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Mostre ed eventi // Pagina 1 di 228
28.09.2021 # 5800
Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Paolo Falasconi // 0 comments

Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Fino al 1° novembre, la mostra che ha anche un obiettivo operativo

Si è conclusa ieri la sesta edizione di Graphic Days®, il festival internazionale di visual design che si è svolto dal 16 al 26 settembre a Torino e che ha visto la partecipazione di oltre 9mila persone.

Non tutte le iniziative terminano con la fine del festival: fino al 1° novembre è visitabile la mostra “Abracadabra” nel cortile del museo Egizio. Il progetto, promosso da Graphic Days®, in collaborazione con Città di Torino, Museo Egizio, IGPDecaux e con il partner tecnico Printaly, mostra la capacità della cultura di creare benessere e di migliorare la qualità della vita, con un impatto positivo sulla città.

60 illustratori hanno donato le loro opere al progetto; il ricavato dalla vendita delle illustrazioni esposte sarà devoluto al progetto “Regala un albero” della Città di Torino e sarà destinato a piantare nuovi alberi in città. 

Le opere sono esposte nel cortile del Museo Egizio e negli spazi pubblicitari di IGPDecaux dando vita a una mostra diffusa nelle strade di Torino
Ogni manifesto ha un QR code, attraverso il quale lo spettatore può prendere parte a un’esperienza di gamification grazie all’applicativo Goodvertising sviluppato da IGPDecaux e procedere all’acquisto dell’opera prescelta. Si unisce in questo modo la fruizione del manifesto al valore di una donazione sostenibile per la forestazione urbana intercettando in modo innovativo e contemporaneo la grande voglia di partecipazione dei cittadini.

Di seguito, il link per il sito della mostra:




In copertina: © particolare dell'opera di Giordano Poloni

09.10.2021 # 5815
Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Marco Maraviglia // 0 comments

Modalità: No Humans. Le visioni di otto artisti per un mondo (im)probabilmente distopico

Massimo Sgroi, curatore della mostra presso la Andrea Nuovo Gallery, ci conduce in un percorso di riflessioni relative all’influenza del progresso sull’uomo e l’ambiente

Cosa fanno gli artisti per produrre opere? Pensano. A volte si lasciano passare addosso il malessere della vita. Come tir che affondano le ruote su dune di sabbia lasciando tracce, impronte, ma senza distruggerle, accolgono il tormento di quei copertoni che li investono. Metabolizzano il vissuto, a volte inconsciamente, mentre conducono la vita di tutti i giorni. Poi la lente della mente mette a fuoco su ciò che stanno per andare a materializzare. Comunicano visivamente la loro immaginazione. Il loro briefing consiste in quegli input che solo gli artisti colgono grazie a una sensibilità che raccoglie metadati tra i rumori di informazioni lasciate inesplorate dai comuni mortali. Talvolta con risultati avveniristici.

Alla fin fine, fanno comunicazione visiva. Con un approccio diverso da quello di un creativo pubblicitario. Ma comunque comunicano. Art director, copywriter e grafici questo lo sanno e perciò li incontriamo spesso in musei o in occasione di mostre d’arte. L’arte è linfa per la mente. Sorgente per la comunicazione.

 

Massimo Sgroi, curatore della mostra Modalità: No Humans, ha messo insieme otto artisti internazionali (fotografia, pittura, digital art, installazioni) seguendo il filo di un racconto su quel che potrebbero essere le (im)probabili trasformazioni dell’ambiente psicologico e fisico vissuto dall’uomo; urbano e naturale: Güler Ates, Jean Michel Bihorel, Patrick Jacobs, Federica Limongelli, Suzanne Moxhay, Barbara Nati, Helene Pavlopoulou e Simon Reilly.

Tecnologia e innovazione favoriscono il progresso ma c’è un prezzo da pagare? L’individuo si arricchisce umanamente, emozionalmente, o sta subendo un processo di svuotamento della sua stessa presenza attraverso la trasformazione del proprio habitat?

