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Made in Ilas // Pagina 3 di 24
14.10.2016 # 4676
Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

Daria La Ragione // 0 comments

Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

diplomato ilas in Grafica e Web Design 2014/2015

I nostri complimenti a Gianluca Petraccaro, diplomato alla ilas in Grafica Pubblicitaria - con Alessandro Leone - e Web Design - con Nicola Cozzolino. 

Si è tolto una gran bella soddisfazione: un suo progetto è stato premiato agli Scottish Creative Award con ben tre riconoscimenti.

Si tratta di un lavoro per raccogliere fondi a favore di Diabetes UK: due font, disegnati da Gianluca, in vendita online e il ricavato sarà totalmente devoluto all’associazione.

 

Image and video hosting by TinyPic


«Il progetto è composto da due font che ho disegnato per raccogliere fondi per la cura del diabete partendo dalla comunità del design. Il concept ovviamente è originato dal diabete anche per il nome (bloodsugar type one/type two), e mira a raccontare la dicotomia tra glucosio e sangue; è in espansione in quanto al momento ci sono due singoli font, ma il lavoro mi ha fatto vincere tre premi agli Scottish Creative Awards nelle categorie Tipografia, miglior uso dei media, e Chairman's award, che sarebbe il presidente dell'organizzazione che sceglie il lavoro più valido per lui tra un centinaio in tutte le categorie partecipanti. È stata una bella soddisfazione.» 

Il progetto è qui www.typeonetypetwo.com dove potete leggere tutte le informazioni.

Complimenti Gianluca!

25.02.2020 # 5432
Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas:
Intervista a Mirko Di Lillo

Più che video editor ama definirsi

Mirko Di Lillo, da sempre appassionato di cinema e tv, si avvicina al mondo delle immagini come fotografo, per apprendere le basi e le competenze da riportare in video. L’incontro con il montaggio video avviene tramite i primi software di montaggio non lineare. La curiosità e la voglia di apprendere lo portano a dedicarsi poi al montaggio analogico, tramite alcune console dismesse negli studi dove ha iniziato a lavorare. E’ ancora quello l’approccio che porta avanti, anche sui sistemi più moderni.

Dice di sé: “Non mi piace definirmi Video Editor, preferisco Artigiano delle Immagini”.


L´Intervista



(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Mirko Di Lillo) Nel momento in cui ti scrivo sto lavorando come montatore per una serie di documentari sull’automotive d’epoca. Un’esperienza sicuramente stimolante, in quanto quello delle auto non è un settore che conosco particolarmente, e mi ha portato a dovermi documentare su tante nuove cose, oltre a conoscere pezzi di storia di cui prima non ero a conoscenza.
Collateralmente sono in una fase di scouting per la creazione di un nuovo team di lavoro per alcuni progetti personali in fase di sviluppo.


Da dove viene la tua ispirazione?

 

La mia passione per l’audiovisivo è nata dai videoclip musicali. È innegabile che la mia maggiore fonte di ispirazione sia la musica. Ogni volta che inizio un nuovo progetto, la prima cosa che faccio è cercare di dare una struttura musicale che possa essere in sintonia con il messaggio e le emozioni che voglio trasmettere, per poi costruirci su le sequenze di immagini, come se fosse una danza armoniosa.


Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

 

Il ricordo più bello è legato sicuramente al valore umano che ho trovato sia tra gli studenti che tra i docenti, che creavano una bellissima atmosfera “alla pari”, in cui non mi sentivo un semplice studente, ma una persona alla pari con tutto il team di studio. Non creare quei rapporti di sudditanza docente-studente, e la possibilità di poter sempre esprimere la propria opinione, credo riesca a lasciare molto più spazio all’estro e alla creatività, che spesso non vengono fuori non tanto per mancanza di idee o di competenze, ma per difficoltà comunicative.
Il mio grande rammarico è stato quello di aver affrontato il percorso di studi in un momento in cui ero impegnatissimo lavorativamente, il chè non mi ha fatto vivere a pieno quell’esperienza, che tornando indietro ripeterei con più dedizione e coinvolgimento.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

In realtà la mia prima vocazione era quella attoriale. Sin da piccolo mi sono sempre cimentato con la recitazione, sia teatrale che per puro divertimento personale. La passione per l’editing è nata un po’ per caso e un po’ per fortuna. Cercavo un lavoretto estivo post maturità, fortunatamente c’erano degli amici di famiglia che avevano uno studio di produzione video e cercavano un assistente. Essendo un ambito affine alla mia passione decisi di buttarmici a capofitto, un po’ mentendo anche sulla mia esperienza sul montaggio e sui software di editing. Mi accorsi però che mi veniva quasi naturale, spontaneo, districarmi tra tutte quelle riprese a cui dare un senso, e che stranamente i miei premontati non tornavano indietro, ma anzi, venivano anche apprezzati. Decisi che forse era il caso di approfondire, anche perchè era un lavoro che facevo con la massima serenità, e mi metteva a mio agio.


