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Blog // Pagina 2 di 19
15.02.2020 # 5426

Daria La Ragione // 0 comments

Addio maggiolino e grazie per le fantastiche campagne

Il 10 luglio scorso, nello stabilimento di Puebla in Messico, è stato prodotto l’ultimo esemplare, diciamo tutti addio al Maggiolino Volkswagen che ci ha regalato ironia e anticonformismo. Bye Bye

Preparate i fazzolettini, questo sarà un post triste:

il 10 luglio scorso, nello stabilimento di Puebla in Messico, è stato prodotto l’ultimo esemplare, diciamo tutti addio al Maggiolino Volkswagen.

Addio Beatle, ti abbiamo amato.

Nata per volontà di Adolf Hitler, l’auto del popolo (Volkswagen appunto) si chiamava in origine Typ 1 Kafer ed era stata progettata da Ferdinad Porsche nel 1937.

Da allora, è il caso di dirlo, ne ha fatta tanta di strada e molta di questa grazie al genio di un pubblicitario di razza come non ne se sono visti più: Bill Bernbach.

 

Anche se oggi sembra impossibile, la strada non è stata tutta in discesa per quest’auto cult: per esempio negli Stati Uniti all’inizio ha avuto vita dura. E non soltanto perché nasceva come “modello nazista”, ma soprattutto perché era proprio l’opposto di quello che gli americani consideravano una bella macchina: tondeggiante, buffa, piccola, diremmo noi “uno scarrafone”, direbbe in inglese “a beatle”.

Perciò: cosa fai se il tuo cliente ha un prodotto che nessuno considera mainstream e ti trovi nel pieno della contestazione giovanile degli anni ‘60? Lo trasformi nell’auto dei giovani e degli anticonformisti, di quelli che non hanno niente da dimostrare, eccetto il fatto che vanno ostinatamente contro la tradizione.

Nascono così le prime, fantastiche, campagne pubblicitarie della DDB

“Lemon” significa “ciofeca”, in generale negli Stati Uniti sta a indicare qualcosa che è andata storta*. E in effetti il gioco è questo: la vera schifezza non è il Maggiolino in sé, come sembrerebbe ironicamente suggerire la headline, ma quel Maggiolino in particolare, dal momento che, come ci viene spiegato, il vano portaoggetti è graffiato e andrà sostituito. Il lungo bodycopy ci racconta che ogni auto viene sottoposta a un esame accorto e che in media 1/50 viene rimandata indietro perché non gli rispetta gli standard di qualità e si chiude così: We pluck the lemons; you get the plums (noi togliamo i limoni – i difetti – voi prendete le prugne – il meglio).





Il gioco – com’è tipico della DDB – tutto basato sull’autoironia, fu la chiave di svolta per la VW negli Stati Uniti e cotinuò con la campagna successiva – e altrettanto famosa – Think Small, con cui si invitavano persone abituate a pensare the bigger the better (più grande è meglio è) a “pensare in piccolo”, raccontando quanti vantaggi erano nascosti in questa piccola grande automobile.

Ecco una gallery di campagne DDB per Volkswagen che ci riconciliano con la pubblicità e rendono più triste questo addio al Maggiolino.



The Volkswagen missed the boat.

The chrome strip on the glove compartment is blemished and must be replaced. Chances are you wouldn’t have noticed it; Inspector Kurt Kroner did.

There are 3,389 men of our Wolfsburg factory with only one job; to inspect Volkswagens at each stage of production. (3,00 Volkswagens are produced daily; there are more inspectors than cars.)

Every shock absorber is tested (spot checking won’t do), every windshield is scanned. VWs have been rejected for surface scratches barely visible to the eye.

Final inspection is really something! VW inspectors run each car off the line onto the Funktionsprüfstand (car test stand), tote up 189 check points, gun ahead to the automatic brake stand and say “no” to one VW out of fifty.

This preoccupation with detail means the VW lasts longer and requires less maintenance, by and large, than other cars. (It also means a used VW depreciates less than any other car.)

We pluck the lemons; you get the plums.


01.02.2020 # 5441

Nadia Malangone // 0 comments

Messaggi, Stories e Gruppi rivoluzioneranno il marketing con i social media?

Superata l’epoca delle grandi community online, ci muoviamo verso una progressiva valorizzazione delle micro comunità, piccoli gruppi che producono micro contenuti, spontanei e deperibili

Osservando alcune delle funzionalità introdotte di recente su Facebook emerge un quadro piuttosto chiaro della direzione che stanno prendendo relazioni e attività online. Pagamenti via chat, potenziamento di Messenger, marketplace, strumenti per i gruppi e soluzioni per le imprese locali spostano il focus dalle grandi community ai piccoli gruppi, dal globale al locale e dalle grandi produzioni media ai contenuti deperibili.