 

Il tempo scorre trasformando la vita reale sempre più in un universo parallelo, virtuale, fatto di polvere elettronica. Le piazze dove ci si incontrava divengono “second life”; al calcio o minigolf si gioca online con persone che manco conosci e che vivono (vivono?) in altri luoghi. Con i lockdown si è testato il gradimento del pubblico rispetto ai concerti da seguire online. Da casa. Senza l’essenza del brusio e di sguardi che si incrociano che solo dal vivo fanno meglio apprezzare lo spettacolo. Incontri culturali svolti in video. I veri effetti psicologici dello smart working e della didattica a distanza sono ancora tutti da approfondire. Ma non possiamo negarci che hanno contribuito a una desocializzazione che porta a uno svuotamento di valori dell’individuo. Alterazioni nelle sfere amicali, affettive. E quindi della propria mente.

Un progresso che sembra sfuggire di mano, in cui valori come l’identità, la memoria storica, il pensiero emergente, vengono penalizzati, sopraffatti.L’uomo rischia di diventare sempre più un passivo consumer. Con quella protesi-display di cui non riesce più a farne a meno.

In un mondo di un futuro prossimo, potremmo essere costretti a restare chiusi in casa per lunghi periodi per avversità climatiche, tempeste geomagnetiche, blackout, lunghi periodi di austerity per scarsezza di risorse. Sarebbe una grande brutta guerra che noi contemporanei non vorremmo vivere e di cui abbiamo modo di vedere le prime avvisaglie.

 

Come sarà il mondo con lo svuotamento interiore dell’individuo? E come sarebbe il mondo con una popolazione fisicamente decimata o annullata del tutto?

 

Modalità: No Humans ci pone di fronte a riflessioni etiche lasciando all’osservatore un’ampia interpretazione. Ma l’aspetto positivo di un mondo che si rigenera grazie all’assenza umana, per un’implosione del progresso, in paesaggi metafisici e iperrealistici, contrasta con il dramma della sua stessa estinzione. L’URBEX (Urban Exploration) suggerita in alcune opere, contiene fascino e allerta. Il fascino di avere il privilegio di sentirsi unico abitante di paesaggi rigenerati, sfuggiti a regole geologiche e biologiche. E un avvertimento che dovrebbe farci pensare sul dove stiamo andando.

Il mondo di oggi non è un granché ma bisogna essere sognatori per (ri)costruire gli umani.



Photo credit: Barbara Nati, Inverted Kingdom (Underpass); Modalità: No Humans, 2021. CourtesyAndrea Nuovo Home Gallery

 

 

 

 

 

MODALITÁ: NO HUMANS

Artisti: Güler Ates, Jean Michel Bihorel, Patrick Jacobs,Federica Limongelli, Suzanne Moxhay, Barbara Nati, Helene Pavlopoulou e SimonReilly.

A cura di Massimo Sgroi

Dal 01/10/2021 al 07/01/2022

Orari: martedì - venerdì, ore 10:00 - 13:15 e 16:15 - 19:00

Sabato, domenica e lunedì su appuntamento / Ingresso Libero

Andrea Nuovo Home Gallery

Via Monte di Dio, 61, 80132 – Napoli

Tel. +39 081-18638995

www.andreanuovo.com/- info@andreanuovo.com

 

Ufficio Stampa:Fabio Pariante - fabiopariante@gmail.com 

20.09.2021 # 5786
Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Paolo Falasconi // 0 comments

Sessantanove giorni nel segno di Vito Nesta

Al Palazzo Reale di Genova la prima mostra dedicata a un designer contemporaneo, in collaborazione con il Dipartimento di Architettura e Design dell’Università di Genova.

Dallo scorso 17 giugno a Palazzo Reale di Genova è visitabile la mostra Diario di un designer. Sessantanove giorni nel segno di Vito Nesta, a cura di Alessandro Valenti e Luca Parodi, prima esposizione del museo dedicata a un designer contemporaneo, in collaborazione con il Dipartimento di Architettura e Design dell’Università di Genova.

