alexa

Ilas sui social network

Iscriviti alla newsletter Ilas

logo-ilas
logo-ilas logo-ilas

MENU

cercaCERCA

ILAS è una scuola di specializzazione che opera esclusivamente
nell'ambito della comunicazione visiva.

 
icona

La scuola

100% comunicazione visiva

icona

La scuola
Storia, struttura e organizzazione

icona

I docenti
I curricula di tutti i docenti

icona

Certificazioni
Il valore di un corso Ilas

icona

Attività
Corsi, seminari e contest

icona

Social, blog e magazine
Scopri ilas 2.0

 
icona

I Corsi

Elenco dei corsi Ilas divisi per tipologia

Corsi Adobe MensiliPHOTOSHOP | ILLUSTRATOR | INDESIGN

Corsi Annuali CompletiGRAFICA | FOTO | WEB | PUBBLICITÀ | SOCIAL

Corsi Brevi TematiciFOTO BASE | COPY | MONTAGGIO | RIPRESA VIDEO

 

Corsi di Grafica 3DMAYA | ZBRUSH | RHINO | STAMPA 3D

Corsi Annuali CoordinatiPERCORSI MULTIDISCIPLINARI

Corsi Avanzati GRAFICA | FOTOGRAFIA | PHP | MOBILE APP

 

Cerchi un talento della comunicazione visiva?
 

Inserisci AnnuncioArea riservata alle aziende

Scegli CandidatoArea riservata alle aziende

Vai al PortfolioArea riservata alle aziende

Guarda i lavori realizzati dai nostri studenti
Oltre 9000 progetti realizzati nei corsi Ilas

ILAS - Istituto superiore di comunicazione visiva

icona

Recapiti telefonici

Italy / Napoli

tel(+39) 081 5511353
tel(+39) 081 4201345
fax(+39) 081 0070569

icona

Indirizzo

Italy / 80133 Napoli

Via Alcide De Gasperi, 45
Scala A

numero-verde

  • Adobe-Authorized-Training-Centre
  • Autodesk-Authorised-Training-Centre
  • Pearson-Vue-Authorized-Training-Centre
Blog // Pagina 2 di 16
15.08.2017 # 4906
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Jagermeister e la panna montata

Blog! di Daria La Ragione

Jagermeister sceglie la commedia e torna a far sorridere, con uno spot che gioca sul sesso, sullo sfigato di turno e su una serie di allusioni che in Italia gli avrebbero reso la vita molto dura.

Sarà perché siamo una società piuttosto bigotta, in cui “vizi privati e pubbliche virtù” è un comandamento lento a morire, ma da noi è ancora difficile che una pubblicità possa alludere al sesso e all’alcol contemporaneamente senza attirare reprimende, nella migliore delle ipotesi, o essere bloccata dal Gran Giurì nella peggiore.

La scena è quella di un supermercato poco frequentato, un commesso annoiato e una spesa che allude al sesso senza possibilità di essere fraintesa: litri e litri di panna spray e, per “aggravare” il tutto, una bottiglia di Jagermesteir; il commesso alza lo sguardo e si trova davanti due splendide e ammiccanti ragazze, fa appena in tempo a iniziare a sognare che le due se ne vanno e la magia è finita.


In effetti, in Germania devono avere una legge sulla pubblicità con maglie decisamente più larghe di quella italiana, anche se di legge vera e propria non si può parlare nel nostro caso, almeno quando si fa riferimento al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, che legge non è ma viene applicato con certezza anche maggiore.

A proposito delle bevande alcoliche, l’articolo 22 dice - tra l’altro - che la pubblicità non può:

«indurre il pubblico a ritenere che il consumo delle bevande alcoliche contribuisca alla lucidità mentale e all’efficienza fisica e sessuale e che il loro mancato consumo comporti una condizione di inferiorità fisica, psicologica o sociale».


Probabilmente non è questo il caso, ma l’allusione al fatto che l’alcol renderà tutto più divertente è palese.

È un problema o è solo questione di bigottagine? 

La risposta non è semplice, perché se prendiamo in considerazione una persona adulta facciamo presto a rispondere che lo è. Però la televisione non la guardano solo gli adulti, ma anche molti adolescenti e persone che hanno meno strumenti per valutare la distanza tra la comunicazione commerciale e la realtà.

È una questione delicata, che meriterebbe di essere approfondita non a partire da posizioni di pregiudizio, ma con onestà e lucidità.

Nel frattempo, se siete adulti e vaccinati, potete divertirvi con gli spot che girano all’estero.

 




28.02.2019 # 5214
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Font For Freedom – la grafica che combatte la censura

Blog! di Daria La Ragione

Font For Freedom è un progetto di Report senza Frontiere per tenere viva la memoria dei quotidiani censurati e soppressi nel corso del 2018.

Un progettista che ha fatto grandi e belle cose in Italia e che ha scritto la storia della nostra (e non soltanto) grafica, Albe Steiner scriveva che:



Il grafico di fronte al pubblico ha una grande responsabilità. Il grafico che si rispetti deve ritirarsi quando capisce che il prodotto è scadente. 

