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Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

A Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese mette in discussione il rapporto tra uomo e natura attraverso due progetti in cui la materia fotografica diventa parte integrante della narrazione.

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Paolo Falasconi //

Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

A Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese mette in discussione il rapporto tra uomo e natura attraverso due progetti in cui la materia fotografica diventa parte integrante della narrazione.

C’è una differenza sostanziale tra fotografare il mondo e interrogarsi sul modo in cui lo guardiamo. La fotografia, spesso considerata uno strumento di registrazione della realtà, può diventare qualcosa di molto più complesso: un dispositivo capace di mettere in discussione le nostre certezze, di alterare la percezione delle cose e di rendere visibili fenomeni che normalmente rimangono fuori dal nostro campo di osservazione. È in questa direzione che si muove la ricerca di Tamaki Yoshida, fotografa giapponese protagonista di Unfolding, la sua prima grande mostra europea, ospitata dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 negli spazi di Die Gelbe Wand, all’interno dei Mercati Culturali Pordenone.

Curata da Marco Minuz, l’esposizione riunisce due importanti nuclei della ricerca dell’artista, Negative Ecology e Himizu, accomunati da una riflessione sul rapporto tra essere umano e ambiente naturale e sulle conseguenze, spesso difficili da percepire, dell’intervento umano sugli ecosistemi.

Il titolo della mostra è già una dichiarazione di intenti. Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold, che significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, portare gradualmente alla luce ciò che prima rimaneva nascosto. Non si tratta semplicemente di mostrare qualcosa, ma di accompagnare un processo di rivelazione. Nelle fotografie di Yoshida questo processo riguarda tanto i soggetti rappresentati quanto il linguaggio utilizzato per rappresentarli. Le immagini sembrano collocarsi in una dimensione intermedia tra ciò che conosciamo e ciò che ancora non riusciamo a comprendere. Una condizione che l’artista associa alla sensazione infantile di trovarsi davanti a una porta socchiusa, dalla quale filtrano una luce o una voce, lasciando intuire l’esistenza di un mondo che non possiamo vedere interamente.

È proprio questa sospensione tra visibile e invisibile a caratterizzare il suo lavoro. La fotografia non è più soltanto una finestra sul reale, ma diventa uno spazio nel quale il reale può trasformarsi, assumere significati inattesi e suggerire nuove interpretazioni. Una concezione che trova una suggestiva corrispondenza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: «In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte».

In Negative Ecology, Yoshida affronta una delle contraddizioni più evidenti della società contemporanea: la convinzione che l’essere umano possa organizzare, modificare e controllare il mondo naturale secondo le proprie necessità. Al centro del progetto ci sono animali selvatici che hanno imparato ad adattarsi a contesti profondamente trasformati dall’attività umana. In Giappone, molte di queste specie vengono classificate come animali nocivi, perché considerate una minaccia per lo stile di vita e le attività dell’uomo. Eppure la loro capacità di sopravvivere in ambienti alterati mette in discussione proprio quella presunta superiorità che la cultura antropocentrica attribuisce alla nostra specie.

L’origine del progetto è legata a un episodio apparentemente casuale. Durante lo sviluppo di un rullino fotografico, Yoshida si accorge che sul negativo sono comparse ampie zone di sviluppo irregolare. Le alterazioni della superficie ricordano un processo corrosivo, come se qualcosa stesse aggredendo e consumando le immagini. Quello che inizialmente è un inconveniente tecnico diventa progressivamente un’intuizione visiva e concettuale: la materia fotografica può raccontare le trasformazioni e le aggressioni che interessano gli ecosistemi.

Da questa osservazione nasce una sperimentazione che coinvolge direttamente i negativi. L’artista comincia a trattarli con sostanze di uso quotidiano: detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari. Materiali apparentemente innocui, legati ai gesti più ordinari della vita domestica, che finiscono negli scarichi e vengono immessi nell’ambiente. Le sostanze modificano la superficie dei negativi, alterano i colori e trasformano le immagini attraverso macchie, corrosioni e deformazioni.

Il risultato è un lavoro nel quale il processo fotografico diventa parte integrante del contenuto. La contaminazione non viene semplicemente rappresentata: viene materialmente riprodotta sulla fotografia stessa. Le immagini degli animali sembrano emergere da una superficie instabile, sottoposta a una progressiva erosione, mentre i soggetti continuano a resistere e a rendersi visibili. È una scelta espressiva che permette a Yoshida di affrontare un tema ambientale senza ricorrere alla rappresentazione didascalica del degrado. La fotografia diventa essa stessa testimonianza di un processo, rendendo percepibili conseguenze che nella quotidianità tendiamo a ignorare.

Con Himizu, il percorso di ricerca si sposta invece sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji. Durante le sue esplorazioni in quest’area, Yoshida si imbatte ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale. Le strade sono infrastrutture indispensabili per la società contemporanea, elementi che permettono lo spostamento di persone e merci e rendono accessibili territori e risorse. Ma sono anche linee di separazione che attraversano gli habitat naturali, interrompendo i percorsi degli animali e modificando gli equilibri dei luoghi.

La morte di un animale nel proprio habitat appartiene a un ciclo naturale di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. Quando avviene su una strada, questo processo viene interrotto. Il corpo viene separato dal territorio al quale apparteneva e spesso diventa un elemento da rimuovere, qualcosa che deve scomparire rapidamente dalla vista.

Nell’area intorno a Fujiyoshida, ai piedi del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate mediamente circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno. Una cifra che potrebbe essere persino superiore, considerando gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell’organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha sviluppato una ricerca che non intende soffermarsi sull’impatto visivo della morte, ma ricostruire il legame tra quei corpi e l’ambiente dal quale sono stati separati.

La soluzione fotografica individuata dall’artista è particolarmente interessante anche dal punto di vista della sperimentazione tecnica. Il progetto mette in relazione due procedimenti differenti, ciascuno scelto per rappresentare una dimensione specifica del soggetto. Per evocare la foresta nella quale gli animali vivevano, Yoshida raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali, utilizzati per realizzare stampe alla gomma su carta di cotone. Il paesaggio viene così restituito attraverso la materia stessa del territorio, in un processo che stabilisce una relazione diretta tra immagine e luogo.

 

Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

© Tamaki Yoshida: Himizu


 

 

Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti. Le fotografie vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il più possibile vicina alle dimensioni reali degli animali.

La scelta del dagherrotipo non è soltanto una citazione storica. La superficie metallica, riflettente e delicata, restituisce ai corpi una presenza fisica particolare, mentre la tecnica stessa introduce una dimensione temporale che sembra richiamare il rapporto tra fotografia, memoria e permanenza. Da una parte abbiamo la foresta, ricostruita attraverso i materiali della terra; dall’altra i corpi, impressi su superfici metalliche. Due immagini e due presenze che raccontano una separazione: quella prodotta dalle infrastrutture umane tra gli animali e il loro ambiente.