Il percorso si snoda attraverso tracciati paralleli che mostrano il lavoro del designer in due distinte modalità espositive che ripercorrono, da un lato, il vissuto durante i giorni del lockdown e, dall’altro, omaggiano la dimora genovese attraverso oggetti e arredi contemporanei messi in dialogo con i pezzi storici del museo.

La prima modalità è installativa. Nella Galleria degli Specchi, un tavolo – che è anche una metafora della tavola apparecchiata – raccoglie cento piatti creati nei sessantanove giorni di isolamento trascorsi in casa, usando la ceramica come le pagine di un diario.

Il tema dell’esperienza è il fulcro della narrazione: nei piatti in mostra prendono forma, in una moltitudine di motivi compositivi, le sensazioni e gli stati d’animo di quelle giornate solitarie, i ricordi riaffiorati per caso, i piccoli cambiamenti quotidiani osservati dalla finestra.

Si delinea un forte rapporto con il tempo, da una parte monotono che sembra non scorrere, dall’altra quasi regalato, che permette un’introspezione che trova nel disegno la propria manifestazione. Il risultato è un mondo figurativo, a tratti astratto, in cui l’immaginato si trasforma in reale e viceversa, un luogo in cui gli echi di popolazioni lontane, bellezze ancestrali, nature selvagge e città chiaroscurali si relazionano con il rigore di prismi e geometrie grafiche e con l’antico mistero raffigurato su monete e carte da gioco.

La seconda modalità espositiva è mimetica e vede il segno di Vito Nesta infiltrarsi tra le stanze del museo, dando vita a un sottile gioco di rimandi e mimesis. L’esperienza si snoda lungo le sale finemente decorate di stucchi e affreschi, dove l’osservatore si trova inconsapevolmente a ricercare e scoprire gli oggetti realizzati dal designer.

Sono presenti in mostra il tavolo progettato per la mostra e realizzato da  Studio F, i pouf in tiratura limitata e le due panche pezzi unici, prodotte da Tappezzerie Druetta e foderate con tessuti fuori collezione di RUBELLI, che entrano a far parte degli arredi del Museo, il tappeto Turquerie disegnato per Les-Ottomans, i vasi in ceramica Grand Tour realizzati per la mostra Musica da viaggio. Vito Nesta nelle stanze di Giuseppe Verdi del 2019, i vasi in vetro presentati quest’anno con l’azienda Effetto Vetro.


Informazioni

DIARIO DI UN DESIGNER. SESSANTANOVE GIORNI NEL SEGNO DI VITO NESTA.
International Press Office

Rota&Jorfida | Communication and PR
Via Fabio Filzi 33, Milano 1, +39 02 39 29 76 76

press@rotajorfida.com
rotajorfida.com

Museo di Palazzo Reale di Genova

Via Balbi 10, Genova 10, +39 010.2705218
anna.manzitti@beniculturali.it
pal-ge.comunicazione@beniculturali.it

25.03.2021 # 5666
Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Adelma Rago // 0 comments

“The Denial of Coevalness”: il viaggio di Melissa Peritore

L’esposizione a cura di STUDIO12 ed Helena Lang in mostra a Vienna dal 23 Marzo al 22 Aprile 2021

La negazione della contemporaneità, secondo Johannes Fabian, è un meccanismo di distanziamento messo in atto non attraverso lo spazio, ma attraverso il tempo. Un meccanismo mediante il quale si tende a distanziare ulteriormente, collocandole nel passato, culture geograficamente lontane dalla nostra, e a percepirle come non pienamente appartenenti al nostro presente.


A partire da questa riflessione, ha preso forma la ricerca di Melissa Peritore - fotografa italo-filippina, classe 1984 - una ricerca che l’ha condotta alla sua nuova esposizione a cura di STUDIO12 ed Helena Lang in mostra a Vienna dal 23 Marzo al 22 Aprile 2021.