Pagamenti via Messenger

Per ora in rilascio in Francia e Stati Uniti, si tratta della possibilità di inviare e ricevere denaro direttamente via Messenger, senza lasciare la piattaforma.


Ovviamente la scelta strategica di puntare su Messenger è supportata da dati interessanti. Secondo Facebook:

i messaggi fanno parte della vita delle persone: l’80% degli adulti (19-64 anni) e il 91% dei teenager (13-18) in tutto il mondo, invia messaggi ogni giorno;

negli ultimi due anni c’è stato un forte aumento delle comunicazioni via messaggi: tra i primi cinque canali di comunicazione preferiti dalle persone troviamo messaggi (67%), social media (48%), email (47%), video chat (47%) e comunicazione faccia a faccia (38%);

la varietà dei canali aumenta la soddisfazione nelle relazioni sociali: la possibilità di scegliere tra diversi canali e mezzi di comunicazione rende più semplice la gestione delle relazioni personali.

Qui un’infografica con i risultati dell’indagine


Nuovi strumenti per i gruppi

Si tratta di uno degli ambienti più frequentati online: i gruppi sembrano aver preso il posto dei forum e delle community di qualche anno fa. Una sorta di rete nella rete, una serie di micro clan legati dalla condivisione di interessi, luoghi, professioni o obiettivi. I gruppi sono senza dubbio uno degli aspetti con cui tutte le aziende dovranno confrontarsi.

Sin dal lancio dei gruppi per le pagine (quelli in cui una fan page è amministratore del gruppo) è stata evidente l’importanza che queste micro community stavano acquistando. E di recente una serie di nuove funzionalità e integrazioni sembrano confermare l’ipotesi.

Messaggi di benvenuto: gli amministratori dei gruppi potranno creare un messaggio di benvenuto, in cui taggare automaticamente tutti i nuovi membri. Il senso di appartenenza alla community è il primo passo per creare e mantenere in vita un gruppo.

Badges: una piccola icona accanto al nome degli amministratori rende più semplice la loro individuazione. La sicurezza è fondamentale per garantire un ambiente sereno e amichevole.

Profilo dei membri: di ciascun membro del gruppo sarà possibile visualizzare le informazioni, le attività recenti e i post pubblicati nel gruppo. La trasparenza e l’identità delle persone sono indispensabili per sviluppare relazioni trasparenti e serene.

Insight e strumenti di controllo: una serie di dati renderanno più semplice l’analisi delle attività del gruppo e, grazie ai suggerimenti di Facebook, il lavoro di moderatori e amministratori sarà semplificato. Inoltre sarà possibile limitare le attività di chi non rispetti le linee guida e le regole di comportamento del gruppo (anche con una sospensione temporanea).

Per iniziare a sviluppare progetti che prevedano il collegamento dei gruppi alle fan page, è utile:

– scrivere una netiquette (regole di comportamento e obiettivi del gruppo) da pubblicare in una nota o in un post bloccato in alto, sempre visibile a nuovi e vecchi membri;

– condividere le linee guida per la gestione di commenti negativi, critiche e crisi più o meno lievi;

– individuare un piano editoriale specifico, tenendo presente che molto spesso la vera difficoltà non sta nel far entrare nuovi membri nel gruppo ma nell’offrire loro un buon motivo per restare.

Stories: il successo del contenuto effimero


Le Stories di Instagram continuano a vivere un momento d’oro. Sarà la semplicità di uso, il desiderio mai soddisfatto delle persone di guardare cosa succede dietro le quinte, la nostra innata tendenza a raccontare storie. Sarà questo o l’effetto tranquillizzante che hanno i contenuti deperibili (addio permanenza del contenuto, viva il diritto all’oblio) fatto sta che le storie, grazie alla loro struttura in micro momenti e alle continue funzionalità messe a disposizione degli user, continuano a crescere.

Tra le novità recenti troviamo:

– le storie multi autore (per amministratori di eventi e gruppi). Un modo intelligente di rendere ancora più forte l’appeal delle storie che negli eventi live trovano il loro senso più profondo;

– la possibilità di guardare e pubblicare storie anche da web mobile, un’ulteriore strumento a disposizione dei creatori di contenuti;

– la pubblicazione delle storie da Instagram alla pagina Facebook. Quest’ultima funzione si sta facendo attendere in Italia e sono ancora pochi gli utenti che riescono a visualizzare lo stream delle stories di Instagram anche su Facebook.