Anche il titolo Himizu contribuisce a definire il significato del progetto. È il nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l’immagine di un animale che non vede il sole, legato a un’esistenza sottratta alla luce del giorno. Una presenza che diventa emblematica di una condizione più ampia: quella degli animali che condividono il territorio con gli esseri umani, ma che rimangono spesso invisibili, soprattutto quando i loro corpi diventano il risultato delle nostre attività.

I due progetti affrontano dunque lo stesso problema da prospettive differenti. In Negative Ecology è la superficie fotografica a subire le conseguenze di un’aggressione, diventando metafora della contaminazione ambientale. In Himizu è invece il rapporto tra il corpo e il territorio a costituire il centro della ricerca. In entrambi i casi Yoshida utilizza la fotografia non come semplice strumento di documentazione, ma come linguaggio capace di costruire una relazione tra materia, immagine e pensiero.

È un aspetto particolarmente interessante della sua ricerca: la tecnica non viene scelta soltanto per ottenere un determinato risultato estetico, ma diventa parte integrante del significato dell’opera. Il trattamento dei negativi, l’utilizzo di pigmenti ricavati dal territorio e il recupero di una tecnica storica come il dagherrotipo non sono esercizi di virtuosismo fotografico. Sono strumenti attraverso i quali l’artista costruisce una narrazione coerente, nella quale il processo di realizzazione dell’immagine assume un valore concettuale.

Unfolding invita quindi a guardare oltre la superficie delle cose. Non propone risposte definitive e non cerca di semplificare una questione complessa come quella del rapporto tra uomo e natura. Piuttosto, mette lo spettatore nella condizione di osservare ciò che normalmente sfugge, di riconoscere le conseguenze dei gesti quotidiani e di interrogarsi sul ruolo che la nostra specie occupa all’interno degli equilibri naturali. La fotografia diventa così uno spazio di consapevolezza, nel quale anche ciò che appare marginale o invisibile può acquisire un significato.

La mostra si inserisce nel programma di Die Gelbe Wand, nuovo spazio dedicato alla fotografia contemporanea all’interno dei Mercati Culturali Pordenone, e nel percorso che accompagna la città verso il 2027, anno in cui Pordenone sarà Capitale Italiana della Cultura. Il progetto prosegue inoltre il dialogo con la scena fotografica internazionale, dopo le precedenti esposizioni dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.

Organizzata dall’Associazione culturale Casablu, con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare, l’esposizione conferma la volontà di fare di Die Gelbe Wand un luogo di confronto e diffusione della fotografia contemporanea.

 

 

TAMAKI YOSHIDA. UNFOLDING

Artista: Tamaki Yoshida
Curatela: Marco Minuz
Sede: Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone
Inaugurazione: 31 ottobre 2026, ore 17.00
Periodo espositivo: 31 ottobre – 13 dicembre 2026
Orari: sabato e domenica, dalle 11.00 alle 18.00

Organizzazione: Associazione culturale Casablu
Con il contributo di: Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e Comune di Pordenone.
Con il sostegno e il supporto tecnico di: Suazes e Filare.

 

 

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Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

Sebastião Salgado, cinquant’anni di fotografia tra umanità e natura

Oltre 160 fotografie ripercorrono il lavoro di uno dei più importanti protagonisti della fotografia documentaria contemporanea. Dal lavoro nelle miniere alle migrazioni, dai conflitti alla salvaguardia degli ecosistemi, una mostra a Bassano del Grappa

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Paolo Falasconi //

Sebastião Salgado, cinquant’anni di fotografia tra umanità e natura

Oltre 160 fotografie ripercorrono il lavoro di uno dei più importanti protagonisti della fotografia documentaria contemporanea. Dal lavoro nelle miniere alle migrazioni, dai conflitti alla salvaguardia degli ecosistemi, una mostra a Bassano del Grappa

Ci sono fotografi che documentano la realtà e fotografi che riescono a trasformare ciò che osservano in una riflessione universale sulla condizione umana. Sebastião Salgado appartiene a questa seconda categoria. Il suo lavoro attraversa continenti, culture e momenti cruciali della storia contemporanea, restituendo attraverso il bianco e nero immagini di straordinaria intensità visiva, nelle quali la precisione della composizione si unisce alla profondità del racconto.

Dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, il Museo Civico di Bassano del Grappa ospita Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi, una mostra curata da Pascal Hoël che riunisce oltre 160 fotografie provenienti dalle collezioni della prestigiosa istituzione parigina. Per la prima volta in Italia, questa selezione ripercorre cinquant’anni di attività del fotografo brasiliano, mettendo in relazione le principali tappe della sua ricerca artistica e umana.

Il progetto espositivo nasce dal rapporto storico tra Salgado e la Maison Européenne de la Photographie, che ha sostenuto il suo lavoro fin dagli anni Ottanta. Un legame consolidato nel 2018, quando Sebastião Salgado e la moglie Lélia Wanick Salgado donarono alla MEP un nucleo di 105 stampe originali, alcune delle quali sono presenti nella mostra insieme ad altre opere acquisite nel corso degli anni.

 

La fotografia come strumento di conoscenza

Nato l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello Stato brasiliano del Minas Gerais, Salgado si avvicina alla fotografia dopo aver studiato economia e aver lavorato a Londra per l’Organizzazione Mondiale del Caffè. Sono i viaggi professionali in Africa a fargli scoprire le potenzialità del mezzo fotografico. Nel 1973 decide di dedicarsi interamente alla fotografia, abbandonando definitivamente la carriera economica.

Dopo le collaborazioni con le agenzie Sygma, Gamma e Magnum Photos, nel 1994 fonda insieme a Lélia Wanick Salgado una struttura indipendente dedicata alla propria attività. Da quel momento sviluppa progetti fotografici di ampio respiro, spesso realizzati nell’arco di diversi anni, nei quali il lavoro sul campo diventa una componente essenziale del processo creativo.

Salgado ha viaggiato in oltre cento Paesi, documentando comunità, condizioni di lavoro, migrazioni, conflitti e trasformazioni ambientali. Il suo metodo si fonda sulla permanenza nei luoghi, sull’osservazione e sulla costruzione di un rapporto con le persone fotografate. Le immagini non nascono da un incontro occasionale con il soggetto, ma da un’immersione prolungata nei contesti che intende raccontare.

È proprio questa continuità tra esperienza personale e ricerca fotografica a caratterizzare il suo linguaggio. Salgado non separa la dimensione estetica da quella documentaria: la composizione, la luce, il contrasto e la scelta del punto di vista diventano strumenti per restituire la complessità di una situazione, senza ridurla a una semplice testimonianza visiva.

