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09.07.2006 # 297
Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

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Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

Fino al 9 luglio 2006

L'esposizione veneziana presenta più di cento opere selezionate dalla prestigiosa collezione personale dello storico dell'arte ordinate in tre sezioni che contraddistinguono la tipologia delle sue scelte artistiche:
Gli amici di Hulten
La sezione presenta un percorso espositivo che abbraccia cinquant'anni di frequentazioni; gli artisti si avvincendano in un corollario estetico che riconduce lo spettatore alla dimensione intima e segreta dell'amicizia, raccontata attraverso l'opera artistica.
Sam Francis, Claes Oldenburg, Coosje Van Bruggen, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Niki de Saint-Phalle, Jasper Johns, Jean Tinguely, Ed Ruscha e Rebecca Horn sfilano attraverso un orizzonte parallelo tra quadri, installazioni e fotografie che rivelano l'interesse di un percorso storico-critico: il tutto filtrato attraverso le vicende trentennali di un rapporto autentico fatto di scambi e collaborazioni reciproche tra critico e artista.
È certo che lo sguardo "telescopico" di Hulten ha contribuito a stimolare negli artisti una sorta di "punto di vista" che è servito ad orientare alcune scelte e a "dirottare" consolidate certezze, sempre finalizzate alla produzione di "oggetti visibili" mirati a sedurre lo spettatore, con un gioco continuo articolato tra arte e realtà,
opera e prodotto della fantasia, rappresentazione e presenza.

Hulten allo specchio
La seconda sezione è una galleria di ritratti particolari dove lo storico dell'arte è protagonista ideale e concettuale della "visione" artistica dell'opera stessa: Sébastian Matta, Arne Jones, Piotr Kowalski, Walter De
Maria, Giuseppe Santomaso e altri, ritraggono o dedicano opere realizzate apposta per Pontus Hulten.
il soggetto diventa oggetto di introspezione, la sua identità è alterata da infinite tecniche diverse che lo riproducono costantemente uguale a sé stesso e, nella mimesi della rappresentazione, infinitamente diverso.
In questo modo l'artista segna, tratteggia e dedica al soggetto "conosciuto" un'opera che diventa mediatica, e permette a Hulten di perdersi nel labirinto infinito delle sue stesse raffigurazioni.
Tra segno e disegno
La terza sezione, forse la più intima, la più segreta, è una piccola galleria di disegni e opere su carta che lo storico dell'arte svedese ha collezionato per la sua dimensione privata, un occhio indiscreto dentro alla sua dimensione domestica dove si scoprono alcuni tra i protagonisti del Novecento artistico internazionale.
Kazimir Malevic, Marcel Duchamp, Francis Picabia, Max Ernst, Constantin Brancusi, Emilio Vedova, Daniel Buren, trasmettono nelle loro "carte" una tensione organica e una passione autentica scaturita da una gestualità del segno capace di svincolare l'immobilismo e la passività del foglio, per comunicare/trasferire il pathos sottratto al linguaggio parlato.
Le tre sezioni sono corredate da una documentazione fotografica intitolata "La strada di Pontus". Un percorso fotografico della vita e della carriera di Pontus Hulten raccontato attraverso le immagini che lo ritraggono insieme agli artisti, ai capi di stato, alle personalità del mondo artistico e culturale che lo hanno accompagnato nella sua vita personale e artistica.
Una vita raccontata per immagini e, contemporaneamente una storia dell'arte del Novecento.

23.07.2006 # 308
Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

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Ravenna | Turner Monet Pollock | Fino al 23 luglio 2006

Fino al 23 luglio 2006

dal Romanticismo all'Informale, Omaggio a Francesco Arcangeli.



