Il libro che diventa oggetto
A Napoli una Biennale mette il formato tascabile al centro del progetto e trasforma un limite fisico in una possibilità creativa
LeggiPaolo Falasconi //
Il libro che diventa oggetto
A Napoli una Biennale mette il formato tascabile al centro del progetto e trasforma un limite fisico in una possibilità creativa
Quanto può essere piccolo un libro prima di smettere di essere un libro?
La domanda potrebbe sembrare un semplice esercizio di forma. In realtà contiene un problema progettuale molto più interessante: che cosa succede quando una dimensione imposta dall’esterno costringe chi progetta a ripensare completamente il proprio lavoro?
È questa una delle riflessioni che può nascere dalla Pocket Compact Mini Book Edition della Biennale del Libro d’Artista, in corso fino al 19 ottobre negli spazi di Lineadarte Officina Creativa, in via San Paolo 31, nel centro storico di Napoli. L’esposizione raccoglie oltre 90 artisti provenienti da cinque continenti e propone libri d’artista, libri-oggetto, fanzine, mail art, poesia visiva, quaderni, ebook e altre forme sperimentali, tutte confrontate con il formato tascabile.
La mostra, curata da Giovanna Donnarumma e Gennaro Ippolito, rappresenta anche una tappa verso l’VIII edizione della Biennale prevista nel 2027. Ma il suo interesse per chi si occupa di design va oltre il programma espositivo: il formato diventa una regola e la regola diventa il motore del progetto.
Quando il limite diventa uno strumento
Nella progettazione siamo spesso portati a considerare i vincoli come qualcosa che limita la creatività.
Il formato è troppo piccolo. Il budget è troppo basso. Lo spazio è insufficiente. Il cliente vuole troppe informazioni. Il supporto non permette determinati effetti.
Eppure molti progetti interessanti nascono esattamente da queste condizioni.
Un limite obbliga a prendere decisioni. Costringe a stabilire delle priorità.
Nel caso della Pocket Compact Mini Book Edition il problema è evidente: se un’opera deve stare nel palmo di una mano, non è possibile semplicemente ridurre in scala un progetto pensato per un formato più grande. Bisogna ripensare il rapporto tra testo, immagine, materia, sequenza e gesto.
La riduzione delle dimensioni diventa quindi una modifica del linguaggio.
Non è un libro piccolo
Questo è forse il punto più interessante.
Un libro tascabile non è necessariamente un libro grande diventato piccolo. La dimensione modifica l’esperienza.
Cambiano il modo di tenerlo in mano, la distanza alla quale lo osserviamo, la quantità di informazioni che può contenere, il ritmo con cui lo sfogliamo e persino il rapporto fisico che instauriamo con l’oggetto.
Quando cambia il formato, cambia anche il comportamento del lettore.
È una considerazione fondamentale per chi lavora nell’editoria, ma non riguarda soltanto i libri.
Anche una pagina web, un manifesto, una confezione o un’interfaccia digitale hanno una dimensione e un ambiente di fruizione. Progettare significa sempre tenere conto della relazione tra contenuto, contenitore e persona che li utilizzerà.
Per questo il formato non dovrebbe mai essere considerato un semplice involucro.
Il contenitore modifica il contenuto
Pensiamo a una pagina editoriale.
Se abbiamo molto spazio, possiamo permetterci una certa quantità di testo, immagini grandi, ampi margini, pause visive. Se lo spazio diminuisce, dobbiamo intervenire sulla gerarchia.
Ma attenzione: ridurre non significa necessariamente comprimere.
La vera progettazione consiste nel capire cosa può essere eliminato, cosa deve rimanere, cosa può essere trasformato e quale relazione deve essere mantenuta tra gli elementi.
È lo stesso principio che incontriamo nel packaging, nell’identità visiva e nella progettazione digitale.
Un buon designer non cerca semplicemente di far entrare tutto.
Cerca di capire che cosa merita di esserci.
Il piccolo può contenere molto
C’è poi un paradosso interessante nel libro d’artista.