Può influire negativamente sullo sviluppo di un bambino, per esempio, o sullo sviluppo culturale della gente. 

Albe Steiner, Il Mestiere del grafico, Einaudi, Torino, 1997. 


Si tratta di una posizione politica, nel senso più ampio del termine: ha a che vedere con la capacità di sentirsi partecipi della società anzi, protagonisti ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità.


Mi è tornata in mente questa citazione guardando Fonts for Freedom, lo spot di Reporter Without Borders realizzato da Serviceplan e on air in questi giorni in Germania.

Più che lo spot in sé, colpisce l’operazione che racconta: in primo luogo ci informa che nel corso del 2018 molti quotidiani sono stati soppressi, spesso per censura.

  




L’associazione di Report Senza Frontiere ha voluto trovare un modo per far sì che questi giornali pur non essendo più pubblicati, venissero comunque ricordati: sono stati ricostruiti i font con cui erano impaginati nove di queste pubblicazioni, e sono stati forniti ai più diffusi quotidiani nazionali, che li hanno usati per un giorno al posto dei propri, raccontando ai lettori il progetto FFF (che fa il verso al formato .tff che è quello utilizzato dai computer per i font).


A fare da sfondo a questa campagna la visita di Erdogan in Germania, alla fine dell’estate 2018, dal momento che il premier turco – che è stato accolto da manifesti scritti con i font dei quotidiani che aveva soppresso – si è reso protagonista di un’opera di repressione che non eravamo più abituati a vedere alle porte dell’Europa.


Per aiutare a ricordare giornali e giornalisti la cui voce è stata spenta, molti altri font sono stati resi disponibili sul sito dell’iniziativa e la campagna ha coinvolto 132 paesi e generato oltre 2.7 milioni di interazioni. Senza dubbio un successo e la dimostrazione che la grafica può davvero avere un ruolo di promozione sociale.


Resta però sospesa una domanda cui difficilmente sapremo dare una risposta: ricordare è salvare?


26.02.2019 # 5212
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Nike, Dream Crazier - le donne dello sport agli Oscar

Blog! di Daria La Ragione

Se siete amanti delle pubblicità che fanno emozionare, Dream Crazier ha tutti gli ingredienti per entrare nel vostro cuore: 

un grande cliente, Nike, che da qualche anno ha lasciato il filone “fenomeni esibizionisti” per puntare decisamente sul tema della sfida;

un’agenzia – Wieden + Kennedy – di quelle che sanno come fare le cose per bene e come giocare il gioco più antico (ed efficace) della pubblicità: prendere un luogo comune e ribaltarlo;

un tema di grande attualità come quello della dimensione femminile nel mondo sportivo.


È un percorso che la pubblicità percorre ormai da anni, raccontando un mondo femminile combattivo e grintoso, che si confronta con il giudizio (non soltanto maschile) a testa alta e va dritto per la sua strada.

  



Dream Crazier è un crescendo che parte dai tanti aggettivi con cui vengono etichettate le donne dello sport: melodrammatiche se manifestano le proprie emozioni, fuori di testa se competono con gli uomini, e se sognano pari opportunità sono deliranti, squilibrate se tengono il punto, e poi isteriche, irrazionali ma soprattutto sono PAZZE.

E in questa prima parte del commercial le immagini ci raccontano soprattutto lotta, battaglia, fatica.




Finché arriva la svolta, perché CRAZY diventa un valore, diventa un’etichetta positiva da associare a quei comportamenti che permettono di compiere grandi imprese, gesta eroiche e alle piccole o normali atlete delle prima parte, fanno ora da contraltare professioniste e grandi (cioè riconosciute) donne dello sport: come sua maestà Serena Williams, capace di vincere 23 grandi Slam, avere un figlio e poi tornare a vincere ancora! Una pazzia solo a pensarci.




A questo punto la voce narrante utilizza una figura retorica tra le più sfruttate in pubblicità (e non è un caso, perché è una delle più efficaci): l’apostrofe, che è quella costruzione con cui ci si rivolge direttamente allo spettatore (come il classico I Want You dello Zio Sam). E adesso che parla a noi, le immagini tornano a essere quelle di giovani sportive, che hanno davanti a loro una storia, o la storia, tutta scrivere, con un messaggio semplice e potente: «se vogliono darti della pazza, ok: fagli vedere cosa può fare una pazza!»



19.02.2019 # 5202
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

The Check Out Suite: il digital detox formato famiglia

Blog! di Daria La Ragione

Ci sono diverse buone ragione per parlare di The Check Out Suite, il commercial dell’agenzia svedese Stendahls per la società Länsförsäkringar Alliance.



In primo luogo, dal punto di vista creativo si tratta di un’idea semplice e molto intelligente: creare uno strumento che avvisi le persone di quanto tempo stanno trascorrendo guardano lo schermo dello smartphone, in situazioni – a casa, in vacanza, etc. – in cui potrebbero scegliere di fare altro.