In cinque anni di permanenza nelle Filippine, la Peritore, ha raccolto innumerevoli testimonianze che l’hanno aiutata a dare vita alle proprie opere: oggetto della mostra sono le auto-crocifissioni di Kapitangan, un luogo di pellegrinaggio visitato dall’artista e nel quale ha luogo la rappresentazione della Passione. Il percorso espositivo di The Denial of Coevalness è cronologicamente fedele ad alcune tappe della via crucis, così come i nomi delle opere: Portare la Croce, Inchiodare alla Croce, Erezione della Croce e la Crocifissione nella sua interezza.


“Gli scatti creano un momento di alienazione, trasponendo una scena universalmente nota, in un contesto culturale diverso, a noi sconosciuto. La tendenza ad etichettare ciò che vediamo con gli attributi "arcaico" o “antiquato", è evidenziata dall’intento di collocare le immagini in un nostro sistema percettivo precostituito (concetto che Kaja Silverman identifica con il termine sguardo- spiega Helena Lang, curatrice della mostra - gli oggetti tecnici, così come gli elementi urbani che definiscono la scena come presente, ci fanno interrogare sulle strutture del nostro sguardo preformato.



Con l’aiuto degli strumenti utilizzati, abbiamo l’impressione di assegnare un tempo fisico diverso alla cultura che si presenta ai nostri occhi, per poterci distanziare da essa: neghiamo l´azione reale - la crocifissione - il fatto che la sua esistenza possa essere contemporanea alla nostra cultura occidentale e, quindi, neghiamo la simultaneità di quest’ultima, alle tradizioni locali della cultura filippina. In tal modo, applichiamo la teoria di Fabian de la negazione della contemporaneità: incanalando la cultura descritta nel flusso cronologico della nostra storia, le assegniamo una posizione attraverso una relazione di potere che abbiamo creato. Pertanto, cerchiamo di comprendere quella cultura dalla nostra prospettiva eurocentrica.

Le fotografie di Peritore mostrano le tensioni derivanti dalla negazione di tale simultaneità di azioni, sentimenti ed eventi. Le sue opere sono in grado di attirarci all’interno di una scena familiare, ma anche di farci fare una pausa, chiedendoci di riflettere sulla nostra visione della cultura e della società. Le immagini formulano - se ci atteniamo al tema della salvezza nella storia della cristianità - un appello alla resurrezione dell´accoglienza e all´interiorizzazione della contemporaneità culturale.”

16.06.2020 # 5544
Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Paolo Falasconi // 0 comments

Alla Reggia di Venaria, Vedere (il) Barocco: lavori in corso

Dal 19 giugno al 30 agosto nella Project Room del centro di Via delle Rosine 18 di Torino

Photo copertina: © Pino dell´Aquila

In occasione della mostra Sfida al Barocco alla Reggia di Venaria, CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia presenta l’esposizione VEDERE (il) BAROCCO: lavori in corso a cura di Barbara Bergaglio e Pierangelo Cavanna, visitabile dal 19 giugno al 30 agosto nella Project Room del centro di Via delle Rosine 18 di Torino.

Attraverso 70
 immagini, la mostra racconta il modo in cui un nutrito gruppo di fotografi – Paolo Beccaria, Gianni Berengo Gardin, Giancarlo Dall’Armi, Pino Dell’Aquila, Giuseppe Ferrazzino, Giorgio Jano, Mimmo Jodice, Aldo Moisio, Riccardo Moncalvo, Ernani Orcorte, Augusto Pedrini, Giustino Rampazzi, Daniele Regis, Roberto Schezen – hanno “guardato” al Barocco, in particolare alle sue architetture, nella Torino del XX secolo. 