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

 

Sicuramente quello di cui vado più fiero è il corto “Le mani di Ali”, che mi ha portato a vincere il premio al Chianciano Corto Fiction per la sezione “Spirituale”. Io, profondamente ateo, che ho avuto la possibilità di raccontare di un’iniziativa di integrazione di un ragazzo musulmano nella festività forse più rappresentativa del cristianesimo: il Natale. Realizzare quel corto è stato sicuramente importantissimo anche sul piano personale, proprio per il messaggio che mi è stato chiesto di raccontare, un’integrazione e un inclusione che va al di là delle barriere religiose, razziali e sociali. Sicuramente è stata un’ottima occasione di crescita.
Ma se dovessi scegliere qualche lavoro che mi rappresenta di più ti rispondere con due degli ultimi videoclip che ho realizzato: quello per il remix di Cattolica realizzato per IL Mago e quello per il duo Amber and Glass per il loro mashup Perfect/Children.
Due videoclip di solo editing, riutilizzando immagini stock o di archivi storici, e realizzati anche sperimentando vari processi di editing che non avevo mai utilizzato. Lì per fortuna non avevo bisogno di una musica da trovare per avere ispirazione, ma solo di pescare, tra i vari cassetti della mente e dei ricordi, quali sensazioni e messaggi mi veniva naturale associare.
Sicuramente è mancata la parte del “set”, ma sono forse quelli in cui più sono riuscito ad esprimermi al meglio, anche grazie alla fiducia dei committenti che mi hanno dato la possibilità di potermi esprimere a ruota libera.





Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

 

Il primo format per la TV che ho realizzato. Fui chiamato come seconda camera per poi ritrovarmi solo, al primo giorno di riprese, a dover gestire tutto, dalle riprese alla sceneggiatura (che era inesistente), per poi vedermelo affidare completamente. Un’esperienza terribile dal punto di vista organizzativo e operativo, ma stimolantissima come sfida. Sicuramente importantissima anche per imparare come NON realizzare un audiovisivo, e che la preparazione e la pre-produzione a monte è importantissima.


C’è qualcosa che ti non ti piace o che cambieresti nel mondo del cinema?

 

I criteri di distribuzione e di produzione odierni. Ho avuto la fortuna e il piacere di partecipare a vari festival o di poter vedere anteprime di tantissimi film stra-validi, che poi non hanno avuto riscontro però dalla distribuzione. La mia impressione è che ci si stia avvicinando sempre più ad un cinema on-demand, in cui si rincorre sempre più il gusto dello spettatore più che raccontare ed educare. Perché per me l’audiovisivo è ancora un momento educativo, sia estetico che storico.


Esiste qualcosa che avresti voluto girare tu? 

 

Come film “E morì con un felafel in mano” di Lowenstein e “La crisi!” di Colin Serreau, il primo per la delicatezza con il quale è stato girato, riuscendo in un’ottima trasposizione e centellinando i movimenti di camera, riuscendo, a mio parere, a risultare registicamente affine alle emozioni, alle vicende e alle tematiche trattate. Il secondo perché pur mettendo in evidenza tantissimi micro-argomenti con mille spunti di riflessione, riesce, a mio avviso, a delineare quello che è il grande mostro di questi ultimi decenni: l’incomunicabilità, che spesso si traduce in individualismo o in prevaricazione emozionale.


Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?

 

Credo entrambe. Sicuramente forza per l’accessibilità a tantissime informazioni alle quali prima era molto difficile accedere, come tecniche, corsi, lavori altrui da studiare, e di conseguenza, anche un’offerta tecnologica molto più vasta. D’altro canto però tutte queste informazioni spesso vengono mal elaborate. Non è raro vedere qualche nuova soluzione di editing o di ripresa divenire virale e poi da lì un appiattimento nei contenuti per scimmiottare quell’artificio estetico finchè non viene fuori qualche nuovo trend da inseguire.
Quella che potrebbe essere una risorsa infinita di stimoli per una diversificazione nella narrativa, molto spesso finisce per divenire la materia prima per una produzione in serie.


Cosa ti tira giù dal letto la mattina?

 

Oltre la gastrite intendi? Al momento sto lavorando molto su me stesso, cercando di centellinare gli stimoli esterni e veicolarli meglio. C’è stato un periodo in cui ero una spugna, pronto ad assorbire tutto. Ora faccio più selezione, cercando di assorbire prima e di trovare un modo per poi rimescolare quegli input alle mie idee, per poterli rendere miei e personali.
La ricerca di nuovi interessanti stimoli, credo si possa definire così.


Cosa ti appaga di più del tuo lavoro?

 

I feedback di chi guarda i miei lavori. Scoprire che il messaggio è stato recepito, conoscere le interpretazioni diverse di chi li guarda, per me quella è linfa vitale. Ogni volta che produco un audiovisivo ci metto dentro un po’ di me che cerca di inviare un messaggio. Sapere che anche un 1% di quel messaggio sia arrivato è forse la sensazione più bella di questo lavoro.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Capire che ruolo si vuole fare. È fondamentale per non perdere tempo, e soldi, in mille cose prima di poter trovare la propria strada.
Prima ancora di studiare, di capire le tecniche, di guardare le scuole o i professionisti ai quali rivolgersi, bisognerebbe focalizzarsi nel capire quale sia il ruolo che più ci è incline.
Conoscere i processi che ci sono dietro un audiovisivo, le varie figure lavorative è fondamentale. Da lì cercare di individuare quale potrebbe essere quella più affine a sè stesso.
Ho conosciuto tantissimi colleghi che avevano iniziato in un ruolo, coltivandolo per anni, per poi abbandonare tutto e ritrovarsi più realizzati in altri settori del processo produttivo dietro un audiovisivo. Il comune denominatore è sempre lo stesso “Ah! Se l’avessi saputo prima!”.
Quindi, in soldoni, il mio consiglio è riflettere, riflettere, riflettere, prima di buttarsi a capofitto in questo mondo.


