alexa
// Pagina 1 di 14
13.01.2023 # 6197
Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Marco Maraviglia //

Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Fino al 28 gennaio in mostra “Fuori del Tempo”: diciotto maxi-fotografie realizzate in Madagascar, Tahiti, Seychelles

In esposizione 18 grandi immagini in bianco e nero selezionate tra quelle tratte dalla Trilogia del mare “Madagascar, Tahiti Tattoos, Equator”, della fine degli anni ‘90 e da “Dark Memories” del 2013 cui si aggiungono 24 polaroid quasi tutte inedite per lo più scattate alle Seychelles tra il 1986 e il 2006, completato dal documentario sulla vita del fotografo “Il magnifico artificio” per la regia di Francesco Raganato (SkyArte 2014) proiettato nella sala cinema della galleria.

- dal comunicato stampa

 

È un‘occasione speciale poter vedere da vicino alcune gigantografie di uno dei più grandi fotografi di moda internazionali che già nel 1968 fu classificato dalla rivista Stern come “tra i quattordici migliori fotografi di moda al mondo”. E lo stesso Giovanni Gastel lo definisce nel 2016 “uno dei più grandi fotografi del mondo".

 

Gian Paolo Barbieri, classe 1935 ma le sue fotografie restano evergreen, anzi, grandi esempi iconici della fotografia di moda. Contemporanea e, perché no, scuola per il futuro.

È nato e cresciuto nel periodo e luogo giusto per la sua professione: Milano. Quello dell‘apoteosi della moda italiana in quella grande officina della città dove i capi di Armani, Trussardi, Versace, Bulgari, Valentino, Ferrè approdavano poi sulle passerelle internazionali. Un periodo d‘oro per il Made in Italy, per tutte le riviste specializzate internazionali come Vogue, Elle, Cosmopolitan e Harper‘s Bazaar e tutto l‘entourage di fotomodelle, hair stylist, truccatori, scenografi, art director, agenzie pubblicitarie e, ovviamente, i fotografi che interpretavano su pellicola abiti eleganti, bizzarri, avveniristici, glamour, degli stilisti.

Gian Paolo Barbieri si muoveva in quel periodo storico vissuto da Richard Avedon, Helmut Newton, Diana Vreeland e gran parte degli stilisti internazionali, fotografando le donne più belle ed eleganti del mondo come Audrey Hepburn, Veruschka, Monica Bellucci e Jerry Hall, l‘ex moglie di Mick Jagger per intenderci.

I fotografi di moda italiani lavoravano tanto. Ognuno con proprie modalità tecniche e stile estetico che diventava una firma nella firma. L’impronta stilistica del fotografo esaltava la firma stessa dello stilista. Poi, sul finire degli anni ‘80 con la successione di poltrone alla Condé Nast, si interruppe l‘epopea dei fotografi di moda italiani.

Ma questa è un‘altra storia.

 

Gian Paolo Barbieri nasce in una famiglia di grossisti di tessuti dove, proprio nel grande magazzino del padre, acquisisce le prime competenze utili per la fotografia di moda.

Con alcuni amici attraversa alcune esperienze teatrali come attore, operatore e costumista ma è il cinema che diventa fonte di ispirazione per il fotografo che inizia a nascere in lui.

Nel novembre 1965 esce il primo numero di Vogue Italia la cui copertina è sua.

Molte delle sue fotografie sono ispirate a film come Caccia al ladro, Casablanca, Il brutto e la bella, La dolce vita, Gli uccelli, Il postino suona sempre due volte, Grand Hotel con Greta Garbo. È appassionato di neorealismo e di Visconti e non sono poche le sue citazioni dell‘arte ispirandosi all‘Espressionismo tedesco, al Futurismo, a David Hockney, Gauguin, Gericault (La zattera della Medusa per Vivienne Westwood -1997 sembra anticipare le immagini di David LaChapelle), Matisse, Magritte, Chagall, Hopper (dipingendo a terra le ombre che gli servivano). Spesso realizzando scenografie surreali, dalle prospettive distorte e tutto doveva essere realizzato dal vero perché non esisteva il Photoshop. «Prima di realizzarle le disegno (le scenografie)».

Immagini realizzate oltre 40-50 anni fa che restano contemporanee e che nulla hanno da invidiare a quelle dei fotografi internazionali del calibro di Irving Penn o Avedon.