Mentre attendiamo curiosi il rilascio di queste nuove funzionalità ci prepariamo ad integrare vecchi e nuovi strumenti per aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi. Sapremo farne buon uso?

01.12.2019 # 5463

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Parametric Font, quando i numeri sono al servizio del design.

Quando si parla di font parametrici o algorithmic typography, ci si riferisce all’ennesimo esempio di come la tecnologia intervenga in ogni attività umana e, se possibile, come la stia migliorando

Quando si parla di font parametrici o algorithmic typography, ci si riferisce all’ennesimo esempio di come la tecnologia intervenga in ogni attività umana e, se possibile, come la stia migliorando.
Nella galassia di attività e professioni che si basano su design e progettazione, quella del type designer è sicuramente una delle più complesse e spesso sottovalutate.
Oltre alle competenze prettamente grafiche, legate al disegno del carattere, alla ricerca dell’innovazione stilistica, alla leggibilità, agli allineamenti ottici e geometrici, c’è tutta una parte che attiene lo studio della metrica. La più oscura e meno piacevole.

Il progettista alle prime armi ne è spaventato e spesso ciò determina per molti un ostacolo invalicabile.
Quel che si sottovaluta è che la progettazione di un carattere o di una famiglia di caratteri richieda un lavoro complesso ed articolato che può coinvolgere più competenze e durare molti anni.

Gli strumenti.

In tutta questa complessità, i moderni software di disegno (Adobe Illustrator) e di creazione dei font (FontLab Studio, Glyphs) hanno sicuramente snellito il processo ma per molti non è ancora sufficiente.
Soprattutto se si tiene conto di tutte le varianti necessarie per ogni lingua, le alternative stilistiche, i set di caratteri speciali, ecc.
Senza contare poi la necessità di mantenere la consistenza su tutti i media sui quali il font sarà riprodotto.
Ogni carattere infatti richiede uno studio specifico della metrica e del contrasto necessari a garantire la corretta leggibilità ed efficacia.



L’idea.

Un font parametrico, in grado di essere manipolato ed adattato per soddisfare ogni esigenza e, cosa fondamentale, in modo automatico.

Non è un’idea nuovissima, da molti anni infatti gli sviluppatori si dedicano allo studio di soluzioni per la generazione e la manipolazione parametrica di elementi grafici (design generativo).
Molti sono i progetti sperimentali e gli studi realizzati con framework di programmazione come Processing, NodeBox, o VVVV, solo per citare i più diffusi.

Eccone alcuni esempi:
Standardabweichung

Geomerative

Prototyp-0

CAN_GenerativeTypography

 

Anche Adobe, leader mondiale della distribuzione di font oltre che di soluzioni per il design, se ne è interessata.
Memorabile la presentazione di Project Faces durante gli sneak peaks dell’Adobe MAX 2015.





Realtà emergenti.

Non è quindi un caso che molte realtà si stiano dedicando allo sviluppo di applicazioni e framework in grado di velocizzare la produzione di font e la loro manipolazione.

Interessante l’esempio di Typotheque con il progetto Elementar

parametric font - Typoteque

Il progetto Modulator di Metaflop da cui deriva il più strutturato Metapolator, la tecnologia open source messa a disposizione di sviluppatori ed utenti.

Un progetto in continuo sviluppo al quale si può aderire e che ha già prodotto diverse famiglie di font come ad esempio Work SansCanola e Breite.

Google Fonts e la “svolta” parametrica.

È notizia di pochi giorni fa il rilascio del font Spectral su Google Fonts, la più diffusa libreria di webfont con licenze opensource.

google
spectral

Nulla di strano, se non fosse che Spectral è stato creato utilizzando Prototypo la web application di Production Type,  una delle soluzioni più complete e facili da utilizzare quando si parla di font parametrici.

Prototypo è un servizio a pagamento, ma se non si hanno particolari esigenze e si vuole sperimentare un po’, ci si può registrare ed accedere alla modalità gratuita.

prototypo

Designer VS Coder.

Ogni volta che si affaccia al mondo una nuova tecnologia in grado di estendere le competenze specifiche e renderle fruibili alle masse, la polemica è sempre dietro l’angolo.
Anche in questo caso, accanto alla fila degli entusiasti si affianca quella dei detrattori che sostengono che un codice non potrà mai sostituire la creatività di un progettista.