 

Il bianco e nero come scelta espressiva

Uno degli elementi più riconoscibili della fotografia di Salgado è l’utilizzo del bianco e nero. Il contrasto tra luce e ombra, la ricchezza delle tonalità intermedie e la definizione delle texture costruiscono immagini nelle quali la materia assume un ruolo centrale.

Il fango sulla pelle dei lavoratori, la superficie erosa di un terreno, le pieghe degli abiti e le geometrie di un paesaggio diventano elementi di una composizione rigorosa. La fotografia acquista così una dimensione quasi fisica: lo spettatore non osserva soltanto una scena, ma percepisce il peso dei materiali, la fatica dei corpi e la vastità degli spazi.

Il bianco e nero contribuisce inoltre a concentrare l’attenzione sui rapporti tra le figure e l’ambiente. In assenza del colore, sono le variazioni tonali, le forme e le linee a organizzare la lettura dell’immagine. Una moltitudine di persone può trasformarsi in una trama visiva complessa; un singolo individuo, collocato in un paesaggio sconfinato, può diventare il punto di riferimento attraverso cui comprendere la scala dell’intera scena.

Questa attenzione alla costruzione formale non rende le immagini distanti dalla realtà che documentano. Al contrario, è proprio la forza della composizione a consentire a Salgado di affrontare temi difficili senza rinunciare alla dignità dei soggetti rappresentati.

 

Lavoro, migrazioni e conflitti: raccontare le contraddizioni del mondo

Il percorso espositivo si sviluppa cronologicamente in due grandi sezioni. La prima è dedicata ai fenomeni sociali, economici e politici che hanno segnato la storia contemporanea, dalle condizioni di lavoro alle migrazioni forzate, dalla povertà ai conflitti.

Tra le prime tappe si trova Other Americas (1977-1984), progetto dedicato alle comunità contadine e indigene dell’America Latina. Le fotografie attraversano territori diversi, dalle Ande alla Sierra Madre messicana, documentando culture e tradizioni sospese tra continuità e trasformazione.

Con Sahel: The End of the Road (1984-1985), realizzato al fianco di Medici Senza Frontiere nei campi profughi di Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, Salgado affronta le conseguenze della siccità e della carestia. Le immagini restituiscono condizioni di estrema fragilità, ma mantengono al centro le persone, le loro relazioni e la capacità di resistere anche nelle circostanze più drammatiche.

Una delle serie più celebri è Gold (1986), dedicata alla miniera d’oro a cielo aperto di Serra Pelada, nello Stato brasiliano del Pará. Qui circa cinquantamila uomini lavoravano senza macchinari, trasportando materiali lungo i ripidi pendii di un’enorme voragine scavata nel terreno. Nelle fotografie, i corpi ricoperti di fango si moltiplicano lungo le pareti della miniera, formando una struttura visiva che ricorda un paesaggio umano. La dimensione monumentale della composizione non nasconde la durezza del lavoro: la rende ancora più evidente, mettendo in relazione la scala del luogo con la vulnerabilità dei singoli individui.

Con Workers (1986-1993), Salgado realizza una vera e propria archeologia visiva del lavoro manuale. Il progetto attraversa ventidue Paesi e documenta cantieri navali, piantagioni, fabbriche e luoghi di estrazione, osservando mestieri e sistemi produttivi in una fase di profonda trasformazione industriale. Le fotografie diventano una testimonianza della fatica fisica e della centralità del lavoro nella società, proprio mentre la tecnologia ne modifica progressivamente le condizioni.

Il racconto prosegue con Kuwait (1991), dedicato ai pozzi petroliferi incendiati alla fine della prima guerra del Golfo, e con Exodus e Children of the Exodus (1994-1999), progetti che affrontano i grandi movimenti migratori in oltre trentacinque Paesi.

In quest’ultimo lavoro, l’attenzione si concentra anche sui bambini, sui loro volti e sui loro sguardi. Il ritratto diventa uno strumento per avvicinarsi a storie individuali che rischierebbero altrimenti di scomparire dietro la dimensione collettiva delle migrazioni. Non sono soltanto le condizioni materiali a essere documentate, ma anche le conseguenze emotive e umane dello sradicamento.

 

Genesis

: riscoprire il mondo naturale

La seconda sezione della mostra è dedicata a Genesis (2004-2011), il grande progetto con cui Salgado rivolge lo sguardo verso gli ambienti naturali ancora relativamente preservati dall’intervento umano.

Dopo anni trascorsi a documentare guerre, carestie, migrazioni e situazioni di estrema sofferenza, il fotografo attraversa una fase di profonda disillusione. Il progetto nasce anche dal desiderio di ritrovare un rapporto di fiducia con il pianeta e con la possibilità di proteggerlo.

Realizzato attraverso trentadue viaggi nelle aree più remote della Terra, Genesis documenta paesaggi, ecosistemi, animali e comunità ancora profondamente legate ai propri territori. Dall’Antartide alla Kamchatka, dalla Papua Nuova Guinea all’Amazzonia, fino ai grandi parchi del Nord America, le immagini restituiscono la varietà e la ricchezza del patrimonio naturale.

Anche in questo caso, la composizione fotografica ha un ruolo determinante. Le montagne, i ghiacciai, le foreste e gli animali vengono osservati attraverso un linguaggio visivo che valorizza le forme, le proporzioni e le relazioni tra gli elementi. La natura non è rappresentata soltanto come uno spettacolo da contemplare, ma come un sistema complesso di cui l’essere umano è parte e del quale è responsabile.

Il passaggio dalla documentazione delle contraddizioni sociali alla rappresentazione degli ecosistemi non costituisce una rottura nella ricerca di Salgado. Cambia il soggetto, ma rimane costante l’attenzione per le relazioni tra gli esseri viventi, i territori e le trasformazioni del mondo.

 

Dalla fotografia all’impegno ambientale

L’interesse di Salgado per la natura si traduce anche in un impegno concreto. Nel 1998, insieme a Lélia Wanick Salgado, fonda l’Instituto Terra, organizzazione non governativa nata per recuperare i terreni degradati della fattoria di famiglia ad Aimorés e ripristinare la foresta originaria.

Il progetto ha progressivamente assunto una dimensione internazionale, diventando un riferimento per la riforestazione, il recupero degli ecosistemi e l’educazione ambientale. Secondo i dati riportati nel materiale della mostra, sono stati messi a dimora oltre 3,5 milioni di alberi, contribuendo al ripristino della biodiversità della Foresta Atlantica.

È un passaggio importante per comprendere il rapporto tra fotografia e responsabilità civile nel lavoro di Salgado. Le immagini non si esauriscono nella rappresentazione di una realtà, ma possono contribuire a modificare la percezione collettiva di un problema e a stimolare una presa di coscienza.