 

Ha sperimentato le Polaroid iniettandoci all‘interno i colori Ecoline durante i pochi minuti del loro sviluppo; ha realizzato immagini con false ombre per mezzo di doppie e triple esposizioni sullo stesso supporto. Ha usato il banco ottico per falsare, con i basculaggi, i piani di messa a fuoco. Ha realizzato le sue cinegrafie anticipando gli effetti visivi di Bill Viola. È stato il primo a fotografare uomini per Vogue.

Che dire, un esploratore della fotografia che avrà pur avuto carta bianca dalla committenza per realizzare le sue idee ma perché evidentemente sapeva, questa committenza, che Barbieri aveva gli strumenti culturali, oltre che tecnici, per realizzare le sue idee libere. Quando cambiò lo scenario per i fotografi di moda italiani come sopra accennato, ebbe il coraggio di iniziare un altro tipo di esplorazione. Più intima e riflessiva, rimettendosi in discussione, reinventandosi, esplorando nuove frontiere della fotografia addentrandosi nel fotoreportage etnico, trascorrendo lunghi periodi nelle Seychelles, in Madagascar, a Tahiti. E senza mai separarsi dall‘ingombrante e affezionato banco ottico.

Ricerche fotografiche ma anche antropologiche con un occhio all‘arte Classica greca dove tatuaggi, volti, corpi, animali e territorio sono ritratti nella loro essenziale purezza erotica dai bianconeri perfetti.

 

Fotografare in bianconero raccogliendo tutta la gamma di grigi, neri e bianchi, lascia all‘osservatore l‘immaginazione di una foto coi colori come meglio crede.

- Gian Paolo Barbieri

 

Ma non è tutto. E fortunatamente tutto ciò che riguarda Gian Paolo Barbieri è stato già scritto e detto.

 

 

Gian Paolo Barbieri

“Fuori dal Tempo”

a cura di Maria Savarese

Dal 21 ottobre 2022 al 28 gennaio 2023

Al Blu di Prussia

Via Gaetano Filangieri, 42

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13

Ingresso libero

23.01.2023 # 6200
Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Marco Maraviglia //

Fotografia artistica Pasquale e Achille Esposito. Un libro per una mostra. Una mostra per un libro

Napoli fin de siècle. Una Napoli rétro alla Certosa e Museo di San Martino

Fino al 19 marzo sarà possibile riscoprire la Napoli di fine ‘800 nella mostra fotografica Napoli ‘fin de siécle‘. Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito, che raccoglie ed espone in tre sezioni tematiche le opere di Pasquale e Achille Esposito, protagonisti, alla fine dell‘Ottocento, di un‘importante stagione della grande tradizione della fotografia napoletana grazie alla produzione del proprio atelier fotografico commerciale.

 

La mostra in realtà è un‘ampia sintesi del bellissimo libro Napoli ‘fin de siécle‘. Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito. Un volume che, sfogliandolo e anche il solo leggerne pagine casuali, rimanda a sensazioni extra-sensoriali, coinvolgendo in una macchina del tempo che ci accompagna alla partecipazione di una vita realmente vissuta a Napoli e dintorni. Perché vere sono le immagini con tutta la mimica tipica partenopea: pochissime in posa, poche realizzate in studio. Quasi tutte mostrano una realtà dinamica dove si evincono atmosfere quotidiane ambientate nel paesaggio urbano.

Perché le fotocamere erano più maneggevoli e leggere e i materiali fotosensibili, già dalla fne dell‘800, erano più performanti e non c‘era più bisogno di prendere fotografie con tempi di esposizione lunghi. L‘era degli atelier fotografici con le sedie ferma-testa, volgeva al termine.

Ed era la novità dell‘epoca. Si potrebbe dire che la street-photography nacque proprio con Pasquale e Achille Esposito.

 

La mostra è allestita nella spezieria della Certosa e Museo di San  Martino. L‘idea nasce per valorizzare un fondo fotografico presente nella fototeca storica del museo e segue quella su Alphonse Bernoud, allestita nello stesso spazio nel 2018.

C‘è da dire che il primo libro sulla storia di Napoli attraverso la fotografia, risale al 1981: Immagine e città di Napoli di Mariantonietta Picone. Napoli ‘fin de siécle‘ nasce dal desiderio dei curatori di voler implementare, far crescere la documentazione bibliografica, restando in tema.

 

Di Pasquale Esposito e Achille (il figlio) era nota la loro attività professionale a Napoli ma nulla si conosceva della loro biografia. Molte foto che realizzarono riportano la dicitura “fotografia artistica” oltre al loro nome. Erano particolarmente operativi nel campo della riproduzione d‘arte tanto da definirsi “i fotografi del Museo Nazionale” (oggi MANN).

