Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
A Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese mette in discussione il rapporto tra uomo e natura attraverso due progetti in cui la materia fotografica diventa parte integrante della narrazione.
LeggiPaolo Falasconi //
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
A Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese mette in discussione il rapporto tra uomo e natura attraverso due progetti in cui la materia fotografica diventa parte integrante della narrazione.
C’è una differenza sostanziale tra fotografare il mondo e interrogarsi sul modo in cui lo guardiamo. La fotografia, spesso considerata uno strumento di registrazione della realtà, può diventare qualcosa di molto più complesso: un dispositivo capace di mettere in discussione le nostre certezze, di alterare la percezione delle cose e di rendere visibili fenomeni che normalmente rimangono fuori dal nostro campo di osservazione. È in questa direzione che si muove la ricerca di Tamaki Yoshida, fotografa giapponese protagonista di Unfolding, la sua prima grande mostra europea, ospitata dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 negli spazi di Die Gelbe Wand, all’interno dei Mercati Culturali Pordenone.
Curata da Marco Minuz, l’esposizione riunisce due importanti nuclei della ricerca dell’artista, Negative Ecology e Himizu, accomunati da una riflessione sul rapporto tra essere umano e ambiente naturale e sulle conseguenze, spesso difficili da percepire, dell’intervento umano sugli ecosistemi.
Il titolo della mostra è già una dichiarazione di intenti. Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold, che significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, portare gradualmente alla luce ciò che prima rimaneva nascosto. Non si tratta semplicemente di mostrare qualcosa, ma di accompagnare un processo di rivelazione. Nelle fotografie di Yoshida questo processo riguarda tanto i soggetti rappresentati quanto il linguaggio utilizzato per rappresentarli. Le immagini sembrano collocarsi in una dimensione intermedia tra ciò che conosciamo e ciò che ancora non riusciamo a comprendere. Una condizione che l’artista associa alla sensazione infantile di trovarsi davanti a una porta socchiusa, dalla quale filtrano una luce o una voce, lasciando intuire l’esistenza di un mondo che non possiamo vedere interamente.
È proprio questa sospensione tra visibile e invisibile a caratterizzare il suo lavoro. La fotografia non è più soltanto una finestra sul reale, ma diventa uno spazio nel quale il reale può trasformarsi, assumere significati inattesi e suggerire nuove interpretazioni. Una concezione che trova una suggestiva corrispondenza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: «In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte».
In Negative Ecology, Yoshida affronta una delle contraddizioni più evidenti della società contemporanea: la convinzione che l’essere umano possa organizzare, modificare e controllare il mondo naturale secondo le proprie necessità. Al centro del progetto ci sono animali selvatici che hanno imparato ad adattarsi a contesti profondamente trasformati dall’attività umana. In Giappone, molte di queste specie vengono classificate come animali nocivi, perché considerate una minaccia per lo stile di vita e le attività dell’uomo. Eppure la loro capacità di sopravvivere in ambienti alterati mette in discussione proprio quella presunta superiorità che la cultura antropocentrica attribuisce alla nostra specie.
L’origine del progetto è legata a un episodio apparentemente casuale. Durante lo sviluppo di un rullino fotografico, Yoshida si accorge che sul negativo sono comparse ampie zone di sviluppo irregolare. Le alterazioni della superficie ricordano un processo corrosivo, come se qualcosa stesse aggredendo e consumando le immagini. Quello che inizialmente è un inconveniente tecnico diventa progressivamente un’intuizione visiva e concettuale: la materia fotografica può raccontare le trasformazioni e le aggressioni che interessano gli ecosistemi.
Da questa osservazione nasce una sperimentazione che coinvolge direttamente i negativi. L’artista comincia a trattarli con sostanze di uso quotidiano: detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari. Materiali apparentemente innocui, legati ai gesti più ordinari della vita domestica, che finiscono negli scarichi e vengono immessi nell’ambiente. Le sostanze modificano la superficie dei negativi, alterano i colori e trasformano le immagini attraverso macchie, corrosioni e deformazioni.
Il risultato è un lavoro nel quale il processo fotografico diventa parte integrante del contenuto. La contaminazione non viene semplicemente rappresentata: viene materialmente riprodotta sulla fotografia stessa. Le immagini degli animali sembrano emergere da una superficie instabile, sottoposta a una progressiva erosione, mentre i soggetti continuano a resistere e a rendersi visibili. È una scelta espressiva che permette a Yoshida di affrontare un tema ambientale senza ricorrere alla rappresentazione didascalica del degrado. La fotografia diventa essa stessa testimonianza di un processo, rendendo percepibili conseguenze che nella quotidianità tendiamo a ignorare.
Con Himizu, il percorso di ricerca si sposta invece sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji. Durante le sue esplorazioni in quest’area, Yoshida si imbatte ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale. Le strade sono infrastrutture indispensabili per la società contemporanea, elementi che permettono lo spostamento di persone e merci e rendono accessibili territori e risorse. Ma sono anche linee di separazione che attraversano gli habitat naturali, interrompendo i percorsi degli animali e modificando gli equilibri dei luoghi.
