C’è stato un momento in cui sembrava che l’illustrazione avesse perso il suo posto.
La fotografia aveva conquistato la pubblicità, il cinema e la moda; il digitale aveva reso possibile produrre immagini sempre più sofisticate; poi sono arrivati i social, i video brevi e, più recentemente, l’intelligenza artificiale generativa. In un panorama nel quale sembra possibile creare qualsiasi immagine in pochi secondi, ci si potrebbe aspettare che il disegno diventi ancora più marginale.
Sta succedendo qualcosa di molto diverso.
Nel 2026 l’illustrazione, soprattutto quella animata e costruita con un evidente intervento umano, è tornata a essere un linguaggio molto ricercato dai brand. Highsnobiety ha parlato esplicitamente del 2026 come dell’anno del fashion illustrator, osservando come marchi di moda e lusso stiano utilizzando sempre più spesso artisti e illustratori per distinguersi dalla produzione visiva generata automaticamente.
Uno dei nomi che meglio raccontano questo cambiamento è Annie Choi, conosciuta online come Ancho.
Il suo lavoro è un ottimo caso di studio perché permette di capire qualcosa che va oltre la sua estetica personale: perché un’azienda dovrebbe scegliere un illustratore quando potrebbe produrre immagini digitali perfette, velocemente e a costi inferiori?
La risposta comincia proprio osservando ciò che Choi fa con le immagini.
Non illustra semplicemente: costruisce piccoli mondi
Annie Choi è una digital artist, illustratrice e animatrice il cui lavoro mescola immaginario anime, surrealismo, nostalgia e una particolare attenzione alla trasformazione. Nel suo universo le cose raramente rimangono quello che sono.
Un oggetto può diventare un personaggio, un edificio può trasformarsi in un meccanismo fantastico, un alimento può diventare un accessorio di moda. Una delle caratteristiche più riconoscibili del suo lavoro è proprio questa capacità di partire da qualcosa di familiare e spostarlo leggermente verso l’impossibile.
È una trasformazione molto semplice, ma comunicativamente potentissima: riconosciamo ciò che stiamo guardando e contemporaneamente veniamo invitati a immaginarlo diversamente.
La stessa Choi ha descritto il proprio lavoro come un modo per creare universi nei quali invitare le persone a immaginare di più. La collaborazione con la moda, secondo l’artista, nasce naturalmente perché la moda offre un linguaggio fatto di texture, forme e trasformazioni, mentre l’animazione permette di dare movimento e vita a questi elementi.
Questa è probabilmente una delle ragioni per cui il suo lavoro funziona così bene per i brand.
Non si limita a mostrare un prodotto.
Gli costruisce intorno un immaginario.
Il caso Gap × Sandy Liang
Uno dei casi più evidenti è Sandy’s Dream Closet, il cortometraggio animato realizzato da Choi per la collaborazione tra Gap e la designer Sandy Liang.
Il progetto nasce da un’idea molto precisa: raccontare la collezione attraverso i ricordi d’infanzia di Liang e attraverso il rapporto personale che la designer aveva avuto con Gap crescendo a New York. La campagna immagina una giovane Sandy nella sua cameretta mentre sogna i vestiti che vorrebbe indossare da grande. I disegni prendono vita e il guardaroba diventa quasi un portale verso un mondo fantastico.
È interessante notare che il progetto non utilizza l’animazione semplicemente come una tecnica alternativa al video tradizionale.
L’animazione è il modo attraverso cui la storia può essere raccontata.
Una fotografia avrebbe potuto mostrare gli abiti. Un video avrebbe potuto mostrarli indossati. L’illustrazione animata permette invece di raccontare qualcosa che non è mai realmente accaduto: un ricordo trasformato in sogno.
È proprio qui che si comprende la differenza tra illustrare un prodotto e interpretare un brand.
Nel primo caso l’artista esegue una funzione.
Nel secondo porta una visione.
Perché proprio adesso?
Il successo di Choi arriva in un momento particolarmente interessante per la comunicazione visiva.
Siamo circondati da immagini. Mai come oggi è stato così facile produrne e distribuirne quantità enormi. Allo stesso tempo, proprio questa abbondanza sta rendendo più difficile attirare l’attenzione.
In questo scenario, un’immagine che conserva una componente chiaramente autoriale può acquisire un valore particolare.
Highsnobiety ha osservato come diversi brand stiano tornando a utilizzare illustrazione e animazione manuale proprio mentre i feed digitali vengono riempiti di immagini generate dall’intelligenza artificiale. La questione non è semplicemente tecnologica: l’intervento di un artista introduce nel contenuto una personalità riconoscibile, una sensibilità e una forma di imprevedibilità.
Questo è particolarmente interessante nel settore del lusso.
Il lusso vende certamente prodotti, ma vende anche artigianalità, tempo, cura, cultura e unicità. In questo senso, l’immagine disegnata può comunicare qualcosa che una rappresentazione perfettamente levigata rischia di perdere: la presenza di una mano, di una scelta, di un punto di vista.
Non è necessariamente un rifiuto della tecnologia.
È una scelta di posizionamento.
In un mondo nel quale tutti possono produrre immagini sempre più simili, avere un artista riconoscibile può diventare un modo per rendere riconoscibile anche il brand.
