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Mostre ed eventi // Pagina 1 di 113
07.02.2019 # 5184

Federica Cerami // 0 comments

A Napoli “Francesca Woodman. Fotografie dalla collezione di Carla Sozzani”

Non c’è limite al buco nero nel quale è possibile cadere dentro l’atto fotografico


LA MOSTRA

Nella mostra  sono presenti una selezione di quindici opere tra le quali: una (Untitled, 1980, Diazotype print, 360,5×97 cm), esposta per la prima volta a Napoli, un cammeo sulla ricerca estetica della fotografa statunitense Francesca Woodman che si focalizza nel rapporto fra corpo e spazio e tre video realizzati dall’artista fra il 1975 e il 1978 accompagnano le fotografie

“Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.” (Francesca Woodman)

BIOGRAFIA

La breve vita della fotografa Francesca Woodman, si è interrotta a soli ventitré anni, riuscendo a fermare nei suoi struggenti scatti delle immagini che le hanno dato l’immortalità.

Francesca Woodman nasce a Denver il 3 aprile 1958, da una coppia di artisti che sin dall’infanzia le fa respirare i sapori, i colori, le sensazioni e le emozioni dell’arte.

A tredici anni riceve in regalo la prima macchina fotografica e da lì prende avvio la sua carriera artistica.

Dedica la sua giovane vita agli studi d’arte e al suo lavoro di esplorazione fotografica.

Il 19 gennaio del 1981 si suicida buttandosi da un palazzo di New York, nello stesso mese è pubblicata la sua prima raccolta di fotografie dal titolo Some Disordered Interior Geometries – Alcune disordinate geometri interiori.  

Nelle sue fotografie predilige nudi femminili ritratti in bianco e nero, tipico del suo stile è l’indugiare su ciò che la circonda sino a diventare tutt’uno con l’ambiente grazie a effetti sfocati ottenuti con lunghi tempi di esposizione

Le immagini di Francesca Woodman appaiono come emblematiche denunce di quel male di vivere che ha attraversato tutto il Novecento, la scelta di un mondo altro, diverso dal mondo reale, con la scelta di quell’unica alternativa possibile per uscire dalla prigionia che la vita impone. Figure sole, decontestualizzate, appaiono avvicinate tra loro apparentemente senza un preciso significato, ma è proprio questo corto circuito semantico che conduce all’armonia.



CONSIDERAZIONI A MARGINE

Un occhio veloce e poco incline all’idea di perdersi dentro le immagini, con difficoltà riesce a trovare nel lavoro della Woodman un filo al quale aggrapparsi per arrivare a percepire il punto della sua riflessione. Per amare la Woodman bisogna lasciarsi andare dentro ogni sua immagine, per poi, magari, ritrovare frammenti di sé persi nel tempo della propria memoria.

Non c’è limite al buco nero nel quale è possibile cadere dentro l’atto fotografico: ogni visione rivolta verso l’esterno è, per la Woodman, il momentaneo punto di arrivo di un dolore silente che non si ferma mai.

Fotografare se stessi può essere un gesto rassicurante quando si riesce a rintracciare anche una vaga idea della propria presenza ma, al tempo stesso, può generare una sofferenza senza fine, quando tutti i propri ritratti, messi assieme, non compongono quel grande mosaico al quale pensavamo di essere destinati.

Dentro le tracce di questa eterea presenza nel mondo della Woodman è facile trovare le anticipazioni di quello che sarà poi il meraviglioso lavoro di autoritratto terapeutico realizzato dagli anni 90 in poi dalla fotografa Spagnola Cristina Nunez.

La Woodman, pur aprendo le porte a una incredibile idea di ricerca di se, non è riuscita a salvarsi dentro queste sue visioni all’apparenza molto delicate e, prematuramente, decise di tirarsi fuori da tutti quei piccoli quadrati di vita che non le restituivano la sua dignità di donna.

Gli orari della mostra: Da venerdì 11 gennaio al 10 marzo 2019, apertura al pubblico mar-ven 10.30-13/16-20, sab.10.30-13. Ingresso libero. Brochure della mostra in galleria, Paparo Edizioni.


07.02.2019 # 5183

Federica Cerami // 0 comments

L’incredibile regalo di Sebastiao Salgado ai tre ragazzi del Binario 49

Uno dei più grandi fotografi del mondo ha deciso di regalare a tre giovani un sogno impossibile


«Sono Salgado, so che mi state cercando. Cosa posso fare per voi?».
 


Inizia con queste parole l’avventura nella quale, uno dei più grandi fotografi del mondo ha deciso di regalare, a tre giovani un sogno impossibile: esporre nel loro nascente caffè letterario di Reggio Emilia, 100 foto tratte da una sua retrospettiva che racchiude 30 anni di reportage realizzati nell’Africa sub-sahariana che immortalano gli effetti devastanti di guerre, carestie, malattie e deforestazioni.