La mostra dal titolo Turner Monet Pollock. Dal Romanticismo all'Informale, omaggio a Francesco Arcangeli che il Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura, Museo d'Arte della città promuovono e realizzano negli spazi della rinascimentale Loggetta Lombardesca, dal 18 marzo al 23 luglio 2006, prosegue il percorso di ricerca volto a far luce su grandi temi e figure centrali della critica e della storia dell'arte moderna e contemporanea.
Il percorso espositivo è già alluso nei nomi dei tre protagonisti che, a vedere di Arcangeli, costituiscono delle pietre miliari di una linea romantica della storia dell'arte contemporanea, che va, appunto, "Dal Romanticismo all'Informale", secondo il titolo scelto per i due volumi pubblicati da Giulio Einaudi nel 1977, a tre anni dalla prematura scomparsa, e che raccoglievano buona parte degli scritti più significativi. L'esposizione prenderà dunque avvio dai romantici inglesi, ai quali il critico dedicò le sue acutissime letture, davvero rivelatrici e non solo in Italia: in particolare Turner e Constable, senza trascurare le premesse di Reynolds e Gainsborough. Seguiranno alcune figure prime della pittura francese, Corot e soprattutto Courbet, ritenuto una pietra miliare nell'Ottocento per un nuovo pensiero della 'natura' che Arcangeli ha analizzato nei suoi sviluppi moderni, e che trova nell'impressionismo - nel pur diverso ruolo svolto da Cézanne, Renoir, Sisley e Monet -, un passaggio decisivo. Ed è soprattutto a Monet che lo studioso ha dedicato scritti fondamentali, recuperandone pienamente l'ultima stagione anche in tempi in cui la quasi totalità dei critici avanzava forti riserve o ne offriva una lettura riduttiva. L'Ottocento italiano sarà rappresentato da alcuni nomi di primo piano, dai prodromi romantici di Fontanesi ai macchiaioli Fattori e Lega, a Segantini, un altro pittore che deve ad Arcangeli una sostanziale rivalutazione. Anche per la prima metà del Novecento la mostra insisterà su alcuni artisti cari al critico, in particolare Klee, Soutine, Permeke, gli italiani Carrà, De Pisis e soprattutto Morandi, per il quale scrisse una straordinaria monografia, il testo di gran lunga più denso e illuminante che sia uscito sul pittore, e che per primo istituiva connessioni con la situazione contestuale europea. L'informale, che ha caratterizzato la scena artistica internazionale dal secondo dopoguerra agli anni cinquanta, rappresentò per Arcangeli la condizione in cui arte ed esistenza risultavano inscindibili: protagonisti furono, in primo luogo, Wols, Fautrier, Dubuffet, de Staël, De Kooning, Kline e, soprattutto, Pollock - vero culmine del lavoro critico di Arcangeli lungo il filo rosso di un percorso modernamente romantico - oltre agli italiani Burri, Leoncillo e agli 'ultimi naturalisti' Morlotti, Mandelli, Moreni, Vacchi, Bendini, Romiti, per citare i più vicini al grande studioso.

16.07.2006 # 345
Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

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COMO | RENÉ MAGRITTE | Fino al 16 luglio 2006

Fino al 16 luglio 2006

L'impero delle luci



A Villa Olmo, ottanta opere del genio surrealista belga.

L'esposizione, che presenta alcune delle opere più conosciute del maestro belga, come L'impero delle Luci, La buona fede o La fata ignorante, muove i propri passi dall'asserto magrittiano, secondo cui "La pittura è soltanto un mezzo che mi permette di portare alla luce un pensiero grazie all'utilizzo di elementi presi al mondo visibile".
Magritte, infatti, riteneva, come Leonardo, che la pittura fosse una 'cosa mentale', una proposta di riflessione o un'idea che deve prendere forma attraverso di essa, mantenendosi entro i limiti della riproduzione del mondo visibile. Ciò che rende diversa la sua pittura è la rappresentazione circoscritta ad ambienti quotidiani, riprodotti con la massima fedeltà, con lo scopo di provocare una riflessione che metta in discussione ciò che si dà per scontato. Inoltre pretende, in questo modo, di rendere visibile la poesia e di trasformare il mondo comune in un universo poetico.
Nella sua iconografia, seppur molto varia ed ampia, è facile riscontrare tali "cose visibili": i nuvolosi cieli del nord - che fecero coniare a Max Ernst il motto "Fa un tempo Magritte" - il mare e l'aperta campagna; gli alberi e il bosco, i notturni, i sobborghi; un certo stereotipo di borghesia dell'epoca, belle e languide dame e l'uomo vestito di nero con bombetta; uccelli e colombi; fiori e oggetti comuni come case, sonagli, balconi, sfere, mele.



