Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle
Il vedutismo capovolto: una geografia costruita sull'acqua
LeggiGiovanni A. Scognamiglio //
Il mare come spazio mentale: le fotografie in kayak di Ugo Pons Salabelle
Il vedutismo capovolto: una geografia costruita sull'acqua
Esistono fotografie di mare che raccontano un luogo e fotografie che raccontano un'esperienza. Le immagini realizzate da Ugo Pons Salabelle durante le sue uscite in kayak appartengono a una terza categoria, molto più rara: trasformano il mare in uno spazio di osservazione, dove il paesaggio non viene semplicemente rappresentato, ma vissuto.
Che a firmarle sia Ugo Pons Salabelle non è un dettaglio. Parliamo di uno dei più grandi fotografi italiani contemporanei, un autore che ha fatto la storia della fotografia pubblicitaria nel nostro Paese: decenni di immagini costruite con rigore assoluto per la comunicazione e per le grandi campagne. Ed è proprio questo passato a rendere il progetto in kayak ancora più significativo: chi ha dominato per una vita la fotografia più controllata e artificiale che esista sceglie qui la direzione opposta — la luce naturale, l'attesa, l'imprevedibilità del mare.
A un primo sguardo sembrano fotografie essenziali. Una linea d'orizzonte, una superficie d'acqua, la prua del kayak che entra nell'inquadratura. Eppure è proprio questa apparente semplicità a renderle così riconoscibili. In un'epoca in cui la fotografia tende a moltiplicare gli elementi, inseguendo effetti spettacolari e prospettive estreme, Ugo Pons Salabelle sceglie la sottrazione. Elimina tutto ciò che è superfluo e costruisce immagini fondate su un equilibrio rigoroso, quasi meditativo — più vicino alla disciplina di certi maestri del paesaggio minimale, dai mari sospesi di Hiroshi Sugimoto alle geometrie quiete di Luigi Ghirri, che al repertorio della fotografia sportiva o naturalistica.

Il kayak come punto di osservazione
Il kayak, infatti, non è il protagonista. Non racconta lo sport, l'avventura, la prestazione fisica. È il punto da cui nasce lo sguardo, una presenza discreta che accompagna il fotografo e, con lui, l'osservatore. La storia dell'arte conosce bene questo dispositivo: è la figura di spalle della pittura romantica, il viandante di Friedrich che non guardiamo, ma attraverso il quale guardiamo. Qui la figura umana è scomparsa del tutto e ne resta solo il vettore — una prua affilata che entra nell'inquadratura dal basso e diventa linea prospettica, invito, soglia. Non osserviamo il kayak: ci sediamo idealmente al suo interno.
Questa scelta modifica completamente il rapporto con il paesaggio. Il fotografo non guarda il mare dalla riva, né dall'alto di una scogliera o dal ponte di un'imbarcazione. Si trova a pochi centimetri dalla superficie dell'acqua, all'altezza esatta in cui il mare smette di essere panorama e torna a essere elemento: una posizione che appartiene soltanto a chi naviga lentamente, e che restituisce al mare la sua dimensione autentica — vasta, silenziosa, apparentemente infinita.