Perché funziona? Perché, come fa notare un copy molto ben scritto, nella realtà esistono segnali che ci dicono che un’esperienza si è conclusa – un libro, prima o poi, finisce – invece internet non ha mai fine, non ci segnala da quanto tempo non alziamo lo sguardo dallo smartphone.


Dunque l’agenzia ha inventato una lampada: si chiama Skärmfri™ (Screen-free) e se si supera un tempo limite senza staccarsi dal telefono o dal tablet, diventa rossa, avvisando che è il momento di smettere.

Ma la vera idea è un’altra: the chek out suite infatti è una stanza d’albergo in cui la moneta è costituita dal tempo. Quanto più tempo di resta connessi, tanto più si paga il soggiorno in hotel, al punto che chi decide per una giornata di digital detox può anche non pagare affatto.



 



Qual è l’altro motivo per cui bisogna fermarsi un attimo a parlare di questa operazione?

Soffermiamoci sull’azienda: Länsförsäkringar  è di fatto una cooperativa di 23 compagnie assicurative regionali, di proprietà dei clienti stessi, che in questo modo combinano la capacità di una piccola azienda di adattarsi ai propri clienti, con la forza di una grande azienda.  È l’assicurazione “fatta dalle famiglie per le famiglie”.

Per questo è credibile e coerente che Länsförsäkringar voglia portare avanti un discorso di responsabilità sociale, aiutando adolescenti e famiglie a raggiungere uno stato di “salute digitale”: insomma un rapporto maturo ed equilibrato con una tecnologia sempre più invadente.


E infatti sono proprio le famiglie le protagoniste del commercial che racconta l’esperienza della check out suite, con un linguaggio semplice, a volte quasi ovvio, che però non manca di raggiungere il bersaglio.

Si parte con immagini in bianco e nero, sguardo di una persona estremamente giovane, sguardo triste (vuoi perché davvero triste, vuoi per l’effetto Kulesov), mentre il testo spiega quanto sia diffusa la digital addiction. Poi arriva il colore: una lampada che diventa rossa, bambini che corrono allegri nella stanza d’albergo, gli stessi bambini quasi spenti con le teste chine sugli smartphone, e poi di nuovo un’atmosfera rilassata e piacevole quando tutti i telefoni sono stati allontanati e ci si guarda di nuovo faccia.


Una narrazione ai limiti del banale, che però funziona e ha il grande pregio di dire ciò che deve con grande chiarezza, e di raggiungere il proprio target andando a rafforzare l’immagine del brand: un’azienda che appartiene alle persone e che ha a cuore la vita delle persone.

14.02.2019 # 5195
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Gallery: le pubblicità che celebrano San Valentino

Blog! di Daria La Ragione

Puntuale come ogni anno arriva la festa degli innamorati.

C'è chi è ben contento di celebrarla e chi ne farebbe volentieri a meno. Tra i primi non c'è dubbio alcuno che ci siano le aziende, che approfittano di questa occasione per parlare al cuore (e al portafogli) delle coppie e di chi in coppia non c'è ma vorrebbe esserlo.

La pubblicità festeggia San Valentino sempre con grande entusiasmo, a volte con smielatezza, altre con ironia, qualche volta approfittando dell'attenzione sul tema dell'amore per un discorso più serio e importante.

Ecco una piccola gallery di spot che raccontano tante sfaccettature diverse dell'amore così come lo vede la pubblicità.


Per esempio Wilkinson punta su un'installazione per parlare al cuore delle coppie anzi, più che al cuore, alle guance: siamo a Parigi, è il 2013, e JWT decide di raccontare così l'importanza di dare attenzione alle persone che amiamo: dolce, romantico, spiritoso ma con moderazione.

 



Meno romantico ma molto più divertente il San Valentino di Gilette Venus, che con queste due campagne torna a parlare di amore e rasoi, ma mostrandoci l'alto del cielo e gli inconvenienti di presentarsi irsute al proprio amore.

L'efficacia della campagna si misura tutta qui: in un dialogo schietto e divertente rivolto alle donne senza bisogno di preamboli.
L'agenzia è la divisione moscovita di Ogilvy & Matter, siamo nel 2011, e queste campagne sono ancora attualissime e divertenti.

 


 



Vi ricordiamo infine che San Valentino è la festa degli innamorati, non dei fidanzati. Quindi può festeggiarla chiunque.

Per esempio, chi ama il calcio quest'anno potrà consolarsi come i protagonisti di questo commercial, che ci ricorda che essere single non è triste affatto, ma che se vogliamo un'anima gemella match.com è lì per noi.

Siamo nel 2016, l'agenzia è la francese Buzzman

 



Molto suggestiva, quasi un pugno nello stomaco questa campagna sociale del 2018, di BBDO Israel, in occasione della festa ebraica dedicata agli innamorati.

Inizia in sordina e sembra il classico commercial con le idee ingenue e delicate dei bambini sull'amore: «come fai a sapere che mamma e papà si amano?» e via risposte divertenti come nella migliore tradizione.
Poi ai bambini fanno da contraltare gli adulti: sono donne, figlie di altre donne che sono state uccise da mariti e compagni, una ogni tre giorni in Israele. In Italia abbiamo coniato un nome, femminicidio, ma è evidente che il problema è tristemente globale. In questo caso sono stati raccolti fiori dalle tombe delle donne uccise dai loro uomini, e sono stati consegnati a membri del parlamento, perché è abbastanza chiaro che il problema richiede una soluzione civile e istituzionale.

