato di riferimento. Si passa poi all’identificazione del target di riferimento e degli obiettivi a breve e lungo termine. Su questi elementi si elabora una strategia di comunicazione dalla quale scaturisce il piano editoriale, che è l'insieme delle azioni da intraprendere per espletare la strategia comunicativa.L’art director e il copywriter traducono in immagini e parole ciò che si vuole comunicare.Essendo freelance mi occupo di tutte queste fasi, ad oggi più a livello strategico collaborando con ottimi professionisti del settore, nei vari ambiti diversi in base alle esigenze specifiche del cliente.Dopo una lunga gavetta di lavoro operativo sui social, che mi ha permesso di comprendere bene come funzionano le campagne pubblicitarie (soprattutto su Facebook, Instagram e linkedin) oggi do molto spazio ed importanza all'elaborazione della strategia e alla definizione degli obiettivi. Qualsiasi post, campagna pubblicitaria, spot pubblicitario, evento osito ecommerce deve essere funzionale alla strategia. L'improvvisazione non porta da nessuna parte. 

Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare fino ad oggi?
Di sicuro il lavoro con l'università Cà Foscari di Venezia. Lavorare fianco a fianco con ricercatori universitari, direttori scientifici di progetto, Confindustria Veneto, dirigenti di alcune tra le più grandi aziende italiane è stato molto formativo. Inoltre interagire con le rispettive realtà nei vari paesi europei partner di progetto mi ha dato una visione più ampia di cosa accade in Europa in questo ambito.Molto formativo è stato anche l'approfondimento del settore delle nuove tecnologie innovative applicate sia alle aziende manifatturiere che alla aziende creative. C'è da dire che anche la collaborazione con diverse agenzie di comunicazione e pubblicità mi ha formato molto. Ho capito quali erano i miei limiti e i miei punti di forza e ci ho lavorato affinando il "metodo di lavoro". Di fondamentale importanza in un'agenzia è il lavoro di squadra, il rispetto per il lavoro altrui e lo scambio di idee. Il brainstorming, che è una delle tecniche di gruppo per far emergere idee creative, è un strumento che mi piace molto.

Essere aggiornati è alla base del lavoro di un Social Media Manager. Cosa fai per tenerti al passo coi tempi? 
Segui qualche sito/rivista/guruin particolare?Seguo ciclicamente corsi di aggiornamento, cosa fondamentale in quanto nel settore dei social media le cose cambiano molto velocemente. L’aggiornamento è fondamentale e la creatività è l'elemento di successo di una campagna pubblicitaria ma va costantemente allenata, infatti seguo ciclicamente dei laboratori per svilupparla sia in termini pratici che di mindset. Ad esempio, ultimamente, ho approfondito l’impiego del Design Thinking, un approccio all’innovazione basato sulla capacità di risolvere problemi complessi utilizzando una visione e una gestione creativa. Sono specializzata nella promozione di eventi culturali e creativi, in questo periodo, sto proprio effettuando uno studio su cosa accade in Italia e in Europa in questo ambito con uno sguardo particolare alle comunicazione innovativa.

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Di formarsi e studiare in centri accreditati e/o con professionisti del settore come la Ilas avere tanta costanza e ambizione, lasciare un occhio aperto sulle nuove tecnologie e sviluppare skill creative. Le tecnologie evolveranno ma il fattore umano non potrà mai essere sostituito, nella fattispecie, la sua capacità di trovare soluzioni creative.

Come pensi che evolveranno i social tra qualche anno?
Da un lato c'è la questione della sicurezza dei dati, dall' altro c'è un gran parlare su cosa diventerà il Metaverso. Secondo un rapporto della banca d’affari JP Morgan, diventerà un mercato da 1 trilione di dollari di revenue annuali.In linea generale si pensa che il Metaverso rivoluzionerà internet trasformandolo in una rete non di pagine web, ma di luoghi immersivi, interconnessi . Un'altra ipotesi lo definisce non come realtà sintetica ma come il mondo che vediamo arricchito da oggetti e informazioni digitali che si sovrappongo alla nostra visione. Accadrà quindi che gradualmente sempre più persone lasceranno i social media per immergersi in mondi più coinvolgenti e i brand, gli influencer e anche le istituzioni, dovranno interrogarsi su come poter essere parte di questo nuovo web. Le piattaforme di gioco e di intrattenimento, ad esempio, si stanno trasformando sempre più in luoghi di socializzazione, molti grandi brand li stanno già sperimentando. Balenciaga, Nike, Moncler, hanno scelto "Fortnite" per mettere in vendita i loro capi iconici per vestire gli avatar dei giocatori.

Ci sono degli account social che segui con interesse e che ti piacciono come vengono gestiti?
Mi viene subito in mente Taffo, che ha fatto dell’ironia e del real time la chiave del suo successo per i social con slogan spesso provocatori e decisi, sdoganado il black humour inItalia. una scelta coraggiosa rivelatasi vincente. Oreo e Kitkat hanno fatto storia con la mossa partita da un tweet di un utente che scrisse: “Posso dire che mi piace un po' troppo il cioccolato quando seguo @KITKAT e @Oreo.Dopo poco arrivò la risposta di Kit Kat che sfidava Oreo al gioco del "Tris" offrendo al rivale la possibilità di risposta. Oreo rispose rifiutando con educazione e complimentandosi con KitKat.McDonald's, quando si aprì al settore caffetteria nel 2015, milioni di persone in molti paesidel mondo aderirono alla campagna fortemente social presentandosi nei punti vendita vestitiin pigiama in cambio di una colazione gratis, facendo entrare il tweet #ImLovinIt nei trendtopic mondiali già al mattino.In ambito culturale il MoMA è il museo più seguito al mondo sui social media, molto attento ai trend della comunicazione digitale e veloce ad approdare per primo sulle nuove piattaforme, sulle quali costruisce la maggior parte del suo seguito proprio nelle fasi iniziali del processo. All’inizio del lockdown, ad esempio, realizzò una serie di contenuti per fornire consigli sui film da guardare a casa e offrí suggerimenti per far disegnare i bambini.Ancora Ceres, Fanpage, Freeda, the Jackal, Lego. Questi sono esempi a cui ispirarsi.Da non sottovalutare è l'Influencer marketing, soprattutto nell'ambito del makeup e del fashion nei quali è diventato una risorsa indispensabile.Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.Me ne viene in mente solo una ed è l'amore, in ogni sua forma. Dopo la salute ovviamente ed infine il buon cibo.

Cosa ti tira giù dal letto la mattina?
La consapevolezza che tutto può cambiare e cambierà. La curiosità di vedere in che modo.

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?
Gli direi che faccio conoscere i prodotti, che le fabbriche producono, alle persone che ne sono interessate attraverso un meccanismo magico.

Come ti vedi tra 10 anni?
Inutile fare piani e previsioni, la mia vita cambia ogni 5 anni. Vediamo cosa accade.

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26.04.2022 # 6032
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ILAS: intervista a Vanda Petrella

Tra musica, città Europee, sogni, magie, fotografia e graphic design, Vanda Petrella si racconta in un'intervista per Generazione Ilas.

di Urania Casciello

Vanda Petrella, nasce nel Sud Italia, a Capua, nel 1990. Laureata in Giurisprudenza, ha studiato Fotografia, Graphic Design e Social Media Marketing. Dopo aver trascorso gli ultimi anni tra Roma e Londra, attualmente vive e lavora a Berlino.

Come ti descriveresti?
Complessa e mutevole. Una curiosa esploratrice. 

Qual è stato il momento esatto in cui hai deciso che volevi diventare fotografa? 
In realtà non c’è stato un momento preciso, lo descriverei più come una graduale presa di coscienza. Un processo che ha radici lontane.
Mio padre che scatta in continuazione fotografie con la sua camera (una Yashica FR2 che ad oggi utilizzo spesso per i miei lavori) e un mobile pieno zeppo di rullini sviluppati e fotografie stampate sono i primi ricordi. Ma il primo approccio reale, consapevole, è avvenuto nel 2012. Vivevo in Spagna, a Granada, e una delle mie coinquiline era una fotografa, Laure. Con lei ho iniziato a scattare foto durante i nostri viaggi e capire davvero come funzionasse una reflex. Dopo quell’anno incredibile in Spagna la fotografia non mi ha mai abbandonata e credo sia stato più o meno nel 2016 il momento in cui ho realizzato che quella era la strada che volevo percorrere. 

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
La fotografia è una porta che ti apre a nuovi mondi, ti consente di navigare attraverso immaginari visivi e di dare nuove possibilità alla realtà. Mi piace vivere in quel piano di sospensione tra il reale e l’immaginato. A differenza di altre arti visive come la pittura o l’illustrazione, la fotografia non è mai astrazione al 100% ma parte sempre e inevitabilmente da un contatto con la realtà. L’interazione che avviene attraverso la macchina fotografica è con elementi reali che esistono nello spazio, a prescindere che siano persone, oggetti o paesaggi. Ciò che poi ne viene fuori è solo una delle possibili e infinite interpretazioni.



Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
L’anno trascorso all’Ilas, durante il quale ho frequentato contemporaneamente il Corso di Fotografia e di Grafica, è stato un anno di crescita, di stimoli e di nuove prospettive. Ho avuto degli insegnanti che sono stati in grado non solo di darmi delle solide basi tecniche, ma soprattuto di andare al di là del mezzo, insegnandomi il significato di un linguaggio, quello visivo. Ho imparato tanto, ma allo stesso tempo mi sono divertita e ho conosciuto delle persone che ancora oggi fanno parte della mia vita personale e professionale. 

Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare fino ad oggi? C’è qualche aneddoto?
La più grande sfida lavorativa è stata proprio riuscire a lavorare con la fotografia e la grafica! È stato molto difficile all’inizio trovare delle opportunità che non solo mi consentissero di mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato, ma che allo stesso tempo fossero sufficientemente remunerative. Guardando indietro, i primi shooting sono stati delle vere e proprie avventure! Il lavoro era tanto ed il budget serviva solo a coprire le spese. Ma avevo bisogno di fare esperienza, di mettermi alla prova. Quindi ho accettato lavori per i quali mi trovavo a scattare su set diciamo “non convenzionali”, nel salone di casa o nel giardino. Quando si dice fare di necessità virtù!

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

Questa foto è tratta da “Blooming”, uno degli ultimi progetti che ho realizzato qui a Berlino, pubblicato sulla rivista PurpleHaze Magazine. Mi interessa molto raccontare la femminilità da un prospettiva femminile, restituendole autenticità e superando le mille narrazioni maschili che da sempre sono state dominanti. L’idea è quella di ritrarre delle Muse, in grado di ispirare se stesse e altre donne, in uno spazio sacro che appartiene solo a sé stesse e nel quale sono libere di esplorare la femminilità al di là delle banali etichette che ne sono state date. 




Sul tuo sito c'è una sezione dedicata a ResistDance, una serie di foto analogiche scattate a Berlino che ritraggono gli ingressi dei più importanti Club della città. Raccontaci come è nato il progetto e se hai qualche aneddoto da raccontarci. 

RestistDance è una serie di foto a cui sono legatissima, non solo perché è stato il primo progetto realizzato a Berlino, ma anche perché ha coinciso con un grande momento di cambiamento nella mia vita.

 
Berlino non è una città d’impatto, come Londra o Parigi, è un luogo che va scoperto lentamente. Contiene molti angoli nascosti e magici, ma bisogna addentrarsi, sapere dove andare. I club berlinesi, più di tutti, sono i luoghi nei quali si può cogliere l'energia della città. Sono delle vere e proprie istituzioni ed io non volevo assolutamente perdermeli. Purtroppo il tempismo non è stato dalla mia perché dopo solo una settimana dal mio arrivo hanno chiuso di nuovo tutto. Ma non ho desistito, ho deciso di andare comunque a vedere tutti i principali club. Sapevo che in ogni caso, sarebbero stati dei luoghi interessanti. E a quel punto è iniziato un viaggio nel viaggio, scandito da porte chiuse, dietro le quali si nascondeva un mondo temporaneamente inaccessibile. Più scattavo e più il progetto svelava il suo duplice significato: da un lato la testimonianza di una mia personalissima esperienza, dall’altro il racconto di un momento storico di transizione che aveva coinvolto le vite di tutti. 

 
Il Berghain è stato il più difficile. Quando sono arrivata davanti a questo maestoso edificio ho trovato moltissime persone impegnate a scattare foto, come normalmente succede solo davanti a un monumento. All’improvviso un uomo con il suo carrello della spesa si ferma a contemplare l’enorme scritta che si trova sull’edificio:  “Morgen ist die frage” - “Domani è la domanda”. E in effetti il domani era la domanda che tutti ci stavamo ponendo. Poco dopo, girato l’angolo il mio sguardo si posa su una grossa scritta su un muretto: RESISTDANCE. In quel momento di riflessione e di incertezza, quella scritta mi è sembrata un messaggio rassicurante, ed è lì che è nato il nome del progetto. Non solo la resistenza della musica e della club culture, ma una resistenza collettiva che non lasciava fuori nessuno.


Berlino, Londra, Roma? Cosa hai amato di queste tre città? In quale altro luogo vorresti vivere?
Roma è maestosa e caciarona.
Londra è spettacolare e piena di stile.  
Berlino è folle e creativa. 
 
Mi piacerebbe vivere a Parigi o Barcellona. C’è un richiamo crescente verso luoghi che mi ricordano casa. Non solo per il clima o la lingua, ma soprattutto per il modo di vivere la città. A Berlino tutto avviene all’interno, nei luoghi chiusi. Bar, ristoranti, club. Le strade sono sempre poco affollate e silenziose. Mi piacerebbe in futuro spostarmi in una città dove si vive di più all’esterno, dove la strada è viva e fa rumore. 

C'è un fotografo che ami più di altri? 

Carlota Guerrero. 
È una fotografa, donna. Il suo sguardo è rivolto tutto all’universo femminile ed è davvero rivoluzionario. Scatta in analogico ed ha definito l’estetica di alcune delle mie artiste preferite, come Solange o la poeta Rupi Kaur. 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Di darsi tempo e di essere fedele al proprio sguardo. Ah e poi evitare di confrontarsi con gli altri aiuta molto! Siamo talmente bombardati da immagini e da gente che fa cose, che spesso perdiamo il focus. Bisogna concentrarsi su se stessi e sul proprio percorso. 

Ci sono film da guardare, riviste da seguire, che consigli a chi vuole percorrere la carriera di fotografo?
Consiglio di nutrirsi di contenuti di qualità e soprattutto selezionati, seguendo una propria ricerca. Chiunque voglia intraprendere la carriera di fotografo dovrebbe avere un po’ di conoscenza del cinema, seguendo i propri gusti. Tra i miei preferiti Fellini, Lina Wertmüller Spike Lee, e Iñárritu. 
Le riviste sono bellissime e piene di spunti e stimoli. Io seguo moltissimo riviste come Crack Magazine, Wip Magazine e Brick Magazine.

Se la fotografia fosse un brano musicale, quale sarebbe e perchè?
Troppo difficile trovare un brano solo! Però quando ho iniziato a scattare ascoltavo moltissimo i Buena Vista Social Club, e quell’unione di vitalità e nostalgia, tipico della musica latina, la ritrovo e la ricerco spesso nella fotografia. 

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? 
Bianco e nero. Normalmente vedo e immagino tutto a colori, uso poco il bianco e nero.  Sarebbe interessante cambiare sguardo per un giorno.

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.
Il cibo
La musica 
Le persone 
 
Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 
L’ansia.
Per quanto ami dormire, il lavoro, e le tante cose da fare mi fanno attivare abbastanza presto la mattina. 
 
Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Bellezza e magie. 

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05.04.2022 # 5986
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ILAS: intervista a Flavia Tartaglia

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

di Urania Casciello

Flavia Tartaglia, classe ’86, si avvicina alla scrittura creativa fin da bambina, trovando nelle parole la sua personale forma d’espressione. “Dove trovi le parole?”, “Si trovano nel vocabolario. Io le trovo nello stato di coinvolgimento”. Approda al mondo della comunicazione attraverso svariate collaborazioni e percorsi formativi presso testate giornalistiche, conseguendo il tesserino da giornalista pubblicista nel 2009 e divenendo di lì a poco direttore responsabile ed editore di un web magazine di arte e cultura e responsabile ufficio stampa di un gruppo di soprano. Dopo aver studiato Fotografia Pubblicitaria Pro presso la Ilas Academy e Fotografia di Scena con Mario Spada e CFI, si specializza in Fotografia di Scena, maturando esperienza presso Teatro Bellini, Teatro dell'Opera di Roma, Campania Teatro Festival Italia, Teatro Mercadante, Teatro Palapartenope - Casa della Musica, Teatro Ambra Jovinelli, Teatro romano di Ostia Antica, Teatro Tram, Teatro Bolivar, Teatro Nest, Macadam Theatre e Bus Theatre, Sala Assoli, Sala Moliere e molto altro. Ha esposto in collettiva presso Palazzo Ferrajoli (Roma) pubblicando con casa editrice Pagine; presso PAN Palazzo delle Arti (Napoli), pubblicando nel catalogo della mostra. Ha lavorato presso Palazzo Fondi - Barrio Botanico, Napoli. Lavora attualmente presso Teatro Bellini di Napoli.

Come ti descriveresti?
Una romantica. Nel senso che se non c’è uno stimolo emotivo, un’ispirazione che mi attira a livello sentimentale, non riesco ad attivare la mente, non riesco a creare, a muovermi, a fare. Questo vale in ogni ambito della mia vita, anche nel mio mestiere di fotografa, soprattutto nella fotografia di scena, Del Pia disse una frase nella quale mi rispecchio molto: “Perché io faccia un buon lavoro su uno spettacolo, devo nutrire dell'interesse autentico per quella ricerca o per le persone che lo mettono in scena. Quello che accade in scena, ha per me, a tutti gli effetti, la natura di una relazione amorosa".



Qual è stato il momento esatto in cui hai deciso di voler diventare fotografa? 
È stato un momento molto intimo. Premetto che latentemente tutta la mia vita ha sempre orbitato attorno all’immagine, l’immagine ha sempre avuto un potere su di me, ma il momento in cui ho preso coscienza di voler fare qualcosa con l’immagine è stato quando ho visto la bellezza di un’artista, una donna soprano in scena. Quella Bellezza, un misto di eleganza e purezza, qualcosa che era al di fuori di questa realtà, di questa società (finalmente!), fu commovente per me al punto da essere preda del bisogno che tutti vedessero ciò che vedevo io. Credo che chi fa fotografia abbia molto più bisogno di affermare che di suggerire, la fotografia è una forma di espressione. 



Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
L’implicita richiesta di vedere oltre, quel momento in cui inizia in te la ricerca del modo più giusto, inquadratura, punto di vista, suggestioni, per portare in superficie, quindi fotografare, ciò che tu hai visto. Ad esempio mi piace molto lavorare con gli artisti, penso che ogni artista sia anche una persona, ma non tutte le persone sono anche artiste; il momento in cui scopro la persona dietro l’artista, questo mi affascina, è un varco non accessibile a tutti, sembra una conquista. 



Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
La Ilas è stata le mie radici. Senza questo percorso formativo non sarei quello che sono oggi. È stato per me quel tipo di scuola che insegna non solo qualcosa di teorico e pratico, ma ti insegna a pensare, in fine ad essere e, cosa più importante, a scegliere. I miei professori, Ugo Pons Salabelle, Fabio Gordo Chiaese e Felicia Nappo, sono stati dei veri e propri Maestri, con il valore che un tempo si dava a questo termine. Oltretutto li sento ancora, perché mi fido dei loro pareri, se mi dicono che ho fatto bene un lavoro mi sento in pace, soprattutto Felicia, per qualsiasi dubbio o confronto ancora la disturbo e la sua disponibilità mi commuove puntualmente. 


 
Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare fino ad oggi? C’è qualche aneddoto?
Fotografare uno spettacolo già in precedenza fotografato da un grande della fotografia di scena contemporanea che stimo tantissimo, temere quel confronto inevitabile, temere di non essere non dico all’altezza ma almeno non essere tanto più bassa. L’aneddoto è quando poi ho deciso di “farmi del male”, mostrando direttamente a lui quelle foto, il quale le ha apprezzate ma la mia risposta al suo apprezzamento è stato uno spontaneo, ovviamente incredulo, ed eccessivamente confidenziale “Seh, vabbè!”, poi mi sono subito ricomposta e ho sperato che non mi avesse sentito. 



So che il Teatro è una sorta di ossessione per te. Parlaci di questo amore e di come sei diventata fotografa di scena.
Come tutti gli amori, vanno vissuti a 360 gradi, infatti ho iniziato al teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale come personale di sala, poi ho collaborato per varie altre realtà teatrali, sono stata ufficio stampa, organizzatore teatrale, responsabile promozione e distribuzione, aiuto regia… insomma mi sono “impicciata” di un po’ di cose. Questo mi ha permesso di osservare molto il teatro, quello che accadeva sul palco, ma soprattutto quello che accadeva dietro: il palco è solo il punto visibile ai più, di un meccanismo invisibile immenso. Ho amato i suoi tempi, i suoi silenzi, i suoi odori, quegli angolini del teatro accessibili solo a chi ci lavora, che sono unici, poetici. Senza accorgermene, ho sviluppato una mia visione. Una sera, semplicemente, mi trovavo per lavoro a teatro, avevo la fotocamera con me perché l’avevo usata di pomeriggio per uno shooting still life alla Ilas, quindi ho iniziato a scattare, oltretutto senza permesso, da un palchetto, di nascosto. Tornata a casa, nel rivedere le fotografie al pc, ho sentito una soddisfazione immensa, sono finita in uno stato di coinvolgimento dal quale non si torna più indietro. Così ho iniziato a propormi ai teatri, soprattutto alle compagnie teatrali, a fare esperienza in questo ambito, pian piano a creare la mia cerchia di clienti. È una conoscenza inesauribile, come tutte le cose vive, forse è proprio questo costante apprendere, questo costante respiro, che mi cattura, non smetterò mai di imparare circa il teatro. Questo percorso non sarebbe andato nella direzione che volevo, però, senza essermi imbattuta nella conoscenza di cinque persone segnanti: Veronica Desiderio, donna e professionista dal valore inestimabile, la quale mi ha dato fiducia inserendomi nello staff di fotografi del teatro Bellini; Clara Bocchino, Maria Claudia Pesapane, Chiara D’Agostino che mi hanno fatto conoscere le loro compagnie teatrali, rispettivamente Putéca Cèlidonia, Ri.Te.Na. Teatro, Burlesque Cabaret Napoli, insieme alle quali ho mosso importanti passi di crescita ed evoluzione; infine Mario Spada, un uomo dall’umanità smisurata, un professionista che non ha bisogno di presentazioni. 



Fotografia di Scena e Fotografia Pubblicitaria. Pregi e difetti di queste due categorie. E se hai una preferenza. 
La fotografia pubblicitaria è la mia origine, se dovessi usare una parola per descriverla sarebbe “Perfezione”, questo per me è un grande pregio, anzi più che altro lo è la ricerca della perfezione, il perfettibile, che mi tiene viva. Nella fotografia pubblicitaria, ad esempio, difficilmente puoi consegnare ad un cliente uno scatto con una palese imperfezione, a meno che non ti chiedano di fare una ricerca personale al riguardo, che espressamente prevede qualche difetto come parte integrande del risultato. La fotografia di scena, invece, è quasi l’opposto. La prima volta che mostrai il mio portfolio di scena ad un fotografo di teatro mi disse “Le tue foto sono troppo perfette, devi sporcarti un po’!” Fu un commento importante per me, perché significava che avevo acquisito una regola e, si sa, solo se conosci le regole puoi superarle, altrimenti rischi di fare cose senza un senso, dalla frattura poi si riuscirà a creare il proprio stile personale. Alla fine di questo percorso di ricerca, ho capito che non sono due categorie così diverse tra loro, entrambe hanno lo scopo di raccontare qualcosa e di promuoverlo, quello che cambia sono le modalità e il terreno sul quale ti devi muovere, sicuramente non potrei mai rinunciare alla magia del teatro e a quello che la realtà teatrale fa alla mia mente; ma le amo entrambe e trovo me stessa sulla strada giusto a metà tra l’una e l’altra, nell’attimo in cui mi sento chiamata a fondere ciò che entrambe mi hanno insegnato. 



C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta? Perchè? 
Il ritratto di un’attrice, Clara Bocchino. Questo scatto fa parte di un book attrice che stavamo sperimentando, in quel momento non c’era una concentrazione o una particolare preparazione, stavamo quasi giocando prima di iniziare, semplicemente lei ha guardato in macchina, io ho scattato. Rivedendo lo scatto, più che aver raccontato qualcosa di lei, mi è sembrato di aver detto io qualcosa di importante di me, mi è sembrato che la mia verità fosse lì. Mi sono sentita rappresentata dalla sua bellezza, me ne sono sentita orgogliosa, è una fotografia che in realtà mostrerei per raccontare che cos’è per me la Bellezza, non intesa solo come aspetto esteriore ma come qualcosa di profondamente interiore che, ad uno sguardo attento, è visibile all’esterno, in qualche dettaglio di un corpo o di uno sguardo. Mentre in generale, i lavori che più rappresentano il mio stile sono quelli con la compagnia Burlesque Cabaret Napoli, fotografare il burlesque mi riporta a quegli anni che mi piacerebbe tanto tornassero di moda, quelli dove “C’era una certa arte nelle cose di tutti i giorni, dai tostapane, agli orologi!”, citando proprio Dita Von Teese, sovrana del burlesque. 



C'è stato un attore/attrice in particolare che ti è piaciuto immortalare?
Decisamente Silvia Calderoni. In un modo delicatissimo mi ha concesso di scattare ad uno spettacolo che la vedeva protagonista. È un piccolo sogno artistico che si è realizzato, perché volevo conoscerla da tempo, sono una fan sia della sua storia personale sia del suo percorso artistico che l’ha portata ad essere indubbiamente un’attrice immensa che ben poco fa rimpiangere le grandi del passato. 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Di puntare in alto. Perché chi punta in basso, in basso resta. Di non smettere mai di studiare, di imparare, di affrontare senza timore quel percorso che ci porta inevitabilmente a capire qual è il tipo di ambito fotografico che più ci rappresenta, raggiunta questa coscienza, dico di non cedere a compromessi, di non accontentarsi, di non arrendersi, di camminare per quella strada come fosse l’unica e la sola esistente, come se non ci fosse mai un’alternativa, e lungo quella strada proporsi, farsi conoscere, perché la tenacia premia sempre i tenaci. 

Ci sono film da guardare, riviste da seguire (o qualsiasi fonte) che consigli a chi vuole percorrere la carriera di fotografo?
Consiglio di guardare tutto, di essere degli osservatori seriali, ossessivi. Tutto ciò che esiste al mondo, i dettagli, le cose, le persone, i frutti della creatività altrui, tutto, il bello e il brutto, tutto insegna ai nostri occhi. In questo modo, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo, ci ritroviamo pieni di un bagaglio di immagini che miracolosamente sappiamo leggere e di conseguenza creare, un fotografo impara con gli occhi, e l’ispirazione che nasce guardando il lavoro degli altri è tutto, per questo in fine consiglio sicuramente di sfogliare monografie dei grandi fotografi della nostra storia, dalle origini ad oggi, compresi i libri di storia dell’arte, le pitture e, sembrerà strano: la musica, le suggestioni musicali aprono un varco in noi e finiscono dritte alla nostra parte emotiva, quella dalla quale provengono le illuminazioni migliori. 