Il progetto di Claudio Melioli, Khadija Lamami e Alessandro Patroncini punta a rigenerare uno ambiente urbano degradato e creare reti sociali attraverso l’apertura di un nuovo spazio per il quale sono stati utilizzati per gli arredi, delle vecchie strumentazioni delle ferrovie donate dalla Regione Emilia-Romagna. L’intento di questi tre giovani sognatori è di risanare un quartiere dalla pessima reputazione e fare in modo che l’integrazione possa arrivare anche in periferia, creando un incubatore di economia solidale in un quartiere – quello della stazione di Reggio – da sempre zona franca; un guazzabuglio di emarginazione e disillusione in cui gravitano balordi, pusher e giovani extracomunitari senza identità e futuro.

Grazie alla incredibile generosità di Salgado, da sempre molto attento alle tematiche sociali, la mostra potrà essere aperta al pubblico dal 9 febbraio al 24 marzo e sarà divisa tra lo spazio di via Turri – dove saranno visibili gli scatti realizzati tra il 1974 e il 2005 nel sud del continente tra Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe e Ruanda – e quello di via Gerra, poco distante, che accoglierà tra gli altri i reportage realizzati dal 1973 al 2006 nelle Regioni dei Grandi laghi tra Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Tanzania, Zaire, Senegal ed Etiopia. L’ingresso sarà gratuito perché, affermano i ragazzi: «Salgado ha donato le sue foto a noi e noi le doniamo al pubblico. Presto attiveremo un crowdfounding su sito https://b49.it/  perché vogliamo che questa associazione cammini con le sue gambe anche dopo la fine della mostra».

07.02.2019 # 5181

Marco Maraviglia // 0 comments

Francesco Rastrelli in mostra con La fortuna di esser nato a Napoli

Un calendario in omaggio ai visitatori della mostra presso la più antica stamperia di Napoli negli affascinanti locali che hanno resistito nel tempo.

Le prime foto che vidi oltre vent’anni fa di Francesco Rastrelli, furono delle diacolor sulla mattanza di Favignana che mi fecero subito capire lo spessore tecnico e umano del suo modo di approcciarsi a ciò che fotografava. Uno stile fresco, dinamico, colpo d’occhio veloce, un certo senso della previsione dell’azione…


Nato a Mergellina, Francesco Rastrelli si afferma come art director nell’advertising internazionale… asseconda la sua passione per il mare, dedicandosi a fotografia ed archeologia subacquea…


Da più di dieci anni è approdato al photo yachting, in particolare di vele d’epoca, di cui segue come fotografo ufficiale i Raduni del Mediterraneo nonché i restauri delle più belle barche d’antan; alla passione per il mare si affianca quella per le Auto Classiche, di cui segue i rally in tutta Europa. 


C’è un certo quid in chi è nato a contatto con il mare. Nascere a Mergellina credo sia stato caratterizzante per Francesco Rastrelli perché è uno dei pochi fotografi che hanno “il mare dentro”, in sintonia con tutte le sue danze, i suoi tempi e ritmi, i suoi umori.


Francesco Rastrelli l’ho sempre collocato nel mio immaginario tra quei pochi fotografi per me “riconoscibili anche senza credit” specializzati in fotografia nautica, subacquea e di tutto il mondo intorno al mare.


Quando ho saputo che avrebbe allestito questa mostra su Napoli, mi sono chiesto se il tema non fosse già stato esaurito ampiamente da ogni fotografo e se non temeva il rischio di cadere nella banalità, nella ridondanza di immagini stereotipate di Napoli…


La fortuna di esser nato a Napoli


Si è fortunati nel nascere in città eclettiche, creative, liquide, stimolanti come Napoli, ma si è ancor più fortunati nel nascere vicino al mare. Perché sono del parere che se nasci in un contesto, hai l’imprinting di quel mondo.


Perché entri in contatto visivo con le grafiche auree ed essenziali della natura marina che assorbi e, anche se inconsciamente, restano quelle che ti fanno osservare in un certo modo tutto il resto.


Ma se poi hai lavorato anche per diversi anni nell’advertising, il senso estetico della composizione che “deve comunicare” ce l’hai comunque per affrontare ogni genere di soggetto. E, se il soggetto può essere scontato, già ritrito in tutte le salse, resta il modo di come lo comunichi che conta.



Il calendario

In realtà il pretesto della mostra è stato quello di realizzare un calendario da regalare.

Un piccolo grande progetto di Francesco Rastrelli, tra i tanti lavori già realizzati in tandem con le Officine Grafiche Francesco Giannini & Figli, la più antica industria tipografica napoletana dal 1856 e che ospita la mostra.

Il calendario è un oggetto di cui se n’è perso un po’ il suo senso classico e prezioso di una volta.

Regalare un calendario è un modo per ringraziare l’affezionata clientela con la quale mantenere un legame nell’arco dell’anno successivo. Perché per tutto l’anno non puoi dimenticarti del barbiere o dell’impresa che ti ha ristrutturato casa. Quel calendario ti resta davanti agli occhi, per 365 giorni.

 

Per chi ha vissuto gli anni ’70 ricorda sicuramente la quantità calendari in omaggio che entravano in casa. A volte quasi non si sapeva dove appenderli.

Oggi è difficile trovare qualcuno che ti regali un bel calendario.

