Still Standing: quando fotografare significa restare
La 35ª edizione del SI Fest di Savignano sul Rubicone riflette sulla fotografia come forma di presenza, resistenza e attenzione al mondo.
LeggiPaolo Falasconi //
Still Standing: quando fotografare significa restare
La 35ª edizione del SI Fest di Savignano sul Rubicone riflette sulla fotografia come forma di presenza, resistenza e attenzione al mondo.
Ci sono fotografie che raccontano qualcosa. E poi ci sono fotografie che, prima ancora di raccontare, scelgono di esserci.
È da questa distinzione che sembra partire Still Standing, il tema della 35ª edizione del SI Fest – Savignano Immagini Festival. Due parole semplici, quasi una dichiarazione: ancora in piedi. Non un’espressione celebrativa, ma una posizione. Un modo per dire che, nonostante tutto ciò che cambia, qualcosa continua a resistere. E che tra le cose ancora in piedi c’è anche la fotografia.
Dal 1992 il SI Fest porta la fotografia contemporanea a Savignano sul Rubicone, costruendo intorno alle immagini un luogo di incontro, ricerca e confronto. Arrivato alla sua trentacinquesima edizione, il festival si conferma il più longevo d’Italia e quest’anno, sotto la direzione artistica di Manila Camarini, sceglie di interrogarsi proprio sulla possibilità di rimanere presenti in un presente che sembra diventare ogni giorno più instabile.
Restare significa guardare
Fotografare significa fermare qualcosa. Ma forse, più precisamente, significa decidere di guardarlo abbastanza a lungo da non lasciarlo scomparire.
In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, questa scelta assume un significato particolare. Siamo circondati da fotografie, video, immagini generate, stories e contenuti che scorrono senza sosta. Ogni giorno ne vediamo migliaia e quasi tutte sono destinate a essere sostituite da quella successiva.
La fotografia contemporanea può invece chiedere l’opposto: fermati, guarda ancora, rimani.
È una richiesta semplice, ma tutt’altro che innocente. Perché guardare davvero significa anche assumersi la responsabilità di ciò che si sta guardando.
Il SI Fest costruisce intorno a questa idea un programma che attraversa storie personali, conflitti, identità, territori e trasformazioni sociali. Non cerca necessariamente immagini spettacolari, ma sguardi capaci di avvicinarsi a ciò che normalmente rimane ai margini del campo visivo.
La fotografia come presenza
Una delle mostre più significative dell’edizione è Still Here. Resistenza Contemporanea: Minneapolis, Ucraina, Palestina, che riunisce i lavori di Pietro Masturzo, Alfredo Bosco e Jack Califano.
Tre luoghi diversi, tre contesti storici e politici che non possono essere sovrapposti né considerati equivalenti. A unirli è però una stessa necessità: essere lì, guardare, testimoniare.
Le fotografie di Alfredo Bosco raccontano l’Ucraina attraverso una guerra diventata parte della vita quotidiana. Pietro Masturzo e Jack Califano si confrontano invece con altre forme di conflitto e tensione sociale. Il punto non è trovare una risposta comune a realtà differenti, ma osservare cosa accade alle persone quando la violenza, la politica e il potere entrano nello spazio della vita quotidiana.
In questo senso il titolo Still Here, ancora qui, sembra quasi completare quello del festival.
Still Standing: ancora in piedi.
Still Here: ancora qui.
Due affermazioni diverse ma profondamente legate. La prima parla della resistenza. La seconda della presenza. Entrambe ricordano che esistere, in determinati contesti, può diventare un atto tutt’altro che scontato.
Guardare le persone, non soltanto gli eventi
Ma Still Standing non è soltanto fotografia di guerra o fotografia politica.
Tra i progetti presentati al festival c’è American di Robin de Puy, un lavoro realizzato negli Stati Uniti tra il 2022 e il 2024 attraverso ritratti fotografici, video e registrazioni audio di persone comuni.
In un periodo segnato da profonde divisioni politiche e sociali, la fotografa sceglie di spostare lo sguardo dai grandi titoli dei giornali alle persone che continuano semplicemente a vivere. Volti, gesti, storie individuali.
È un passaggio importante: quando tutto sembra essere raccontato attraverso grandi categorie — politica, economia, conflitto, identità — la fotografia può tornare alla singola persona.
Guardarla.
Ascoltarla.
Lasciarle spazio.
Forse è proprio questa una delle forme più interessanti di resistenza fotografica: sottrarre qualcuno alla velocità con cui normalmente consumiamo le immagini e concedergli abbastanza tempo per diventare una persona, anziché soltanto un’immagine.
Quando il passato continua a essere presente
Il tema della persistenza ritorna anche nel lavoro dedicato a Marco Pesaresi, fotografo scomparso nel 2001 e profondamente legato alla storia del SI Fest.
A venticinque anni dalla sua morte, il festival torna sulle sue fotografie non per costruire una celebrazione nostalgica, ma per verificare quanto quelle immagini siano ancora capaci di parlare al presente.
È una domanda interessante per qualsiasi forma d’arte: quando un’immagine smette di appartenere al proprio tempo? Forse mai completamente.
Le fotografie di Pesaresi continuano infatti a essere guardate non soltanto perché documentano un’epoca, ma perché conservano una capacità di osservazione che attraversa gli anni. Il suo lavoro, dai viaggi ai ritratti, dalla marginalità alla vita notturna, sembra ricordarci che la contemporaneità non coincide necessariamente con ciò che è stato prodotto ieri. A volte un’immagine vecchia può essere più presente di una fotografia appena scattata.
Fotografare contro la velocità
È forse questo il punto in cui il tema del SI Fest diventa più ampio della fotografia stessa.
Viviamo in un momento nel quale tutto ci invita a passare oltre. Una notizia viene sostituita dalla successiva. Un’immagine dura pochi secondi. Una storia scompare dopo ventiquattro ore. Un evento sembra diventare vecchio ancora prima di essere stato compreso.
La fotografia può scegliere di opporsi a questo meccanismo.
Non necessariamente producendo immagini lente, contemplative o solenni. Anche una fotografia apparentemente semplice può chiedere attenzione.
Il gesto fondamentale è un altro: scegliere che qualcosa meriti di essere guardato ancora.
E forse è proprio per questo che la fotografia continua a essere necessaria.
Non perché sia il mezzo più veloce per raccontare il mondo, ma perché può costringerci a rallentare abbastanza da vederlo.
Ancora in piedi
Still Standing può allora essere letto in molti modi.
Può essere il fotografo che continua a lavorare nonostante l’incertezza. Può essere una persona che continua ad abitare un luogo trasformato dal conflitto. Può essere una comunità che conserva la propria identità. Può essere un’immagine che, a distanza di anni, continua a parlarci.
Può essere anche la fotografia stessa.
Un linguaggio che ha attraversato la pellicola, il digitale, i social network e oggi l’intelligenza artificiale senza smettere di porsi la stessa domanda fondamentale: cosa significa guardare?
Forse la risposta non è mai stata soltanto tecnica.
Fotografare significa scegliere.
Scegliere cosa guardare, cosa lasciare fuori dall’inquadratura, a chi dare spazio, quanto tempo dedicare a una storia e, soprattutto, cosa ritenere degno di essere ricordato.
In questo senso, restare non significa necessariamente rimanere immobili. Significa continuare a esserci mentre tutto si muove. Continuare a guardare mentre tutto scorre.
Continuare a fotografare mentre le immagini diventano sempre più numerose e sempre più facili da produrre.
Still Standing, allora, non è soltanto un titolo, è una posizione. E forse, oggi, guardare davvero è già una forma di resistenza.