Se la fotografia fosse un'opera teatrale, quale sarebbe?
Salomè, di Oscar Wilde. Mi riferisco alla parte in cui Salomè manifesta la sua passione per Iokanaan, cresciuta in forma di ossessione forse proprio per il negarsi di quest’ultimo. In un monologo struggente e quasi terrificante lei descrive minuziosamente tutto di ciò che ama e al contempo odia dell’immagine di Iokanaan. La fotografia, quella che resta sia in chi la scatta sia in chi la guarda, deve riuscire ad attraversare questo tipo di osservazione che stimola la maggior parte dei sentimenti umani, la Salomè di Wilde, a mio parere, è una di quelle opere che sanno affrontare molto bene questo viaggio.  

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?
Quando si è felici si dice “Oggi vedo il mondo a colori!”, io spero di essere felice. Assolutamente anche in fotografia scelgo i colori. Per descrivere il perché, prendo in prestito le parole che Pina Baush rivolse a Francesco Carbone, il suo fotografo di scena, che le fu fedele e la seguì per tutta la vita e continuò a venerarla anche dopo la morte di lei: “Tu sei mediterraneo, vivi in un posto stupendo, per questo tu puoi fotografare solo a colori!”. 
 
Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.
Quel sentimento d’Amore nell’aria di quando hai in testa una persona; la bellezza delle donne; le persone che supportano la nostra libertà di somigliare il più possibile all’immagine che abbiamo di noi stesse. 

Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 
La speranza. Non c’è punizione peggiore per un essere umano, della perdita della speranza. 
 
Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Risponderei piuttosto cosa sogno di realizzare e sicuramente sogno spazio in cui potermi muovere, sogno altezza, sogno di far parte, e di continuare sempre più a far parte, di realtà prestigiose, di grandi realtà nelle quali sentirmi piccola, lo stimolo ad inventare ogni giorno qualcosa in più, per essere all’altezza di ciò che stimo tanto, è ciò che in me fa la differenza tra la vita e la morte. 

Copyright foto Flavia Tartaglia per il Teatro Bellini

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15.03.2022 # 5940
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ILAS: intervista a Valerio Lettieri

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

di Urania Casciello

Nato nel 1993 in provincia di Salerno, Valerio Lettieri si avvicina alla fotografia negli anni del liceo. Successivamente frequenta il corso in fotografia pubblicitaria alla Ilas di Napoli tenuto dai docenti Pierluigi De Simone e Fabio Chiaese. La passione per la fotografia lo porterà a sceglierla come professione e, successivamente, a trasferirsi a Londra dove oggi vive e lavora.

Come ti descriveresti?
Molto emotivo. Mi piace correre in auto con i finestrini abbassati e musica rock a palla.

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
No. Nonostante la fotografia sia sempre stata presente nella mia vita, è stato solo durante gli anni del liceo che ha cominciato a prendermi di più. Dopo il liceo ho frequentato un corso di laurea in Ingegneria Meccanica alla Federico II che poi ho lasciato per dedicarmi completamente alla fotografia. 


Che ricordi hai del tuo percorso alla Ilas?
Ricordo quando, all’inizio del corso, mostrai delle fotografie di automobili che facevo all’epoca, ritoccate all’inverosimile, al mio docente Pierluigi De Simone. Neanche a dirlo, non avevo la minima idea di cosa costituisse una buona fotografia. Mi viene ancora da ridere se ci penso. Gli sono molto grato per tutto quello che mi ha insegnato e per avermi dato le basi di quello che adesso è il mio lavoro.


Qual è la sfida più grande (lavorativa) che hai dovuto affrontare fino ad oggi? C’è qualche aneddoto?
Penso che iniziare la carriera fotografica da assistente sia la prima grande sfida che richiede molto impegno ma allo stesso tempo da belle soddisfazioni. Specialmente se si lavora con diversi fotografi. Bisogna costantemente adattarsi a diversi modi di lavorare, nuove attrezzature con cui viaggiare e tempistiche differenti. Mi è capitato di lavorare in condizioni climatiche che vanno dai -30 gradi del nord Europa ai +40 del Medio Oriente; è stato molto interessante imparare come preparare e utilizzare le attrezzature in tali estremi.

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
Due cose in particolare: la possibilità di rendere eterno un istante vissuto e la possibilità di trovarmi in situazioni e di entrare in contatto con persone che non avrei mai incontrato altrimenti. 


Sul tuo sito c'è una sezione dedicata ai viaggi. Cosa ti piace fotografare quando sei in viaggio? Cosa cerchi?
Direi che dipende dal mindset con cui affronto ogni viaggio. Di solito mi affascinano molto i paesaggi dove si può notare l’impronta umana, ma allo stesso tempo tendo ad escludere ogni presenza fisica dalle mie fotografie. Mi piace dare una sensazione di sospensione. 


La tua personale top 3 dei luoghi che hai visitato, perché ti sono piaciuti?
Il primo posto che mi viene in mente è l’Islanda, dove sono andato a fare un viaggio in solitaria per i miei venticinque anni. I paesaggi e i colori sono incredibili. Ho un debole per gli spazi immensi dove per chilometri non incontri nessuno. 
Poi Parigi, che ho visitato più volte per lavoro. Fin da subito, mi sono sentito immediatamente a casa. Non so descrivere meglio a parole questa emozione, ma c’è qualcosa nell’aria.
Sicuramente poi, la Turchia, ricchissima di colori. Mi ha colpito il calore umano delle persone che ho incontrato lì. 

C'è un fotografo che ami più di altri?
Amo i lavori di molti fotografi. Se proprio dovessi sceglierne uno, direi Gregory Crewdson. Per la scelta delle luci, colori, composizione e soprattutto per la sensazione di sospensione, distacco e umanità che mi comunica. Ho apprezzato molto il suo ultimo libro “Cathedral of the Pines”.

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro? 
Di volare ma con i piedi per terra. Di prepararsi a correre una lunga maratona piuttosto che uno sprint di cento metri. Credo che un ottimo modo per entrare nel mondo della fotografia professionale sia quello di fare l’assistente per alcuni anni prima di avviarsi per la propria strada. Ti permette di vedere e capire molte dinamiche dall’interno, una fra tutte, il rapporto con i clienti.

Ci sono film da guardare, riviste da seguire (o qualsiasi fonte) che consigli a chi vuole percorrere la carriera di fotografo?
Non ho un film in particolare da consigliare, me ne piacciono tanti. Quello che ultimamente mi ha colpito molto per la fotografia è stato Joker. Allo stesso modo per le riviste, c’è ne sono parecchie ma una che seguo particolarmente è il British Journal of Photography. Penso che il miglior modo per imparare sia comprare libri fotografici e studiarli e andare a vedere spesso mostre, non solo di fotografia ma di arte in generale. Nutrirsi solo di fotografia non basta.

Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?
Onestamente ho un rapporto a fasi alterne con i social media, o per meglio dire Instagram. Ci sono periodi in cui lo uso spesso e altri, anche lunghi, di completo distacco. I social hanno una loro utilità nel raggiungere un numero di persone più o meno grande, ma allo stesso tempo credo ci sia troppo rumore.
Penso che, per quanto possa essere utile avere un sito ed essere presente sui social media, avere un buon portfolio stampato e incontrare persone in carne ed ossa con cui poter parlare di idee sia molto più efficace.

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?
Sì, è questo ritratto che ho scattato a mio padre la scorsa estate a Santa Maria di Castellabate. Ogni volta che da Londra torno a Napoli lo porto a fare un giro con me, mi faccio raccontare qualche storia di quando lui era giovane e scatto dei ritratti. Voglio tenere la memoria più viva possibile per più tempo possibile. 
Di questa foto mi piace particolarmente la continuità tra le rughe della sua pelle e le onde del mare. E anche il suo sguardo, rivolto lontano dall’obiettivo. Questi elementi, uniti alla luce, mi danno un senso di trascendenza dal tempo. 


Se la fotografia fosse una ricetta culinaria, quale sarebbe?
Gli gnocchi che faceva a mano mia nonna! In particolare mi torna in mente quando con infinita pazienza usava la forchetta per dargli la forma a righe. La fotografia è manualità, ripetizione di movimenti che diventano una seconda natura.

Se non fossi diventato fotografo, che lavoro avresti fatto?
Amo la meccanica e amo le automobili. Probabilmente il meccanico? O forse un pilota? Magari avrei continuato gli studi di Ingegneria, chi lo sa!

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? 
Difficile. Forse se potessi variare a seconda di cosa sto guardando sarebbe più semplice. Dovendone scegliere uno soltanto direi a colori, ma colori spenti.

Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.
Leggerezza, amore e capacità di perdonare.

Cosa ti tira giù dal letto la mattina?  
Le bollette da pagare!

Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Mi piacerebbe dedicarmi a un progetto a lungo termine e magari poi farne un libro. Ma al momento è soltanto un’idea.