Il progetto e la sfida di questa mostra – commentano i curatori – nascono dalla necessità di comprendere come e in quale misura il dialogo con le architetture barocche di cui Torino è ricca abbia sollecitato i fotografi più sensibili a verificare e mettere in campo soluzioni descrittive che, superando l’intenzione documentaria, hanno progressivamente assunto un significato diverso, più interpretativo e critico.

La mostra si concentra, quindi, sui diversi modi di descrivere fotograficamente le architetture barocche, pratica che ha accompagnato la crescita della loro fortuna critica e della loro riconoscibilità nell’immaginario collettivo. Un modo di guardare che è mutato negli anni: dalla semplice intenzione descrittiva a fini documentari sino all’elaborazione di raffinati strumenti interpretativi, segnando il passaggio dal semplice “fotografare barocco” ad un effettivo “vedere barocco”. Fotografie – continuano i curatori – solo apparentemente bizzarre, momentaneamente irriconoscibili e incommensurabili rispetto al nostro consolidato modo di vedere. Fotografie che vivono di una barocca moltiplicazione delle fughe, degli scorci, delle deformazioni proiettive conseguenti per trattenere e trasmettere l’eccitazione indotta nell’occhio dell’osservatore. Per testimoniare un’esperienza, quindi.
Il confronto con gli spazi e i volumi delle architetture di Guarini, Juvarra e Vittone ha sollecitato, e quasi imposto, a questi fotografi la necessità di ridefinire l’idea di fotografia di architettura stessa, costituendo l’occasione per una continua trasformazione delle intenzioni narrative, che mutano nel tempo passando da una funzionalità descrittiva a una esplicitamente interpretativa e critica, nella quale barocco non è più solamente l’oggetto della ripresa ma connota le modalità con cui tale oggetto è riproposto.

Informazioni

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia 
Via delle Rosine 18, 10123 - Torino www.camera.to |camera@camera.to 

Facebook
/ @CameraTorino
Instagram/ @camera_torino
Twitter/@Camera_Torino #CAMERAtorino

Orari di apertura 
(Ultimo ingresso, 30 minuti prima della chiusura) 
Lunedì 11.00 - 19.00

Martedì Chiuso
Mercoledì 11.00 - 19.00 
Giovedì 11.00 - 21.00 
Venerdì 11.00 - 19.00 
Sabato 11.00 - 19.00 
Domenica 11.00 - 19.00 


Le mostre in Project Room sono ad ingresso gratuito.




Contatti

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia 
Via delle Rosine 18, 10123 - Torino 
www.camera.to | camera@camera.to 

Ufficio stampa e Comunicazione CAMERA 
Giulia Gaiato 
pressoffice@camera.to 
tel. 011 0881151

Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
Tel. 049663499
Referente Roberta Barbaro: gestione3@studioesseci.net

15.05.2020 # 5523
Abracadabra, 60 illustratori a Torino al Museo Egizio

Daria La Ragione // 0 comments

THE SKY INSIDE US - opening/enclosing

ripensare una mostra

Magari dico una sciocchezza, ma spesso ho avuto la sensazione di entrare in un museo o di visitare una mostra con uno spirito non diverso da quello con cui si entra in un supermercato: per vedere cosa offre, se mi offre, se c´è qualcosa che potrò consumare.

È una cosa di cui mi sono accorta qualche giorno fa per la prima volta, quando ho letto il comunicato stampa di THE SKY INSIDE US, un’esposizione che avrebbe dovuto svolgersi proprio durante la quarantena e che, di conseguenza, era stata sospesa.

Lunedì 18 la mostra dell’artista 8ki (alias Gianfranco De Angelis) riaprirà, o meglio, chiuderà al pubblico: non un opening, ma un enclosing, una chiusura dello Spazio NEA, di Luigi Solito e di Marco Izzolino che, con l´artista, hanno deciso di accettare la sfida di ripensare totalmente la mostra.