Una parola che ti rappresenta?

 

Prolisso. Lo dovrebbero dimostrare le mie risposte!
Scherzi a parte, credo che evasivo sia la parola che mi rispecchia di più. Cerco sempre di sviare l’attenzione su di me con mille modi, magari mostrando lati caratteriali più frivoli, rispetto a quelli più intimi e personali. Ma oltre ad una riservatezza innata, è anche una mia difficoltà comunicativa. Tutti gli aspetti più personali li riverso nel mio lavoro, certo, non in modo chiaro e didascalico, nascondendoli, camuffandoli, o facendoli interpretare da altri. Ma non è forse questo il bello di questo lavoro?


Una parola che vorresti eliminare dalla terra?

 

Sopravvalutato. Una parola abusatissima di questi tempi. Ormai qualsiasi cosa esuli dal nostro gusto, ma che ha un riscontro in altri viene tacciato di sopravvalutazione. Credo questo abbia a che fare anche con il periodo che viviamo. Fino a qualche anno fa non eravamo bombardati letteralmente dalle opinioni e dalle vicende altrui, il chè ci faceva vivere un prodotto o un’esperienza in modo molto più personale e intimo. Forse la perdita di questa dimensione personale ci ha destabilizzati un po’, e stiamo ancora elaborando la paura che una nostra sensazione o opinione possa essere condivisa su larga scala, che non sia più nostra ed unica.  Il chè forse ci ha incattivito un po’, rendendoci più schivi alle opinioni esterne, rendendole meno importanti delle nostre.
Soprattutto nel mio campo sopravvalutato è una parola che vorrei far sparire. C’è una così grande varietà di gusti, di formazione, di contesti sociali, che un media può esaltare o annoiare a morte una grande fetta di spettatori. E dovremmo rispettarlo. È davvero così necessario demolire ciò che non rientra nella nostra sfera di gradimento?


Esiste qualcosa che ti ha radicalmente cambiato la vita?

 

Non sono molto bravo ad elaborare gli eventi positivi, in compenso sono un maestro ad ingigantire quelli negativi, quindi su due piedi, mi verrebbe di rispondere con qualche evento poco piacevole. Però come ho sempre sostenuto, siamo la somma non aritmetica di tutti gli eventi quotidiani che ci capitano, e che ci influenzano giorno per giorno. Potrei dirti che forse non c’è ancora stato, così come potrebbero essercene mille, ognuno che ha in qualche modo influenzato gli eventi successivi. Sceglierne uno sarebbe un po’ come fare un torto a tutti quei piccoli eventi formativi che capitano giorno dopo giorno e che forse incidono molto di più.


Se tu fossi una canzone quale saresti?

Questa è facile! “Con un deca” rigorosamente nella versione dei 666! Descrive alla perfezione la realtà della periferia, dove sono nato e cresciuto, e che mi ha inevitabilmente formato, e che per quanto si possa crescere, viaggiare, spostarsi, è un qualcosa che incide sulla tua visione del mondo e degli eventi.


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

 

Sto sviluppando un po’ di progetti, e al tempo stesso cercando persone che vogliano condividere questi percorsi. Mi piacerebbe poter condividere uno spazio creativo con altri professionisti, contaminare le idee, sviluppare progetti.
Uno su tutti è un motion comic, un genere che adoro tantissimo e per il quale vorrei sviluppare un soggetto che ho nel cassetto.
Poi il percorso didattico, sto ultimando un progetto dedicato ai più piccoli per sensibilizzarli ed educarli all’uso dell’audiovisivo, con un linguaggio a loro affine. In un mondo circondato da video e immagini, insegnare ai più piccoli quali strumenti utilizzare per poterli interpretare e, perché no, creare nel modo più giusto, è un obiettivo che mi piacerebbe raggiungere non poco!


25.02.2020 # 5430
Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista ad Alfredo Felaco

La The Jackal, come nascono le idee e l´importanza di Internet. Alfredo Felaco risponde alla prima intervista del format Generazione Ilas.

Afredo Felaco ha studiato comunicazione e ha sempre avuto una forte passione per il mondo della pubblicità, la comicità e i linguaggi del web. È tra i fondatori di The Jackal, società di produzione video specializzata in contenuti per il web e branded content. Lavora principalmente nella fase di postproduzione dei video, ma è anche uno degli autori.


L´Intervista



(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Alfredo Felaco) Con The Jackal abbiamo sempre più lavori in cantiere contemporaneamente. Alcuni video li facciamo per divertirci e divertire il nostro pubblico, mentre molti altri li facciamo per i brand che ci contattano. La sfida é quella di continuare a fare entrambe le cose e farle convivere nello stesso prodotto.  Al momento non c’è nulla di cui posso parlare, ma sono tutti progetti molto divertenti!