Sembra che produrre il calendario aziendale sia un investimento che non dia più un buon feedback. Forse è meglio organizzare festicciole per presentare una nuova sede aziendale con annesso buffet e, in tale occasione, recuperare indirizzi mail per lo “spam consensuale”. O altre fantasmagoriche alternative.

Strategie di marketing che cambiano…

Francesco Rastrelli, classe ’64, è figlio del Baby Boom e quindi per questo è legato probabilmente al concetto del calendario da dare in omaggio. E infatti non è nemmeno il primo che realizza…



Le immagini di “La fortuna di essere nato a Napoli”

Aumenta il turismo in città, aumenta l’offerta ricettiva, aumentano le visite guidate… ma tra i souvenir, tanti magneti e niente calendari. O almeno non è facile trovarne di un certo gusto.

Sembra complicato rappresentare Napoli attraverso fotografie che non ricadano nello stereotipato, nell’oleografica, nel banale, nel déjà vù, eppure, credo che il segreto delle foto scattate da Francesco Rastrelli, sia stato proprio il luogo comune di Napoli.

Ciò che il turista imprime nella mente durante il suo soggiorno a Napoli, è proprio il Maschio Angioino, Santa Chiara, Piazza Plebiscito, Castel dell’Ovo…

Nessuna inquadratura virtuosa, nessun dettaglio che decontestualizzi in maniera astratta la città, nessuna “ora blu”, nessuna spettacolarizzazione della città con grandangolate a fish-eye o dronate (tra l’altro Francesco ha anche la patente per “volare” con drone). Il segreto consiste in realtà nel “semplice semplice”: semplice il soggetto e semplice la sua inquadratura.

Una semplicità affinata poi dal viraggio seppia, da una cornice che ricorda i bordi di certe stampe del ‘900 di quando erano emulsionate a mano le carte, dall’equilibrio delle ombre e luci… senza particolari spennellate di correzione in Camera Raw che ingannerebbero la percezione media che potrebbe avere un turista.

Perché sono immagini realizzate fondamentalmente da un comunicatore.

Francesco Rastrelli non può non conoscere quella vecchia regola della grafica che “è meglio togliere che aggiungere” ma sa anche che la percezione latente di un osservatore riesce a cogliere in maniera minimalista la stampa quadricromica in Offset, pur se l’effetto finale è monocromo.

Perché la semplicità è eleganza ed è più diretta.


Caratteristiche tecniche delle immagini esposte

Francesco Rastrelli ha esposto ventidue immagini nei locali degli uffici delle Officine Grafiche Giannini in via Cisterna dell’Olio.

Stampate a laser su carta ad effetto baritata, firmate e con timbro a secco e successivamente calandrate su cartone grigio/grigio.

Alcune appese al muro, altre su cavalletti.

Ogni immagine è accompagnata da citazioni di personaggi del mondo della cultura internazionale: da Goethe a Erri De Luca, da Eduardo De Filippo a Giorgio Bocca; e poi Stendhal, Elsa Morante, John Turturro, Christian De Sica, Luciano De Crescenzo… testi che sono grandi testimonianze di affetto verso la città e, in particolar modo, di chi non ha avuto la fortuna di nascere a Napoli.

 

Francesco Rastrelli, La Fortuna di esser nato a Napoli

Fino all’8 marzo 2019

Visitabile: giov. e ven. dalle 16.00 alle 18.00

Officine Grafiche Francesco Giannini & Figli

Via Cisterna dell’Olio, 6/B

24.10.2018 # 5126

Marco Maraviglia // 0 comments

Simona Guerra e la vita agra del creativo. Sulle tracce di Bianciardi

Quando la proprietà intellettuale viene derubata e si progetta una improbabile vendetta contro un sistema marcio che vive impropriamente di cultura

Chi è Simona Guerra

Simona Guerra, classe ’73. Da circa vent’anni ha trasformato la sua passione per la Fotografia in una professione per cui è riconosciuta a livello nazionale organizzando eventi e mostre.

E scrive. Scrive di fotografia tra cui alcune biografie dei grandi Mario GiacomelliMario DonderoCesare Colombo.

Vive tra Bologna e Senigallia, dove è nata.

Simona Guerra svolge un lavoro circoscritto nella sfera creativa. Chiunque svolga una professione creativa, in cui il lavoro intellettuale è predominante, attraversa inevitabilmente magagne di ogni genere, per il microcosmo in cui si opera, composto spesso da individui gretti, ignoranti, superficiali o arrampicatori sociali e politici.

Gente che a volte, di fronte a progetti culturali, non solo li individuano come strumenti arrivistici, ma non ne afferrano il lavoro intellettuale e l’impegno che c’è dietro. O non vogliono volutamente comprenderlo. Un impegno che non è solo creativo, non solo “una bella idea”, ma fatto anche di ricerca, di contatti con le parti coinvolte, di sforzo per redigerlo con schede e slide esplicative, eventuali partner e sponsor da coinvolgere…

<> Si direbbe. Dietro quelle carte c’è un lavoro. E il lavoro va rispettato.