Una storia che sentiamo ormai da tempo e che ha interessato, di volta in volta, tutti gli ambiti dell’ingegno umano.
È stato così per la musica, per la fotografia, per il design e questo non è altro che un piccolo tassello della più grande ed inarrestabile rivoluzione tecnologica nella quale siamo immersi quotidianamente.

Sarà interessante vedere l’uso che di questi strumenti se ne farà, certi del fatto che per molti anni ancora la creatività umana manterrà la sua centralità.

Nulla da temere quindi, solo una tecnologia in più da esplorare con curioso interesse e di cui seguirne l’evoluzione.

10.07.2019 # 5241

Daria La Ragione // 0 comments

Pornhub lancia Baterade, per non rimanere a secco

Si chiama Baterade e serve a reintegrare i fluidi persi durante l’attività sessuale, tutti i fluidi, ci tengono a precisare.

Quando ero bambina il periodo di Natale iniziava in un momento esatto: quello in cui andava in onda lo spot di Coca Cola con i giovani hippies seduti a piramide, la bottiglina di vetro tra le mani e il coro inconfondibile “vorrei cantare insieme a voi, in magica armonia”. Tutt’oggi è un ricordo felice e per me, richiama un clima di pace e amore come solo alcuni momenti dell’infanzia possono.


 


A proposito di amore, questo piccolo cimelio dell’infanzia mia e di molti altri, è stato di recente parodiato dal colosso del porno mondiale: Pornhub ha infatti utilizzato il jingle di quella pubblicità per lanciare un nuovissimo prodotto (che in realtà è un pesce d’aprile).

Si chiama Baterade e serve a reintegrare i fluidi persi durante l’attività sessuale, tutti i fluidi, ci tengono a precisare. E il messaggio, ça va sans dire, è che Batorade vuole offrire a tutti la possibilità di amarsi senza fermarsi, non importa che vi stiate amando da soli, in compagnia, o in modo virtuale.


Questa è una traduzione della versione ufficiale:

«Ti presentiamo Baterade, la prima bevanda isotonica che aiuta sia gli uomini che le donne a recuperare tutti i loro liquidi (TUTTI) dopo ogni attività fisica, dal giocare a hockey tascabile allo sculacciare il tuo partner. Solo la formula clinicamente testata di Baterade può aiutarti a recuperare tutti i fluidi che ti danno l’energia di cui hai bisogno per andare avanti e indietro di nuovo. Prova tutti e tre i nostri sapori esotici oggi, tra cui Papaya Squirt, Banana Blast e Nutty Explosion. Perché è davvero prosciugante, ma amerai di nuovo

 


La citazione della vecchissima pubblicità di Coca Cola mi ha fatto sorgere alcune domande sul target della comunicazione e mi ha portata all’unico spazio del sito Pornhub che potreste tranquillamente guardare anche in un autobus affollato: quello sui dati statistici. 

Ve lo consiglio caldamente per almeno due motivi: prima di tutto perché avete a disposizione una mole di dati worldwide davvero impressionante, per di più raccontati sempre in modo molto semplice. Il secondo motivo, è che così avete una buona scusa se qualcuno vi dovesse mai chiedere perché c’è Pornhub nella cronologia del vostro browser.





Ma torniamo alla domanda: come mai è stata scelta questa citazione? E la risposta sembra arrivare proprio dagli analytics: il 51% degli utenti del sito (negli USA) è compreso nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni, una fascia d’età che – almeno dai 30 a salire – di fatto ricorda quella campagna e apprezza fino in fondo l’ironia della cosa.

D’altra parte, Pornhub non è nuova ai pesci (evitiamo tutti le facili ironie) d’aprile: qualche anno fa l’intero sito si trasformò in cornhub e al posto dei genitali campeggiavano ovunque pannocchie di mais.






Se siete curiosi delle statistiche e, per esempio, di sapere in che modo il festival di Sanremo ha inciso sugli accessi al sito di video porno più famoso del mondo, avete due possibilità:

- cliccate qui

- buona ricerca tra le pagine del sito

02.07.2019 # 5298

Ilas Web Editor // 0 comments

Napoli, 27 giugno 2019
David Carson è stato qui

Blog! di Daria La Ragione

David Carson è stato qui.
Non so se potete immaginare che emozione sia stata.

Fate conto che siete fotografi e un giorno possiate incontrare dal vivo (sì, è morto, ma è una pura ipotesi) Cartier Bresson, che viene nella vostra città a parlare di fotografia, ispirazioni, idee.