 

 Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee?

 

Devo ancora capire da dove vengono le idee migliori. Spesso le idee vengono parlando con un’altra persona che è sulla tua stessa lunghezza d’onda. Qualche volta invece quando sono da solo in auto. Altre volte invece leggo una notizia o un post su Facebook che mi fa incazzare e da cui nasce l’idea.

La cosa che ho imparato però è che l’idea è solo un seme, il modo in cui ci lavori e la quantità di lavoro che ci mettono cambiano completamente quello che hai pensato nel momento del concepimento dell’idea.

 


Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla ilas?

 

Ho deciso di frequentare un corso all’Ilas perché mentre studiavo Scienze della Comunicazione sentivo un forte bisogno di un approccio più pratico al mondo della pubblicità in cui aspiravo a lavorare. Oltre alla formazione sui software ho trovato anche degli insegnanti in grado di farti capire quanto lo studio del design e delle arti visive fosse la base per approcciarsi al lato tecnico.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

Ho sempre voluto fare un lavoro creativo, senza avere bene idea di cosa ciò significasse nel concreto. Probabilmente come il 98% delle persone che iniziano a studiare comunicazione o design. È una percentuale che ho inventato completamente ma ritengo sia anche molto vera.

Questo perché i linguaggi espressivi sono tanti e in continua mutazione, soprattutto oggi che con Internet va tutto velocissimo. Chi avrebbe detto dieci anni fa che oggi avremmo comunicato tramite i meme?


Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

 

Forse Lost In Google, la webserie interattiva che abbiamo prodotto e pubblicato su Youtube 2011. Ci tengo molto perché é un progetto che abbiamo prodotto con pochissimi mezzi ma per cui eravamo molto liberi creativamente non essendoci brand o particolari paletti creativi. Nella serie il protagonista viene risucchiato da Google (su cui ha provato incautamente a cercare la parola “Google”) e si ritrova intrappolato nel mondo di Internet. Data la scarsità di mezzi abbiamo dovuto lavorare parecchio di fantasia ed effetti visivi per rappresentare il mondo del web e tutte le situazioni pazze che ci venivano in mente.


Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

 

La sfida più grande é cercare di fare sempre di meglio, o anche solo sforzarsi di fare sempre qualcosa di diverso. Se invece parliamo proprio della sfida più grossa in termini di quantità di lavoro allora si tratta sicuramente del film che abbiamo realizzato,  Addio Fottuti Musi Verdi. Trattandosi di una storia di fantascienza abbiamo dovuto creare da zero tutta una serie di elementi visivi che caratterizzano il mondo degli alieni come astronavi, armi o ogni tipo di oggetto alieno. Successivamente abbiamo dovuto trovare e interfacciarci con una serie di società che hanno realizzato concretamente tutto quello che ci eravamo inventati, e ti assicuro che non é per niente facile parlare seriamente con qualcuno che ti deve costruire un robot…





Web e Social, forza o debolezza per il tuo lavoro?

 

A Internet dobbiamo tanto. Abbiamo pubblicato il primo video su Youtube nel 2005 creandoci pian piano una fanbase e oggi lavoriamo principalmente su progetti legati al mondo del web e dei social, quindi sicuramente più punti di forza che debolezza. Certo, ci si distrae un sacco su Instagram.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?  

 

Fate il lavoro che amate e vi rovinerete anche l’unica cosa che vi piace fare nella vita.

No scherzi a parte, il consiglio è quello di porsi sempre nuove sfide ed essere sempre pronti ad imparare.


Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

Sarebbe molto difficile perché dovremmo spiegare prima a queste persone del 1800 cos’è Facebook oppure l’invenzione del cinematografo e anche là ci prenderebbero per pazzi. Forse sarebbe più facile spiegare che siamo una compagnia di saltimbanchi.

Comunque, non è meno facile spiegare il mio lavoro a mia zia.

20.02.2020 # 5431
Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas: Intervista a Miriam Di Domenico

Curiosa, testarda e imprevedibile. Il suo personaggio preferito ha uno sguardo simile al suo nel concepire i valori e la vita. Di chi si tratta? Scopriamolo insieme a Miriam Di Domenico.


Miriam Di Domenico, per tutti Mia. Ha 25 anni e un sogno tra le mani. Scatta fotografie dall’età di sedici anni. Da due ha dato vita ad una nuova realtà : That’s Core. Un’agenzia di comunicazione nel centro della città che l’ha vista crescere, Cava de’ Tirreni. Ha deciso di avere affianco in questa avventura un team di lavoro giovane e creativo, con il quale creare e scambiarsi continui stimoli. Vive ogni giorno all’insegna della bellezza e di vibrazioni positive, convinta che la vita scorra troppo veloce per essere di malumore.


L´Intervista



(Urania Casciello) Chi è Miriam oggi?