Il suo ultimo grande progetto, Amazônia, sviluppato nell’arco di quasi sette anni, è dedicato alla più grande foresta pluviale del mondo e alle comunità indigene che la abitano. Anche qui la fotografia diventa uno strumento di conoscenza e un invito a riflettere sulla necessità di preservare ambienti naturali fondamentali per il futuro del pianeta.

Sebastião Salgado è morto il 23 maggio 2025, all’età di 81 anni. La sua opera rimane una delle testimonianze più significative della fotografia documentaria contemporanea: un percorso nel quale rigore formale, ricerca sul campo e attenzione alla condizione umana hanno costruito un linguaggio riconoscibile e profondamente coerente.

 

Una mostra per imparare a guardare

La mostra di Bassano del Grappa non è soltanto un’occasione per ripercorrere la carriera di un grande fotografo, ma anche un invito a riflettere sul ruolo delle immagini nella comprensione del presente.

Per chi studia fotografia o lavora nella comunicazione visiva, l’opera di Salgado offre numerosi spunti di osservazione. La gestione della luce, il controllo dei contrasti, la relazione tra soggetto e ambiente, la costruzione delle masse visive e la scelta del momento fotografico dimostrano quanto la forza di un’immagine dipenda da una serie di decisioni consapevoli.

Ma la lezione più importante riguarda il rapporto tra fotografo e realtà. Un progetto documentario richiede tempo, ricerca, conoscenza del contesto e capacità di osservazione. La qualità estetica non è un elemento separato dal contenuto, così come la dimensione etica non può essere aggiunta a posteriori: entrambe concorrono alla costruzione dell’immagine.

La rassegna è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale e da un programma didattico rivolto alle scuole, con quattro laboratori dedicati alla fotografia, alla natura, alla condizione umana e al rapporto tra immagini e attualità.

Un percorso che permette di avvicinarsi all’opera di Salgado non soltanto attraverso la storia della fotografia, ma anche attraverso le questioni che le sue immagini continuano a porre: come raccontare il mondo senza semplificarlo, come rappresentare la sofferenza rispettando la dignità delle persone e come utilizzare lo sguardo fotografico per comprendere le trasformazioni del nostro tempo.

 

 


INFORMAZIONI SULLA MOSTRA

Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi

Sede: Museo Civico di Bassano del Grappa, Piazza Garibaldi 34, Bassano del Grappa (Vicenza).

 

Date: dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027.

Orari: tutti i giorni, dalle 10:00 alle 19:00. Ultimo ingresso alle 18:00. Chiuso il 25 dicembre 2026 e il 28 marzo 2027.

Biglietti:

  • Intero, mostra e collezioni permanenti del Museo Civico: 13 euro.
  • Ridotto, mostra e collezioni permanenti del Museo Civico: 11 euro.
  • Cumulativo intero, mostra, Museo Civico e Palazzo Sturm: 17 euro.
  • Cumulativo ridotto, mostra, Museo Civico e Palazzo Sturm: 14 euro.
  • Giovani tra 11 e 26 anni: 5 euro per la mostra e il Museo Civico; 7 euro per il biglietto cumulativo.
  • Famiglia, fino a quattro componenti dello stesso nucleo familiare: 28 euro per mostra, Museo Civico e Palazzo Sturm.
  •  

Visite guidate a partenza fissa: ogni sabato, domenica e giorno festivo, alle ore 11:00 e alle ore 15:00. Prenotazione obbligatoria; costo di 6 euro a persona, oltre al biglietto d’ingresso.

 

Catalogo: Silvana Editoriale, 200 pagine, edizione in italiano e inglese, prezzo in mostra 28,50 euro.

Informazioni e prenotazioni: salgado@comune.bassano.vi.it — tel. +39 0424 519899.

 

 

Sito ufficiale: www.museibassano.it

 

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Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

Fotografare una città significa scegliere cosa lasciare fuori

Il Napoli PHOTO Festival 2026 diventa l’occasione per riflettere sul punto di vista, sulla selezione e sulla responsabilità dello sguardo

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Paolo Falasconi //

Fotografare una città significa scegliere cosa lasciare fuori

Il Napoli PHOTO Festival 2026 diventa l’occasione per riflettere sul punto di vista, sulla selezione e sulla responsabilità dello sguardo

Una città non può essere fotografata tutta.

Sembra un’ovvietà, ma dentro questa frase c’è uno dei problemi fondamentali della fotografia: ogni immagine è una selezione. Quando fotografiamo una strada scegliamo un punto preciso dal quale guardarla, una distanza, un’altezza, una porzione di spazio, un momento della giornata. Decidiamo cosa entra nell’inquadratura e, inevitabilmente, cosa rimane fuori.

È anche da questa considerazione che può partire una riflessione sul Napoli PHOTO Festival 2026, in programma dal 2 all’11 ottobre con il tema Napoli e la fotografia di strada. La manifestazione propone mostre, letture portfolio, incontri e talk dedicati alla fotografia, con il Parco San Laise di Bagnoli come uno dei principali luoghi del programma e altre esposizioni distribuite nella città.

Ma più che raccontare semplicemente il programma, il festival offre l’occasione per tornare a una domanda fondamentale: che cosa significa davvero fotografare una città?

 

L’inquadratura non è una finestra neutrale

Siamo abituati a pensare alla fotografia come a una registrazione della realtà. Una macchina fotografica, in questa prospettiva, sarebbe uno strumento capace di raccogliere ciò che si trova davanti all’obiettivo.

In realtà una fotografia non registra semplicemente. Interpreta.

L’inquadratura stabilisce una gerarchia. Una persona può diventare il soggetto principale oppure scomparire sullo sfondo. Un edificio può apparire monumentale oppure insignificante a seconda della distanza. Una strada può sembrare vuota, caotica, elegante, degradata, sospesa nel tempo o proiettata verso il futuro.

La città è la stessa. È cambiato lo sguardo.

Questo vale naturalmente per la street photography, ma riguarda qualsiasi forma di comunicazione visiva. Anche un designer, quando sceglie una fotografia per una campagna, sta decidendo quale parte della realtà rendere visibile e quale lasciare fuori.

 

Fotografare non significa mostrare tutto

Uno degli errori più comuni quando si racconta un luogo è pensare che per essere autentici sia necessario mostrare tutto.

È esattamente il contrario.

La forza di un’immagine spesso nasce da ciò che non mostra.

Una fotografia può raccontare una piazza senza inquadrarla interamente. Può raccontare una persona senza mostrarne il volto. Può suggerire la presenza di una folla attraverso una sola figura. Può raccontare un quartiere attraverso un dettaglio apparentemente insignificante.

La selezione diventa quindi uno strumento narrativo.

