Quando progettare significa togliere
Nel packaging contemporaneo la sfida non è aggiungere elementi, ma capire quali sono davvero necessari
LeggiPaolo Falasconi //
Quando progettare significa togliere
Nel packaging contemporaneo la sfida non è aggiungere elementi, ma capire quali sono davvero necessari
Uno dei problemi più interessanti del design contemporaneo non riguarda ciò che possiamo aggiungere a un progetto, ma ciò che possiamo permetterci di eliminare. È una domanda apparentemente semplice, ma porta direttamente al cuore della progettazione: se ogni elemento deve avere una funzione, che cosa succede quando scopriamo che una parte di ciò che abbiamo progettato non serve realmente?
Il packaging è forse uno degli ambiti nei quali questa domanda emerge con maggiore evidenza. Una confezione può avere un contenitore primario, una scatola secondaria, un inserto, una fascetta, una pellicola protettiva, un supporto interno, un’etichetta e una serie di elementi grafici destinati a comunicare informazioni già presenti altrove. Ognuno può avere una ragione individuale. Il problema nasce quando smettiamo di considerare l’insieme.
La progettazione, infatti, non consiste semplicemente nel trovare una funzione per ogni elemento. Consiste nel capire se tutte quelle funzioni sono necessarie contemporaneamente.
La complessità non è sinonimo di qualità
Per chi sta imparando il graphic design, questa è una distinzione fondamentale. Un progetto ricco di elementi può sembrare più elaborato di uno essenziale, ma la quantità di decisioni visibili non determina automaticamente la qualità del progetto.
Un designer alle prime esperienze tende spesso ad aggiungere: una seconda tipografia per creare contrasto, un elemento grafico per riempire uno spazio, un colore per rendere il prodotto più evidente, una texture per aumentare la percezione di qualità. Anche nel packaging può accadere qualcosa di simile: una scatola dentro una scatola, un inserto dentro la scatola, una fascetta intorno all’inserto.
Il punto non è sostenere che tutto questo sia sbagliato. Il punto è imparare a chiedersi perché esiste.
Se un elemento protegge il prodotto, comunica un’informazione indispensabile, facilita l’utilizzo o rende possibile il trasporto, ha una funzione concreta. Se invece esiste soltanto perché “fa più bello”, “fa più importante” o perché siamo abituati a progettare in quel modo, allora merita almeno di essere rimesso in discussione.
È qui che la semplificazione smette di essere uno stile e diventa un metodo progettuale.
La riconoscibilità non richiede necessariamente più segni
Questa riflessione riguarda anche la brand identity. Uno dei luoghi comuni del packaging è pensare che un prodotto debba essere immediatamente riconoscibile attraverso una grande quantità di elementi distintivi.
In realtà la riconoscibilità può funzionare esattamente al contrario.
Un’identità forte può dipendere da pochissimi segnali coerenti: una forma, una proporzione, un carattere tipografico, un colore, una particolare relazione tra immagine e spazio. Quando questi elementi sono progettati in modo sistemico, non è necessario ripetere continuamente il marchio o aggiungere informazioni per rendere il prodotto riconoscibile.
È una lezione importante per qualsiasi designer: la riconoscibilità non coincide con la quantità di segni presenti nel progetto.
Anzi, più un’identità è solida, più può permettersi di essere sintetica.
Questo non significa che tutti i packaging debbano diventare minimalisti. Significa che la complessità dovrebbe essere una scelta e non il risultato della somma di tante piccole decisioni prese separatamente.
Il problema dell’imballaggio inutile
La questione diventa ancora più interessante quando dalla grafica passiamo alla materia.
Per anni abbiamo ragionato sulla sostenibilità del packaging soprattutto attraverso la sostituzione dei materiali: plastica contro carta, materiale vergine contro riciclato, confezione tradizionale contro materiale “green”. Ma questa impostazione rischia di lasciare intatto il problema fondamentale: abbiamo davvero bisogno di quell’imballaggio?
La Ellen MacArthur Foundation, nei suoi studi sull’innovazione nel packaging, propone proprio questo cambio di prospettiva: prima di migliorare un imballaggio esistente, occorre chiedersi se sia possibile eliminarlo, ripensare il prodotto o introdurre un modello di riuso. L’eliminazione viene distinta dalla semplice sostituzione del materiale perché interviene a monte del problema.
È una differenza concettuale enorme.
Sostituire una confezione non necessaria con una confezione realizzata con un materiale apparentemente migliore significa comunque progettare una confezione non necessaria. Eliminare quella confezione significa invece cambiare la domanda iniziale.
Dal “come lo facciamo?” al “serve davvero?”
Questa potrebbe essere una delle domande più utili da portare dentro uno studio di design.
Prima di scegliere il materiale, chiedersi se il materiale sia necessario. Prima di aggiungere un elemento grafico, chiedersi quale informazione aggiunga. Prima di progettare un secondo livello di confezione, chiedersi quale problema risolva. Prima di introdurre una lavorazione speciale, chiedersi se aumenti davvero il valore percepito oppure soltanto la complessità produttiva.
Non si tratta di progettare meno per principio. Si tratta di progettare meglio attraverso la sottrazione.
E questo approccio cambia anche il rapporto tra designer e cliente. Dire “questa cosa non serve” può essere professionalmente più difficile che proporre una nuova soluzione. Aggiungere è visibile, costa e produce l’impressione di un intervento. Eliminare richiede invece argomentazione: bisogna dimostrare che una scelta più semplice può essere più efficace.
La nuova complessità è progettare il sistema
Il paradosso è che un packaging più semplice da vedere può essere molto più complesso da progettare.
Ridurre un contenitore significa spesso intervenire sulle sue dimensioni, sui materiali, sulla logistica, sulla produzione, sulla protezione del prodotto, sull’esperienza d’uso e sulla comunicazione. Non basta quindi togliere una scatola: bisogna capire quali conseguenze produce quella sottrazione.
È proprio questo il passaggio dal design dell’oggetto al design del sistema.
La progettazione contemporanea è sempre più chiamata a considerare ciò che accade prima e dopo l’oggetto: come viene prodotto, trasportato, utilizzato, aperto, conservato e infine eliminato o reimmesso in un ciclo.
Per un designer significa assumersi una responsabilità maggiore, ma anche conquistare uno spazio progettuale più ampio.
Un buon progetto dovrebbe sopportare la domanda “perché?”
Forse è questa la lezione più utile da portare fuori dal packaging.
Davanti a un progetto grafico, possiamo imparare a non chiederci soltanto se qualcosa funziona esteticamente. Possiamo chiederci perché c’è.
Perché questo colore? Perché questa fotografia? Perché questa seconda famiglia tipografica? Perché questa texture? Perché questo elemento? Perché questa confezione? Perché due imballaggi quando ne basterebbe uno?
La domanda “perché?” è uno degli strumenti più semplici e più potenti che un designer possa avere.
Perché costringe il progetto a dimostrare il proprio valore.
E in un’epoca nella quale produciamo sempre più immagini, oggetti e comunicazioni, forse la capacità di progettare non sarà soltanto quella di trovare nuove cose da aggiungere, ma anche quella, molto più difficile, di riconoscere che cosa possiamo finalmente smettere di progettare.