Fate conto che siete seduti buoni buoni in un cinema, davanti a uno schermo, mentre il vostro mito è lì che scorre centinaia di slide, commenta, fa battute e vi spiega con il sorriso cos’è per lui lavorare, quanto profondamente il suo lavoro sia una parte di sé, un modo di esprimersi, da dove gli arrivano le ispirazioni e, insomma, vi porti per mano attraverso il suo immaginario.

Ecco, chi scrive si è sentita così: dopo anni trascorsi a parlare di David Carson nei corsi di Storia della Grafica, a raccontare agli studenti che pazzesca rivoluzione sia stato il suo arrivo in quel mondo, che ventata di aria fresca abbia soffiato dalla California ecco che finalmente lui era lì, davanti a me, mi accompagnava nel suo mondo, attraverso il suo sguardo curiosissimo, ricordandomi quanto sia fondamentale riuscire sempre a stupirsi di ciò che ci circonda, quanto sia irrinunciabile la capacità di lasciarsi meravigliare dalle piccole cose.

Ed è stato fantastico!


Per me e per gli studenti che hanno affollato la sala del cinema Modernissimo – due ore in silenzio religioso interrotto solo dalle risate – è stata una mattinata da ricordare.

Ecco alcune delle cose che porterò con me:

"Your wave is coming – la tua onda sta arrivando."

Il tuo momento arriverà, se stai facendo quello che ami.
Un messaggio carico di fiducia, la stessa fiducia che mi sono portata addosso uscita di là e che mi ha riportata a quando avevo l’età di questi ragazzi che erano con me ad ascoltarlo. Perché infondo questa è stata la prima magia: mi sono sentita più giovane.



"Keep paddling – continua a remare."

Un’altra metafora che arriva dal surf, come la prima. Perché è chiaro che, se la tua onda sta per arrivare, tu devi sbracciarti a remare sul tuo surf per essere sicuro di beccarla quando sarà da te. Ed è questo che emerge guardando tutti i suoi lavori: impegno costante. Magari anche David Carson ha dei momenti in cui gli basta portare a casa la giornata, può darsi, ma non si direbbe proprio. Si direbbe invece che faccia tutto in modo appassionato, cercando di dare il meglio, sforzandosi di non mettere mai un titolo dove è ovvio che debba andare, mai il font che dovrebbe usare (per dire: per la locandina del film Helvetica ha usato un Franklin Gothic!!!). Insomma, sembra che non si stanchi mai di remare.


"Have fun – divertiti."

Perché il lavoro occupa la gran parte delle nostre giornate ed è importante continuare a divertirsi.

Quest’uomo che ho davanti e che ha cambiato la storia della grafica, alla veneranda età di 65 anni (portati bene quasi quanto Sting), continua a surfare e ad andare sullo skateboard, perché – ci dice – non bisogna mai smettere di fare quello che amiamo e ci fa stare bene.

Mi porto via consigli importanti sul design? Sì. Immagino di sì.

Soprattutto vengono con me riflessioni e ispirazione e fiducia nel futuro, e la felice conferma che quest’uomo che tanto avevo ammirato dalle pagine di Beach Culture e Ray Gun sia all’altezza delle mie aspettative.

29.06.2019 # 5294

Daria La Ragione // 0 comments

Aegean Airlines: caccia alle nuvole sul cielo di Atene

Blog! di Daria La Ragione

Se volevate partire per la Grecia, quest’estate, vi conveniva trovarvi a Berlino in primavera, perché Aegean Airlines ha pensato di regalare biglietti scontati se il cielo di Atene avesse tradito.

 

Avete presente quelle giornate grigie e piovose, una dietro l’altra, che vi mettono addosso una specie di tristezza che passa solo se immaginate una vacanza al mare?

Forse in questi giorni di caldo torrido vi è più difficile calarvi nell’atmosfera, ma provate a immaginare di aver trascorso una primavera uggiosa e piuttosto freddina a Berlino, pensate di passeggiare davanti al Sony Center e di trovare un billboard che vi promette uno sconto del 50% su un volo per la Grecia se…

Se riuscite a scovare almeno una nuvola nel cielo che sovrasta Atene e Paros, che viene ripreso in diretta e trasmesso sullo schermo.

Una bella prova di fiducia nel sole ellenico, non c’è dubbio, ma non finisce qui: la sicurezza è tale che, per permettere a tutti i cittadini tedeschi di vincere un volo scontato, la trasmissione in livestreaming va anche su Youtube.

Ce l’hanno fatta i fortunati presenti a vincere una vacanza nella patria di Omero? Al terzo giorno di attesa con i cellulari pronti, puntati verso lo schermo, finalmente un paio di nuvolette sono apparse sul cielo di Paros e i fortunati – o i perseveranti – presenti hanno potuto usare un qr code per ottenere il loro codice sconto.