È una lezione particolarmente importante in un’epoca nella quale siamo continuamente circondati da immagini. La disponibilità di fotocamere, smartphone e piattaforme di pubblicazione ha reso semplicissimo produrre fotografie, ma non necessariamente scegliere quali fotografie abbiano qualcosa da dire.

Scattare è diventato facile. Selezionare è ancora difficile.

 

La città reale e la città rappresentata

Napoli è un caso particolarmente interessante perché possiede una quantità enorme di immagini già sedimentate nel nostro immaginario.

Ci sono le vedute panoramiche, il Vesuvio, i vicoli, i panni stesi, il mare, i mercati, la strada, il caos, la vita quotidiana. Sono immagini talmente riconoscibili da rischiare di diventare una specie di vocabolario automatico.

Fotografare Napoli significa quindi confrontarsi anche con la Napoli che abbiamo già visto.

La questione non è necessariamente evitare ogni elemento riconoscibile. È capire se lo stiamo utilizzando perché appartiene davvero alla nostra osservazione oppure perché sappiamo già che quella determinata immagine “rappresenta Napoli”.

La differenza è enorme.

Nel primo caso stiamo osservando. Nel secondo stiamo semplicemente ripetendo un codice visivo.

 

Lo sguardo viene prima della macchina fotografica

Questo è forse uno degli aspetti più interessanti della fotografia di strada.

La macchina fotografica conta, naturalmente. Contano l’obiettivo, la luce, il tempo di esposizione, la qualità tecnica, la post-produzione. Ma nessuna attrezzatura può sostituire uno sguardo.

Prima ancora di premere il pulsante bisogna aver riconosciuto qualcosa.

Una relazione tra due persone. Una geometria urbana. Una luce particolare. Una contraddizione. Un gesto. Un’attesa. Una ripetizione. Un dettaglio che normalmente passa inosservato.

La fotografia arriva dopo.

È per questo che la street photography può essere considerata anche un esercizio di attenzione. Costringe il fotografo a stare dentro il luogo abbastanza a lungo da smettere, almeno temporaneamente, di guardarlo come un semplice passante.

 

Il tempo della fotografia

C’è poi un’altra selezione che spesso dimentichiamo: quella temporale.

Una fotografia blocca un istante. Ma quello che vediamo nell’immagine non ci dice necessariamente cosa sia successo un minuto prima o cosa accadrà un minuto dopo.

Un uomo fermo davanti a una vetrina può sembrare assorto. Potrebbe invece essere semplicemente in attesa dell’autobus. Una strada vuota può sembrare abbandonata. Potrebbe essere stata affollatissima pochi secondi prima.

L’immagine produce una certezza visiva, ma non necessariamente una certezza narrativa.

È un aspetto fondamentale anche per chi lavora nella comunicazione: una fotografia non si limita a mostrare un fatto, può orientare il modo in cui quel fatto viene interpretato.

 

Dalla fotografia alla comunicazione visiva

Per un graphic designer questa riflessione dovrebbe essere familiare.

Quando scegliamo una fotografia per una pagina, una campagna o un’identità visiva, non stiamo semplicemente cercando “una bella immagine”.

Stiamo scegliendo una porzione di realtà che dovrà convivere con un messaggio, un carattere tipografico, uno spazio, un colore e un determinato pubblico.

La fotografia non è quindi un elemento decorativo da inserire alla fine del progetto.

È già comunicazione prima ancora che il designer inizi a impaginarla.

Una fotografia sbagliata può rendere incoerente un’intera identità. Una fotografia apparentemente semplice può invece diventare il centro narrativo di una campagna proprio perché lascia spazio all’interpretazione.

Per questo imparare a scegliere un’immagine è importante almeno quanto imparare a produrla.

 

Guardare prima di fotografare

Il programma del Napoli PHOTO Festival comprende anche le letture portfolio FIAF, con sessioni dedicate al confronto tra fotografi e professionisti del settore, oltre a talk e appuntamenti dedicati alla fotografia di strada e alla città. Tra gli incontri previsti figurano quelli con Gianni Nava, Eolo Perfido, Francesca Chiacchio e Francesco Verolino.

È significativo che accanto alle mostre trovi spazio anche il confronto sul lavoro fotografico.

Perché un portfolio non è semplicemente una raccolta di fotografie. È una sequenza di scelte.

Quali immagini abbiamo deciso di includere? Quali abbiamo eliminato? Esiste una relazione tra loro? Stiamo raccontando qualcosa oppure stiamo semplicemente dimostrando di saper fotografare?

Sono domande che riguardano direttamente la progettazione.

 

Una città non è un soggetto, è un sistema

Forse allora fotografare una città non significa semplicemente documentarla.

Significa costruire una relazione con il suo spazio, con il suo tempo e con ciò che scegliamo di osservare.

Napoli non esiste soltanto nelle fotografie che la rappresentano. Esiste anche in tutte quelle cose che una fotografia non può contenere: le voci fuori campo, gli odori, le persone che attraversano l’inquadratura un secondo dopo, i luoghi che rimangono dietro il fotografo.

Ogni fotografia è quindi una parte, mai il tutto.

E proprio per questo può diventare interessante.

Perché quando smettiamo di pretendere che un’immagine debba spiegare una città intera, possiamo finalmente chiederle qualcosa di più difficile: farci vedere qualcosa che, passando di lì, non avevamo ancora imparato a guardare.

 

 

Vai al sito ufficiale

 

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Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo

Dal feed al mondo reale: come sta cambiando la fotografia commerciale

Non sta abbandonando la perfezione, ma sta imparando a confrontarsi con un’altra esigenza: sembrare vicina alla realtà.

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Paolo Falasconi //

Dal feed al mondo reale: come sta cambiando la fotografia commerciale

Non sta abbandonando la perfezione, ma sta imparando a confrontarsi con un’altra esigenza: sembrare vicina alla realtà.

Per molto tempo la fotografia commerciale ha avuto un obiettivo piuttosto chiaro: mostrare un prodotto nel modo migliore possibile. Una bottiglia perfettamente illuminata, un’automobile impeccabile, un piatto costruito al millimetro, una modella ripresa in una condizione di luce studiata nei minimi dettagli. Tutto doveva comunicare controllo, qualità e desiderabilità.

Oggi questo approccio continua a esistere, ma non è più l’unico linguaggio possibile. Le immagini che incontriamo ogni giorno sono diventate più numerose, più veloci e soprattutto più diverse. Nello stesso feed possiamo passare da una campagna pubblicitaria realizzata con una grande produzione a un video girato con uno smartphone, da una fotografia editoriale a un contenuto realizzato da un creator, fino a un’immagine generata con l’intelligenza artificiale.

Il risultato è un fenomeno interessante: più aumenta la qualità tecnica delle immagini, più acquistano valore quelle che sembrano spontanee, vissute e credibili. La fotografia commerciale non sta quindi abbandonando la perfezione, ma sta imparando a confrontarsi con un’altra esigenza: sembrare vicina alla realtà.