 




07.02.2019 # 5182
Jagermeister e la panna montata

Francesco Pontolillo // 0 comments

Quixel Megascans – Fotorealismo per ogni progetto

La mega libreria di modelli fotorealistici Quixel, Megascan, continua a far parlare, grazie al suo costante utilizzo ed a due nuovi software:

Chi è cresciuto negli anni 80/90, di sicuro ricorderà con nostalgia i vari videogame, al tempo ai loro albori, con le melodie macchinose, qualche bit di informazione grafica, tanta giocabilità e a volte livelli di difficoltà che rasentavano l’impossibile.


Mai si sarebbe pensato allora che dopo poco più di 30 anni, i videogame potessero assumere tanta complessità, sia dal punto di vista grafico che di gameplay, come oggi appaiono ai nostri occhi.


Se tutto ciò è accaduto e continuerà a mutare in meglio, lo dobbiamo a tanti sviluppi tecnologici ed alla capacità e spirito di innovazione che hanno mosso tante persone in questo settore.


Ricordiamo che “fare un videogioco” oramai non vuol dire più creare un prodotto per pochi nerd, solo per Hobby.


Quella che viene definita infatti “l’ottava arte”, ha incassato globalmente nel 2018, come industria, ben 137 miliardi di dollari.


Cifre di tutto rispetto, che di fatto rendono questo settore, una parte imprescindibile dell’economia globale, garantendo fortuna alle nazioni di cui sono originarie le maggiori software house.


I videogiochi di ultima generazione del resto riescono a ricreare atmosfere, storie e personaggi con una profondità uguale se non superiore al cinema. Ed anche se questa affermazione possa far sbuffare intellettuali e signori sulla quarantina, è una mera constatazione dell’effetto dell’interattività, che rende l’esperienza videoludica, più immersiva e coinvolgente, di qualsiasi esperienza visiva passiva, anche se d’autore.


Molto lo fa del resto, una grafica sempre più curata e realistica, che permette di dare vita a veri e propri mondi virtuali. Ma come è possibile per team a volte anche molto esigui (vedi questo articolo su HellBlade: http://www.ilasmagazine.com/2017/08/31/hellblade/ )


riuscire a ricreare simili complessità visive.


E’ merito dell’innovazione e delle nuove tecnologie cui accennavamo qualche riga più in alto.


Esempio forse massimo di questo trend è Megascan.



Megascan è una sorta di libreria di asset scansioni meticolosamente, scalati e calibrati, in modo da poter avere ogni singola mesh con topologia UV e livelli di dettaglio già perfettamente ottimizzati e quindi pronti per l’uso

Frutto di ben 5 anni di lavoro di scansioni, a detta del senior environmental artist di Dice (Electronic Arts); “Megascan è la sola ed unica libreria di asset di alta qualità sul mercato. Megascan è stata utilizzata durante la produzione di Battlefield V, per portare una qualità extra, impostare gli ambienti ed aumentare la fedeltà visiva complessiva”.

Megascan non è solo utilizzabile nel campo videoludico. Ciò che questa libreria mette a disposizione, sono modelli, geometrie 3D utilizzabili per VFX, ArchViz, Commercials, Automotive e persino mobile e applicativi in VR e AR. In tal senso oltre alla libreria di modelli, Quixel ha realizzato “Bridge” per permettere di connettere gli asset di Megascan alla maggioranza di software ed Engine presenti sul mercato.

Con Quixel Bridge, uscito come estensione di Megascan nel 2018, basta un click per poter importare nel proprio software di utilizzo, un asset pronto per essere renderizzato. Non solo, con Bridge è inoltre possibile gestire opzioni extra per velocizzare a procedura di lavoro, grazie ad esempio allo scattering, fusione di multi materiali, simulazione dinamica dei prop di scena e tanto altro.

Il tutto ovviamente è reso estremamente flessibile in base alle esigenze di produzione: molte volte la necessità di creare un ambiente particolare, legato a motivi di regia o narrazione, porta con se l’imperativo di dover modificare quanto contenuto nelle librerie in virtù di questi aspetti. Ecco quindi che il “consueto” lavoro del modellatore, texture artist e scultore, appaiono fondamentali.

E Quixel ha pensato anche a questo con il suo terzo software, “Mixer” con il quale è possibile utilizzare strumenti di texture painting, modifica materiali, blending e masking, così da ricreare tutto ciò di cui potremmo avere bisogno in produzione.


Le librerie di Quixel Megascan sono in costante evoluzione aggiungendo nuove scansioni, materiali e texture “production-ready” quasi ogni mese.

Per chi volesse testare le potenzialità di Megascan, è possibile iscriversi ad un Free-Trial di 30 giorni e scaricare tutta una serie di asset gratuiti con cui sperimentare la qualità e la resa raggiungibile.