Ridurre fisicamente un’opera non significa necessariamente ridurne la complessità.
Un oggetto di pochi centimetri può contenere una sequenza narrativa, una ricerca materica, una riflessione concettuale, un sistema di immagini o una sperimentazione tipografica.
La dimensione fisica e la densità concettuale sono due cose diverse.
È proprio questa distanza a rendere interessante il formato tascabile: lo spazio disponibile diminuisce, ma le possibilità progettuali non necessariamente diminuiscono con lui.
Anzi, in alcuni casi possono aumentare perché il vincolo obbliga a trovare soluzioni che un formato più generoso non avrebbe reso necessarie.
Progettare per sottrazione
La parola “sottrazione” è particolarmente appropriata in questo contesto.
Non nel senso di rendere tutto minimalista, ordinato o visivamente povero. Sottrarre significa selezionare.
È una delle competenze più difficili da acquisire nella progettazione.
Aggiungere è spesso facile. Un’altra fotografia, un altro colore, un’altra informazione, un’altra pagina, un’altra decorazione possono essere inseriti rapidamente.
Eliminare richiede invece una decisione.
Che cosa succede se togliamo questa pagina?
Possiamo rinunciare a questa immagine?
Questa informazione è indispensabile?
Il lettore capirebbe comunque?
La forma funziona anche senza questo elemento?
Sono domande che riguardano direttamente il lavoro del designer.
E spesso è proprio attraverso queste domande che un progetto smette di essere una semplice composizione di elementi e comincia a diventare un sistema organizzato di priorità.
Anche il libro è un progetto di comunicazione
Il libro d’artista viene generalmente associato all’arte, alla sperimentazione e alla ricerca autoriale. Ma osservato dal punto di vista del design presenta problemi molto simili a quelli di qualsiasi progetto editoriale.
Bisogna organizzare una sequenza.
Stabilire un ritmo.
Decidere cosa viene prima e cosa dopo.
Costruire una relazione tra pieni e vuoti.
Scegliere materiali e tecniche.
Controllare il rapporto tra forma fisica e contenuto.
In altre parole, bisogna progettare un’esperienza di lettura.
Ed è proprio qui che il libro smette di essere semplicemente un supporto per il contenuto e diventa esso stesso parte del contenuto.
Il progetto comincia quando arriva il vincolo
Per chi sta imparando a progettare, questo può essere un esercizio mentale molto utile.
Invece di chiedersi «che cosa posso fare?», proviamo qualche volta a partire dalla domanda opposta:
«Che cosa non posso fare?»
Non posso usare più di due colori.
Non posso superare una determinata dimensione.
Non posso utilizzare più di una fotografia.
Non posso avere più di quattro pagine.
Non posso aggiungere testo.
Non posso utilizzare immagini.
Non sono limitazioni necessariamente negative. Possono diventare strumenti per sviluppare un linguaggio.
Il designer esperto non è quello che lavora senza vincoli. È quello che sa riconoscere quali vincoli possono diventare parte della soluzione.
Dal libro alla progettazione contemporanea
La Pocket Compact Mini Book Edition propone dunque qualcosa che va oltre la particolarità del libro d’artista.
Ci ricorda che progettare significa continuamente negoziare con dei limiti.
Il formato è un limite. Il budget è un limite. Il tempo è un limite. Il supporto è un limite. Il pubblico è un limite. Perfino l’identità di un brand è, in un certo senso, un limite: stabilisce ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare senza perdere coerenza.
Ma è proprio dentro questi confini che il progetto prende forma.
La mostra di Lineadarte, con opere provenienti da oltre 90 artisti e da cinque continenti, rende questa idea particolarmente evidente: un’unica condizione formale può produrre risposte estremamente diverse.
Il limite, quindi, non è il contrario della creatività. Può esserne l’inizio.
E forse questa è una delle lezioni più utili che un piccolo libro possa insegnare a chi progetta: non sempre abbiamo bisogno di più spazio, più elementi o più possibilità.
A volte abbiamo semplicemente bisogno di imparare a progettare meglio quello che abbiamo.