 

Dalla perfezione alla credibilità

Una fotografia pubblicitaria tradizionale comunica soprattutto controllo. La luce è costruita, la composizione è studiata, il prodotto viene posizionato con precisione e ogni dettaglio dell’immagine risponde a una scelta progettuale. È un linguaggio che continua ad avere una funzione importante, soprattutto quando il prodotto deve essere presentato in modo preciso e aspirazionale.

Accanto a questo modello si è però affermata una fotografia apparentemente più spontanea. Una luce meno controllata, un’inquadratura più naturale, un ambiente realmente vissuto o un prodotto fotografato mentre viene utilizzato possono rendere l’immagine più vicina all’esperienza quotidiana. Non significa che la qualità tecnica non conti più, ma che qualità e perfezione non sono necessariamente la stessa cosa.

Una fotografia può essere costruita con estrema attenzione e conservare allo stesso tempo l’impressione di un momento reale. È proprio questa apparente contraddizione a rappresentare una delle sfide più interessanti per la fotografia commerciale contemporanea.

 

L’effetto smartphone

Lo smartphone ha cambiato non soltanto il modo in cui fotografiamo, ma anche il modo in cui guardiamo le fotografie. Siamo ormai abituati a immagini verticali, ravvicinate e immediate, spesso realizzate in condizioni che qualche anno fa sarebbero state considerate tutt’altro che ideali. Non sempre sono perfettamente esposte o composte secondo le regole della fotografia tradizionale, ma possono risultare estremamente efficaci.

Il motivo è semplice: spesso raccontano una situazione prima ancora di raccontare un prodotto.

È questa la logica alla base di una grande parte dei contenuti generati dagli utenti e della creator economy. L’immagine non deve necessariamente sembrare una pubblicità; deve sembrare qualcosa che una persona potrebbe avere fotografato davvero nella propria quotidianità. Per un brand, questa differenza è fondamentale perché modifica il rapporto tra prodotto e pubblico: non si chiede più soltanto di guardare, ma di riconoscersi nella situazione rappresentata.

 

UGC: quando il consumatore diventa autore

L’User Generated Content ha introdotto un nuovo protagonista nella comunicazione visiva: il consumatore stesso. Una recensione video, una fotografia pubblicata spontaneamente o un prodotto mostrato all’interno della propria quotidianità possono avere una funzione comunicativa molto diversa da quella di una campagna tradizionale.

Non significa che il contenuto prodotto dall’utente sostituisca la fotografia professionale. Piuttosto, la completa. Il fotografo, l’art director e il brand costruiscono un’immagine controllata e coerente con una precisa strategia visiva; l’utente porta invece qualcosa che un set fotografico difficilmente può riprodurre completamente: la percezione di un’esperienza reale.

Per questo il confine tra contenuto editoriale, advertising e racconto personale è diventato sempre più sottile. Le aziende possono avere bisogno contemporaneamente di immagini altamente sofisticate e di contenuti capaci di inserirsi con naturalezza all’interno dei linguaggi utilizzati ogni giorno dalle persone.

 

Ma allora il fotografo non serve più?

È una domanda che torna continuamente, soprattutto da quando strumenti sempre più accessibili permettono di produrre immagini di grande qualità senza necessariamente ricorrere a una produzione fotografica tradizionale.

La questione, però, non riguarda soltanto la tecnologia. Se produrre un’immagine diventa più semplice, acquista ancora più valore la capacità di decidere quale immagine produrre.

Un fotografo non porta soltanto una macchina fotografica. Porta cultura visiva, sensibilità, capacità di osservazione, conoscenza della luce, composizione, gestione del soggetto e soprattutto la capacità di trasformare un’idea in una visione. Lo stesso vale per l’art director, che deve saper interpretare un brief, costruire un linguaggio e stabilire quale tipo di immagine sia realmente utile alla comunicazione.

In un ambiente nel quale è possibile generare migliaia di immagini in pochi minuti, la differenza non è necessariamente nella quantità di immagini che possiamo produrre. È nella qualità delle decisioni che prendiamo prima e dopo averle prodotte.

 

L’intelligenza artificiale cambia il processo

L’intelligenza artificiale sta introducendo un ulteriore livello di complessità. Oggi è possibile creare ambientazioni, oggetti, persone e situazioni che non sono mai esistiti davanti a una macchina fotografica. Ma soprattutto è possibile intervenire sull’immagine in fasi del processo creativo che fino a poco tempo fa appartenevano esclusivamente alla fotografia, al set e alla post-produzione.

Una fotografia può diventare il punto di partenza per una trasformazione. Un set reale può essere esteso digitalmente, un prodotto può essere inserito in un ambiente impossibile da costruire fisicamente e una campagna può combinare fotografie reali, compositing e immagini generate.

La fotografia commerciale sta quindi entrando in una zona ibrida nella quale fotografare, costruire e generare possono diventare parti dello stesso processo creativo. Questo rende ancora più importante la direzione artistica, perché quando gli strumenti aumentano diventa fondamentale sapere cosa si vuole ottenere e, soprattutto, perché lo si vuole ottenere.

 

Il problema non è sembrare reali

Potrebbe sembrare che la nuova regola sia semplicemente quella di realizzare immagini più autentiche. Ma anche l’autenticità può diventare una formula.

Se tutti i brand utilizzano fotografie apparentemente spontanee, ambienti domestici, colori naturali e persone riprese mentre svolgono attività quotidiane, anche questa estetica finisce per diventare immediatamente riconoscibile come linguaggio pubblicitario.

L’autenticità, quando viene trasformata in uno stile standardizzato, rischia quindi di perdere parte della propria forza. Il lavoro creativo consiste nel capire quale grado di costruzione sia più adatto a una determinata storia, a un determinato brand e al pubblico al quale ci si sta rivolgendo.

Non esiste una fotografia “vera” in assoluto. Esiste un’immagine capace di risultare credibile all’interno del contesto nel quale viene utilizzata.

 

Dal prodotto alla situazione

Forse il cambiamento più importante riguarda proprio il modo in cui il prodotto viene raccontato. La fotografia commerciale non deve più limitarsi a mostrare un oggetto, ma può mostrare ciò che accade intorno a quell’oggetto.

Una crema può diventare parte di una routine quotidiana, una valigia può raccontare una partenza, un paio di scarpe può suggerire una strada, un tavolo può diventare il luogo nel quale si incontrano le persone che utilizzano quel prodotto. In questo modo l’oggetto smette di essere il solo protagonista e diventa parte di una situazione nella quale il pubblico può riconoscersi.