La proprietà intellettuale è una cosa seria


Chissà a quanti di quelli che stanno leggendo, sarà capitato il furto di un’idea. Quanti si saranno visti una propria foto rubata, pubblicata su un cartaceo o una rivista online senza nemmeno l’attribuzione del credit, del proprio nome, e senza nemmeno percepire un giusto compenso.

Quanti post sui social non sono “condivisi” ma copiati e incollati facendo credere di averli scritti di proprio pugno?

Non si tratta di rispetto della paternità del pensiero (scritto o figurativo) di chi lo produce, di etica e deontologia, ma dell’assenza del pensiero stesso di chi non è capace di progettare.

L’ignoranza porta a confondere il pubblico dominio, qualcosa che sta da qualche parte, con il Creative Commons.

E tanta altra roba…


Il lavoro per la cultura


Simona Guerra è un’operatrice culturale del mondo della fotografia e ha voluto raccontare la storia di un suo analogo che lascia il proprio paesello dopo aver subito il furto del progetto di una mostra da parte dei responsabili dell’Assessorato alla Cultura e con tradimento del fotografo che, pur di fare la mostra, preferisce fregarsene della paternità del progetto stesso.

Legami politici, legami con chi conta per tenere in piedi la macchina elettorale e sostenere chi garantisce che certa politica fatta di scambi di favore continui ad esistere.

Un mondo adornato da burocrati, galoppini e di giornali schierati, di cui la cultura, quella che potrebbe risollevare la civiltà dal pantano creato da un sistema economico becero, non è altro che una strada da sfruttare appropriandosi di idee mal manipolate, proprio per quegli interessi economici e politici e non per mera conoscenza e ampliamento dei propri orizzonti intellettuali, sociali e civili. E con questo processo le idee buone possono scomparire facendo deteriorare l’intera offerta culturale.


Per me non è un libro di denuncia, no, ma raccontare quello che vedo e che provo. Chiedermi soprattutto cosa posso fare per stare meglio? Come fare a trovare un mio equilibrio in questo terremoto continuo? Come potrei modificarmi in questo mondo che cambia?

Il mio libro non sposterà niente, nessuno.

– Simona Guerra –


Nella “grande città” le cose non sono poi così diverse


Il protagonista lascia il proprio paese per andare a lavorare nella “grande città”, un luogo anonimo che potrebbe essere un qualsiasi capoluogo italiano. I rapporti col suo saggio compagno sono inficiati dalla lontananza e da nuovi incontri e si rende conto di ritrovarsi in un mondo non tanto diverso nelle sue dinamiche arrivistiche.


Per leggere il proprio nome citato nel colophon di un catalogo e quindi vedersi finalmente riconosciuto il proprio lavoro, ce ne vuole.


Come tanti lavori creativi che non hanno un albo ufficiale alla stregua di quelli di avvocati, medici, ingegneri ecc., il protagonista vive la sua condizione di precario “a partita IVA”, in un territorio di sciacalli e squali in cui il mobbing e la pratica dell’obliare le persone è prassi. I meriti non bastano.


C’è un gran lavoro da fare di relazioni pubbliche, sorrisi a cattivo gioco, compromessi. Aleggia in lui l’idea di trasferirsi all’estero dove c’è comunque da faticare per farsi strada ma con maggiore lealtà. Dove se telefoni a un addetto stampa ci parli e non trovi l’irraggiungibile “addetto al muro di gomma”.


Il protagonista scalcia in questo mondo ma non incontra solo feccia umana. Artisti e colleghi disinteressati si lasciano riconoscere e si rende conto che può farcela e che quel desiderio latente di vendetta dinamitarda va scemando.


L’epilogo è brividamente agro e felice.



Note tecniche del libro

Tre fascicoli 15×21 per un totale di 116 pagine ripiegate e leggibili in un paio d’ore. Non rilegate. Nessuna brossura, nessuna cucitura a filo refe. Nemmeno spillate. Tenuti insieme, prima della lettura, solo da un nastrino rosso con sigillo di cera lacca.


Font graziato, corpo 12, margini al testo di circa 2cm, una media di dieci parole a rigo… Insomma, un libro di buon stile grafico.


Leggendo questo libro a letto, sorridevo nella mia incazzatura per le pagine che scivolavano tra di loro. È un modo per restituirci e farci comprendere, la precarietà del lavoro di un free-lance.


All’interno alcune foto di Massimiliano Tursi che ritraggono i luoghi vissuti dallo scrittore Luciano Bianciardi a cui Simona si ispira (La vita agra, 1962).


È un romanzo indipendente. Forse un po’ scomodo. Ma bisogna dare il merito a Simona Guerra di aver un attimo esorcizzato, liberandosene, di un certo modo di fare cultura. Non fa riferimento a fatti e persone perché in realtà non esistono. O forse sì. Solo gli addetti ai lavori potrebbero riconoscersi, dall’una o dall’altra parte.