Il link per farlo registrarsi è: https://quixel.com/signup

Il link per visionare l’asset gratuito è : https://quixel.com/megascans/library/free


07.02.2019 # 5179
Jagermeister e la panna montata

Federica Cerami // 0 comments

RVM, il nuovo magazine cartaceo sulla fotografia si tinge di Bianco

RVM, il magazine su carta dedicato alla fotografia, al suo secondo numero, si lascia ispirare dal bianco

Oggi parliamo di una nuova rivista che entra nel mercato dell’editoria indipendente con grande coraggio e piena di stimoli interessanti a cominciare dai colori.


Dopo il ritorno di Rvm Magazine con il Red Issue, infatti, la rivista di fotografia e altre narrazioni edita da RVM Hub, presenta il White Issue, suo secondo numero, interamente dedicato al colore bianco.


Il bianco è leitmotif della rivista, attraverso il quale la redazione porta avanti il lavoro di commistione tra fotografia documentaria e altre forme espressive, a partire dall’artwork di copertina realizzato da Sunday Büro, studio grafico con il quale prosegue la loro collaborazione.


Nella rivista/libro insieme ai cinque Projects, ci sono quattro nuovi racconti ispirati dal lavoro dei fotografi, dai quali prendono le mosse per poi assumere una propria indipendenza e autorialità.


Ad aprire il White c’è una nuova rubrica, Bridges, che fa da collante tra il numero in corso e il successivo. Richiami cromatici e giochi visivi sono gli elementi cardine attorno ai quali si presenta un assaggio del lavoro Variation of White di Miia Autio.

Molte le tematiche differenti affrontate dai cinque progetti fotografici selezionati, che vanno dal suprematismo bianco raccontato da Marc Asnin, al rituale dell’allattamento colto da Vincent Ferrané, passando per “esposizioni” fotografiche e non solo di Kazuma Obara, arrivando ai racconti del popolo della notte in Cina di Feng Li e concludendo con la scoperta dei pescatori del Kazakistan di Aleksey Kondatryev.


Altrettanto vari, negli stili e nei mondi nei quali ci conducono, sono i lavori dei cinque autori coinvolti: a partire dalla graffiante spoken word del rapper Kento e proseguendo con i racconti di Elisabetta Bucciarelli, Carola Susani, Luciano Funetta e Vanni Santoni.

Anche per quanto riguarda le rubriche, il nuovo numero porta qualche novità, oltre a confermare quelle già presenti. Tra queste The Observatory – rubrica nata dalla collaborazione tra Rvm e Limes (prestigiosa rivista di geopolitica) – nella quale Dario Fabbri parla dell’impoverimento della classe media in USA e Matt Black lo racconta per immagini e Slivering Out, rubrica di interviste di Cat Lachowskyj, che dialoga con Ester Vonplon.


L’approfondimento continua con altri contributi: David Campany con In Whitespective ci parla di conoscenza e illuminazione, attraverso le immagini sovraesposte dei paesaggi urbani di Andreas Gefeller; Clement Saccomani ci svela, per Hidden Archive, gli ultimi provini di Stanley Greene; Alessandra Piolotto prosegue il suo atlante figurativo della memoria, Photo Trouvée, con due scatti legati a luoghi tanto distanti, quanto simili, le Dolomiti italiane e la Dancalia.


In Review, infine, Giulia Zorzi recensisce Gulu Real Art Studio di Martina Bacigalupo, progetto sull’identità sottratta a un popolo. In chiusura, con The Image After – rubrica di cinema e fotografia di Alessia Moretti – ci ritroviamo a caccia di fantasmi.


07.02.2019 # 5178
Jagermeister e la panna montata

Francesco Pontolillo // 0 comments

Elmec 3d- La stampa 3D che aiuta lo sport e gli atleti

La stampa 3d può essere usato per fini meravigliosi.

Sebbene la stampa 3D come tecnologia non sia affatto recente, ma bensì più vecchia della persona che sta scrivendo in questo momento (pensate che è nata nel 1986), è solo negli ultimi anni che sembra prendere definizione ed utilizzo, sempre maggiore.


Si va dalla stampa dei prototipi alla creazione di oggetti di design; da materiale per collezionisti a componenti di ricambio, dalle case, alle protesi medicali.


Ed in questo ultimo campo che la stampa 3D, mostra i suoi risultati più grandi ed encomiabili.


Nel darvene testimonianza oggi parleremo di una vicenda nostrana legata ad una ragazza, Sara Bertolasi, forte atleta ed orgoglio nazionale legato al canottaggio, che vanta decine di convocazioni in nazionale, due partecipazioni alle Olimpiadi, otto ai Mondiali e ben tre medaglie Europee.


La nostra atleta infatti, dopo le ultime olimpiadi di Rio, è stata costretta ad un ritiro forzato. La causa di tale scelta è un problema di salute legato ad una infiammazione muscolare cronica, dovuta alla forma Ischio (una sezione di osso del bacino) in congiunzione del continuo sforzo fisico a cui si sottoponeva in allenamento. Tale disturbo oramai le impediva letteralmente di stare seduta sopra la canoa.