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10.02.2022 # 5906
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ilas:
intervista a Marco Perrella

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

di Urania Casciello

Classe 84, a 4 anni riceve il suo primo Commodore 64 che lo condanna a vivere a non più di 50m da un computer per il resto della sua vita. Dopo una parentesi di studio che lo porta dallo scientifico, al teatro, a 5 anni di Università mai messi a frutto, si iscrive alla Ilas di Napoli per sfuggire all’insopportabile destino di studiare argomenti che non gli piacciono. Dopo aver frequentato i corsi di Web Design e Grafica, è il 3D a vincere definitivamente la sua attenzione, portandolo sulla strada del 3D Generalist, prima, e dell’Experience Designer, poi. Dopo 3 anni di docenza nella stessa Ilas che lo aveva formato, decide di dedicarsi unicamente all’azienda in cui aveva contemporaneamente un part-time, la Digitalcomoedia, nella quale lavora tuttora.

 
(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?
(Marco Perrella) In questo periodo siamo al lavoro su tanti progetti, non tutti di libera divulgazione, dai Beni Culturali al supporto all’Industria 4.0, dalle serie animate alle esperienze virtuali, per non parlare del nostro sito! Una cosa di cui posso parlare liberamente e che mi ha visto in prima linea è sicuramente “Arkaevision - Tempio di Nettuno”, un’esperienza di realtà virtuale nel Parco Archeologico di Paestum che a breve, virus permettendo, dovrebbe vedere la luce in seno al Museo del parco.

 
Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas? Sia come studente che come docente
Ricordi molto molto preziosi. Dopo aver fatto il turista all’Università per anni ho semplicemente pensato di fare un tentativo mirato, dove avrei potuto concentrarmi su qualcosa che mi interessava senza dover studiare argomenti non di mio gradimento. Appena iniziati i corsi tutto è cambiato: l’accoglienza della scuola, la qualità della struttura e dei corsi, è stato fantastico, mi sono accorto che era quello che stavo cercando dopo essermi iscritto! Da docente, poi, si respirava una grande aria, sentirsi parte dell’entità che mi aveva stupito tanto era già una soddisfazione a sé, per non parlare della grande collaborazione con tutto il team; ma il ricordo più bello è legato sicuramente gli allievi, osservarne la crescita e ritrovare in loro, ogni volta, quello sguardo attento e appassionato era sempre emozionante.
 
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?
Come si sarà capito assolutamente no. Sapevo di amare i videogiochi, di prestare una certa attenzione al comparto grafico e creativo, ma non sono mai stato particolarmente bravo ad analizzare i miei desideri. L’Ilas mi è stata fondamentale anche per capire come tutto questo poteva diventare un mestiere.
 
Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare? 
La più grande finora? Studiare le possibilità di movimento dell’utente in VR. Una cosa che ormai diamo per scontata quando siamo davanti ad uno schermo, diventa all’improvviso un dilemma machiavellico. Trovare l’equilibrio tra immersione e godibilità dell’esperienza in questo nuovo media ci ha dato una gran quantità di grattacapi.


 
Il progetto a cui ti è piaciuto lavorare di più e perché?
Arkaevision - Tempio di Nettuno. Far prendere vita al Parco Archeologico com’è adesso e com’era 2500 anni fa è stato uno sforzo corale sorprendente ed appassionante. Assistere e collaborare alla motion capture, che da queste parti è un terreno quasi inesplorato, lavorare per i Beni Culturali, un tesoro impressionante che abbiamo la responsabilità di far conoscere, vedere tutti i gesti, piccoli e grandi, fatti da più di 30 persone convergere in un prodotto che ha impressionato chiunque l’abbia provato è una sensazione meravigliosa.
 
C'è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti del tuo settore professionale?
La percezione comune del settore. Come per tutti i settori basati sui new media, in Italia bisogna sempre fare i conti con diffidenza ed ignoranza. Prima di convincere come professionista o come azienda bisogna ancora superare la fase venditore porta a porta in cui devi vendere l’aspirapolvere di queste nuove tecnologie, spiegargli perché ci vuole tanto a produrre il lavoro, quali sono i vantaggi. Da un po’ di tempo stanno aumentando le persone che hanno una visione più corretta di questo settore, speriamo la conoscenza continui a diffondersi.
 
L’evoluzione del 3D è continua. Che consiglio daresti a chi si approccia adesso a questo mondo?
Di essere entusiasti e lanciarsi nella mischia. Hai perfettamente ragione, il 3D è in piena fioritura, giorno per giorno ci sono novità nelle tecnologie e nella loro applicazione, il Real-Time sempre più accessibile e potente, la Realtà Virtuale. È sicuramente un campo arzigogolato, quindi magari fatelo in maniera guidata, ma se vi interessa lanciatevi di petto! È come fare musica ai tempi di Mozart, non fatevi intimorire, ne varrà la pena.

Una parola che ti rappresenta e perché?
Versatilità. Ho sempre amato essere in grado di agire su tutti i fronti e questo mi ha portato ad essere capace di affrontare bene o male tante sfide, non solo quelle più vicine alla mia indole.
 
Una parola che vorresti eliminare dalla terra e perché?
Arroganza. Ci ho messo un po’ a trovarla, ma credo che senza si starebbe tutti meglio. Non parlo solo dell’arroganza del potente verso il debole, non amo guardare ai massimi sistemi che non possiamo cambiare, ma proprio di quella piccola, personale, diffusa ormai in tutti che ci impedisce di rapportarci in maniera spontanea e aperta con gli altri.
 
Se tu fossi una canzone, quale saresti?
Un ottico, di Fabrizio de André.
 
Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?
Non riesco a spiegarlo a mia madre, vuoi che lo spieghi a una persona del diciassettesimo secolo? Vediamo: cerco di far vivere cose fantastiche in una realtà che non esiste.

 Cosa ti tira giù dal letto la mattina? Cosa ti guida?
Brutta domanda, forse svegliarmi la mattina doveva essere la risposta alla sfida più grande. Tuttavia, dato che alla fine mi alzo, direi la curiosità. Fare un lavoro creativo significa chiedersi sempre “chissà cosa succederà oggi” oppure “chissà se la soluzione che ho pensato funziona”, credo sia quello il motore delle mie giornate.
 
Progetti futuri?
Superare i limiti. In tutti i sensi, vedere le tecnologie che usiamo dove ci porteranno e farsi trovare in grado di sfruttarne le possibilità a fondo.



copyright immagini Digitalcomoedia


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07.02.2022 # 5905
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ilas:
intervista ad Angelo Formato

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

di Urania Casciello

Nato e cresciuto nella città di Napoli, nel sud Italia, Angelo Formato si è trasferito a Londra nel 2012 per inseguire il suo sogno di diventare un fotografo.
Ispirato sia dalla sua visione della femminilità che dall'uso di uno stile creativo, ritrae personaggi interessanti con un approccio naturale e reale in termini di illuminazione e fotografia.
Deve molto della sua ispirazione fotografica alla sua famiglia che ha avuto una grande influenza sul suo lavoro e lo ha formato come persona e come artista. I suoi lavori sono stati pubblicati su numerose riviste internazionali tra cui: Vogue, Elle, Document Journal e National Geographic.


 
Come ti descriveresti?
Mi piace molto stare con le persone, ascoltare, condividere ma allo stesso tempo sono una persona timida e a tratti solitaria.
Raccontare la vita e le persone attraverso i miei lavori è la cosa che mi rende più felice.

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
Da bambino volevo diventare cuoco. Poi i miei genitori mi regalarono una macchinetta fotografica giocattolo a forma di mucca e da lì è iniziata la mia avventura.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Bellissimo! Quando ho scelto di frequentare la ilas é stato uno dei momenti più importanti della mia vita.
La Formazione alla ilas è stata l’inizio di un bellissimo percorso, la guida che mi ha portato ad ottenere tante bellissime soddisfazioni.

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fino ad oggi? C’è qualche aneddoto?
Questo lavoro è fatto di tante piccole sfide e responsabilità, bisogna fare molta attenzione.
Un po' di tempo fa, feci un lavoro per un brand di abbigliamento, io e il mio team avevamo avuto una giornata pesante. La sveglia suona alle 5 del mattino, tanti look da fotografare e quindi tanti cambi da fare. A fine giornata lavorativa purtroppo per un errore tecnico tutte le immagini realizzate andarono perse ma poi fortunatamente dopo qualche giorno con l’aiuto di un tecnico riuscimmo a recuperare tutto il lavoro svolto.
 
Come hai affrontato il periodo di crisi sanitaria globale? 
La quarantena è stata dura, trascorsa a Londra lontano dai miei familiari però è stato anche un bellissimo momento di riscoperta personale che mi ha fatto prendere una decisione molto importante e cioè trasferirmi inItalia.
Lavorativamente è stata dura e il mio settore come tanti altri fatica a riprendersi, ma sono positivo, sono felice di passare un po' di tempo a casa con i miei familiari sperando che si ritorni presto ad una vita normale senza crisi sanitaria.
 
Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
La fotografia oltre ad essere una macchina del tempo che ti permette di viaggiare avanti e indietro è anche un importante strumento di espressione/comunicazione
e sensibilizzazione sociale.
 
C'è un fotografo che ami più di altri? perchè?
Ci sono foto che preferisco rispetto ad altre di fotografi diversi, in questo momento non ho un fotografo in particolare come preferenza.
Dipende molto anche dal mio stato d’animo o dalla mia attuale ricerca personale però apprezzo moltissimo e sono sempre fonte di ispirazione i più grandi del passato come Avedon, Doisneau, Elliott Erwitt.
 
Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Credi nel lavoro di squadra, ma soprattutto in te stesso.
L’insegnamento è importante, studia e fatti guidare dai tuoi insegnanti ma la cosa più importante fai tanta ricerca, pratica e sperimenta tantissimo. Ascolta i tuoi colleghi, con umiltà avvicinati alle persone, condividi e affronta le tue paure.
  
Ci sono film da guardare, riviste da seguire (o qualsiasi fonte) che consigli di guardare/spulciare, a chi vuole percorrere la carriera di fotografo?
Ci sono Tantissime riviste da guardare! Alcune delle mie riviste preferite al momento sono
Document Journal
iD
Vice
Paper Journal
Alla Carta
Rocketscience
Dazed
 
Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?
Assolutamente forza, Instagram è la vetrina di ogni fotografo.

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta? 
Si, ho scattato questa foto a mia Nonna qualche mese prima che morisse.



Se la fotografia fosse una ricetta culinaria, quale sarebbe?
1 kg di Dedizione e pazienza
2 Kg di Passione e umiltà
q.b. Fortuna
5 kg di Amore

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché?
La vita è una sola e va vissuta a colori.

 Tre cose di cui NON si potrebbe fare a meno sulla terra.
- Famiglia
- Amore
- Creatività

Cosa ti tira giù dal letto la mattina?  
Il desiderio di realizzare i miei Sogni.
Ma anche la signora al primo piano che inizia le faccende domestiche alle 5!

Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Credo che ogni artista abbia una grande responsabilità, una voce potente che può aiutare a cambiare questo mondo in un posto migliore, specialmente in tempi come questi.
Non sono e non mi sento un supereroe ma nel mio piccolo e con i miei lavori cercherò sempre di contribuire a mandare un messaggio di accettazione sociale e culturale.


 


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13.12.2021 # 5854
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ilas:
intervista a Silvio Acocella

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

di Urania Casciello

Silvio Acocella nasce nel 1983 a Salerno. Dopo gli studi universitari decide di dedicarsi alla fotografia frequentando la ILAS sotto la supervisione di maestri quali Ugo Pons Salabelle.
Dopo la scuola si trasferisce a Milano e lavora a stretto contatto con numerosi fotografi di moda, tra tutti Peter Lindbergh. Tornato a Salerno lavora con Ferdinando Califano e apre nel 2010 il suo primo studio fotografico.

Hai sempre saputo di voler fare il fotografo?
Diciamo che ho sempre avuto la passione per la fotografia, da piccolo prendevo la yeshica a pellicola di mio padre e mi piaceva sperimentare, poi mi hanno regalato una telecamera, insomma crescendo la mia passione è aumentata, insomma avevo deciso che la fotografia avrebbe fatto parte della mia vita. Ho iniziato a fotografare per hobby, poi ho deciso di studiare alla ilas per approfondire, mi sono trasferito a Milano lavorando lì un anno e poi sono tornato al sud, dove sono di base a Massa Lubrense.

Come hai, stai, e pensi di affrontare per i prossimi mesi questo periodo di crisi sanitaria globale? C’è stato qualche cambiamento lavorativo?
Venendo a mancare tutto il resto di attività che prevedono una documentazione fotografica, ho avuto la fortuna di avere come cliente un’azienda che mi ha commissionato foto per un e-commerce, settore invece che per fortuna non ha avuto problemi, anzi tutto l’opposto, in questo periodo. Diciamo che cercando, soluzioni si trovano.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Un ricordo bellissimo, la scuola, il personale, la direzione. Su tutti il mio docente di Fotografia Ugo Pons Salabelle. Nonostante siano passati più di dieci anni da quando ho frequentato il corso ilas, ci sentiamo ancora e gli chiedo ancora consigli!

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fini ad oggi? C’è qualche aneddoto?

Diciamo che nel mondo della fotografia, disavventure tecniche succedono quasi spesso, anche quelle con i clienti. Forse ricordo meglio le cose belle ed è una fortuna, tra tutte quando ho lavorato con Lindbergh nell’anno i cui ho vissuto a Milano, un’ esperienza che ricorderò tutta la vita!

C'è un fotografo a cui ti ispiri? Perché?
Tra i miei preferiti Martin Parr e Peter Lindbergh, ovviamente per ragioni opposte, ma in generale mi piace entrare nella testa dei fotografi e capire il loro punto di vista. 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Dunque, non è un periodo facile, ma direi che - se è davvero quello che vogliono fare - di andare contro tutti (perché molti gli diranno che fare foto è un hobby non un lavoro) e studiare un sacco.

C'è una fotografia che hai fatto che più ti rappresenta?

Non ho una foto che mi rappresenta più di altre, forse, tra tutte le mie foto, sicuramente quelle scattate in bianco e nero.

Se la fotografia fosse una ricetta, quale sarebbe?
Un dolce molto carico, pieno di zuccheri. Prima lo mangi e sei soddisfatto, dopo vieni assalito dai sensi di colpa.

Ha la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché?

Bianco e nero, assolutamente. La fotografia per me è Bianco e Nero. E se penso al bianco e nero penso a Mimmo Iodice.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?
Visti i tempi non saprei, sicuramente mi piacerebbe aumentare anche la produzione video, un settore che secondo me deve andare di pari passo con la fotografia.

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01.12.2021 # 5848
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione ilas:
intervista a Emilia Apostolico

una nuova intervista ad un professionista che ha frequentato i corsi ilas e ha saputo mettere a frutto le abilità acquisite

di Urania Casciello

(Urania Casciello) Come ti descriveresti? 
(Emilia Apostolico) Mi definisco una persona consapevole. Può sembrare strano, ma la consapevolezza non è  scontata, la consapevolezza dà spessore e forma alla mia esistenza.

Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?
No, ma ho sempre saputo che avrei fatto qualcosa di creativo, di assolutamente divertente.

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?
Ero in un momento della mia vita in cui, appunto, mi  mancava la consapevolezza di diverse cose, ma è stata una bella esperienza. Una scuola seria, insegnanti fantastici. Ugo Pons Salabelle, in particolare, mi ha lasciato un ricordo bellissimo. Un uomo ricco di cultura, le sue lezioni: indimenticabili!
 
Il tuo lavoro ti porta ad essere in contatto costante con le famiglie, maternità e bimbi appena nati. Cosa ti piace di più del mondo della fotografia family? Cosa si prova?
 È un mondo meraviglioso. Condivido momenti importanti, dinamiche nuove. Ho sempre davanti la parte più bella dell'umanità, e poi stare vicino ai neonati è magico.
 
Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare fino ad oggi?
La sfida  più grande è quella di riuscire sempre ad entrare in sintonia con i miei clienti. Quando si realizzano questi particolari tipi di servizi fotografici si entra in intimità, le persone si mettono a "nudo" e devono sentire di potersi fidare. Ogni volta che entro in sala di posa devo sgombrare la mente da tutti i miei pensieri e sentire le loro emozioni.  


Come hai, stai, e pensi di affrontare per i prossimi mesi questo periodo di crisi sanitaria globale? C’è stato qualche cambiamento lavorativo (o nella gestione del lavoro)?
Sicuramente nello studio c'è l'adeguamento al protocollo Covid che, in realtà, eccetto l'uso della mascherina, non ha modificato di molto quelle che erano già le norme di igiene e sicurezza che, fotografando bambini di pochissimi giorni, già adottavo.  

Cosa ti affascina del mondo della fotografia?
La sua forza evocatrice, la sua potenza.

C'è un fotografo a cui ti ispiri? Perchè?
Leticia Reig, una fotografa spagnola. Le sue foto mi commuovono e le sento molto vicine al mio stile.

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?
Di intraprendere un rapporto profondo con sé stesso, dare ascolto ai propri sogni e individuare bene la strada da percorrere. Fatto questo, che è la parte più difficile, poi investire tanto nella formazione e nello studio costante.

 Ha la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori? Perché
Colori. Il colore mi dà tutte le sfumature, infinite possibilità.

Tre cose di cui NON potresti fare a meno sulla terra.
L'amore, l'arte, l'allegria.

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14.06.2021 # 5742
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione Ilas:
Intervista ad Andrea Emma

Viaggio di un Creative Director tra

di Urania Casciello

Andrea Emma è creative director e fondatore dell’agenzia di comunicazione CROP Studio.

Nasce a Napoli nel 1981, nel giorno della Liberazione. Affascinato fin dai primi anni di vita dalle armonie delle arti visive e performative deve gran parte della sua sensibilità artistica alle attitudini e talenti familiari che gli hanno aperto la strada verso un’esplorazione appassionata dell’arte, della musica e della fotografia. Terminati gli studi liceali e iniziati quelli universitari viene totalmente assorbito nel mondo Ilas, dove comincia un percorso formativo decisivo. Dal 2001 inizia la sua immersione nel mondo della comunicazione digitale e cominciano le prime esperienze lavorative presso agenzie di comunicazione come art director. Nel 2006 decide di continuare da freelance professionista e in un momento di grande fermento artistico personale si trasferisce a Barcellona nel 2008, vivendo quattro anni di immensa crescita professionale. Diventa in poco tempo direttore creativo di un’agenzia internazionale di Web Marketing e Digital Design. Nel 2011, spinto dall’amore per Napoli e dalla voglia di sfruttarne un inespresso potenziale, decide di partecipare ad un progetto di co-working portando la sua esperienza internazionale e conoscendo gran parte del team con il quale adesso collabora. L’amore per la fotografia e la musica si consacra in una delle esperienze umane ed artistiche più stimolanti, attraverso la mostra personale “Enzo Avitabile Music Life” del 2012 al Castel Sant’Elmo, estratto delle fotografie di scena del docu-film firmato dal premio Oscar Jonathan Demme. Nello stesso 2012 è ideatore, fondatore e creative director di CROP Studio, la sua sfida attualmente in corso più stimolante e importante.