 


La vita è ancora agra, signor Bianciardi


Di Simona Guerra


Edizioni in(con)tra


ISBN 978-88-999359-13-3

20.10.2018 # 5123

Francesco Pontolillo // 0 comments

Gli incredibili 2 – Come ti ricreo digitalmente la fotografia con Renderman

La resa fotografica de

Nelle varie fasi della computer grafica, una di quelle che tende ad essere più sopravvalutata alcune volte è quella relativa al lighting.

A volte si crede che basta piazzare semplicemente una serie di luci, magari stando attenti a dove sono fisicamente le sorgenti di luce (lampadine, finestre, etc..) per credere di aver illuminato correttamente una scena.

Tuttavia lo studio della corretta illuminazione prevede in realtà una moltitudine di concetti, che toccano la fotografia, la pittura e la narrazione visiva in generale.

In Pixar questo lo sanno bene, avendo in molti film costruito veri e propri capolavori visivi, tramite l’uso sapiente e ben gestito di fonti luminose. A volta disposte in piccole quantità, altre invece usate in modo molto più massiccio, ogni luce però aveva sempre un senso, uno scopo ed una cura ben precisa.

Questo avveniva già quando la tecnologia, non potendo fare affidamento su potenze di calcolo mostruose come adesso, si accontentava di artifici e soluzioni poco “realistiche” ed approssimative.

Gli stessi film di Monster and Co., Ratatuille, Alla ricerca di Nemo e Toy Story, parlano di questo sapiente uso delle luci, non condizionato dalla carenza di mezzi tecnici “potenti”.

Oggi, con l’enorme evoluzione delle strumentazioni hardware (tra schede video sempre più performanti, processori con sempre più core e potenza singola, hard disk allo stato solido che riescono a gestire dati a velocità impressionati, le possibilità si sono letteralmente ampliate.

Ed anche colossi dell’animazione, come la Pixar, che l’animazione in CGI l’ha proprio inventata, hanno adattato il loro “WorkFlow” di lavoro alle recenti tecnologie, in parte stravolgendo il modo di illuminare che avevano già sapientemente forgiato con il tempo.



Ecco quindi l’uso di calcoli e tecniche di rendering come l’indirect lighting tramite global illumination, il rendering in tempo reale tramite l’IPR, che anche in Pixar iniziano a fare capolino.

Ciò però che non è cambiato (per fortuna) è il modo in cui si pensa all’illuminazione!

Oggi il direttore della fotografiaEric Smitt, che ha curato la creazione delle scene de “Gli Incredibili 2”, ci porta dietro l’ideazione e la realizzazione di alcuni set di luci creati per l’ultimo film di animazione dello studio di Emeryville, appena uscito nelle sale.

Eric come direttore della fotografia ha avuto modo di collaborare a lungo tempo con la Pixar, ma al tempo stesso è stato per molti anni e continua ad essere anche un direttore di fotografia per live action(vale a dire i film girati normalmente in pellicola).

Proprio per questo motivo il suo tipo di studio, tende ad essere il più reale possibile (avendo appunto in mente le fenomenologie e casistiche proprie del lighting di un set reale).

Questo ha significato, durante tutto lo sviluppo della illuminazione de “Gli incredibili 2”, un approccio molto più volto all’uso sapiente e ponderato delle fonti di luce presenti in scena, senza l’uso di troppi “trucchi” artistici (che in passato avevano aiutato molto le rese artistiche delle luci della Pixar).

Insomma, pochi artifici e molto studio dietro il corretto posizionamento in scena delle geometrie 3D che avrebbero poi “motivato” le posizioni delle luci virtuali, esattamente come nel caso di un direttore di fotografia di scene reali per Film in pellicola!


Guarda il video su ilas magazine


25.05.2018 # 5053

Daria La Ragione // 0 comments

STAR WARS IS BACK!

a Monza fino al 30 settembre

Luke Skywalker, Dart Fener, la Principessa Leila, R2-D2, C-3PO saranno solo alcuni dei protagonisti di Star Wars is back!, l’esposizione di mattoncini Lego® che ripropone alcuni dei momenti più emozionanti della saga di Guerre Stellari.

Ideata e prodotta da LAB Literally Addicted to Bricks, in collaborazione con ViDi, Giuliamaria e Gianmatteo Dotto, il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, col patrocinio del Comune di Monza, Star Wars is back! presenterà quattro diorami, costituiti da oltre un milione di mattoncini e abitati da più di duemila minifigure.

La rassegna nasce dalla fantasia di Wilmer Archiutti, fondatore di LAB, laboratorio creativo di Roncade, in provincia di Treviso, che realizza forme e architetture con i mattoncini che da più di quarant’anni privatamente colleziona con passione e dedizione.

Un ambiente estremamente realistico accoglierà i visitatori per introdurli all’interno di un universo fantastico dove prenderanno vita le vicende degli eroi galattici.

Ognuno dei quattro diorami racconterà una storia. Quella della Battaglia di Endor -realizzata con tecnica classica ‘mattoncino su mattoncino’ - è ambientata in una fitta foresta di alberi, in cui si potranno scovare, nascosti tra la vegetazione, tanti piccoli Ewok.