La storia di sarà si incrocia qui del tutto casualmente con quella di una azienda italiana di recentissima nascita, la Elmec 3D.


Da una chiacchierata accaduta senza cognizione di causa con alcuni membri del team di Elmec, si è deciso di provare a risolvere il problema di sarà progettando per lei un nuovo sedile, sviluppato appositamente in funzione del suo corpo, in modo da evitare l’insorgenza del disturbo.



Ecco quindi che dopo aver effettuato un calco dell’ergonomia di Sara durante l’uso del carrello, e digitalizzando le curve ottenute in un software di progettazione, è stato ottenuto un modello anatomicamente corretto di seduta. Realizzata poi la versione definitiva grazie alla stampa 3d, ed installata all’interno della canoa, l’atleta Italiana ha potuto riprendere gli allenamenti senza problemi.


Queste notizie non solo scaldano il cuore e riempiono di speranza il nostro futuro, ma mostrano anche come la tecnologia della stampa 3D sia oramai matura al punto di risolvere l’impossibile e farne anche un business.


Ne è un esempio di fatto, l’altro protagonista di questa storia, la Elmec 3D.


Elmec 3D nasce come una versione alternativa del modello di produzione della casa principale. 


La Elmec Informatica SpA, di fatto una delle più grandi aziende dell’IT italiano, contando al suo interno oltre 670 dipendenti con un fatturato di 220 milioni di euro, ha deciso con questo progetto, di portare in Italia l’idea del “3D come servizio”.


La Elmec 3D, costola dedicata allo sviluppo del settore della stampa, è composta da un personale minimo (solo 20 persone), di ben 9 stampanti 3d, differenziate a seconda della tecnologia di creazione adottata (FFD, SLA, SLS) e di uno spazio per gestire pre–produzione (con lo sviluppo delle idee e dei progetti) nonché uno legato alla post–produzione.


La responsabile del progetto, Martina Ballerio, ingegnere specializzata in nuovi materiali e in nanotecnologie, rivela come la figura di Elmec 3D si inserisca nel mercato come “servire provider” e consulente per per le piccole e medie imprese che decidono sempre più spesso di puntare all’innovazione della stampa 3D, senza però essere ben coscienti di meccanismi, possibilità e processi di progettazione.


“La stampa 3D non serve solo nella fase di prototipazione, ma è fondamentale in alcune piccole produzioni, quelle che riguardano qualche migliaio di pezzi. Un’azienda che fattura pochi milioni e che vede nella sua strategia nella manifattura additiva una risorsa può trovare conveniente fare investimenti importanti in questo settore, soprattutto in presenza dell’iperammortamento al 250%”.


Per conoscere meglio lo stato della stampa 3D nell’industria italiana, e constatare le cifre del suo sviluppo nei prossimi anni,  potete approfondire la lettura a questo link: https://www.industriaitaliana.it/stampanti-3d-dall-automotive-alla-sala-chirurgica-dai-prototipi-alla-produzione/


 


Il futuro è grande e roseo!

05.10.2017 # 4944
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Arriva la legge contro Photoshop

Blog! di Daria La Ragione

È notizia freschissima: in Francia, dal 2 ottobre, corre l’obbligo di apporre la dicitura “Photographie retouchée” in ogni campagna pubblicitaria in cui compaia una modella la cui foto sia stata modificata.

Si chiama Loi Mannequin, è stata promossa da Olivier Veran, deputato di En Marche!, e (forse) è l’inizio di una rivoluzione.

Le agenzie che non si adegueranno potrebbero incorrere in una sanzione che va dai 37.500 euro fino al 30% del valore della campagna.

Non basta. 

La legge riguarda, ovviamente, anche le star, che almeno nelle pubblicità dovranno mostrarsi nature e perfino le passerelle: le case di moda potranno far sfilare soltanto indossatrici con un indice di massa corporea adeguato. Sarebbe a dire non troppo magre. 


Il tema non è del tutto nuovo, basti pensare che a giugno del 2016 aveva fatto clamore la decisione del sindaco di Londra, Sadiq Khan, di vietare che metro e bus potessero ospitare campagne pubblicitarie con corpi perfetti ma finti.

È un vento nuovo che soffia, figlio di una sensibilità che cresce sempre di più e che, ovviamente, alcune aziende hanno saputo intercettare molto prima dei politici.

L’esempio più eclatante è la Campagna per la bellezza autentica di Dove, per una crema rassodante “testata su curve vere” e ancora di più con il primo video virale lanciato dall’azienda, il famosissimo Evolution (era il 2006), che aveva totalizzato un numero di condivisioni e visualizzazioni tale da surclassare perfino il Super Bowl, e di svariate lunghezze.

 



Ora, qualche riflessione è d’obbligo. La prima riguarda il rapporto, complesso a dir poco, tra verità e fotografia.

Perché si illude chi crede che basti eliminare photoshop per raccontare un’immagine veritiera del corpo femminile. E questo non soltanto perché la giusta luce, un’inquadratura attenta, il trucco e l’abbigliamento possono ingannare tanto quanto photoshop, ma soprattutto perché il problema è culturale e se si combatte l’effetto piuttosto che la causa si rischia solo di sprecare tante energie.