La mostra si sviluppa su tre filoni fotografici: scene di strada e costumi popolari, vedute (di Napoli e dintorni come Capri, Amalfi, Sorrento, Pompei, Pozzuoli) e, come già scritto, documentazione di opere d‘arte.

 

Si evince dalle stampe all‘albumina appartenenti a vari fondi fotografici pubblici e privati, che Pasquale Esposito (1842-1917) è stato il più attivo in termini di produzione. Anche perché il figlio Achille visse solo 33 anni (1868-1901).

Si sapeva solo dell‘esistenza del lavoro prodotto dagli Esposito, padre e figlio, alcune immagini della loro produzione sono state riconosciute dagli stessi curatori andando a scavare fototeche pubbliche e fondi di collezionisti privati. È un lavoro di ricerca che non si improvvisa. Si fanno verifiche incrociate con gli stili estetici dei fotografi dello stesso periodo. Si consultano archivi, pubblicazioni e testimonianze giornalistiche dell‘epoca.

Infatti, un punto di partenza illuminante che ha dato la possibilità di tracciare alcune notizie biografiche di Pasquale e Achille, è stato una nota presente in un album del saggista e illustratore Gennaro D‘Amato: Raccolta di Fotografie di NAPOLI del 1800. Album che fu donato da D‘Amato alla Biblioteca Nazionale e giunto poi nella Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria. E questo album è esposto in una teca aperto proprio alla pagina della “nota illuminante”.

 

Non vi racconto cosa è scritto in questa nota perché un po‘ di curiosità per visitare questa mostra voglio lasciarvela.

Posso però dire che grazie a quella nota i curatori hanno iniziato a fare ricerche in vari archivi storici tra cui quelli dell‘Accademia di Belle Arti di Napoli, visto che si citava Achille Esposito come pittore.

 

Se pur siano stati i pionieri della fotografia di strada, il loro vedutismo calcava gli standard dell‘epoca. Ma ebbero la fortuna di attraversare un periodo tecnologico in cui si perfezionavano i procedimenti fotomeccanici per la stampa e la nascita delle prime cartoline turistiche agli inizi del ‘900. Anche a colori, preventivamente colorate a mano.

E con le cartoline inizia la produzione di riviste e libri destinati al turismo. Interessante vedere in esposizione una guida turistica di Pompei in inglese dove all‘interno vi sono venti stampe fotografiche originali all‘albumina. Ma purtroppo non si sa quante copie ne furono prodotte.

In quel periodo si determinò un po‘ la fine del Grand Tour. Non più gouache ma fotografie.

La nascita della fotografia fu inizialmente una dannazione per i pittori, ma poi ci si rese conto che poteva essere un mezzo utile per riprodurre scene senza dover necessariamente stare sul posto. O quando serviva a un incisore una scena da riprodurre fotomeccanicamente e riadattava la fotografia secondo il proprio stile compositivo: in esposizione una pagina di L‘Illustration dove è presente l‘incisione a stampa di una visita sul Vesuvio tratta da una foto degli Esposito.

 

In fondo, in uno spazio buio della spezieria, poggiate su un cubo luminoso realizzato dall‘artista Michele Iodice, vi sono quarantanove lastre fotografiche dell‘Archivio Parisio. Da osservare, attentamente, codificare mentalmente in positivo e scoprire infiniti dettagli affascinanti come la nodosa staccionata della villa Krupp che affaccia sui Faraglioni di Capri, il carattere dell‘insegna dell‘Hotel Vittoria che è lo stesso di oggi e i “com‘era all‘epoca rispetto ad oggi”.

Tante le chicche e sorprese. In mostra molti spunti che inducono a riflessioni, curiosità da approfondire, dettagli di una Napoli nel pieno della sua Belle Époque tra popolo e borghesia, tra divulgazione archeologica e turistica, lavori in strada, tra passeggiate sul Vesuvio e scugnizzi a Mergellina che ricordano il Pescatorello di Vincenzo Gemito.

Tanta roba. Non solo un tuffo nel passato, ma proprio una profonda immersione.

 

Insomma, per appassionati della Napoli rétro, per i filologi della cultura urbanistica e popolare, per i fotografi amanti dell‘albumina o per gli street-photographer, per chi si occupa di comunicazione turistica… ecco a voi una bella operazione su Napoli dalle mille e una curiosità. Una sola raccomandazione: non guardate solo le foto, si suggerisce di leggere i pannelli descrittivi che comunque sono una sintesi del preziosissimo libro.