Il percorso espositivo proseguirà con la celebre Battaglia di Geonosis, che si tiene nell’omonimo pianeta caratterizzato da una pianura deserta con guglie rocciose, base di produzione di droidi da battaglia e con la ricostruzione del pianeta Hoth, uno scenario polare e innevato che si ispira al secondo episodio della prima trilogia in cui si sviluppa la Echo Base, sede dei ribelli capitanati dalla Principessa Leila.

Il quarto diorama riprodurrà le lande desertiche del pianeta Tatooine, luogo centrale nella trama di vari film della saga. È tra le sue sabbie, infatti, che ci sono stati alcuni degli incontri chiave della storia, come quello in cui il robot R2-D2 e l’umanoide C-3PO vengono raccolti dai Jawa e venduti a Luke Skywalker.

Star Wars in back! propone un’esperienza unica nel suo genere che riunisce il lato ludico a quello artistico rivolgendosi non solo ai più piccoli ma anche agli appassionati, ai curiosi e a tutti coloro che amano ampliare i loro orizzonti.

All’interno della mostra sarà possibile giocare e divertirsi con i mattoncini nell’area gioco dedicata ai più piccoli per creare le proprie fantastiche costruzioni; saranno inoltre organizzati laboratori ad hoc per bambini.


15.05.2018 # 5042

Daria La Ragione // 0 comments

ROBERT DOISNEAU. Pescatore d'immagini

a Pisa fino al 17 giugno

Dal 23 marzo al 17 giugno 2018, il Museo della Grafica (Comune di Pisa, Università di Pisa) presenta la mostra Robert Doisneau. Pescatore d’immagini.

Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography, ViDi - Visit Different, la mostra offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese.

Nel raffinato allestimento delle sale di Palazzo Lanfranchi, il percorso espositivo si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i motivi più cari a Doisneau, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

I soggetti prediletti delle sue fotografie sono, infatti, i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere in questa città senza tempo. Nelle parole dell’artista: “Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti; nessun regista può ricreare l’inaspettato che si trova nelle strade”.

Doisneau ha lasciato l’immagine della Parigi più vera, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo: quella dei bistrot e dei clochards, delle antiche professioni e dei mercati a Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori, poeti, come Jacques Prévert, che con Doisneau condivise un’amicizia fraterna e testimoniata dallo scatto Prévert au guéridon, che lo ritrae seduto al tavolino di un bar con il fedele cane e l’ancor più fedele sigaretta.

Tra i capolavori più celebri esposti a Pisa anche Le Baiser de l'Hôtel de Ville, fotodel 1950 che ritrae una giovane coppia che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre la gente cammina veloce e distratta. L’opera, per lungo tempo identificata come un simbolo della capacità della fotografia di fermare l’attimo, non è stata scattata per caso: Doisneau, infatti, stava realizzando un servizio per la rivista americana Life e per questo chiese ai due giovani di posare per lui. Nelle sale di Palazzo Lanfranchi è inoltre possibile ammirare Les pains de Picasso, in cui l’artista spagnolo, vestito con la sua tipica maglietta a righe, gioca a farsi ritrarre seduto al tavolo della cucina davanti a dei pani che surrogano, con la loro forma, le sue mani.

Come sottolinea Andrea Ferrante, Assessore alla Cultura del Comune di Pisa e Presidente del Museo della Grafica: "Una mostra importante per cui ci aspettiamo una forte partecipazione. Pisa, che negli stessi mesi ospiterà altri eventi di notevole caratura, sarà meta obbligata per tutti gli appassionati della grande fotografia".


15.05.2018 # 5041

Daria La Ragione // 0 comments

FULVIO ROITER. Fotografie 1948-2007

a Venezia fino al 26 agosto

La Casa dei Tre Oci presenta la prima retrospettiva dedicata al grande Fulvio Roiter dopo la sua scomparsa, il 18 aprile 2016. 200 fotografie, per la maggior parte vintage, raccontano l’intera vicenda artistica del fotografo veneziano.

 

Promossa dalla Fondazione di Venezia in partenariato con la Città di Venezia, la mostra ripercorre l’intera carriera fotografica di Fulvio Roiter, presentandosi come la più completa monografica mai realizzata sull’autore e la prima dopo la sua recente scomparsa. Un omaggio e un ricordo che la Casa dei Tre Oci ha voluto dedicare al fotografo che più di ogni altro ha legato l’immagine di Venezia al proprio nome.

 

L’esposizione, curata da Denis Curti, resa possibile grazie al prezioso contributo della moglie Lou Embo, farà emergere attraverso 200 fotografie, la maggior parte vintage, tutta l’ampiezza e l’internazionalità del lavoro di Fulvio Roiter, collocandolo tra i fotografi più significativi dei nostri giorni. Partendo dalle origini e dal caso che hanno determinato i primi approcci di Roiter alla fotografia, nel pieno della stagione neorealista, di cui il fotografo veneziano ha ereditato la finezza compositiva, il percorso racconta gli immaginari inediti e stupefacenti che rappresentano Venezia e la laguna, ma anche i viaggi a New Orleans, Belgio, Portogallo, Andalusia e Brasile. Ne derivano 9 sezioni, ciascuna espressione di uno specifico periodo della vita e dello stile di Roiter: L’armonia del racconto; Tra stupore e meraviglia: l’Italia a colori; Venezia in bianco e nero: un autoritratto; L’altra Venezia; L’infinita bellezza; Oltre la realtà; Oltre i confini; Omaggio alla natura; L’uomo senza desideri. In tal modo, il percorso espositivo, fluido e coerente, scandisce le tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell’anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall’autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati.