Personalmente non credo sia sbagliato promuovere un’idea realistica della bellezza, ma credo che sarebbe più efficace lavorare sull’immaginario collettivo, sull’opinione pubblica, così da fare in modo che siano le aziende, le agenzie, a scegliere di proporre modelli diversi perché sono i consumatori a chiederli. Ma io sono idealista, chi mi conosce lo sa.


La seconda riflessione riguarda le sfilate di moda e la loro preclusione a chi non abbia un certificato medico consono: se partiamo dal presupposto che i disturbi alimentari sono malattie a tutti gli effetti, allora dobbiamo chiederci se sia giusto discriminare una persona perché ne è affetta. Se la stessa legge discriminasse le persone obese la levata di scudi sarebbe scontata, non lo è per le anoressiche e le bulimiche, e questo dovrebbe farci quanto meno riflettere, dal momento che l’obesità non è un problema meno grave. Tuttavia nessuno si sogna di affermare che si debbano far sparire le persone obese dalle passerelle o dalle pubblicità, perché è chiaro ed evidente che questo non risolverebbe alcun problema.

Insomma, c’è buona volontà in questa legge e c’è superficialità, faciloneria e, per usare una parola di gran moda, una buona dose di populismo.


04.09.2017 # 4920
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Lo spot D&G con gli attori di Game of Thrones

Blog! di Daria La Ragione

Se siete tra quelli che disapprovano i nuovi spot di Dolce & Gabbana con gli attori di Game of Thrones perché fanno ricorso a una lunga collezione di luoghi comuni su Napoli, siete vittime di un fraintendimento.

Forse siete convinti che l’azienda abbia il dovere si raccontare la città in modo fedele (va’ a capire poi cosa significa), che dovrebbe raccontarne le contraddizioni, la bellezza, la genuinità?

Ma questa, vale la pena ripeterlo, è un’azienda e non un  EPT, e il suo compito non è incentivare il turismo (cosa che per altro fa, ma di rimbalzo), ma vendere abiti, profumi, occhiali.


Normalmente, un’azienda seria, alla luce di ricerche di mercato e dopo accurate riflessioni, sceglie il proprio posizionamento: vale a dire in che modo vuole essere percepita dal proprio target, di quali valori vuole farsi portatrice e di quali no, che tipologia di messaggi vuol dare o meno.

Si chiama branding, è un processo delicato, che solo in parte le aziende possono governare, perché è influenzato anche da ciò che accade nel mondo, dalle rappresentazioni sociali, dall’immaginario, da fatti contingenti e imprevedibili.

È un lavoro che richiede anni.

Ecco perché, quando un’azienda sceglie di legare il proprio nome a una città, come di fatto D&G stanno facendo da un po’ di tempo a questa parte, non lo fa perché vuole promuovere il turismo nella città suddetta, né tantomeno perché desidera comunicare un’immagine più autentica del luogo.

Lo fa perché quella città (o quell’attore/attrice/cartone animato etc) esprime già dei valori che sono in linea con la propria brand image.

 


 


 

Non è che l’azienda adatta la propria comunicazione alla città, ma sceglie una città che è “percepita” come adatta ai propri valori.

Percepita da chi?

Ecco, questo è un punto importante: se avete creduto di essere il target di D&G, vi chiedo gentilmente di aprire i vostri armadi e contare quanti capi avete dell’azienda, poi fate un’altra cosa: andate a leggere sul vostro passaporto qual è la vostra nazionalità e se, come immagino, c’è scritto italiana allora rasserenatevi: quello spot non è per voi.

Sono anni ormai che l’azienda ha costruito la propria immagine di marca intorno a valori “finto tradizionali”: diciamocela tutta, ma ‘ste donne in abiti provocanti che camminano per le città del sud bellissime e conturbanti, in questi pseudo anni ’50 di abiti longuette fasciatissimi (e splendidi), ma dove sono mai state?

La condizione delle donne nel profondo sud che questi due signori stanno inventando, era tutt’altra. Quindi si tratta banalmente di un racconto, di uno “storytelling”.

Allo stesso modo, Napoli viene reinventata attraverso il loro immaginario, per esprimere quest’idea di tradizione pacchiana, coloratissima, accogliente e calda che non ha alcun bisogno di essere vera, basta che sia verosimile, perché questo non è un documentario, questa è pubblicità.

Nessuno è mai insorto all’idea che un cartone animato forzuto e pelato aiutasse le signore a fare le pulizie, quindi vi invito a usare lo stesso sguardo anche per D&G.


26.08.2017 # 4913
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

Grey Hong Kong, un'agenzia vecchio stile

Blog! di Daria La Ragione

Forse sto invecchiando, il segno evidente mi pare il fatto che inizio a rimpiangere il passato.

Mi sono scoperta di recente ad annuire leggendo un articolo su come i social media stiano banalizzando la comunicazione pubblicitaria – cosa di cui tra l’altro mi ero accorta io pure da parecchio – schiacciandola su tempi brevissimi e riducendola spesso (ma ovviamente ci sono eccezioni significative) a battuta, scherzo, sciocchezza.