15.07.2006 # 318
Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

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Milano | Fernando Botero | Fino al 15 luglio 2006

Fino al 15 luglio 2006

È stata inaugurata il 9 maggio alla Galleria Tega, con il patrocinio del Comune di Milano, un'importante mostra di Fernando Botero comprendente oli, sculture, acquarelli e disegni. Si tratta di circa venticinque opere degli ultimi anni che caratterizzano l'universo pittorico del maestro colombiano in questa sua personale a lungo attesa in uno spazio privato milanese.
Il suo universo pittorico comprende innanzitutto quelle figure, in particolare femminili, caratterizzate dalle forme abbondanti che costituiscono una sua peculiarità. E che hanno talora suscitato valutazioni superficiali, legate all'apparenza. Invece il discorso è ben più profondo, come sottolinea lo stesso Botero: "Credo molto nel volume, in questa sensualità che nella pittura suscita piacere allo sguardo". E aggiunge: "Un quadro è un ritmo di volumi colorati dove l'immagine assume il ruolo di pretesto".
Indubbiamente questo suo approccio formale è anche suggerito da quel clima favolistico in cui egli ama collocare i suoi personaggi, un clima che favorisce l'esagerazione, l'esuberanza del racconto. È un clima che si assapora non solo in Colombia ma in tutta l'America del Sud e che trova riscontri letterari in autori come Gabriel García Márquez.
La mostra offre ampi campionari di questa realtà filtrata dalla fantasia e da un desiderio nostalgico di un mondo in via di smarrimento che cattura l'attenzione e il cuore della gente. Sotto tale ottica vanno considerati i ritratti di finta austerità, i nudi privati di ogni malizia e quelle scene accompagnate da un caratteristico paesaggio che non va considerato come puro contorno ma come l'essenza stessa dei protagonisti del dipinto che talora guardano pensosi fuori del quadro come per interrogarci.
Un altro terreno ampiamente frequentato da Botero è quello della natura morta dove il citato concetto dell'abbondanza entra relativamente in gioco ma dove viene esaltata piuttosto la dolcezza delle forme, dei volumi per cui è l'armonia a sedurre la dilatazione di uno sguardo che si adagia e si compiace di fronte alla calda seduzione quasi tattile di due arance o di fronte alla frugalità di un tavolo imbandito sotto una finestra spalancata contro un cielo che promette dolci fughe del pensiero.

02.07.2006 # 336
Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

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Torino | Vuoto nel pieno | Fino al 2 luglio 2006

Fino al 2 luglio 2006

Grandi dipinti astratti, policromi e neomodernisti sembrano, a prima vista, le opere di Minjung Kim che fanno parte del ciclo "Vuoto nel pieno". Già, sembrano, perché, a ben guardare, questi fantasmagorici lavori sono eseguiti oltre che col pennello anche bruciando col fuoco sottili fogli di carta colorata, in modo da ottenere tante forme circolari di svariate dimensioni. Questi cerchi multicolori Min Jung Kim li incolla poi uno sull'altro in sequenze concentriche, dal più piccolo al più grande, che assumono nell'insieme l'aspetto di un delicato fiore i cui petali, osservati da vicino, sono di/segnati dalle bruciature impresse dal fuoco sul bordo di ogni singolo pezzo di carta. Disposte una accanto all'altra su un foglio di carta di riso, le corolle policrome formano una texture astratta, una sorta di visione psichedelica dall'effetto ipnotico.
Le "carte" di Kim mantengono una cifra orientale, tanto da poter essere considerate dei palinsesti il cui segno grafico, sia quello tracciato dal fuoco, sia quello a inchiostro, non tradisce la delicatezza connaturata alla pittura giapponese, cinese e coreana. Kim è nata in Corea del Sud e da giovanissima ha studiato pittura con grandi maestri calligrafi, a 25 anni si è trasferita a Milano e qui ha continuato gli studi frequentando l'Accademia di Belle Arti di Brera, dove lo studio dell'arte occidentale ha contribuito a maturare la sua consapevolezza artistica. La sua opera si nutre della filosofia del Tao e, negli ultimi tempi, si è incentrata sulla ricerca del vuoto nel pieno e sulle interrelazioni tra le diverse forme della manifestazione cosmica.