 

L’allestimento si arricchisce di videoproiezioni, ingrandimenti spettacolari e una ventina di libri originali, che, oltre a visualizzare in pagina l’opera di Roiter, restituiscono anche la vastità di contributi critici dei tanti autori che hanno scritto sul suo lavoro, tra cui Andrea Zanzotto, Italo Zannier, Alberto Moravia, Ignazio Roiter, Fulvio Merlak, Gian Antonio Stella, Roberto Mutti, Giorgio Tani, Enzo Biagi. Non manca il breve ma intenso ricordo della moglie Lou, riferito a quel primo incontro in Belgio, che fu la nascita di un rapporto umano e professionale lungo quarant’anni.

 

Contenitore e veicolo ideale dell’opera artistica di Fulvio Roiter è stato infatti, sin dal principio, il libro fotografico. E la completa dedizione verso di esso ha portato l’autore a ricevere numerosissimi e importanti riconoscimenti come il prestigioso Premio Nadar, ottenuto nel 1956, con il libro Umbria. Terra di San Francesco, e il Grand Prix a Les Rencontres de la Photographie d’Arles, nel 1978, con Essere Venezia.

 

Con lo stesso approccio, meticoloso e attento, con cui lavorava ai progetti editoriali, Roiter non tralasciava alcun passaggio della produzione fotografica. Per queste ragioni, le stampe (come anche i libri) doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura allestita in casa sua, per poi timbrarle e firmarle, al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l’autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona nelle parole della nipote Jasmine come una promessa e una speranza: “Può una parola così piccola, foto, diventare così grande? Possono due sillabe riuscire a portarti in mondi lontani, in posti segreti, possono raccontarti una favola intima e silenziosa? Sì, possono. Le fotografie del Nonno, però, sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali” (Jasmine Moro Roiter, Essere Roiter, 22.04.2016).

 

Durante l’apertura della mostra un ricco programma di attività collaterali e iniziative contribuirà a evidenziare il nesso tra la vita e l’arte di Roiter e la città di Venezia attraverso incontri e approfondimenti.


11.05.2018 # 5038

Daria La Ragione // 0 comments

STEVE McCURRY. ICONS

a Pavia fino al 3 giugno

Le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospiteranno un’ampia retrospettiva dedicata al lavoro di Steve McCurry (Darby, PA, 1950), uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea.

La mostra Steve McCurry. Icons, curata da Biba Giacchetti, organizzata e prodotta da ViDi, con Civita Mostre e SudEst57 in collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e il Comune di Pavia – Settore Cultura, raccoglierà oltre 100 scatti che documenteranno quanto di meglio l’artista americano ha realizzato in quarant’anni di attività.

Sarà un’esposizione che condurrà i visitatori in un viaggio simbolico nel complesso universo di esperienze e di emozioni che caratterizza le sue immagini e che toccherà paesi come l’India, l’Afghanistan, la Birmania, il Giappone, il Brasile.

Non mancherà il ritratto di Sharbat Gula, la ragazza afghana che McCurry ha fotografato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che, con i suoi grandi occhi verdi e col suo sguardo triste, è diventata un’icona assoluta della fotografia mondiale.

“Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate – afferma la curatrice Biba Giacchetti - mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Con le sue foto ci consente di attraversare le frontiere e di conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti. La mostra inizia, infatti, con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e d’ironia”.

All’interno del percorso espositivo sarà proiettato un video, dal titolo “Le massime di Steve McCurry”, in cui l’artista americano racconta il suo modo di intendere la fotografia e un altro filmato, prodotto dal National Geographic, dedicato alla lunga ricerca che ha consentito di ritrovare, 17 anni dopo, “la ragazza afghana” ormai adulta.

Incluse nel prezzo del biglietto saranno a disposizione del visitatore audioguide in cui lo stesso Steve McCurry descrive la nascita di 50 tra le foto esposte in mostra.

Per tutta la durata della rassegna è in programma una serie di attività didattiche, incontri e visite guidate gratuite per bambini e adulti.

Una mostra “family friendly”, con un angolo per l’allattamento per le mamme, una sala didattica con accesso libero per le famiglie, un percorso creato ad hoc per i bambini, un kit didattico in omaggio da ritirare in biglietteria appositamente creato per la visita dei più piccoli. Inoltre, all’interno delle Scuderie, un’opera ad “altezza bambino” attenderà i giovani visitatori per un’esperienza immersiva a loro dedicata.