È chiaro che questo accade quando non c’è una strategia integrata a monte, o quando la strategia è proprio fare i cazzari: “informare e divertire” è un mantra vecchio e noioso, che racconta un approccio alla comunicazione superficiale e noioso, oltreché ignorante, perché nessuno che davvero capisca un minimo di comunicazione pubblicitaria potrà mai pensare che esista una formula sempre efficace e sempre applicabile.

Sto invecchiando dicevo, e me ne accorgo perché inizio a pensare che non c’è più la pubblicità di una volta: fino a qualche anno fa mi capitava di emozionarmi guardando un commercial, a volte di commuovermi, altre di ridere tanto. Non voglio che non sia più successo, ma diventa raro, rarissimo.

Per questo quando vedo qualcosa di bello provo un senso di conforto e rassicurazione, e mi viene voglia di approfondire un po’ (brrrrr, approfondire, che brutta parola! che parola da vecchi).

Stamattina guardavo questa campagna di Grey, un’agenzia storica, per l’ente turistico di Hong Kong: si tratta di una serie di QR code (quei disegnini neri e quadrati che spesso troviamo in giro e molto difficilmente usiamo), che però, per una volta, sono belli!

Sono disegni allegri, colorati, comprensibili, che hanno lo scopo di far conoscere l’Old Town Central. Un esempio di creatività fresca, semplice e intelligente.






A quel punto mi è venuta voglia di scoprire qualcosa in più sull’agenzia, (non a caso filiale di una delle più antiche), e mi sono imbattuta in un altro progetto molto interessante, che riguarda la dislessia, un problema diffusissimo e nonostante questo poco, pochissimo conosciuto, che riguarda addirittura milioni di persone soltanto a Hong Kong.

Cosa ha pensato la Grey? Su commissione del BOAZ International Education Institute e in collaborazione con il designer  Daniel Britton, (dislessico) hanno deciso di creare un font che simulasse le difficoltà di chi soffre di questo disturbo. Un font incompleto, che renda faticoso e difficile leggere e comprendere.




Il 27 agosto dello scorso anno il Central Business District di Hong Kong è stato trasformato in un quartiere dislessico: i giornali più famosi, la segnaletica stradale, i manifesti, tutto è stato scritto utilizzando questo font. Si è trattato di una sorta di teaser: tutto era unbranded ma rinviava al sito dell’associazione.

 


Risultati?

90,000 magazines venduti.

Millioni di impressions.

E il progetto di far diventare il 27 agosto la giornata ufficiale della dislessia.

Un progetto vecchia maniera? Sì, decisamente perché ha due caratteristiche importanti: il tempo e la creatività.

24.07.2017 # 4886
Jagermeister e la panna montata

Daria La Ragione // 0 comments

La vacanze in pubblicità: dagli anni '80 a oggi cosa è cambiato e cosa no

Blog! di Daria La Ragione

Oggi ho visto queste tre campagna di Visa: Vacation can be a lottery. Stay travel insured with Visa Infinite - la vacanza può essere una lotteria. Assicurati con Visa Infinite. 








Una multisoggetto con alcune situazioni che potrebbero sfuggire di mano se vi trovate a Las Vegas, in alto mare o in un sito archeologico del Sud America, trasformando le vostre ferie in un flipper nel quale voi siete la pallina e venite rimbalzati da una sventura all’altra.

Insomma il trend che già da qualche anno ha segnato la comunicazione di alcune assicurazioni: evocare il possibile danno con ironia e umorismo.


Advertising Agency: Impact BBDO, Dubai, United Arab Emirates

Executive Creative Director: Fadi Yaish

Art Director: Luiz Guimaraes

Copywriter: Eduardo Balloussier



Però a quel punto mi era tornata in mente una campagna italiana che ha fatto la storia, entrando nel linguaggio comune e – per lo meno per quelli che oggi hanno dai 40 anni in su – rimanendoci ben salda.

Si tratta di un ciclo di spot per Alpitour, con un concept che l’azienda ha ripreso di recente: i turisti fai da te si ritrovano inevitabilmente costretti ad affrontare da soli imprevisti e difficoltà, mentre l’indigeno di turno li sbeffeggia “Turisti fai da te? No Alpitour? ahi ahi ahi”.

Per la mia generazione un tormentone del quale ancora non sappiamo liberarci, e che senza dubbio ha contribuito a costruire l’immagine di marca dell’azienda.

 

 



Chiude questa breve rassegna sulle pubblicità in qualche modo legate alle vacanze una multisoggetto intelligente ed efficacedi McKann per Costa Crociere (prima che l’inchino di Schettino smaciullasse contro gli scogli del Giglio la credibilità aziendale): Costa Crociere - la vacanza che ti manca, un’amplificazione di quella tristezza e fatica che ci colgono quando torniamo da un luogo in cui siamo stati felici e la vita che abbiamo fatto in quella parentesi ci manca troppo.

 

Inside Ilas
Inside Ilas Magazine