È una differenza importante perché permette all’immagine di costruire una relazione emotiva senza dover necessariamente ricorrere a una comunicazione esplicitamente emozionale. Non stiamo semplicemente guardando un prodotto: stiamo immaginando cosa potrebbe significare averlo nella nostra vita.

 

La fotografia che resta

In un feed nel quale scorrono centinaia di immagini ogni giorno, la fotografia commerciale ha un problema nuovo: non deve soltanto essere bella. Deve avere una ragione per essere ricordata.

A volte questa ragione sarà una produzione fotografica sofisticata, costruita attraverso un set, una luce e una direzione artistica estremamente precise. Altre volte sarà uno scatto apparentemente casuale realizzato con uno smartphone. In altri casi ancora sarà un’immagine impossibile, nata dall’incontro tra fotografia, compositing e intelligenza artificiale.

Non esiste più una sola grammatica visiva e probabilmente non esisterà più. Per chi oggi lavora con le immagini, la vera sfida non consiste quindi nello scegliere tra fotografia perfetta e fotografia autentica, tra analogico e digitale, tra set e AI. Consiste nel capire quale linguaggio sia più efficace per raccontare quella specifica storia.

Perché, anche nell’epoca delle immagini infinite, la domanda più importante rimane sempre la stessa: perché questa immagine dovrebbe esistere?

 

 

# 6650
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
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Spazio / Circo: una Napoli da fotografare senza cartolina

Cinque giovani fotografi, trenta immagini e dieci giorni trascorsi dentro la città. Ai Magazzini Fotografici arriva un progetto che prova a raccontare Napoli attraverso i suoi spazi, i suoi abitanti e le trasformazioni che stanno cambiando il suo volto

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Paolo Falasconi //

Spazio / Circo: una Napoli da fotografare senza cartolina

Cinque giovani fotografi, trenta immagini e dieci giorni trascorsi dentro la città. Ai Magazzini Fotografici arriva un progetto che prova a raccontare Napoli attraverso i suoi spazi, i suoi abitanti e le trasformazioni che stanno cambiando il suo volto

Fotografare Napoli è facile. Forse troppo facile.

Basta una strada dei Quartieri Spagnoli, un balcone pieno di panni stesi, il mare visto da una terrazza, un motorino che attraversa una piazza, un vicolo affollato. Sono immagini che appartengono ormai a un immaginario riconoscibile in tutto il mondo.

Ma raccontare una città significa necessariamente andare oltre ciò che già conosciamo.

È da questa esigenza che nasce Spazio / Circo, il progetto fotografico che dal 23 settembre all’11 ottobre 2026 sarà ospitato ai Magazzini Fotografici di Napoli.

La mostra presenta trenta fotografie realizzate da cinque giovani autrici e autori — Fausto Angel Alvarez Peralta, April Jael Avila, Aurelio Bonifazi, Valentina Catino e Gurpreet Singh — durante una residenza artistica di dieci giorni realizzata a Napoli nel maggio 2026. (Fondazione Beta)

Non una semplice commissione fotografica, dunque, ma un’esperienza sul campo.

Dieci giorni dentro la città

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Fondazione Beta, Associazione Pianoterra e Studio Kene, laboratorio dedicato alla formazione di giovani fotografi, con la guida di Mohamed Keita, Daniele Molajoli e Christian Rizzo.

Durante la residenza i fotografi hanno attraversato la città lavorando tra street photography, ritratto e post-produzione, confrontandosi quotidianamente con professionisti e docenti attraverso momenti di revisione e editing.

È un metodo che cambia profondamente il risultato.

Non si tratta infatti di arrivare a Napoli con un’idea già confezionata della città e cercare immagini che la confermino. Il lavoro nasce dall’osservazione diretta, dall’incontro con le persone e dalla necessità di costruire progressivamente un racconto.

La fotografia diventa quindi anche uno strumento di ricerca.

 

Una città che cambia

Il titolo Spazio / Circo suggerisce già una delle tensioni centrali del progetto.

Da una parte c’è lo spazio, quello fisico della città: strade, quartieri, periferie, edifici, luoghi di passaggio e luoghi di vita.

Dall’altra c’è il circo, inteso come movimento, spettacolo, trasformazione continua.

Napoli oggi vive una fase nella quale il rapporto tra città e visitatori è diventato particolarmente intenso. Il centro storico, i quartieri e molti luoghi prima considerati marginali sono entrati stabilmente negli itinerari turistici.

Questa trasformazione produce nuove opportunità, ma modifica anche il modo in cui gli spazi vengono abitati e percepiti.

Spazio / Circo sceglie di osservare proprio questa complessità.

Le fotografie non cercano necessariamente la Napoli più riconoscibile. Piuttosto, costruiscono un ritratto nel quale spazio urbano, volti, mutamenti urbanistici e pressione turistica convivono all’interno dello stesso racconto. 

 

Cinque sguardi, una sola città

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è che Napoli non viene raccontata da un unico autore.

Cinque fotografi con origini e percorsi differenti hanno attraversato gli stessi luoghi, ma necessariamente con occhi diversi.

Fausto Angel Alvarez Peralta arriva dalla Repubblica Dominicana, April Jael Avila dall’Honduras, Aurelio Bonifazi e Valentina Catino sono italiani, mentre Gurpreet Singh proviene dall’India.

La città diventa così un punto d’incontro tra esperienze differenti.

Non esiste una sola Napoli perché non esiste un solo modo di guardarla.

La fotografia contemporanea può essere interessante proprio per questo: non quando pretende di restituire una rappresentazione definitiva della realtà, ma quando rende evidente che ogni immagine è il risultato di una posizione, di un’esperienza e di una relazione con ciò che viene fotografato.

 

Fotografare le persone, non soltanto i luoghi

Nel progetto entrano anche alcune operatrici e beneficiarie dell’Associazione Pianoterra, realtà che da anni lavora nel tessuto sociale napoletano a sostegno delle famiglie più vulnerabili.

È un dettaglio importante perché sposta ulteriormente il baricentro del progetto.

Napoli non è soltanto un’architettura da fotografare.

È soprattutto una comunità.

Le persone diventano parte del paesaggio tanto quanto i palazzi, le strade, i negozi e i monumenti. E il ritratto fotografico diventa uno strumento per stabilire una relazione, non semplicemente per raccogliere un’immagine.

 

Anche l’editing racconta

C’è poi un elemento che riguarda direttamente il lavoro del fotografo.

Le immagini prodotte durante la residenza non sono state semplicemente raccolte e messe in mostra. La fase di post-produzione e editing, seguita anche da Christian Rizzo, ha contribuito a costruire una coerenza visiva e cromatica all’interno di un progetto realizzato da cinque autori differenti. 

È un passaggio spesso invisibile al pubblico, ma fondamentale.