 

(Miriam Di Domenico) Lo ammetto: le etichette mi sono sempre state strette. Non saprei dirti chi sono oggi; so chi non sono diventata e soprattutto ciò che non voglio essere. Mi piace pensarmi come un magma di creatività, difficile da contenere. Tante volte mi sono sentita “diversa”, come un pesce fuor d’acqua. Ma in fondo, chi di noi non lo è ogni tanto? Sento e vivo la vita come un affastellarsi di emozioni e situazioni che non possono, e non devono, essere racchiuse in una parola. Siamo troppo per essere classificabili. Se dovessi guardarmi da fuori, ti direi che ad oggi sono una giovane donna che continua a credere in un sogno. Ma la vita è così: sorprendentemente imprevedibile. E forse il segreto della felicità risiede in questo: lasciarsi scombussolare i capelli e le emozioni.


Hai sempre saputo di voler fare il tuo lavoro?

 

Continuo a ripetermi di essere una persona fortunata. Crescendo capisci che non è dato a tutti sapere quale posto occupare in questa società. Qualcuno lo scopre strada facendo, altri si adattano alle contingenze. Ho sempre saputo che la fotografia sarebbe stata qualcosa di più. Non solo un mezzo per catturare momenti, quanto un modo di vivere e vedere la vita. Ci vuole un amore smisurato per credere in un sogno così grande e per affrontare i momenti “no”.


Fotografa ma anche influencer, come sei riuscita a combinare queste due cose?

 

Ho sempre avuto un solo obiettivo : condividere ciò che mi piace e confrontarmi . Non so se il mio percorso digitale possa essere racchiuso nella figura prima della “fashion blogger” e poi della “influencer”. Sicuramente il diplomarmi in fotografia pubblicitaria con una predilezione per il settore moda e la mia passione smisurata per l’haute couture hanno un comune denominatore.


Nel tuo percorso di studi c’è anche la Ilas, che ricordo hai di quel periodo?

 

L’Ilas è stata la mia chiave di svolta. Uscivo da poco dal liceo di un paesino ed ero piccola e affamata di scoprire il mondo circostante. La mia esperienza all’Ilas non è riassumibile in un diploma finale. Ho conosciuto persone che adoro profondamente e con i quali condivido, ancora oggi, prima una passione e poi un lavoro. Sono cresciuta personalmente e fotograficamente parlando. Ho avuto l’onore di confrontarmi con docenti qualificati che mi hanno sempre saputo spronare ed incentivare a credere, a non smettere mai di cercare ed osservare la bellezza. In definitiva è stato uno dei periodi più felici e pazzi che abbia vissuto.


Cosa pensi del mondo della fotografia pubblicitaria e del mondo della fotografia artistica? C’è un fotografo che segui particolarmente?

 

La figura del fotografo è cambiata radicalmente negli ultimi tempi. Nonostante non sia un’arte facilmente accessibile, al giorno d’oggi è quasi scontato avere una macchina fotografica. Il confine tra amatoriale e professionale è qualcosa che si tende a dimenticare sempre più spesso, avallando stili e tecniche discutibili. Essere fotografo non significa solo sapere fare una fotografia tecnicamente giusta. È, a mio avviso, l’insieme di tecnica, occhio e sensazioni. Se fai un giro d’orizzonte noterai che dopo lo youtuber e l’influencer, c’è il fotografo. A me piace scrivere, lo faccio da anni, ma nonostante ciò non mi presento come scrittrice. È una questione di umiltà. Non tutti possono fare tutto. Per fortuna però in questo mare contaminato, c’è ancora chi della fotografia vive ed è fonte d’ispirazione per gli altri. Uno dei miei punti di riferimento è sicuramente Giovanni Gastel. Unione di una fotografia commerciale e artistica al tempo stesso, in lui ritrovo la mia idea di femminilità e sensualità. Delicato ma intenso. Ogni suo scatto sa emozionare e raccontare.


Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Viviamo tempi difficili, dove credere smisuratamente in un sogno è un privilegio e richiede tanto coraggio. Come direbbe il mio docente di fotografia all’Ilas, Ugo Pons Salabelle, è “più black d’ ‘a midnight”. Ci svegliamo con una perenne sensazione di inadeguatezza e incompletezza legata intorno al cuore. È a questo che serve fare ciò che realmente si ama, per sentirsi vivi. Il mio unico consiglio è di credere in se stessi. Siamo unici e come tali non possiamo essere messi a confronto. C’è bisogno di genuinità, di avere umiltà e imparare ad avere pazienza. Non si è mai arrivati ma è sempre, e solo, un altro punto di partenza.



Cosa ti tira giù dal letto la mattina?

 

La consapevolezza di avere un nuovo giorno da vivere con le persone che amo e colmo dipossibilità.

Un colore che ti rappresenta?

 

Il rosso senza ombra di dubbio: elegante ma selvaggio al tempo stesso.

Il personaggio di un film che senti più vicino a te?

 

Clint Eastwood è sicuramente uno dei miei capisaldi. In ogni suo personaggio e/o film ritrovo uno sguardo simile al mio concepire i valori e la vita.

Una parola che ti piace e una che vorresti eliminare dalla terra?

 

Amore è la parola più bella che una persona possa pronunciare. Senza limiti, ti travolge e ti riempie. Invidia è la parola che ti consuma e che eliminerei.

