Mostre ed eventi // Pagina 4 di 229
24.10.2018 # 5126

Marco Maraviglia //

Simona Guerra e la vita agra del creativo. Sulle tracce di Bianciardi

Quando la proprietà intellettuale viene derubata e si progetta una improbabile vendetta contro un sistema marcio che vive impropriamente di cultura

Chi è Simona Guerra

Simona Guerra, classe ’73. Da circa vent’anni ha trasformato la sua passione per la Fotografia in una professione per cui è riconosciuta a livello nazionale organizzando eventi e mostre.

E scrive. Scrive di fotografia tra cui alcune biografie dei grandi Mario GiacomelliMario DonderoCesare Colombo.

Vive tra Bologna e Senigallia, dove è nata.

Simona Guerra svolge un lavoro circoscritto nella sfera creativa. Chiunque svolga una professione creativa, in cui il lavoro intellettuale è predominante, attraversa inevitabilmente magagne di ogni genere, per il microcosmo in cui si opera, composto spesso da individui gretti, ignoranti, superficiali o arrampicatori sociali e politici.

Gente che a volte, di fronte a progetti culturali, non solo li individuano come strumenti arrivistici, ma non ne afferrano il lavoro intellettuale e l’impegno che c’è dietro. O non vogliono volutamente comprenderlo. Un impegno che non è solo creativo, non solo “una bella idea”, ma fatto anche di ricerca, di contatti con le parti coinvolte, di sforzo per redigerlo con schede e slide esplicative, eventuali partner e sponsor da coinvolgere…

<> Si direbbe. Dietro quelle carte c’è un lavoro. E il lavoro va rispettato.






La proprietà intellettuale è una cosa seria


Chissà a quanti di quelli che stanno leggendo, sarà capitato il furto di un’idea. Quanti si saranno visti una propria foto rubata, pubblicata su un cartaceo o una rivista online senza nemmeno l’attribuzione del credit, del proprio nome, e senza nemmeno percepire un giusto compenso.

Quanti post sui social non sono “condivisi” ma copiati e incollati facendo credere di averli scritti di proprio pugno?

Non si tratta di rispetto della paternità del pensiero (scritto o figurativo) di chi lo produce, di etica e deontologia, ma dell’assenza del pensiero stesso di chi non è capace di progettare.

L’ignoranza porta a confondere il pubblico dominio, qualcosa che sta da qualche parte, con il Creative Commons.

E tanta altra roba…


Il lavoro per la cultura


Simona Guerra è un’operatrice culturale del mondo della fotografia e ha voluto raccontare la storia di un suo analogo che lascia il proprio paesello dopo aver subito il furto del progetto di una mostra da parte dei responsabili dell’Assessorato alla Cultura e con tradimento del fotografo che, pur di fare la mostra, preferisce fregarsene della paternità del progetto stesso.

Legami politici, legami con chi conta per tenere in piedi la macchina elettorale e sostenere chi garantisce che certa politica fatta di scambi di favore continui ad esistere.

Un mondo adornato da burocrati, galoppini e di giornali schierati, di cui la cultura, quella che potrebbe risollevare la civiltà dal pantano creato da un sistema economico becero, non è altro che una strada da sfruttare appropriandosi di idee mal manipolate, proprio per quegli interessi economici e politici e non per mera conoscenza e ampliamento dei propri orizzonti intellettuali, sociali e civili. E con questo processo le idee buone possono scomparire facendo deteriorare l’intera offerta culturale.


Per me non è un libro di denuncia, no, ma raccontare quello che vedo e che provo. Chiedermi soprattutto cosa posso fare per stare meglio? Come fare a trovare un mio equilibrio in questo terremoto continuo? Come potrei modificarmi in questo mondo che cambia?

Il mio libro non sposterà niente, nessuno.

– Simona Guerra –


Nella “grande città” le cose non sono poi così diverse


Il protagonista lascia il proprio paese per andare a lavorare nella “grande città”, un luogo anonimo che potrebbe essere un qualsiasi capoluogo italiano. I rapporti col suo saggio compagno sono inficiati dalla lontananza e da nuovi incontri e si rende conto di ritrovarsi in un mondo non tanto diverso nelle sue dinamiche arrivistiche.


Per leggere il proprio nome citato nel colophon di un catalogo e quindi vedersi finalmente riconosciuto il proprio lavoro, ce ne vuole.


Come tanti lavori creativi che non hanno un albo ufficiale alla stregua di quelli di avvocati, medici, ingegneri ecc., il protagonista vive la sua condizione di precario “a partita IVA”, in un territorio di sciacalli e squali in cui il mobbing e la pratica dell’obliare le persone è prassi. I meriti non bastano.