L’operazione è targata Ogilvy, Athens, Greece che ha saputo coinvolgere i berlinesi, portandoli ogni giorno davanti al Sony Center, mescolando felicemente rete, dirette streaming, billboard e soprattutto una bella idea creativa!

  






20.06.2019 # 5299

Daria La Ragione // 0 comments

Arriva Restaurant 1:1 – il locale più piccolo del mondo

Blog! di Daria La Ragione

Restaurant 1:1 è l’idea pubblicitaria di una catena di supermercati danesi che ha scelto di lanciare una linea di prodotti già pronti, in monoporzione.


Quello dei single e delle persone che scelgono di vivere da sole è un numero che è cresciuto enormemente negli ulti anni, perfino in Italia, dove certe tradizioni legate alla famiglia cambiano più lentamente.

Secondo l’Istat, nel 2016 le famiglie composte da un solo membro erano circa una su tre, mentre sommando persone divorziate, separate, nubili, celibi e in stato di vedovanza il numero sfiorava gli otto milioni.

Cifre significative, che ci parlano di un mercato enorme al quale ci si rivolge ancora in modo insufficiente. Almeno nel nostro paese, in cui le monoporzioni esistono soltanto nella versione “insalatona per il pranzo”, e ovviamente comportano uno spreco di materiali da imballaggio da non sottovalutare.

 




In Danimarca – «eh, ma si sa, al nord sono avanti» direbbe la casalinga di Voghera che guarda al Baltico come a un luogo di perdizione e innovazione – in Danimarca, si diceva, una catena di supermercati che si chiama Irma ha lanciato una linea di prodotti precotti pensati per i single. Monoporzioni per limitare gli sprechi di cibo e andare incontro a un target che altrimenti è costretto ad acquistare confezioni di prodotti pensati per altri.

Fin qui nulla di rimarchevole, per lo meno nulla che ci ricordi che siamo qui per parlare di pubblicità.

Ma ecco il motivo di questo articolo: per lanciare questa linea di prodotti, l’agenzia  Robert/Boisen & Like-minded, ha aperto il ristorante più piccolo del mondo: si chiama Restaurant 1:1 perché c’è uno chef, un cameriere e un solo cliente può accomodarsi. Va da sé che vengono serviti soltanto i piatti pronti in vendita da Irma.

È un’idea intelligente e tutto sommato economica, perché è destinata a far parlare parecchio di sé, se non altro in patria, ed è di sicuro successo dal momento che tutte le prenotazioni disponibili sono state già raggiunte. Ovviamente di tratta di un temporary restaurant, allestito in modo semplice e accogliente



Advertising Agency: Robert/Boisen & Like-minded, Copenhagen, Denmark

Creatives: Mads Mardahl, Eva Ebbensgaard, Klara Vilshammer, Christoffer Boas, Philip Bock

Strategy Director: Søren Christensen

Creative Director: Heinrich Veilgaard

18.06.2019 # 5289

Daria La Ragione // 0 comments

Pari opportunità: quando lo storytelling vede il dito

Blog! di Daria La Ragione

Il 4 febbraio il miliardario indiano Anand Mahindra ha tweettato una vignetta che è diventata virale. Si tratta di una corsa a ostacoli che racconta come le pari opportunità siano ancora una gran barzelletta, visto che ovunque nel mondo sono soprattutto le donne a farsi carico della gestione di una famiglia, di una casa, della cura dei figli, dei genitori etc.  La vignetta racconta come la carriera di una donna sia costruita, inevitabilmente, con uno sforzo molto maggiore rispetto a quella di un uomo. Mahindra ha infatti accudito suo nipote, un anno di età, e ha poi dichiarato: «esprimo la mia solidarietà a tutte le donne che lavorano e riconosco come i loro successi abbiano richiesto uno sforzo molto maggiore rispetto alla controparte maschile».





A proposito di accudimento, British Gas – compagnia del Regno Unito che fornisce gas ed elettricità – ha lanciato una campagna Share That You Care, per incoraggiare gli Unpaid Carers, e cioè le persone che si prendono cura di parenti e affini malati, anziani o in difficoltà, ad aprirsi e a raccontare la propria esperienza, in modo da poter ottenere ascolto e magari aiuto.