09.05.2018 # 5034

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Picasso, De Chirico, Morandi

a Brescia, fino al 10 giugno 2018

La mostra trasforma Palazzo Martinengo nel “tempio del collezionismo privato bresciano”, presentando opere provenienti dalle più prestigiose raccolte della città e della provincia, dal futurismo alla metafisica, dal “Ritorno all'ordine” fino all'Arte informale.

Esposto per la prima volta al pubblico un capolavoro inedito di Pablo Picasso. Si tratta diNatura morta con testa di toro, un olio su tela, dipinto dal genio spagnolo nel 1942.

 

Palazzo Martinengo, storica residenza nel cuore di Brescia, accoglie dal 20 gennaio al 10 giugno 2018 l’esposizione “PICASSO, DE CHIRICO, MORANDI. 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane”.

La rassegna, curata da Davide Dotti, organizzata dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, col patrocinio della Provincia di Brescia e del Comune di Brescia, prosegue l’indagine sul collezionismo privato bresciano avviata nel 2014 con la mostra che proponeva una selezione di dipinti antichi rinascimentali e barocchi, tra cui spiccavano i lavori di Moretto, Savoldo, Romanino e Ceruti.

Per questo nuovo appuntamento, il focus è invece l’arte fiorita tra il XIX e il XX secolo, prendendo avvio dai lavori dei maestri del neoclassicismo (Appiani, Basiletti, Gigola e Vantini) fino ad arrivare a quelli informali di Burri, Manzoni, Vedova e Fontana degli anni cinquanta e sessanta del ‘900, passando attraverso correnti e movimenti artistici come il romanticismo, il futurismo, la metafisica e il “Ritorno all'ordine”.

All’interno del percorso espositivo, viene presentato per la prima volta al pubblico, un capolavoro inedito di Pablo Picasso ritrovato dal curatore Davide Dotti, e recentemente autenticato dalla Fondazione Picasso di Parigi.

Si tratta di Natura morta con testa di toro, un olio su tela, dipinto dal genio spagnolo nel 1942. L'opera è stata eseguita in un momento tragico dell'esistenza di Picasso - per via della guerra e di lutti personali - e va intesa come l'introduzione di un preciso motivo iconografico, da leggersi come un memento mori. Nell'insieme la potenza espressiva e la qualità del dipinto sono altissime: si tratta di un'opera fondamentale per rileggere la serie delle teste di toro e la produzione di Picasso negli anni della guerra.

Per quasi cinque mesi, Palazzo Martinengo diventa un “museo ideale” dove confluisce una preziosa selezione di capolavori ricercati, acquistati e amati dalle più illustri famiglie bresciane che, quadro dopo quadro, hanno dato vita a raccolte uniche per qualità, varietà e vastità.

Il collezionismo bresciano si può suddividere in due distinte categorie: quello di estrazione aristocratico-nobiliare - che riguarda soprattutto la pittura dell'800 - e quello frutto dell’intuito e della passione per l’arte di industriali, professionisti ma anche di semplici appassionati.

Il percorso espositivo si apre con opere di autori - da Luigi Basiletti ad Angelo Inganni, da Faustino Joli a Francesco Filippini, da Giovanni Renica ad Achille Glisenti, da Arnaldo Soldini a Cesare Bertolotti fino a Emilio Rizzi - che hanno rappresentato la gloria della scuola pittorica bresciana dell'800, per poi lasciare spazio ai capolavori dei grandi maestri del '900 di caratura internazionale che hanno rappresentato le colonne portanti dei vari movimenti e delle correnti succedutesi nel corso dei decenni: Balla, Boccioni, Depero, De Chirico, Savinio, Severini, Morandi, Carrà, De Pisis, Sironi, Burri, Manzoni, Vedova e Fontana.


02.01.2018 # 4996

Daria La Ragione // 0 comments

MAUA

a Milano

Un museo diffuso, a cielo aperto, fuori dai soliti percorsi.

MAUA – Museo di Arte Urbana Aumentata – è una galleria a cielo aperto, fuori dal centro di Milano, che consta di oltre 50 opere di street art animate con altrettanti contenuti virtuali fruibili attraverso la realtà aumentata.


MAUA nasce grazie al al Bando alle Periferie finanziato dal Comune di Milano, con il quale sono stati selezionati e finanziati, tra oltre 150 proposte pervenute, 14 progetti culturali per le aree di Giambellino-Lorenteggio, Adriano-Padova-Rizzoli, Corvetto-Chiaravalle-Porto di Mare, Niguarda-Bovisa e Qt8-Gallaratese.


Le opere del MAUA sono state selezionate dagli abitanti dei quartieri, in un esperimento avanzato di curatela diffusa che ha previsto l’individuazione collettiva e partecipata delle opere e una discussione comune sul loro significato percepito e sul loro valore per le strade della città. Le opere sono state documentate da studenti e associazioni di quartiere, insieme ai professori della scuola CFP Bauer e da ognuno dei 5 quartieri, al termine dei workshop di fotografia sono state selezionate 10 opere maggiormente rappresentative.

50 giovani animation designer hanno poi elaborato le immagini durante un workshop di realtà aumentata e prodotto 50 contenuti digitali inediti che oggi animano le opere selezionate.



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