C’è un gran lavoro da fare di relazioni pubbliche, sorrisi a cattivo gioco, compromessi. Aleggia in lui l’idea di trasferirsi all’estero dove c’è comunque da faticare per farsi strada ma con maggiore lealtà. Dove se telefoni a un addetto stampa ci parli e non trovi l’irraggiungibile “addetto al muro di gomma”.


Il protagonista scalcia in questo mondo ma non incontra solo feccia umana. Artisti e colleghi disinteressati si lasciano riconoscere e si rende conto che può farcela e che quel desiderio latente di vendetta dinamitarda va scemando.


L’epilogo è brividamente agro e felice.



Note tecniche del libro

Tre fascicoli 15×21 per un totale di 116 pagine ripiegate e leggibili in un paio d’ore. Non rilegate. Nessuna brossura, nessuna cucitura a filo refe. Nemmeno spillate. Tenuti insieme, prima della lettura, solo da un nastrino rosso con sigillo di cera lacca.


Font graziato, corpo 12, margini al testo di circa 2cm, una media di dieci parole a rigo… Insomma, un libro di buon stile grafico.


Leggendo questo libro a letto, sorridevo nella mia incazzatura per le pagine che scivolavano tra di loro. È un modo per restituirci e farci comprendere, la precarietà del lavoro di un free-lance.


All’interno alcune foto di Massimiliano Tursi che ritraggono i luoghi vissuti dallo scrittore Luciano Bianciardi a cui Simona si ispira (La vita agra, 1962).


È un romanzo indipendente. Forse un po’ scomodo. Ma bisogna dare il merito a Simona Guerra di aver un attimo esorcizzato, liberandosene, di un certo modo di fare cultura. Non fa riferimento a fatti e persone perché in realtà non esistono. O forse sì. Solo gli addetti ai lavori potrebbero riconoscersi, dall’una o dall’altra parte.


 


La vita è ancora agra, signor Bianciardi


Di Simona Guerra


Edizioni in(con)tra


ISBN 978-88-999359-13-3

20.10.2018 # 5123

Francesco Pontolillo //

Gli incredibili 2 – Come ti ricreo digitalmente la fotografia con Renderman

La resa fotografica de

Nelle varie fasi della computer grafica, una di quelle che tende ad essere più sopravvalutata alcune volte è quella relativa al lighting.

A volte si crede che basta piazzare semplicemente una serie di luci, magari stando attenti a dove sono fisicamente le sorgenti di luce (lampadine, finestre, etc..) per credere di aver illuminato correttamente una scena.

Tuttavia lo studio della corretta illuminazione prevede in realtà una moltitudine di concetti, che toccano la fotografia, la pittura e la narrazione visiva in generale.

In Pixar questo lo sanno bene, avendo in molti film costruito veri e propri capolavori visivi, tramite l’uso sapiente e ben gestito di fonti luminose. A volta disposte in piccole quantità, altre invece usate in modo molto più massiccio, ogni luce però aveva sempre un senso, uno scopo ed una cura ben precisa.

Questo avveniva già quando la tecnologia, non potendo fare affidamento su potenze di calcolo mostruose come adesso, si accontentava di artifici e soluzioni poco “realistiche” ed approssimative.

Gli stessi film di Monster and Co., Ratatuille, Alla ricerca di Nemo e Toy Story, parlano di questo sapiente uso delle luci, non condizionato dalla carenza di mezzi tecnici “potenti”.

Oggi, con l’enorme evoluzione delle strumentazioni hardware (tra schede video sempre più performanti, processori con sempre più core e potenza singola, hard disk allo stato solido che riescono a gestire dati a velocità impressionati, le possibilità si sono letteralmente ampliate.

Ed anche colossi dell’animazione, come la Pixar, che l’animazione in CGI l’ha proprio inventata, hanno adattato il loro “WorkFlow” di lavoro alle recenti tecnologie, in parte stravolgendo il modo di illuminare che avevano già sapientemente forgiato con il tempo.



Ecco quindi l’uso di calcoli e tecniche di rendering come l’indirect lighting tramite global illumination, il rendering in tempo reale tramite l’IPR, che anche in Pixar iniziano a fare capolino.

Ciò però che non è cambiato (per fortuna) è il modo in cui si pensa all’illuminazione!

Oggi il direttore della fotografiaEric Smitt, che ha curato la creazione delle scene de “Gli Incredibili 2”, ci porta dietro l’ideazione e la realizzazione di alcuni set di luci creati per l’ultimo film di animazione dello studio di Emeryville, appena uscito nelle sale.