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

La fotografia è il mio modo di espressione massima. Racconto ciò che con le parole non riesco. Emozioni, sensazioni, pensieri sono tutte racchiuse nelle fotografie che scatto. Mi piace raccontare storie. La mia, la tua.

Cosa dobbiamo aspettarci da te?

 

Tutto.




Urania Casciello

uraniacasciello@ilas.com

Scrivo. Da quando ho iniziato a scrivere sapevo che un giorno sarebbe stato il mio lavoro. Nel 2012 mi sono diplomata in Art Direction e Copywriting alla ILAS e ho frequentato il Master in Social Media e Web Marketing e il Corso Annuale in Fotografia Pubblicitaria. Scrivo per ILAS Magazine e ho collaborato con la scuola alla realizzazione di eventi come il Behance Portfolio Review al Pan di Napoli, l´ILAS Sonorized Exhibition e alcune mostre alla The Gallery Studio. I miei amori sparsi sono: i gatti, Parigi, Ernest Hemingway, la pizza, Batman, le gomme del ponte di Brooklyn, Labyrinth, Ritorno ad OZ, le maratone (di serie-tv e film) e David Bowie.

20.02.2020 # 5429
Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas:
Intervista ad Antonio Gallo

Orgogliosamente Geek, rigorosamente pazzo! Il mondo di Antonio Gallo aka Barbadifuoco potrebbe tranquillamente trovarsi in un fumetto (da lui illustrato)!

Antonio Gallo – aka Barbadifuoco – classe 1991, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli, specializzato in Graphic Design. Disegnatore e illustratore, da anni coltiva la cultura ludica e geek in tutte le sue forme, spaziando dalle serie televisive alla cinematografia, dai più famosi videogiochi all’universo variegato del fumetto. Condivide i propri lavori e le proprie idee con graphic designer internazionali e collabora con e-commerce d’oltreoceano. Appassionato di manga/comics, ha collaborato con il festival del fumetto Comicon di Napoli.


L´Intervista




(Urania Casciello) A cosa stai lavorando attualmente?

 

(Antonio Gallo) Sto lavorando ad un’illustrazione riguardante il mondo dei comics/manga, per un e-commerce con sede a Chicago, roba figa insomma.

 

Da dove viene la tua ispirazione? Segui un rituale per trovare idee creative?

 

Questa domanda mi mette molto in difficoltà perché non ho un metodo preciso ma succede tutto quasi in modo randomico, mentre alcune volte li vedo in sogno.

Molto weird ma divertente perché poi devo capire come arrivare a quel risultato, quindi inizia un lavoro di ingegneria inversa.

 

Che ricordi hai del tuo percorso di studi alla Ilas?

 

Ricordi fantastici, non avevo mai respirato un aria così creativa ma al contempo professionale riguardante un percorso di studi e il potermi confrontare con docenti professionisti del settore mi ha permesso di crescere e migliorare più di quanto mi aspettassi, soprattutto dal punto di vista mentale.

 

Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro?

 

No, è successo tutto per caso. Prima delle Belle Arti ho studiato in un Professionale Orafo in cui mi ero specializzato nella moderazione 3D e pensavo di proseguire su quella strada, poi ho conosciuto Photoshop ed Illustrator ed ho passato ogni giorno a sbatterci la testa con la mia prima tavoletta grafica che disintegrai.

 

Tra i tuoi lavori c’è qualcosa che ti rappresenta di più o di cui sei più fiero?

 

Assolutamente sì, “Obey The Hypnotoad”, il lavoro che più di tutti mi ha dato soddisfazioni da ogni punto di vista, ha avuto un successo enorme e non pensavo un singolo lavoro (scemo tra l’altro perché ancora oggi quando lo guardo mi fa ridere) potesse arrivare a tanto.



Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare?

 

La sfida più ardua è stata quando per la prima volta sono entrato in questo mondo senza sapere nulla, non conoscevo nessuno ed erano tutti stranieri e stra bravi.

 

Grafica, Illustrazione e Musica, a chi vuoi più bene? Scherzi a parte, senti che l’ago della bilancia spinge più per qualcosa rispetto ad altro?

 

Musica senza pensarci due volte. Una fedelissima compagna di vita. Gli anni in cui ho “militato” nel metal underground napoletano sono i ricordi più belli che ho, adrenalina alle stelle, amici fantastici, il gruppo che era una famiglia e quella maledetta chitarra, amore della mia vita.

 

 Cosa ti tira giù dal letto la mattina? Cosa ti guida?

 

I rumori della città e la voglia di fare e creare qualcosa di migliore rispetto al mio ultimo lavoro.

 

Che consiglio daresti a chi si approccia adesso al tuo lavoro?

 

Non avere paura di chiedere e di rompere le scatole ai professionisti, così facendo ho avuto modo di conoscere artisti fantastici, grazie a loro io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi.

 

Hai un libro da consigliare a chi vuole intraprendere la carriera da grafico?

 

“Trademarks & Symbols of the World: The Alphabet in Design”, ebbi la fortuna di metterci mano alle superiori, e rimasi colpito da tutte quelle forme, i moduli, le geometrie e l’uso intelligente delle stesse.

 

Una parola che ti rappresenta?

 

PAZZO.

 

Una parola che vorresti eliminare dalla terra?

 

Supercalifragilistichespiralidoso.

