Marco Maraviglia. Le inesistenze della fotografia
L'autore di Impossible Naples Project, ricerca iniziata nel 2000 e resa pubblica sedici anni più tardi
LeggiGiovanni A. Scognamiglio //
Marco Maraviglia. Le inesistenze della fotografia
L'autore di Impossible Naples Project, ricerca iniziata nel 2000 e resa pubblica sedici anni più tardi
Una parte significativa della fotografia contemporanea ha progressivamente smesso di interrogarsi su come rappresentare il mondo per rivolgere la propria attenzione a una domanda diversa: in che modo un’immagine può costruire una realtà anziché limitarsi a registrarla? È un passaggio decisivo, che segna il superamento dell’idea ottocentesca della fotografia come semplice testimonianza del visibile.
Oggi il fotografo non è più soltanto colui che osserva il reale, ma anche colui che lo ricompone, lo interpreta, ne mette in discussione le relazioni. All’interno di questo scenario la ricerca di Marco Maraviglia occupa una posizione originale, perché affronta il tema della costruzione dell’immagine senza mai recidere il legame con la realtà. Le sue fotografie non nascono dall’invenzione di mondi fantastici, ma dalla ricomposizione paziente di frammenti reali. È proprio questa tensione tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere a dare origine a quelle che l’autore definisce, con un termine tanto semplice quanto illuminante, inesistenze.
La parola merita attenzione. Non indica un’illusione, né un inganno percettivo. Un’inesistenza è un luogo che non esiste ma che avrebbe potuto esistere; uno spazio costruito esclusivamente con elementi autentici, sottratti al loro contesto originario e ricomposti secondo una logica diversa. Ogni cupola, ogni scalinata, ogni prospettiva, ogni edificio appartengono realmente a Napoli. È il loro rapporto a cambiare. La fotografia non inventa nuovi oggetti: reinventa le relazioni tra quelli che già abitano il mondo. In questo consiste forse l’intuizione più profonda del lavoro di Maraviglia. La realtà non viene negata, ma interrogata nelle sue possibilità ancora inesplorate.
È attraverso Impossible Naples Project, ricerca iniziata nel 2000 e resa pubblica sedici anni più tardi al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli, che questa riflessione trova la sua forma più compiuta. A una prima osservazione le immagini sembrano appartenere al territorio del surrealismo o della staged photography. Le prospettive ricordano inevitabilmente Escher, alcune costruzioni dialogano con la tradizione delle architetture impossibili, mentre la precisione del montaggio digitale restituisce una sorprendente credibilità ottica. Ma fermarsi a questa lettura significherebbe cogliere soltanto la superficie del progetto. L’aspetto davvero originale non è la deformazione dello spazio, bensì il modo in cui Maraviglia trasforma la città in una struttura mentale.

Ogni città esiste infatti almeno due volte. Esiste nello spazio fisico, misurabile attraverso mappe, coordinate e distanze, ma esiste anche nella memoria di chi la attraversa. È una città fatta di percorsi abituali, di scorci improvvisi, di luoghi che finiscono per diventare vicini pur essendo lontani, di connessioni emotive che sostituiscono quelle geografiche. Nessuno ricorda una città come un urbanista. Ognuno costruisce inconsapevolmente una propria cartografia interiore. Le fotografie di Marco Maraviglia sembrano rendere visibile proprio questa geografia invisibile. Napoli non viene alterata; viene ricordata. O meglio, viene ricostruita secondo il funzionamento stesso della memoria, dove il tempo comprime le distanze e l’immaginazione completa ciò che l’esperienza lascia incompiuto.
Da questo punto di vista il suo archivio fotografico assume un ruolo centrale. Per la maggior parte dei fotografi l’archivio rappresenta il luogo della conservazione, il deposito di un lavoro concluso. Per Maraviglia accade il contrario. Migliaia di immagini realizzate nel corso di decenni per l’editoria e la fotografia di viaggio vengono continuamente riaperte, scomposte, ricombinate. L’archivio non custodisce il passato: produce nuove immagini. È un organismo vivo, un laboratorio permanente nel quale ogni fotografia rinuncia alla propria autonomia documentaria per diventare parte di una costruzione più ampia. L’autore ha parlato, con una punta d’ironia, di una sorta di «fotografia ecologica»: nulla viene creato ex novo, tutto nasce dal riuso del proprio patrimonio iconografico. Dietro questa definizione si nasconde però una riflessione ben più profonda. La memoria non è mai un deposito immobile; è un processo continuo di riscrittura.
È significativo che Maraviglia non attribuisca mai un ruolo centrale alla tecnologia. Le sue opere sono realizzate attraverso Photoshop, ma lo strumento rimane sullo sfondo. La tecnica non diventa mai argomento dell’opera. Sarebbe come attribuire il significato di un quadro al tipo di pennello utilizzato dal pittore. Ciò che conta è il pensiero compositivo. Le sue immagini non sono il risultato di un’elaborazione digitale fine a se stessa, ma di un processo di montaggio nel quale fotografie realizzate in tempi diversi trovano una nuova sintassi. Più che di fotomontaggio, verrebbe da parlare di scrittura fotografica. Ogni frammento mantiene la propria verità ottica, ma cambia radicalmente significato nel momento in cui entra in relazione con gli altri.