Dal 18 maggio al 18 giugno, dalle 10.00 alle 19.00, chi lo vorrà potrà provare un’esperienza diversa di fruizione dell’arte e:

- trascorrere 5-7 minuti da solo all’interno dell’installazione; 

- avere a disposizione dei materiali editoriali in cui saranno fornite le parole chiave per comprendere i diversi livelli di significazione dell’opera e poter così averne una lettura personale;

- l’opportunità di incontrare una o tutte le parti coinvolte nella realizzazione del progetto (artista, curatore, gallerista, editore) in un’area separata rispetto a quella in cui si trova l’installazione.

Questa modalità di fruizione mi ha fatto ripensare a quanto accennavo all’inizio: quanto davvero riusciamo a entrare in rapporto con l’arte? Le altre persone, soprattutto a un opening, sono un ostacolo alla creazione di questo rapporto o fanno parte di quell’esperienza? E come cambia la mia aspettativa quando entro da sola in una galleria, con 7 minuti e delle chiavi di lettura? Sono ancora lì per capire se quell’esperienza mi offre qualcosa? O questa stessa nuova modalità di accedere alla galleria è essa stessa un’esperienza e quindi mi predispone in modo diverso alle opere?

Io lo scoprirò lunedì, ma per chi volesse approfondire di seguito il comunicato stampa con tutte le informazioni:





COMUNICATO STAMPA

8ki (alias Gianfranco De Angelis)

THE SKY INSIDE US

Enclosing time (ovvero un opening chiuso che rompe il lockdown)


Quelle che seguono sono le prime righe del comunicato stampa della mostra di 8ki che Spazio NEA era pronto a inaugurare il 3 aprile scorso:


Venerdì 3 aprile alle ore 19:00 Spazio NEA presenta the sky inside us, personale di 8ki (alias Gianfranco De Angelis), a cura di Marco Izzolino. Il progetto espositivo ideato per la galleria napoletana di Lugi Solito sarà visitabile fino al 31 maggio. 


Poi l’8 marzo l’Italia intera si è fermata e nessuna mostra ha più potuto essere visitata. 


La chiusura forzata così ci ha obbligati a un totale ripensamento della mostra, ma ci ha fatto anche realizzare quanto profetico sia stato il progetto espositivo. The sky inside us era – ma continua a essere – anche un invito a riflettere su quanto la nostra vita sia influenzata da tutti gli agenti naturali e artificiali che sono presenti nell’aria che respiriamo: un invito a comprendere l’intima e delicata connessione che c’è tra il cielo fuori e dentro di noi.

Abbiamo pensato che per la sua capacità visionaria il progetto di 8ki vada comunque raccontato, e – soprattutto – raccontato in questo momento in cui tutto il mondo sta ancora vivendo gli effetti di un virus pandemico che circola nell’aria. Sicché la nostra idea è di aprirla e renderla fruibile già dal primo giorno in cui saremo ufficialmente fuori dalla quarantena forzata.


Ma il ripensare questa mostra ha significato anche per noi rimodulare completamente il meccanismo della fruizione espositiva; per ragioni contingenti, ma anche per poter amplificare i possibili effetti sui visitatori dei contenuti che the sky inside us tenta di trasmettere. Il frutto di questo lavoro di ripensamento ha generato un ulteriore livello di significazione. Da una prima idea di mostra intesa in senso tradizionale ne è scaturito un progetto in cui il concept, lo spazio espositivo, lo studio degli effetti sul pubblico e i supporti editoriali si integrano e si completano l’un l’altro per generare un unicum che non è più soltanto una mostra.

Abbiamo colto l’opportunità di avere una relazione diretta e personale con l’opera d’arte trasformando la galleria in un vero e proprio “gabinetto delle arti”, un ambiente dedicato alla fruizione personale ed esclusiva.