Eric come direttore della fotografia ha avuto modo di collaborare a lungo tempo con la Pixar, ma al tempo stesso è stato per molti anni e continua ad essere anche un direttore di fotografia per live action(vale a dire i film girati normalmente in pellicola).

Proprio per questo motivo il suo tipo di studio, tende ad essere il più reale possibile (avendo appunto in mente le fenomenologie e casistiche proprie del lighting di un set reale).

Questo ha significato, durante tutto lo sviluppo della illuminazione de “Gli incredibili 2”, un approccio molto più volto all’uso sapiente e ponderato delle fonti di luce presenti in scena, senza l’uso di troppi “trucchi” artistici (che in passato avevano aiutato molto le rese artistiche delle luci della Pixar).

Insomma, pochi artifici e molto studio dietro il corretto posizionamento in scena delle geometrie 3D che avrebbero poi “motivato” le posizioni delle luci virtuali, esattamente come nel caso di un direttore di fotografia di scene reali per Film in pellicola!


Guarda il video su ilas magazine


25.05.2018 # 5053

Daria La Ragione //

STAR WARS IS BACK!

a Monza fino al 30 settembre

Luke Skywalker, Dart Fener, la Principessa Leila, R2-D2, C-3PO saranno solo alcuni dei protagonisti di Star Wars is back!, l’esposizione di mattoncini Lego® che ripropone alcuni dei momenti più emozionanti della saga di Guerre Stellari.

Ideata e prodotta da LAB Literally Addicted to Bricks, in collaborazione con ViDi, Giuliamaria e Gianmatteo Dotto, il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, col patrocinio del Comune di Monza, Star Wars is back! presenterà quattro diorami, costituiti da oltre un milione di mattoncini e abitati da più di duemila minifigure.

La rassegna nasce dalla fantasia di Wilmer Archiutti, fondatore di LAB, laboratorio creativo di Roncade, in provincia di Treviso, che realizza forme e architetture con i mattoncini che da più di quarant’anni privatamente colleziona con passione e dedizione.

Un ambiente estremamente realistico accoglierà i visitatori per introdurli all’interno di un universo fantastico dove prenderanno vita le vicende degli eroi galattici.

Ognuno dei quattro diorami racconterà una storia. Quella della Battaglia di Endor -realizzata con tecnica classica ‘mattoncino su mattoncino’ - è ambientata in una fitta foresta di alberi, in cui si potranno scovare, nascosti tra la vegetazione, tanti piccoli Ewok.

Il percorso espositivo proseguirà con la celebre Battaglia di Geonosis, che si tiene nell’omonimo pianeta caratterizzato da una pianura deserta con guglie rocciose, base di produzione di droidi da battaglia e con la ricostruzione del pianeta Hoth, uno scenario polare e innevato che si ispira al secondo episodio della prima trilogia in cui si sviluppa la Echo Base, sede dei ribelli capitanati dalla Principessa Leila.

Il quarto diorama riprodurrà le lande desertiche del pianeta Tatooine, luogo centrale nella trama di vari film della saga. È tra le sue sabbie, infatti, che ci sono stati alcuni degli incontri chiave della storia, come quello in cui il robot R2-D2 e l’umanoide C-3PO vengono raccolti dai Jawa e venduti a Luke Skywalker.

Star Wars in back! propone un’esperienza unica nel suo genere che riunisce il lato ludico a quello artistico rivolgendosi non solo ai più piccoli ma anche agli appassionati, ai curiosi e a tutti coloro che amano ampliare i loro orizzonti.

All’interno della mostra sarà possibile giocare e divertirsi con i mattoncini nell’area gioco dedicata ai più piccoli per creare le proprie fantastiche costruzioni; saranno inoltre organizzati laboratori ad hoc per bambini.


15.05.2018 # 5042

Daria La Ragione //

ROBERT DOISNEAU. Pescatore d'immagini

a Pisa fino al 17 giugno

Dal 23 marzo al 17 giugno 2018, il Museo della Grafica (Comune di Pisa, Università di Pisa) presenta la mostra Robert Doisneau. Pescatore d’immagini.

Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography, ViDi - Visit Different, la mostra offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese.

Nel raffinato allestimento delle sale di Palazzo Lanfranchi, il percorso espositivo si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i motivi più cari a Doisneau, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

I soggetti prediletti delle sue fotografie sono, infatti, i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere in questa città senza tempo. Nelle parole dell’artista: “Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti; nessun regista può ricreare l’inaspettato che si trova nelle strade”.