 

Se tu fossi un piatto quale saresti?

 

Pizza, perché è rotonda, viene consegnata in cartoni quadrati e tagliata in triangoli.

 

E se invece tu fossi una canzone?

 

Sicuramente Master of Puppets dei Metallica perché per me è la miglior composizione di sempre ed è il motivo per cui da ragazzino iniziai a suonare la chitarra.

 

Come descriveresti il tuo lavoro ad una persona del 1800?

 

Disegno pupazzetti.

 

Cosa ti aspetta per il futuro?

 

Il futuro è qualcosa di imprevedibile quindi non sai mai cosa aspettarti, continuerò a migliorarmi e migliorarmi e se ci sarà tempo anche migliorarmi.




Urania Casciello

uraniacasciello@ilas.com

Scrivo. Da quando ho iniziato a scrivere sapevo che un giorno sarebbe stato il mio lavoro. Nel 2012 mi sono diplomata in Art Direction e Copywriting alla ILAS e ho frequentato il Master in Social Media e Web Marketing e il Corso Annuale in Fotografia Pubblicitaria. Scrivo per ILAS Magazine e ho collaborato con la scuola alla realizzazione di eventi come il Behance Portfolio Review al Pan di Napoli, l´ILAS Sonorized Exhibition e alcune mostre alla The Gallery Studio. I miei amori sparsi sono: i gatti, Parigi, Ernest Hemingway, la pizza, Batman, le gomme del ponte di Brooklyn, Labyrinth, Ritorno ad OZ, le maratone (di serie-tv e film) e David Bowie.

20.02.2020 # 5428
Gianluca Petraccaro premiato agli Scottish Creative Award

Urania Casciello // 0 comments

Generazione Ilas:
Intervista a Sofiya Chotyrbok

Ama affrontare vita e progetti con passione viscerale, come ha fatto con il suo ultimo lavoro

Sofiya Chotyrbok nasce nel 1991 in Ucraina. All’età di 9 anni si trasferisce in provincia di Napoli, dove presto inizia a interessarsi alla fotografia. Frequenta il corso di Fotografia e Grafica pubblicitaria alla Ilas Accademia Italiana di Comunicazione Visiva, diplomandosi nel 2013. Successivamente si trasferisce a Milano, dove frequenta il corso di Fotografia biennale presso cfp Bauer, fino al conseguimento del diploma. Nel corso dei suoi studi, matura la scelta di operare sul materiale d’archivio e sulle immagini esistenti, dando vita a due progetti – Millenovecentonovantuno e Deficit – che indagano il tema della memoria e la stampa materica su tessuto. Deficit è stato esposto recentemente presso la Fondazione Stelline di Milano ed è stato selezionato e proiettato al Mana Contemporary di Chicago. Attualmente è impegnata in uno stage presso lo studio di Miro Zagnoli a Milano.




DEFICIT from Sofiya Chotyrbok on Vimeo.


(Urania Casciello) Come ti descriveresti?


 

(Sofiya Chotyrbok) Credo di essere una persona solida, con i piedi ben piantati per terra, disposta a sacrificarmi per quello in cui credo. Ma mi piace anche pensare di avere in me un’altra parte più leggera e mistica, che si lascia trasportare dal caos e dal vento della vita, per raccogliere i segni del destino. Dico sempre di essere un fiume e di essere nata con un soffio di vento (cit. Io sono di legno, Giulia Carcasi).


 

Sofiya Chotyrbok


Hai sempre saputo di voler fare la fotografa?

 

L’ho scoperto per caso a 17 anni, quando ho cominciato a scattare fotografie un po’ per gioco. È lì che ho deciso che sarebbe stata la mia strada. Sono passati 11 anni e nulla è cambiato. Nel mio percorso, anche intraprendendo altre strade, sono sempre tornata a lei. La fotografia è la mia espressione, la mia ossessione.

 

Che ricordi hai del tuo percorso alla ilas?

 

È stato il ponte fra il percorso liceale e il mondo creativo. La prima possibilità che ho avuto per studiare fotografia, per capire cos’è un’immagine. È stato il periodo più bello della mia vita, colmo di incontri, di insegnamenti e di amicizie che porto avanti tuttora. Alcune lezioni di vita apprese in questo percorso continuano a rappresentare il mio riferimento quotidiano, non posso ad esempio dimenticare la frase che mi disse un giorno Fabio Chiaese: “prenditi cura dei tuoi demoni, ti rappresentano e fanno di te quello che sei”. Questo consiglio lo tengo stretto da allora e gliene sarò per sempre grata.




Cosa ti affascina del mondo della fotografia?

 

Mi piace che abbia vite infinite. La fotografia, dall’idea al risultato finale, ha mille processi fisici e mentali che restituiscono a chi la crea una pace interiore o una carica di energia. È un processo magico anche per colui che osserva la fotografia e la fa propria.

 

C’è un fotografo a cui ti ispiri?