A partire dalla data di apertura così tutti avranno l’opportunità di:

- trascorrere 5-7 minuti da soli all’interno dell’installazione; 

- avere a disposizione dei materiali editoriali in cui saranno fornite le parole chiave per comprendere i diversi livelli di significazione dell’opera e poter così averne una lettura personale;

- l’opportunità di incontrare una o tutte le parti coinvolte nella realizzazione del progetto (artista, curatore, gallerista, editore) in un’area separata rispetto a quella in cui si trova l’installazione.


Abbiamo dunque trasformato l’opening in un enclosing, cioè un momento in cui invece di aprire la mostra al pubblico, sarà il pubblico ad avere l’opportunità di fruire in forma privata e diretta della mostra. The sky inside us sarà così anche un’occasione per riflettere su nuovi e vecchi meccanismi di fruizione dell’arte e proporre una modalità sperimentale di visione unita alla consultazione di apparati d’approfondimento per trasformare la visita alla mostra in una intima e straordinaria esperienza conoscitiva.


E in questo “spazio” si inserisce anche la volontà da parte nostra di immaginare nuovi scenari, di pensare a “cosa” vorremmo fare alla riapertura? e soprattutto come? da dove iniziare?

Ci siamo dati una risposta, una risposta che corrisponde a una parola specifica: RICEVERE.

Ricevere chiunque, uno alla volta allo Spazio NEA, per parlare d’arte contemporanea, per parlare di editoria, per parlare del futuro... Insomma quello che abbiamo sempre fatto, ma vis à vis.

Riceviamo chiunque – e vi consiglio di farlo – perché da oggi ciascuno di noi dovrà incontrare tutti i giorni persone e dedicargli del tempo, soprattutto a chi non ne abbiamo dedicato prima. Per questo abbiamo previsto dei tavoli tematici, dei desk dove sedersi e scambiare opinioni.


Intorno avremo una nuova mostra, l’istallazione the sky inside us dell’artista 8ki: il primo opening al chiuso, senza folla, senza glamour. Un’installazione che già in origine voleva essere presentata “sottovoce”, una mostra che avrebbe avuto la durata del “lockdown”, lo stesso confinamento che è nella natura dell’istallazione. Proprio per questo abbiamo deciso di riproporla “chiusa”, facendone acquisire così un significato diverso attraverso una fruizione essenziale, destinata al singolo, per una lettura senza filtri. Una mostra che si pensava di posticipare in autunno, ma poi abbiamo capito che è proprio questa la sua natura: esistere in questo periodo, essere visitata in semi isolamento. 


La fortuna, inoltre, di aver trovato nella persona di Marco Izzolino, curatore, studioso e scrittore attento, un alleato nell’immaginare il progetto e una figura chiave per il suo sviluppo. Insieme, il curatore, l’artista, Marco Polito e io saremo dall’altra parte dei desk ad aspettarvi.


Un’esposizione senza esporsi, un enclosing, un cielo dentro

(Luigi Solito - Spazio NEA)



artista: 8ki (alias Gianfranco De Angelis)

titolo: the sky inside us

a cura di: Marco Izzolino

durata: 18 maggio - 18 giugno 2020

dove: Spazio NEA, via Costantinopoli 53 - Napoli

orario: lunedì - domenica dalle 10.00 alle 19.00

ingresso: libero

info e contatti: +39 329 56 48 758 (solo WhatsApp) | 081 45 13 58 | info@spazionea.it




Per le modalità di fruizione dell’istallazione the sky inside us di 8ki si precisa che:

- l’ingresso è consentito a 1 persona (massimo 2) per volta 

- la durata massima della visita è di 5-7 minuti

- l’ingresso (via Costantinopoli) e l’uscita (piazza Bellini) sono separati 

- alla fine del percorso di uscita, e quindi in un’area separata dalla galleria, è possibile soffermarsi per incontri di confronto ai desk tematici presenti (artista, curatore, gallerista, editore)

- all’ingresso sarà presente un dispenser con gel igienizzante (come previsto dalle vigenti norme sanitarie) e sarà distribuito un pamphlet informativo realizzato dall’artista come testimonianza tangibile di questo momento storico


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