02.07.2006 # 319
Venezia | PONTUS HULTEN. ARTISTI DA UNA COLLEZIONE | Fino al 9 luglio 2006

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Milano / Maestri del '600 e del '700 lombardo / Fino al 2 luglio 2006

Fino al 2 luglio 2006

Palazzo Reale presenta, fino al 2 luglio 2006, la prima grande mostra incentrata sui capolavori di scuola lombarda della collezione Koelliker, la maggior parte dei quali è ancora inedita o poco conosciuta. Infatti, nonostante la generosità del collezionista milanese, che frequentemente partecipa alle mostre in qualità di prestatore, un corpus così vasto e coerente di opere dalla sua raccolta non era mai stato presentato prima d'ora.
La mostra, curata da Francesco Frangi e Alessandro Morandotti, presenta un circoscritto nucleo di questa collezione, composto da 69 dipinti in buona parte mai esposti prima d'ora, che consente di tracciare un percorso esaustivo e nel contempo insolito attraverso due secoli di produzione pittorica entro i confini dell'odierna Lombardia.
I due studiosi, che stanno catalogando da alcuni anni il nucleo lombardo delle opere della raccolta, presentano qui, affiancati da molti altri specialisti chiamati ad offrire il loro specifico contributo allo studio delle opere, il loro diario di lavoro, che ha permesso di precisare molte attribuzioni e al contempo ha qualificato la collezione come uno dei luoghi privilegiati della città dove studiare le vicende dell'arte lombarda tra Seicento e Settecento.
Come in un ideale manuale di arte lombarda, la sequenza si articola lungo un preciso itinerario cronologico che prende avvio con la stagione borromaica di primo Seicento, testimoniata dalle tele dei suoi massimi protagonisti, come il Cerano, i Procaccini, il Morazzone, Tanzio da Varallo, il caravaggesco Giuseppe Vermiglio e soprattutto Daniele Crespi, del quale la raccolta conserva un insieme di opere di notevole rilevanza.

Un successivo capitolo è poi dedicato alla meno nota congiuntura barocca di metà secolo, rappresentata tra l'altro dalle figure di Francesco Cairo, Carlo Francesco Nuvolone, Giovan Cristoforo Storer, Giovan Battista Discepoli e dalla coeva produzione ritrattistica del bergamasco Carlo Ceresa.
Una serie di suggestivi ritratti eseguiti a Milano sullo scorcio del Seicento da Salomon Adler, Carlo Donelli detti il Vimercati e Jacob Ferdinand Voet introduce quindi alla sezione settecentesca della mostra, nella quale i ritratti dei grandi maestri della pittura della realtà bergamasca e bresciana, e cioè Fra Galgario e Giacomo Ceruti, sono posti a confronti con l'intensa vena espressiva di alcuni dei più originali interpreti della cultura tardobarocca in Lombardia, come Andrea Pozzo, Paolo Pagani e Giuseppe Antonio Petrini.
Come rivela questa rapida rassegna, la mostra presenta, accanto ad artisti già consacrati dagli studi, anche numerose personalità solo recentemente valorizzate dalla ricerca storico artistica e quasi mai segnalate, fin ad ora, nei vari contesti espositivi. Uno spazio significativo è anche garantito ad alcuni maestri anonimi di notevole qualità, come il cosiddetto Maestro della tela jeans, le cui toccanti rappresentazioni pauperistiche tardoseicentesche costituiscono un fondamentale precedente delle celebri immagini di pitocchi di Giacomo Ceruti.