Da Loewe a Hermès: quando il prodotto diventa una storia
Il percorso di Choi è particolarmente significativo anche per la varietà dei marchi con cui ha collaborato.
Ha lavorato per Loewe, Hermès, Dior e Burberry, sviluppando animazioni nelle quali il prodotto viene inserito in piccoli racconti surreali.
Per Loewe, ad esempio, ha realizzato animazioni legate anche alla collaborazione con Studio Ghibli e successivamente una serie di immagini animate per la comunicazione della maison in Giappone. Per Hermès ha creato cortometraggi nei quali gli oggetti della maison entrano in scenari fantastici e assumono quasi una vita propria.
È una strategia molto diversa dalla pubblicità tradizionale.
Il prodotto non viene necessariamente messo al centro dell’immagine.
A volte quasi scompare.
E proprio così acquista maggiore forza.
Una borsa, un orologio o un accessorio diventano elementi all’interno di una storia. Il pubblico non riceve soltanto l’informazione «questo prodotto esiste»: viene invitato a entrare nel suo universo.
Per un brand, questa differenza è enorme.
Lo stile conta, ma non è tutto
Guardando il lavoro di Choi è facile fermarsi al suo stile: colori morbidi, atmosfere sognanti, personaggi, trasformazioni, riferimenti all’animazione giapponese.
Ma sarebbe un errore pensare che il suo successo dipenda soltanto da questo.
Uno stile può attirare l’attenzione, ma la riconoscibilità da sola non basta a costruire una carriera.
La qualità più interessante di Choi è forse la capacità di mettere il proprio linguaggio al servizio di storie differenti senza perdere riconoscibilità. Il suo immaginario può raccontare una collezione di moda, un profumo, un orologio o un’intera campagna senza sembrare semplicemente una serie di esercizi stilistici.
È una lezione importante per chi studia illustrazione.
Avere uno stile significa essere riconoscibili.
Avere un linguaggio significa invece sapere che cosa fare con quella riconoscibilità.
L’illustratore come autore
È proprio qui che cambia il ruolo professionale dell’illustratore.
Per molto tempo l’illustrazione è stata considerata soprattutto una disciplina applicata: qualcuno aveva bisogno di un’immagine e un illustratore la produceva.
Oggi, soprattutto nella comunicazione dei brand, il rapporto può essere molto più interessante.
L’illustratore viene scelto perché possiede un punto di vista.
Non gli viene chiesto semplicemente di rappresentare un’idea già completamente definita. Gli viene chiesto di contribuire alla costruzione dell’idea stessa.
È una differenza fondamentale.
E spiega perché alcuni illustratori diventano figure riconoscibili anche al di fuori dei singoli progetti. Il loro nome diventa parte del valore della collaborazione.
Il caso di Choi è emblematico: il suo lavoro non viene percepito come un elemento neutro all’interno della campagna, ma come qualcosa che porta con sé un immaginario immediatamente riconoscibile.
In altre parole, il brand non compra soltanto un’immagine. Compra una visione.
Una lezione per chi sta imparando
Per chi studia grafica, illustrazione, comunicazione o art direction, il lavoro di Annie Choi è interessante proprio perché mostra una strada possibile nel rapporto tra creatività e mercato.
La domanda da porsi non è soltanto «come posso disegnare bene?».
È anche: «che cosa posso far vedere che prima non esisteva?»
Un buon illustratore non compete necessariamente con la fotografia cercando di fare fotografie disegnate. Non compete con il 3D cercando di simulare il 3D. E non dovrebbe competere con l’intelligenza artificiale cercando semplicemente di produrre più immagini.
Può fare qualcosa di diverso.
Può trasformare.
Può sintetizzare.
Può interpretare.
Può dare una forma visiva a qualcosa che non esiste ancora.
Ed è probabilmente questa una delle ragioni per cui, proprio mentre la tecnologia rende la produzione di immagini sempre più facile, alcuni brand stanno tornando a cercare artisti capaci di rendere le immagini meno intercambiabili.
Perché è così richiesta?
La risposta, allora, non è soltanto «perché ha uno stile molto bello».
Annie Choi è interessante perché il suo lavoro mette insieme diverse qualità che oggi hanno un valore particolare: riconoscibilità, capacità narrativa, cultura visiva, animazione, immaginazione e adattabilità.
Ma soprattutto riesce a fare una cosa che la comunicazione contemporanea cerca continuamente: trasformare pochi secondi di attenzione in un’esperienza.
Un’immagine può fermare lo scroll.
Una storia può farci restare.
E un mondo visivo ben costruito può farci ricordare un brand.
Forse è proprio qui che si trova la ragione più profonda del ritorno dell’illustrazione. Non è semplicemente una nostalgia per il disegno fatto a mano e nemmeno una reazione alla tecnologia. È la ricerca di una voce riconoscibile in mezzo a una quantità sempre maggiore di immagini.
Annie Choi è una delle artiste che stanno dimostrando quanto questa voce possa essere potente.
E per chi sta imparando a progettare immagini, la lezione è forse ancora più interessante del suo stile: non basta creare qualcosa che sia bello da guardare. Bisogna creare qualcosa che abbia una ragione per essere guardato.
Frame from Hermès film by Annie Choi (Ancho). Image used for editorial purposes.