 



È uno spot abbastanza emozionante, che racconta come le persone che assistono gli altri siano spesso incapaci di aprirsi, come mostrare una debolezza significhi per loro mettere in crisi un’armatura di forza e resistenza che hanno dovuto costruire, e come l’immagine che trasmettono a chi li circonda sia del tutto falsata.

Il meccanismo è piuttosto sfruttato: parla una persona, racconta delle cose, poi un’altra persona parla della prima e a un certo punto le si fa ascoltare quello che è stato detto in precedenza, ci si commuove, si ha una specie di epifania sulla propria superficialità, si corre ad abbracciare l’amica/il marito/la nonna in questione e noi che guardiamo ci sentiamo, a seconda dei casi, gli incompresi che vengono compresi, o i superficiali che finalmente riscattano la loro cecità. In un caso e nell’altro, al termine dello spot, siamo stati salvati e ce ne andiamo in pace.

Advertising Agency: Ogilvy, London, UK


Chief ECD: Charlie Wilson

Creative Director: Nina Taylor, Luca Corteggiano

Art Director: Neal Williamson

Copywriter: Bertie Rapkin

Director: David Stoddart



Fin qui, un’analisi dello spot. Ora una riflessione su quello che racconta, che non c’entra con le tecniche della comunicazione pubblicitaria, ma ha a che fare con il modo in cui si costruisce una narrazione e sulla possibilità di fare una piccola critica su ciò che uno spot racconta.

Racconta la solitudine dei forti (o presunti tali).

E fa un po’ rabbia. Fa rabbia che dia per scontato che le cose debbano rimanere così: un figlio, una moglie, una sorella siano destinati a prestare cure senza che questo sforzo venga in alcun modo riconosciuto. Si tende a pensare che “debbano farlo”, benché i cittadini di cui si prendono cura abbiano spesso versato regolarmente le loro tasse, contributi etc. Siano insomma persone di cui lo Stato dovrebbe farsi carico, o almeno riconoscere che chi se ne fa, lo sta sostituendo.

Fa rabbia pensare che la voce che finalmente si leva a favore di queste Unpaid Givers non chieda per loro pari opportunità, ma li inviti ad aprirsi e a cercare il dialogo il che, ci mancherebbe altro, è certamente un gran conforto, ma forse sarebbe il caso di spostare l’attenzione sulle soluzioni piuttosto che sui palliativi.

07.06.2019 # 5415

Paolo Falasconi // 0 comments

New York torna, rinnovato, nel catalogo dei font ufficiali Apple

Sul palco della WWDC 2019 –Worldwide developers Conference– in corso questa settimana, Apple ha rilanciato la versione aggiornata del font che ha fatto il suo (vero) secondo debutto l´anno scorso in un aggiornamento di iBooks

Macintosh, l’inizio di un’era
Era il 1984 quando Apple lanciò Macintosh e si preparava ad una incredibile avventura tecnica, tecnologica e commerciale che ancora oggi continua ad appassionare il mondo del tech.
Uno degli elementi chiave che determinò il successo di questo computer fu il corredo di font, tutti disegnati da Susan Kare che diede loro il nome prendendolo in prestito da famose città americane.
Chicago è stato la star, con una certa accattivante disinvoltura che lo avrebbe reso il default di Macintosh per anni, portandolo ad apparire in molte pubblicità degli anni ’80 e ’90, e alla fine essere usato per l’interfaccia dei primi iPod. Ma un altro font soprannominato New York aveva un certo fascino tipografico che evocava l’ambiente da grande casa editrice.

 

Proprio sul palco della WWDC 2019 –Worldwide developers Conference– in corso questa settimana, Apple ha rilanciato la versione aggiornata del font che a dire il vero ha fatto il suo (vero) secondo debutto l’anno scorso in un aggiornamento di iBooks, ma è possibile soltanto adesso scaricarlo gratuitamente per la prima volta.

 

La questione più interessante è che non è del tutto chiaro in che modo New York si integrerà nei piani di Apple. Il font predefinito di Apple per Mac e iOS è un sans serif chiamato San Francisco, che è sostanzialmente un adattamento di Helvetica Neue. Questi tipi di caratteri sans serif, costruiti con linee chiare prive della filigrana extra di serif, sono entrati nelle interfacce utente nell’era digitale. Fondamentalmente, possono muoversi senza perdere la loro leggibilità anche su schermi con pixel.

 

Ora, posto che un muro di testo sans serif può rendere complicata la creazione della gerarchia visiva e quindi la lettura del testo (motivo per cui si mescolano spesso serif e san serif nei progetti), considerato poi che iOS 13 consentirà agli utenti di modificare i font predefiniti nel sistema operativo e nelle relative app per la prima volta, probabilmente ha senso che Apple introduca uno standard sans serif recuperando il New York per farlo.