Il vedutismo capovolto: una geografia costruita sull'acqua
Molti dei luoghi fotografati da Ugo Pons Salabelle appartengono all'immaginario del Golfo di Napoli: Castel dell'Ovo, Posillipo, Nisida, il Golfo di Pozzuoli, il castello di Baia, le isole, le coste vulcaniche dei Campi Flegrei. Sono tra i paesaggi più rappresentati della storia dell'arte occidentale: da tre secoli il Golfo viene dipinto, inciso e fotografato dalla terraferma, dalle terrazze e dalle alture, secondo il canone della veduta che da Posillipo guarda il Vesuvio. Eppure, nelle sue immagini, questi luoghi sembrano completamente diversi.
La ragione è che Ugo Pons Salabelle compie l'operazione esattamente inversa: capovolge il vedutismo. Non fotografa il mare dalla città, ma la città dal mare. Cambiare il punto di osservazione significa cambiare il significato stesso del paesaggio: da terra le architetture dominano l'acqua; dal kayak è l'acqua a dominare tutto il resto. Le architetture si abbassano, la costa si riduce a una sottile linea orizzontale, e Napoli — monumentale per definizione — diventa una striscia di facciate color pastello compressa tra due cieli, quello vero e quello riflesso. Il paesaggio perde la sua funzione descrittiva e acquista una dimensione emotiva: la fotografia non documenta un luogo, restituisce la sensazione di trovarsi sospesi tra due elementi. La terra non è più il punto di partenza: è una presenza lontana, quasi marginale.
In questa prospettiva anche la luce assume un ruolo strutturale. Le albe e i tramonti non sono utilizzati per enfatizzare il colore, ma per costruire atmosfere: le nuvole si riflettono sull'acqua, il sole diventa un riferimento geometrico, le superfici marine si trasformano in specchi che moltiplicano la profondità dello spazio. E quando dall'acqua emergono i segni dell'uomo — la mole del castello aragonese di Baia sospesa sopra la foschia, o la piccola stele votiva con la statua bianca che i naviganti del Golfo conoscono bene, raggiunta a colpi di pagaia sotto un cielo drammatico — questi appaiono come apparizioni: non mete turistiche, ma presenze che il mare concede a chi lo attraversa con lentezza e rispetto.
Nelle giornate calme il mare appare immobile, quasi astratto: le onde scompaiono, la distinzione tra cielo e acqua si annulla, e l'immagine si avvicina alla pura meditazione sull'orizzonte. Quando invece il vento aumenta, il linguaggio cambia radicalmente. La prua non conduce più verso un orizzonte contemplativo, ma affronta il movimento continuo delle onde: l'inquadratura si inclina, la schiuma entra nel primo piano, e la fotografia diventa una narrazione fatta di equilibrio e resistenza. È la stessa tensione che attraversa la copertina del suo libro Sulla via dell'acqua che scorre, dove la prua fende un mare in tempesta: la contemplazione e la lotta come due tempi dello stesso respiro.

La fotografia come esperienza del tempo
L'aspetto forse più sorprendente di questo lavoro è il rapporto con il tempo. Queste fotografie non possono essere improvvisate. Richiedono preparazione, conoscenza del mare, attenzione alle condizioni meteorologiche, capacità di leggere vento, correnti e luce; richiedono di uscire prima dell'alba, di raggiungere il punto giusto a forza di braccia, di attendere. Ogni uscita in kayak implica un tempo lento, strutturalmente incompatibile con la fotografia istantanea a cui siamo abituati: qui lo scatto non è l'inizio del processo, ne è l'ultimo gesto.
Questo ritmo emerge chiaramente nelle immagini. Non c'è fretta di raccontare tutto. Al contrario, ogni fotografia sembra invitare l'osservatore a fermarsi, a respirare, a seguire con lo sguardo quella sottile linea della prua che conduce verso l'orizzonte. In un periodo storico dominato dalla velocità e dal consumo compulsivo delle immagini digitali, il progetto assume un significato quasi controcorrente: ricorda che la fotografia non è il risultato di un clic, ma il frutto di un'attesa, di una relazione tra il fotografo e il paesaggio costruita lentamente attraverso il movimento silenzioso del kayak. È la lezione di un maestro che, dopo aver attraversato da protagonista la stagione d'oro della fotografia professionale italiana, non ha più nulla da dimostrare e può permettersi la forma più difficile di tutte: la semplicità. Forse è questa la sua qualità più rara: queste fotografie non chiedono di essere consumate rapidamente. Chiedono tempo, proprio come il mare.
Landfalls and departures: approdi e partenze
Non è un caso che il corpus di questo lavoro si sia sedimentato in una serie di volumi fotografici — Sulla via dell'acqua che scorre, Landfalls and Departures. Il kayak da mare, Campi Flegrei e Procida dal mare — i cui stessi titoli disegnano una poetica: l'acqua come via, il viaggio come alternanza di approdi e partenze. Il libro, con il suo ritmo di pagina in pagina, è la forma naturale di una fotografia nata dalla lentezza: sfogliarlo è ripetere, a terra, l'esperienza della pagaiata.
Alla fine della visione rimane una sensazione insolita: non quella di aver osservato un luogo, ma di averlo attraversato. La prua continua idealmente il suo percorso oltre il bordo della fotografia, invitando chi guarda a proseguire il viaggio con lo sguardo. È questa la forza di un progetto che, pur nato da un gesto semplice come pagaiare, riesce a trasformare il paesaggio in una riflessione sul vedere. Perché nelle fotografie di Ugo Pons Salabelle il mare non è uno scenario: è uno spazio mentale, un esercizio di contemplazione e una lezione — rivolta a chiunque produca o guardi immagini — sul valore del punto di vista.