Doisneau ha lasciato l’immagine della Parigi più vera, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo: quella dei bistrot e dei clochards, delle antiche professioni e dei mercati a Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori, poeti, come Jacques Prévert, che con Doisneau condivise un’amicizia fraterna e testimoniata dallo scatto Prévert au guéridon, che lo ritrae seduto al tavolino di un bar con il fedele cane e l’ancor più fedele sigaretta.

Tra i capolavori più celebri esposti a Pisa anche Le Baiser de l'Hôtel de Ville, fotodel 1950 che ritrae una giovane coppia che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre la gente cammina veloce e distratta. L’opera, per lungo tempo identificata come un simbolo della capacità della fotografia di fermare l’attimo, non è stata scattata per caso: Doisneau, infatti, stava realizzando un servizio per la rivista americana Life e per questo chiese ai due giovani di posare per lui. Nelle sale di Palazzo Lanfranchi è inoltre possibile ammirare Les pains de Picasso, in cui l’artista spagnolo, vestito con la sua tipica maglietta a righe, gioca a farsi ritrarre seduto al tavolo della cucina davanti a dei pani che surrogano, con la loro forma, le sue mani.

Come sottolinea Andrea Ferrante, Assessore alla Cultura del Comune di Pisa e Presidente del Museo della Grafica: "Una mostra importante per cui ci aspettiamo una forte partecipazione. Pisa, che negli stessi mesi ospiterà altri eventi di notevole caratura, sarà meta obbligata per tutti gli appassionati della grande fotografia".


15.05.2018 # 5041

Daria La Ragione //

FULVIO ROITER. Fotografie 1948-2007

a Venezia fino al 26 agosto

La Casa dei Tre Oci presenta la prima retrospettiva dedicata al grande Fulvio Roiter dopo la sua scomparsa, il 18 aprile 2016. 200 fotografie, per la maggior parte vintage, raccontano l’intera vicenda artistica del fotografo veneziano.

 

Promossa dalla Fondazione di Venezia in partenariato con la Città di Venezia, la mostra ripercorre l’intera carriera fotografica di Fulvio Roiter, presentandosi come la più completa monografica mai realizzata sull’autore e la prima dopo la sua recente scomparsa. Un omaggio e un ricordo che la Casa dei Tre Oci ha voluto dedicare al fotografo che più di ogni altro ha legato l’immagine di Venezia al proprio nome.

 

L’esposizione, curata da Denis Curti, resa possibile grazie al prezioso contributo della moglie Lou Embo, farà emergere attraverso 200 fotografie, la maggior parte vintage, tutta l’ampiezza e l’internazionalità del lavoro di Fulvio Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Partendo dalle origini e dal caso che hanno determinato i primi approcci di Roiter alla fotografia, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva, il percorso racconta gli immaginari inediti e stupefacenti che rappresentano Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, Belgio, Portogallo, Andalusia e Brasile. Ne derivano 9 sezioni, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile di Roiter: L’armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l’Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L’altra Venezia; L’infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L’uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell’anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall’autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati.

 

L’allestimento si arricchisce di videoproiezioni, ingrandimenti spettacolari e una ventina di libri originali, che, oltre a visualizzare in pagina l’opera di Roiter, restituiscono anche la vastità di contributi critici dei tanti autori che hanno scritto sul suo lavoro, tra cui Andrea Zanzotto, Italo Zannier, Alberto Moravia, Ignazio Roiter, Fulvio Merlak, Gian Antonio Stella, Roberto Mutti, Giorgio Tani, Enzo Biagi. Non manca il breve ma intenso ricordo della moglie Lou, riferito a quel primo incontro in Belgio, che fu la nascita di un rapporto umano e professionale lungo quarant’anni.

 

Contenitore e veicolo ideale dell’opera artistica di Fulvio Roiter è stato infatti, sin dal principio, il libro fotografico. E la completa dedizione verso di esso ha portato l’autore a ricevere numerosissimi e importanti riconoscimenti come il prestigioso Premio Nadar, ottenuto nel 1956, con il libro Umbria. Terra di San Francesco, e il Grand Prix a Les Rencontres de la Photographie d’Arles, nel 1978, con Essere Venezia.

 

Con lo stesso approccio, meticoloso e attento, con cui lavorava ai progetti editoriali, Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica. Per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l’autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: “Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali” (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016).

 

Durante l’apertura della mostra un ricco programma di attività collaterali e iniziative contribuirà a evidenziare il nesso tra la vita e l’arte di Roiter e la città di Venezia attraverso incontri e approfondimenti.


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