(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente? 

(Andrea Emma) È un periodo molto intenso, di grande pianificazione e organizzazione di progetti stimolanti. La fortuna di fare questo lavoro è spesso quella di poter scegliere con chi lavorare e soprattutto in che modo cercare di fare al meglio le cose. Per rispondere al meglio alla tua domanda posso rivelarti che i progetti più interessanti degli ultimi mesi vanno dalla tecnologia e l’ecosostenibilità, passando per l’arte e il design con un periodo molto intenso di produzioni video che coinvolgono scenari rurali, sveglie presto, mille caffè e albe mozzafiato.


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

Credo nella creatività come ad un dono o semplicemente come una positiva “inquietudine” che ti circola dentro. 
Avendo avuto un trascorso da musicista, è un po’ come sentire il “groove” che hai dentro. 
La creatività non puoi scegliere di averla, o ce l’hai o non fa per te. Ma per stimolarla spesso scelgo di immergermi totalmente nel punto di vista avverso all’obiettivo che voglio perseguire, per avere una visione lucida e chiara delle cose che non dovrò certamente fare.




Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

Ricordo di essere stato attirato da un manifesto che mio padre mi fece vedere per strada, all’epoca ero uno studente universitario di informatica ingolfato e non era certamente sereno il mio stato d’animo. Quel manifesto e la lungimiranza di mio padre - a cui devo tutto - mi spinsero a compiere il passo. Ed è stato un passo che somigliava più ad un salto. Ricordo dell’Ilas come di un qualcosa che all’epoca era totalmente inedito nello scenario formativo del 2000-2001. Entrare in aula, ascoltare la musica durante i laboratori, avere dei professionisti giovani, simpatici e preparatissimi. Non c’era un solo minuto di lezione che non fosse appassionante. Per mia fortuna ho letteralmente divorato l’anno, nello stesso anno ho cominciato a lavorare come designer e attualmente molti dei docenti con cui ho fatto lezione sono diventati amici e in alcune occasioni anche colleghi di lavoro. Qualcosa di veramente intenso.

Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

La sensibilità verso le arti visive mi ha sempre avvicinato molto al mondo della comunicazione. Ricordo che nella televisione anni 80-90 la cosa che mi piaceva di più guardare erano le pubblicità, mi soffermavo a guardare i packaging, mi affascinavano le tipografie e le illustrazioni, MTV rappresentava l’innovazione in termini di ricerca di stile, di animazioni ed ero uno spettatore già all’epoca attento a tanti dettagli.
Non sapevo di poter fare proprio questo lavoro, ma ero certo che sarei entrato da una delle porte dell’arte per poterla far diventare parte della mia vita.



Nel 2012 hai fondato CROP Studio, come l’avevi pensata in quegli anni e come è diventata oggi?

Nel 2012 avevo gli occhi che brillavano di un’esperienza conclusa all’estero ed ero in pieno amore per il mio rientro in patria. Devo ammettere che il ritorno è stato stimolante anche grazie al gruppo di visionari professionisti che ho conosciuto. La voglia era tantissima di poter creare qualcosa di unico e di sfruttare il potenziale e le altissime qualità che ognuno di noi esprimeva in modo indipendente, ed è così che è nata CROP Studio.
L’intuizione è stata giusta perché mancava un’idea di appartenenza e un coordinamento strategico. La possibilità di “incrociare i flussi” e diventare più forti. CROP Studio voleva essere esattamente quello che sta diventando oggi, una realtà che guarda al futuro della comunicazione digitale con interesse e con cura, ma soprattutto proponendosi come alternativa davvero valida nel mercato. Siamo consapevoli che troppe agenzie professano il “nuovo" e l'innovazione come unica soluzione, ma a lungo termine è l’esperienza e la strategia che determinano - con risultati misurabili e tangibili - il successo. Nel nome stesso dell’agenzia c’è il concetto chiave di tutto il nostro metodo: tagliamo l’eccesso e semplifichiamo, consapevoli che, come diceva Bruno Munari “Complicare è facile, semplificare è difficile” e che “Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità”.

Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

In ogni lavoro cerco di sentirmi appagato e rappresentato, perché cerco di non pubblicare mai nulla che non sia davvero riconoscibile e pulito. I lavori più stimolanti e che ricordo con più affetto sono stati il progetto per il Pastificio Lucio Garofalo nel 2011, dove sono stati raccontati i formati di pasta in modo innovativo e diverso, valorizzando la pasta come opera d’arte; le fotografie di scena per il docu-film sulla vita di Enzo Avitabile con la regia di Jonathan Demme che mi hanno regalato l’emozione di poter conoscere artisti e musicisti di tutto il mondo, di poter condividere 20 giorni di produzione con un regista premio Oscar ed esporre una mostra personale al Castel Sant’Elmo. Negli ultimi mesi sono davvero soddisfatto e felice di aver concluso e pubblicato un progetto per un’azienda produttrice di e-bike che mi ha coinvolto in ogni piccolo processo di produzione.




Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

Partiamo dal presupposto che ho la fortuna di fare un lavoro che si basa su emozioni, armonie, colori e arte.
Le sfide più grandi finora affrontate sono state quelle di divulgare e far comprendere ad aziende e clienti il vero valore del digitale, della comunicazione di qualità, e del giocare secondo le regole.
Molto spesso prima ancora di essere un consulente per le aziende mi ritrovo a dover psicanalizzare manager e imprenditori nel compiere il passo verso l’innovazione, nel credere di più nel proprio prodotto e affidarsi ad una nuova visione. 
Sono troppe le agenzie e i finti professionisti che speculano e dissanguano le aziende che ovviamente restano traumatizzate e scottate da approcci senza alcun senso, dove tutto diventa inutile e genera poca fiducia nel mondo del digital branding.


Sei stato a Barcellona nel 2008 come direttore creativo per un’agenzia internazionale di Web Marketing e Digital Design, che ricordi hai della tua esperienza e della città? Ci torneresti?

Barcellona era un sandalo infradito.
Una città comoda, versatile, senza troppi giri di parole. Ognuno poteva essere chi voleva e lo scambio culturale era immenso. Circolava tanta sperimentazione e tanta cultura, anche se a volte si rendevano artisti e artistiche cose che per la cultura Italiana e per il patrimonio artistico-culturale di Napoli non potevano reggere nemmeno lontanamente il confronto. Nel 2008 Barcellona era una perfetta macchina di marketing, le aziende investivano sui giovani, sui master, la città era piena di eventi, concerti, sole, mare, contaminazioni di ogni genere.
In ufficio eravamo più di 40, io ero l’unico italiano e si parlavano quattro lingue: lo spagnolo, l’inglese, il catalano e il napoletano. L’esperienza professionale è stata unica a livello tecnico, c’era una piena fiducia nel capitale umano, ognuno poteva gestire le ore di lavoro in modo agevole tenendo conto però degli obiettivi da raggiungere e le consegne da rispettare. Una metodologia nuova ed innovativa per quel tempo. Quest’esperienza oggi mi è utile per coordinare al meglio risorse e lavorazioni, rispettando la vita.





Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro? Consiglieresti un’esperienza all’estero come hai fatto tu?

Sembra banale ma in questo lavoro se non sei felice e non vai a lavoro contento di ciò che stai per fare allora vuol dire che stai sbagliando tutto. Se non c’è emozione nel pensare, ideare, progettare, coordinare è meglio dedicarsi ad altro.
Questo è un lavoro che premia lo studio, la ricerca della qualità, l’applicazione, la tenacia, la resistenza, il metodo.
Fare un’esperienza all’estero per me è stato edificante, decisivo, vorace. Non si può pensare in grande se non si va a vedere come si fanno le cose al di là dei nostri confini. Il ruolo che si ha nel mondo della comunicazione comincia anche dall’esplorazione e dalla ricerca di ciò che naturalmente ci stimola.


Un film e un libro che ti hanno cambiato la vita e perché.

Grazie a mio fratello avevo accesso alla visione di film che erano forse un po’ precoci per la mia tenera età, ma gli anni 80 sfornavano pietre miliari che hanno composto meticolosamente l’universo di sogni, sensazioni e caratteristiche della mia attuale personalità. 
Back to the Future (Robert Zemeckis - 1985) era uno di quei film che mi hanno stravolto: la narrazione, la possibilità di pensare alle azioni che possono cambiare il futuro (e il passato). Una struttura geniale che mi ha fatto percepire la vita e le azioni da compiere in modo diverso, forse più riflessivo.
Frédéric Beigbeder - Lire 26.900 (99 Francs il titolo originale) Lo ricordo con estrema lucidità perché lo lessi nel 2001 quando ero immerso nel mondo del cambiamento e nell’esplorazione della vita da pubblicitario / art director. Questo libro è stato preparatorio, provocatorio, quasi come un’armatura. In una lettura scivolosa e diretta mi ha indicato cosa non volevo essere ma allo stesso tempo cosa la pubblicità a quel tempo era capace di creare nelle persone. Premonitore per tanti aspetti legati al mondo digitale di oggi.