Una mostra fotografica non è soltanto la somma delle fotografie che contiene. È anche il modo in cui quelle fotografie vengono selezionate, ordinate, messe in relazione. In altre parole, anche l’editing è fotografia. Decidere quale immagine viene prima, quale dopo, quale viene eliminata e quale diventa centrale significa costruire un racconto.

 

La fotografia come strumento di relazione

Spazio / Circo nasce inoltre all’interno di un progetto nel quale la fotografia non viene considerata soltanto come produzione artistica.

Studio Kene, nato a Bamako e successivamente sviluppatosi anche a Roma, utilizza la fotografia come esperienza educativa, spazio di condivisione e strumento di crescita. 

Questo rende il progetto particolarmente interessante.

Perché fotografare una città significa anche imparare ad attraversarla. Osservare, fermarsi, parlare con qualcuno. Poi tornare nello stesso luogo, cambiare punto di vista.

Scoprire che l’immagine che avevamo in mente prima di arrivare non corrisponde necessariamente a quella che troviamo davanti all’obiettivo.

 

Una Napoli senza cartolina

Forse è proprio qui che Spazio / Circo trova la sua ragione più interessante.

Napoli è una delle città italiane più fotografate e rappresentate. Per questo, oggi, fotografarla significa anche confrontarsi con un’enorme quantità di immagini già esistenti.

Il compito non è necessariamente trovare qualcosa che nessuno abbia mai visto.

È guardare qualcosa di conosciuto in un modo diverso.

Una città non è mai un’immagine definitiva. Cambia con le persone che la abitano, con quelle che arrivano, con gli edifici che vengono trasformati, con le attività che aprono e chiudono, con le strade che cambiano funzione.

La fotografia può registrare queste trasformazioni senza doverle necessariamente spiegare.

Può semplicemente stare lì.

Guardare.

E lasciare che sia l’immagine a porre la domanda.

 

 

INFO

Spazio / Circo
Mostra fotografica a cura di Simona Filippini, con la collaborazione di Carmen Pilotto

23 settembre – 11 ottobre 2026
Opening: 23 settembre, ore 18.00

Magazzini Fotografici
Via San Giovanni in Porta, Napoli

Orari: mercoledì–sabato 11.00–13.30 / 14.30–20.00; domenica 11.00–14.00

Ingresso libero.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025 e promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. 

 

 

Foto in copertina: © I rispettivi titolari dei diritti. Pubblicata a fini editoriali e informativi.

 

# 6642
Tamaki Yoshida. Unfolding: quando la fotografia rivela ciò che non vediamo
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Fan Ho, la città trasformata in fotografia

A Torino, cento fotografie raccontano la Hong Kong degli anni Cinquanta e Sessanta attraverso lo sguardo di uno dei grandi maestri della street photography asiatica.

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Paolo Falasconi //

Fan Ho, la città trasformata in fotografia

A Torino, cento fotografie raccontano la Hong Kong degli anni Cinquanta e Sessanta attraverso lo sguardo di uno dei grandi maestri della street photography asiatica.

Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, è una mostra che porta per la prima volta in Italia un’ampia selezione del lavoro di uno dei più importanti fotografi asiatici del Novecento.

Ospitata negli spazi di Palazzo Falletti di Barolo, l’esposizione presenta 100 fotografie, realizzate principalmente tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e ripercorre la ricerca di Fan Ho (1931–2016), fotografo autodidatta nato a Shanghai e trasferitosi a Hong Kong a diciotto anni. La mostra è curata da Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom ed è prodotta e organizzata da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery di Hong Kong. 

Fan Ho osservava una città in trasformazione, ma il suo interesse non era semplicemente documentario. Le strade, i mercati, i vicoli e le persone diventavano materia per costruire immagini estremamente rigorose, nelle quali la realtà urbana veniva progressivamente trasformata in una composizione.

 

È forse questo l’aspetto più interessante della sua fotografia: Fan Ho non si limita a trovare una fotografia dentro la realtà, costruisce la realtà fotografica attraverso il suo sguardo.

Linee architettoniche, scale, muri, finestre, fumo, ombre e figure umane vengono organizzati all’interno dell’inquadratura con una precisione quasi geometrica. Il risultato è una fotografia sospesa tra realismo e astrazione, nella quale la città diventa quasi un set cinematografico.

 

La luce ha un ruolo fondamentale. Controluce e chiaroscuri permettono a Fan Ho di isolare le figure, nasconderne i dettagli o trasformarle in silhouette. In questo modo le persone che attraversano le sue immagini non sono soltanto soggetti fotografici, ma diventano elementi della composizione, quasi segni grafici all’interno dello spazio.

È particolarmente evidente in fotografie come Approaching Shadow e Street Scene, due delle opere più note presenti in mostra. In questi scatti la realtà urbana viene ridotta all’essenziale: luce, ombra, geometria e presenza umana. 

 

Fan Ho, la città trasformata in fotografia

 

Fan Ho, la città trasformata in fotografia

 

C’è poi un elemento che rende il lavoro di Fan Ho particolarmente interessante anche dal punto di vista del processo fotografico. L’autore considerava fondamentale il lavoro in camera oscura e utilizzava anche il ritaglio del negativo per modificare l’equilibrio dell’immagine, eliminando gli elementi superflui e rafforzando linee, volumi e contrasti. La fotografia, quindi, non terminava con lo scatto: continuava nella costruzione dell’immagine finale. 

 

Questa attenzione alla composizione è una delle ragioni per cui il lavoro di Fan Ho continua a essere così attuale. In un’epoca nella quale fotografare è diventato tecnicamente semplicissimo, le sue immagini ricordano che la fotografia non coincide con la capacità di registrare ciò che abbiamo davanti agli occhi. Fotografare significa scegliere.

Scegliere cosa lasciare nell’inquadratura e cosa escludere. Decidere da dove guardare. Aspettare che una persona attraversi esattamente quel punto dello spazio. Utilizzare una fonte luminosa per dividere l’immagine. Trasformare una strada in una geometria. Dare ritmo a una fotografia attraverso linee, pieni, vuoti e contrasti.

 

In questo senso, osservare Fan Ho significa osservare il momento in cui la fotografia smette di essere soltanto documentazione e diventa costruzione visiva.

Un approccio che continua a parlare alla fotografia contemporanea e che rende questa mostra particolarmente interessante anche per chi sta imparando a sviluppare un proprio linguaggio fotografico: prima ancora della macchina fotografica, dell’obiettivo o della tecnica, viene lo sguardo.

 

© Fan Ho. Images used for editorial purposes. All rights reserved by the respective rights holders.

 

 

FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong

Palazzo Falletti di Barolo
Via delle Orfane 7, Torino
11 settembre 2026 – 10 gennaio 2027

A cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom
100 fotografie
Martedì–domenica, 10.00–19.00. Chiuso il lunedì. 

Informazioni e mostra – Opera Barolo

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