La morte di un animale nel proprio habitat appartiene a un ciclo naturale di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. Quando avviene su una strada, questo processo viene interrotto. Il corpo viene separato dal territorio al quale apparteneva e spesso diventa un elemento da rimuovere, qualcosa che deve scomparire rapidamente dalla vista.
Nell’area intorno a Fujiyoshida, ai piedi del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate mediamente circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno. Una cifra che potrebbe essere persino superiore, considerando gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell’organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha sviluppato una ricerca che non intende soffermarsi sull’impatto visivo della morte, ma ricostruire il legame tra quei corpi e l’ambiente dal quale sono stati separati.
La soluzione fotografica individuata dall’artista è particolarmente interessante anche dal punto di vista della sperimentazione tecnica. Il progetto mette in relazione due procedimenti differenti, ciascuno scelto per rappresentare una dimensione specifica del soggetto. Per evocare la foresta nella quale gli animali vivevano, Yoshida raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali, utilizzati per realizzare stampe alla gomma su carta di cotone. Il paesaggio viene così restituito attraverso la materia stessa del territorio, in un processo che stabilisce una relazione diretta tra immagine e luogo.

© Tamaki Yoshida: Himizu
Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti. Le fotografie vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il più possibile vicina alle dimensioni reali degli animali.
La scelta del dagherrotipo non è soltanto una citazione storica. La superficie metallica, riflettente e delicata, restituisce ai corpi una presenza fisica particolare, mentre la tecnica stessa introduce una dimensione temporale che sembra richiamare il rapporto tra fotografia, memoria e permanenza. Da una parte abbiamo la foresta, ricostruita attraverso i materiali della terra; dall’altra i corpi, impressi su superfici metalliche. Due immagini e due presenze che raccontano una separazione: quella prodotta dalle infrastrutture umane tra gli animali e il loro ambiente.
Anche il titolo Himizu contribuisce a definire il significato del progetto. È il nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l’immagine di un animale che non vede il sole, legato a un’esistenza sottratta alla luce del giorno. Una presenza che diventa emblematica di una condizione più ampia: quella degli animali che condividono il territorio con gli esseri umani, ma che rimangono spesso invisibili, soprattutto quando i loro corpi diventano il risultato delle nostre attività.
I due progetti affrontano dunque lo stesso problema da prospettive differenti. In Negative Ecology è la superficie fotografica a subire le conseguenze di un’aggressione, diventando metafora della contaminazione ambientale. In Himizu è invece il rapporto tra il corpo e il territorio a costituire il centro della ricerca. In entrambi i casi Yoshida utilizza la fotografia non come semplice strumento di documentazione, ma come linguaggio capace di costruire una relazione tra materia, immagine e pensiero.
È un aspetto particolarmente interessante della sua ricerca: la tecnica non viene scelta soltanto per ottenere un determinato risultato estetico, ma diventa parte integrante del significato dell’opera. Il trattamento dei negativi, l’utilizzo di pigmenti ricavati dal territorio e il recupero di una tecnica storica come il dagherrotipo non sono esercizi di virtuosismo fotografico. Sono strumenti attraverso i quali l’artista costruisce una narrazione coerente, nella quale il processo di realizzazione dell’immagine assume un valore concettuale.
Unfolding invita quindi a guardare oltre la superficie delle cose. Non propone risposte definitive e non cerca di semplificare una questione complessa come quella del rapporto tra uomo e natura. Piuttosto, mette lo spettatore nella condizione di osservare ciò che normalmente sfugge, di riconoscere le conseguenze dei gesti quotidiani e di interrogarsi sul ruolo che la nostra specie occupa all’interno degli equilibri naturali. La fotografia diventa così uno spazio di consapevolezza, nel quale anche ciò che appare marginale o invisibile può acquisire un significato.
La mostra si inserisce nel programma di Die Gelbe Wand, nuovo spazio dedicato alla fotografia contemporanea all’interno dei Mercati Culturali Pordenone, e nel percorso che accompagna la città verso il 2027, anno in cui Pordenone sarà Capitale Italiana della Cultura. Il progetto prosegue inoltre il dialogo con la scena fotografica internazionale, dopo le precedenti esposizioni dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.
Organizzata dall’Associazione culturale Casablu, con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare, l’esposizione conferma la volontà di fare di Die Gelbe Wand un luogo di confronto e diffusione della fotografia contemporanea.
TAMAKI YOSHIDA. UNFOLDING
Artista: Tamaki Yoshida
Curatela: Marco Minuz
Sede: Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone
Inaugurazione: 31 ottobre 2026, ore 17.00
Periodo espositivo: 31 ottobre – 13 dicembre 2026
Orari: sabato e domenica, dalle 11.00 alle 18.00
Organizzazione: Associazione culturale Casablu
Con il contributo di: Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e Comune di Pordenone.
Con il sostegno e il supporto tecnico di: Suazes e Filare.