Una parola che ti rappresenta.

Sicurezza. È quella che sento di avere quando accolgo un mandato, è quella che voglio avere ogni volta che devo compiere una scelta, è quella che scelgo per i miei figli e i miei affetti. La sicurezza non è mai qualcosa di oggettivo ma bisogna crederci per ottenerla. Ma soprattutto la sicurezza perché sono sicuro di aver scelto la mia strada e sono sicuro di poter fare un buon lavoro, perché quando ci guida la passione, la sicurezza ne è l’espressione.

Tre cose a cui non potresti mai rinunciare.

All’amore, alla passione, alla famiglia. Nulla esisterebbe senza.

Cosa ti guida?

Raggiungere il prossimo obiettivo, ma in realtà sono io che guido!

Progetti futuri?

Di progetti in cantiere ne ho tanti, interessanti e in via di sperimentazione e sviluppo.
Il futuro spero mi dia la conferma che ciò che sto costruendo oggi sia d’esempio, nel bene e nel male, per tutti quelli che vorranno intraprendere questa strada. 

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14.04.2020 # 5512
Generazione Ilas:  Intervista a Claudia Iacomino

Generazione Ilas:
Intervista a Federica Mele

Tra fotografia e fotoritocco, non dimenticandosi mai della musica, Federica Mele si racconta a Generazione Ilas.

di Urania Casciello

Federica Mele è nata a Napoli nel 1993.
Ama la musica, la sua macchina fotografica (Samantha), il suo Mac (Johnny Junior), e il suo cane (Argo). Prima di camminare aveva già le mani nell’argilla, grazie ai suoi genitori. Le è sempre stato abbastanza chiaro che avrebbe vissuto di e con l’arte. Non ha mai dovuto scegliere, ha avuto la fortuna di esserci nata dentro. Nonostante il suo amore indiscusso per il fotoritocco e per la post-produzione, che le ha permesso di dare sfogo alla creatività liberamente, quando ha incontrato la macchina fotografica è stato amore a prima vista. Nel 2015 ha frequentato la ILAS, dove ha capito che sarebbe stata felice nel mondo della fotografia e che non avrebbe mai sentito il “peso” del lavoro.
Subito dopo la ILAS ha partecipato a diversi workshop, con Alessia Cosio, Marianna Santoni e Martin Benes (per ben 3 volte) e ha superato una selezione per lo studio fotografico Rotili De Simone.



L´Intervista

Progetti attuali?

Oltre ai progetti lavorativi in corso, che continuano a procedere per il meglio, mi sto dedicando alla realizzazione di diversi obiettivi. Il primo è quello di farmi maggiore pubblicità con i social, che avevo un po´ perso di vista. Sto, inoltre, continuando il mio periodo di sperimentazione personale, credo infatti che per un fotografo sia davvero importante. 


Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

Se Marilyn Monroe era celebre per le due gocce di Chanel, nel mio caso due cucchiai di nutella e si parte. No, scherzo! Credo che la mia fonte di ispirazione principale sia la musica. Mi dà, allo stesso tempo, la calma e la carica per affrontare un nuovo lavoro. Nel caso di lavori personali, quello che mi trasmette una canzone spesso mi ispira per un nuovo progetto. Quindi in realtà, no, non ho un vero e proprio rituale, ma la musica è una parte fondamentale della mia vita. 


Preferisci lavorare in team o da sola?

Ho lavorato prevalentemente in team, e da queste esperienze ho imparato molto. Ho acquisito maggiore calma e velocità. E il team mi ha spronato soprattutto a guardare le cose in maniera diversa, fuori dalle mie abitudini, uno sguardo nuovo. A mio parere, il team accresce il proprio potenziale.
Nei progetti che ho affrontato da sola, invece, ho avuto la possibilità di sfidare me stessa e vedere fin dove potevo arrivare. Stressante, ma soddisfacente.



Credits: Arkè per Miriade. A.D. Gianluca Tramontano - ph. RotiliDeSimone - P.P. Federica Mele


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

In realtà sì, credo di averlo sempre saputo. Ho iniziato a usare photoshop 5.5 quando avevo 12 anni. La fotografia è arrivata subito dopo grazie alla mia migliore amica, se adesso so cosa mi rende felice lo devo a lei. Quando ero al liceo volevo fare l’architetto, all’università mi sono iscritta all’Orientale, ma ad un certo punto ho capito che trovavo ogni scusa per fotografare o per stare al computer. In quel periodo mio cugino frequentava la Ilas, e non smetterò mai di ringraziarlo per avermi portato lì. Mi ha cambiato veramente la vita.



Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

Alla Ilas ho iniziato a comprendere l’importanza di lavorare e di confrontarsi con altre persone. Ma il ricordo principale riguarda i miei insegnati, Pierluigi De Simone e Fabio Chiaese, per tutto ciò che mi hanno insegnato trasmettendomi il loro amore e la loro passione, cosa che non è da tutti secondo me.
Prima di iniziare le lezioni cercai informazioni su Pierluigi e scoprii che il suo colore preferito è il blu. Non so perché, ma è stato una sorta di segnale (visto che è anche il mio colore preferito) e infatti avevo ragione. 
Come si dice “sei il risultato di tutte le persone che incontri e delle esperienze che fai”. Beh, loro sono una parte importante di me e della mia crescita, e non smetterò mai di ringraziarli. 


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiera?

Forse sembrerò un po’ presuntuosa dicendo questo, ma quando vedo un lavoro finito sono sempre abbastanza fiera del gradino che ho superato. E questo mi dà lo slancio per quello successivo. Se proprio devo scegliere un lavoro che più mi rappresenta, è un ritratto che ho fatto al mio cane.


©Federica Mele

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare nel tuo lavoro?

Sicuramente il mio primo vero lavoro: era la prima volta che lavoravo per un importante marchio di borse, avevo una marea di scontorni da fare e delle consegne che per me, all’epoca, erano assurde. Non dormii alcuni giorni per consegnare le foto in tempo. Anche adesso, ogni volta che chiedo la data della consegna, la risposta è sempre “ieri”. 



C’è qualcosa che non ti piace o che cambieresti nel mondo della fotografia e della post produzione? 

Della fotografia, probabilmente cambierei il modo in cui la si vede oggi. Ogni giorno, attraverso i social, ci troviamo davanti migliaia di fotografie ma quasi nessuno si ferma veramente a guardarla una fotografia.
Per quanto riguarda la post produzione, c’è un dibattito sui pro e i contro da sempre, con l’arrivo del digitale ancora di più, e mi piacerebbe che le persone si aprissero un po’ di più a questa professione (che non è ancora nota a tutti). Viene spesso vista in modo negativo e secondo me è tanto bella quanto la fotografia. Con la la post produzione si apre un altro mondo e non capisco perché molte persone ne siano così intimorite. 



Credits: Arkè per Carpisa. A.D. Gianluca Tramontano - ph. RotiliDeSimone - P.P. Federica Mele


Cosa ti appaga di più del tuo lavoro?

Il risultato. Quando dedico ore e ore a un lavoro, poi vederne il risultato è la cosa che mi fa capire che in realtà non sto lavorando. 


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

Non ho un’esperienza decennale, ma se c’è qualcosa che ho imparato nel tempo, e che avrei voluto realizzare prima, è che bisogna sempre buttarsi, creare, sperimentare. So che può sembrare banale, anche a me è stato ripetuto molte volte, ma non è così scontato. Ancora oggi è la cosa che dico a me stessa tutti i giorni.


©Federica Mele

Se la fotografia fosse un cibo, quale sarebbe?

Cioccolato. Non potrei vivere senza.


Tre fotografi che ammiri di più?

Francesco Cito, per il suo coraggio e per il modo in cui ha raccontato la sua verità. Il fotogiornalismo non è stato il mio percorso, ma lo ammiro come persona, oltre che come fotografo. Pensare a quello che ha fatto, da dove è partito e dove è arrivato, mi da sempre motivazione.
Richard Avedon, per i suoi ritratti. I suoi soggetti non danno mai l’idea di essere buttati li, a caso, hanno sempre un motivo per essere li, in quel modo. 
Shoji Ueda, per il modo in cui è riuscito a portare il surrealismo nella realtà e per l’essenza dei suoi scatti. 


Per 24 ore hai la possibilità di cambiare tutti i colori della terra in un solo colore, quale scegli?

Sembrerà strano, ma scelgo il blu! Questo colore mi ipnotizza, ha un ascendente su di me. 


Cosa ti aspetta per il futuro?

Non ne ho idea! E forse è proprio questo il bello. Tanti progetti, tante idee per la testa. Sicuramente continuerò con i miei cyborg, ma poi chissà. Una cosa è sicura però, avrò “i piedi ben piantati a terra e gli occhi fissi sulle stelle”, come dice una canzone dei Goo Goo Dolls.



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