 

Quella vera e propria magia che è stato il font Chicago probabilmente non tornerà più, c’è da chiedersi se su questo fronte sia stato fatto davvero già tutto per stupirci. Forse un domani nuove interfacce richiederanno nuovi elementi grafici e chissà che il futuro non riservi qualche sorpresa.

31.05.2019 # 5274

Daria La Ragione // 0 comments

For Real Families: da Ikea arriva il salotto dei Simpson

Blog! di Daria La Ragione

Appassionati di serie tv, avete trascorso anni della vostra vita sul divano guardandole in lingua originale, con i sottotitoli e senza, stagione dopo stagione, amandone e odiandone i villain.

È arrivato il momento di mettere il piede (e qualcos’altro) nei salotti dei vostri beniamini. Grazie a Ikea (e alla sede spagnola di Publicis)  potete finalmente immaginare di essere a Manhattan nella coloratissima casa di Friends, se poi decidete di allevare una papera e trovate un paio di coinquilini folli e fighi, il gioco è fatto.




Se siete appassionati di fantascienza e inquietudine, oggi potete allestire la vostra parete comunicante con il sottosopra di Stranger Things e sperare che il Demogorgone vi giri qualche numero sulla ruota giusta.




Ikea ha pensato anche agli irriducibili del cartoon più longevo di sempre: un divano arancione, un comodino viola, un tappeto “bersaglio” e magari un cane da chiamare Piccoloaiutantedibabbonatale.




Da anni ormai Ikea ci ha abituati a campagne di advertising divertenti e intelligenti, che riescono felicemente a raccontare un’atmosfera e a “vendere” il prodotto.


Ecco quattro spot (dal più recente al più “antico”) che ci hanno fatto sorridere, giocando sulle piccole nevrosi quotidiane e sul nostro lato umano.


I primi due raccontano le passioni, i desideri e soprattutto l’idea che una casa debba essere un luogo che ci assomiglia, che rispecchia ciò che amiamo.

 

 



Il terzo, pluripremiato un paio di anni fa, prende in giro la mania – che ci accomuna sempre di più – di fotografare il cibo e di concentrarci sulla rappresentazione della vita, molto più che sulla vita stessa.

 



Infine l’ultimo è un commercial svedese, che racconta una società molto diversa da quella italiana già a partire dal claim “Un divorzio migliore per tutti”: una giovane mamma divorziata mette a frutto la versatilità dei mobili modulari, per vivere una felice vita da donna oltre che da madre (insomma, ogni paragone con l’ITalia diventa superfluo).

 

27.05.2019 # 5270

Daria La Ragione // 0 comments

GM - Education Discount: cinque insegnanti da ringraziare

Blog! di Daria La Ragione

Sono molte le aziende che offrono sconti speciali per gli insegnanti e gli studenti. Nel caso di General Motors, il programma si chiamaGM Educator Discount e, in occasione del Teacher Appreciation Mounth, per promuoverlo ha incaricato l’agenzia MRM//McCannDetroit di realizzare un commercial dedicato proprio a loro.

Anche se non se ne parla spesso, gli insegnanti sono una categoria fortemente a rischio di esaurimento professionale anzi, secondo alcuni studi sono addirittura la più esposta. Questo perché il carico di responsabilità che pesa sulle loro spalle, non equivale al potere decisionale e alle soddisfazioni: in buona sostanza subiscono decisioni altrui, ma si assumono in prima persona le conseguenze della loro applicazione.

E le soddisfazioni?

Quelle, evidentemente, attengono alla sfera personale e alla capacità del singolo di instaurare una relazione soddisfacente con i propri studenti: insomma sta tutta là la differenza tra un bravo insegnante e uno che non lo è.

  



Alla MRM//McCannDetroit devono aver fatto lo stesso ragionamento, perché hanno scelto di raccontare cinque microstorie di successo, attraverso altrettanti insegnanti e i loro studenti. Il meccanismo è un classico: il professore di turno viene intervistato sul perché abbia scelto quella professione, le risposte sono montate alternandole con il racconto degli studenti che poi viene mostrato anche ai protagonisti, e alla fine c’è l’incontro commovente e strappalacrime.

Ed è la dimostrazione che quando tocchiamo i sentimenti, la soddisfazione personale, il desiderio di sentirsi riconosciuti e gratificanti per il proprio impegno, anche uno spot che di originale ha poco o nulla diventa un bello spot, perché è un linguaggio che funziona.

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