 

Ad essere sincera non ho un fotografo di riferimento. Ce ne sono tanti che ammiro e stimo, ma la mia attenzione è rivolta in questo momento ad artisti che lavorano con la fotografia, come nel caso di Christian Boltanski. I suoi lavori mi emozionano e sono profondamente affascinata dalla profondità del suo processo creativo.”L’incontro” è avvenuto nel periodo in cui ho iniziato ad usare il tessuto come supporto per i miei lavori: ritrovare nel suo modus operandi una serie di analogie con il mio approccio istintivo mi ha dato maggiore forza e consapevolezza.





Deficit – il tuo ultimo progetto – è una sorta di macchina nel tempo che vuole celebrare la memoria della tua famiglia. Da cosa sei partita, a cosa sei arrivata?

 

Deficit è una installazione che nasce dall’incontro del mio ampio archivio familiare con l’ossessione per l’opera di Ilya Kabakov, un noto artista di origini ucraine. Lo spunto iniziale è stato quello di lavorare sulle abitazioni sovietiche, ma non potendo andare nella mia terra natale, ho cercato di relazionarmi con esse a distanza. Ho capito con il tempo che la mia attenzione fosse rivolta principalmente al tappeto, un oggetto ricorrente in tutte le case dell’ex unione sovietica. Da lì sono arrivata a realizzare un lavoro con varie declinazioni, utilizzando diversi tipi di tessuto, la carta ed il video. Tanti supporti per un unico messaggio: dove la memoria personale è “in deficit”, interviene quella collettiva. E’ stato importante dare solidità materica a queste immagini, affinché l’esperienza divenisse tattile anche per lo spettatore. La dimensione rituale del contatto lo riconduce alla propria memoria personale, come se prendesse in mano vecchie fotografie.


Quali sono state le reazioni della tua famiglia al progetto?

 

La prima reazione di mia madre è stata buffa. Ha manifestato un moderato apprezzamento, privo dell’entusiasmo che le appartiene. Mi ha poi confessato che la inquietassero i volti coperti dal tappeto, ma dopo averle spiegato il motivo di questa scelta, ha acquisito maggiore consapevolezza del processo, fino ad innamorarsene. La zia di mia mamma ci ha trovato un’altra chiave di lettura interessante: il tessuto le ha ridato la sensazione di “ovattato”, una condizione che le ha ricordato la sua vita da cittadina sovietica. Questa interpretazione, per me del tutto nuova, mi ha fatto riflettere molto. È un progetto che potrebbe prendere altre strade nel corso del tempo, chissà!

 

Hai la possibilità di scegliere come guardare il mondo per un giorno? Scegli Bianco e nero o colori?

 

Assolutamente in bianco e nero! Faccio mia una citazione di Daido Moriyama per spiegarne il motivo: “Il bianco e nero racconta il mio mondo interiore, le emozioni e i sentimenti più profondi che provo ogni giorni camminando per le strade di Tokyo o di altre città, come un vagabondo senza meta. [..] E’ ricco di contrasti, è aspro, riflette a pieno il mio carattere solitario.”


C’è una canzone, un brano, che ti rappresenta più di altre?

 

Faccio fatica a individuare una canzone in particolare, ma se dovessi scegliere sarebbe una composizione di Philip Glass: la sua musica accompagna spesso le mie giornate. Lenisce i tormenti di quelle più buie, eleva la concentrazione di quelle più produttive e creative.

 

Tre cose di cui non si potrebbe fare a meno sulla terra? 

 

Libri, caffè e stare a contatto con la natura. Queste tre cose mi fanno star bene e mi fanno sentire viva!


Cosa ti tira giù dal letto la mattina? 

 

L’odore del caffè e sapere di avere poco tempo per fare tutto quello che vorrei. Quando però ho un progetto su cui lavorare, stilo una lista di cose da fare e allora mi alzo molto presto e mi metto all’opera. Svegliarsi con le prime luci dell’alba mi dona linfa ed energia.

 


Cosa dobbiamo aspettarci da te?

 

Ho terminato da poco un percorso di studi che mi ha portato, dopo l’esperienza all’Ilas, a frequentare un corso di formazione biennale presso la scuola Bauer. Sto iniziando a misurarmi con la dimensione lavorativa e valutando la possibilità di un ulteriore percorso di studi riguardante l’archivio fotografico e la catalogazione. Parto dalle certezze della mia formazione per guardare positivamente al mio futuro. Ho già altri progetti in mente e lavorerò sodo per dar loro vita. Spero di avere fra 10 anni ancora questa passione viscerale e la giusta dose di leggerezza per affrontare nuove sfide.



Urania Casciello

uraniacasciello@ilas.com

Scrivo. Da quando ho iniziato a scrivere sapevo che un giorno sarebbe stato il mio lavoro. Nel 2012 mi sono diplomata in Art Direction e Copywriting alla ILAS e ho frequentato il Master in Social Media e Web Marketing e il Corso Annuale in Fotografia Pubblicitaria. Scrivo per ILAS Magazine e ho collaborato con la scuola alla realizzazione di eventi come il Behance Portfolio Review al Pan di Napoli, l´ILAS Sonorized Exhibition e alcune mostre alla The Gallery Studio. I miei amori sparsi sono: i gatti, Parigi, Ernest Hemingway, la pizza, Batman, le gomme del ponte di Brooklyn, Labyrinth, Ritorno ad OZ, le maratone (di serie-tv e film) e David Bowie.

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