Questa idea della fotografia come costruzione attraversa anche il rapporto che Maraviglia instaura con il pubblico. Le sue opere non chiedono una contemplazione passiva. Richiedono partecipazione. Lo spettatore è invitato a riconoscere i luoghi, a ricostruire mentalmente gli spazi, a interrogarsi su ciò che sta osservando. Non è un caso che durante la mostra al PAN il riconoscimento dei monumenti diventasse parte integrante dell’esperienza espositiva. L’immagine non offre una risposta, ma pone una domanda. La fotografia si trasforma così in un esercizio dello sguardo, in un invito a osservare con maggiore attenzione il mondo che crediamo di conoscere.
Questa dimensione dialogica emerge anche nei lunghi tempi di elaborazione delle opere. Metamorfosi Reloaded, probabilmente il lavoro più emblematico del progetto, è maturato nell’arco di circa dieci anni, modificandosi progressivamente anche grazie al confronto con architetti, grafici, fotografi e artisti coinvolti negli happening organizzati dall’autore. È un aspetto che merita di essere sottolineato, perché contrasta con la cultura dell’immediatezza che caratterizza la produzione visiva contemporanea. Le immagini di Maraviglia non nascono da un’intuizione improvvisa. Sedimentano lentamente. Crescono, cambiano, accettano il dubbio e la revisione. In un tempo che misura il valore delle immagini sulla velocità della loro diffusione, questa lentezza assume quasi il valore di una scelta etica.
Esiste poi un elemento meno evidente ma altrettanto importante, che aiuta a comprendere la profondità della sua ricerca. Prima ancora di essere autore di immagini, Marco Maraviglia è stato un instancabile lettore di immagini. Libri come Recengrafie testimoniano decenni di riflessioni dedicate ai grandi protagonisti della fotografia e dell’arte, da Gian Paolo Barbieri a Helmut Newton, da Robert Mapplethorpe a Franco Fontana, da Bruno Munari a Joan Miró, fino a numerosi autori meno noti ma non meno significativi. Non si tratta di un’attività parallela rispetto alla sua produzione artistica. Al contrario, costituisce il terreno sul quale quella produzione si è formata. Chi osserva le fotografie degli altri con attenzione critica finisce inevitabilmente per costruire anche le proprie con una diversa consapevolezza. Le inesistenze di Maraviglia non nascono soltanto da uno sguardo fotografico; nascono da una lunga educazione dello sguardo.
In questo senso il suo lavoro supera la tradizionale distinzione tra fotografo, grafico, autore e critico. Le diverse esperienze si intrecciano fino a costruire un’unica pratica dell’immagine, nella quale la produzione, la riflessione e la divulgazione diventano aspetti complementari di una stessa ricerca. Anche Ritracordi, volutamente lontano dal linguaggio del manuale tecnico, conferma questa attitudine. Più che insegnare a fotografare, Maraviglia invita a guardare. O, come ama dire lui stesso, ad «ascoltare con gli occhi». È una formula che potrebbe apparire semplicemente poetica e che invece descrive con precisione il nucleo del suo pensiero: ogni immagine possiede una dimensione che va oltre ciò che mostra. Fotografare significa imparare a cogliere anche ciò che rimane silenzioso.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, in cui costruire città impossibili è diventato un esercizio accessibile a chiunque, la ricerca di Marco Maraviglia acquista paradossalmente una nuova attualità. Non perché anticipi la tecnologia, ma perché ricorda una distinzione fondamentale. Un algoritmo può produrre infinite immagini. Più difficile è costruire un immaginario. Impossible Naples Project non è una collezione di visioni spettacolari, ma una ricerca sviluppata nell’arco di oltre vent’anni, alimentata da uno sguardo coerente, da un archivio costruito pazientemente e da una riflessione continua sul rapporto tra fotografia, memoria e spazio urbano.
Forse è proprio questa la qualità più rara del lavoro di Marco Maraviglia. Le sue opere non ci invitano a fuggire dalla realtà, ma a immaginarla diversamente. Le sue città impossibili non sostituiscono Napoli: ne rivelano una dimensione normalmente invisibile. Ogni luogo, sembra suggerirci, contiene molte più possibilità di quante siamo disposti a vedere. La fotografia, allora, non coincide più con l’atto di fermare il mondo. Diventa il gesto, più complesso e più fertile, di continuare a immaginarlo.
Nota biografica
Marco Maraviglia è fotografo, grafico e autore. Collabora da molti anni con il settore dell’editoria e del turismo e ha sviluppato, a partire dal 2000, Impossible Naples Project, una ricerca dedicata alla costruzione delle sue celebri inesistenze, immagini ottenute ricomponendo esclusivamente fotografie tratte dal proprio archivio. Fondatore dell’Associazione Culturale Photo Polis, è ideatore del PAM – Photo Art Market. Accanto alla produzione artistica svolge un’intensa attività di riflessione critica sulla fotografia, documentata nei volumi Recengrafie e Ritracordi, nei quali coniuga analisi, esperienza e divulgazione con l’obiettivo di educare a uno sguardo più consapevole.
Vai al sito di Marco Maraviglia https://impossiblenaples.weebly.com/collection.html
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