 

Si ringrazia Fabio Speranza per il tempo dedicatomi il 19 gennaio durante una chiacchierata allinterno della spezieria per raccontarmi la mostra.

 

Foto di copertina: Pasquale e Achille Esposito, Calessi per il trasporto passeggeri presso Porta Capuana, Napoli, collezione Giulio Amodio

 

Napoli “fin de siécle”. Fotografia Artistica Pasquale e Achille Esposito

A cura di Giovanni Fanelli e Fabio Speranza

Certosa e Museo di San Martino – Sala della Spezieria

Dal 17 dicembre 2022 al 19 marzo 2023

Orari:

(escluso mercoledì) 8.30 – 17.00; chiusura biglietteria ore 16.00

 

Il libro è acquistabile nelle principali librerie e anche alla biglietteria del museo.

 

Info:

Ufficio Promozione, Comunicazione e Stampa – Direzione regionale Musei Campania +39 081 2294478 - drm-cam.comunicazione@cultura.gov.it

18.01.2023 # 6198
Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Marco Maraviglia //

Sei un fotografo eco-sostenibile?

Byte-inquinamento: alcune cattive pratiche della fotografia digitale dannose per l‘ambiente e come evitarle

La rivoluzione del III millennio

C‘era una volta la fotografia analogica, ma c‘è ancora per qualcuno.

C‘erano una volta le pellicole fotografiche e le stampe ai sali d’argento. Ma esistono ancora.

Dalla nascita della fotografia fino alla fine del ‘900, c‘è stata tanta chimica che ha prodotto fotografie. Un fardello, per qualche fotografo ambientalista. O anche animalista, visto che la gelatina delle emulsioni per pellicole e carte fotografiche era prodotta anche dal trattamento di ossa bovine e suine. Scarti di macellazione, si intende.

Poi arrivò la fotografia digitale.

Meno pellicole prodotte. Meno prodotti chimici per gli sviluppi, arresti, fissaggi di pellicole e carte.

 

Ma la fotografia è diventata più green con il digitale?

Sotto l‘aspetto chimico-industriale sì. Ma forse non tutti si rendono conto che le nuove tecnologie, se spropositatamente utilizzate, comportano ben altri problemi ecologici.

Tutti ascrivibili in una locuzione poco usata: il byte-inquinamento.

 

La foto sofferta

Quando si scattava su lastra fotografica o su pellicola piana in grande formato, si facevano due-tre foto di un soggetto. Poi arrivarono le pellicole in rullo: da 12p (dodici pose, dodici scatti) se si usava una Rolleiflex o un‘Hasselblad o altra fotocamera di medio formato 6x6; e poi i rulli da 36p (trentasei fotogrammi) per chi usava una reflex meccanica-manuale. Ogni scatto preso era sofferto. Si pensava di inquadrare e comporre per bene l‘immagine. L‘esposizione doveva essere curata. Perché poi, meno tempo si perdeva in camera oscura per cropparle (taglio per dare una migliore inquadratura), mascherarle e bruciarle, meglio era. Perché le pellicole e stampe avevano un costo e costava svilupparle.

 

Col digitale cambia tutto

Ormai le schede di memoria delle macchine sono così capienti in termini di gigabyte che ci hanno tolto la preoccupazione dell‘ultimo scatto in camera. L‘ultimo colpo da “tenere in canna” per non perdere la foto dell‘ultima occasione che poteva essere imprevista, all‘ultimo minuto. Quando si usava la pellicola.

Si girava la leva per caricare l‘otturatore e già quel tempo ti faceva rendere conto della preziosità della pellicola che stavi usando.

Qualcuno aveva il motore di trascinamento con i 3-5 scatti al secondo. Ma lo usavano i professionisti che non potevano permettersi di perdere il momento clou del taglio del traguardo di un atleta o di quello di un‘auto sportiva. Erano fotografi che “dovevano” spendere più soldi in pellicole perché ci lavoravano. Erano il loro carburante.

Gran parte delle fotocamere di oggi hanno lo scatto continuo.

Spesso si scatta a raffica senza riservare un po‘ di educazione e gentilezza per l‘otturatore che potrebbe stancarsi e abbandonarci.

Ma di tutti quei click, quante foto sono necessarie? Quante saranno stampate per un album di famiglia e quante per una mostra? Quante serviranno per un lavoro editoriale o per realizzare un proprio libro? E quante resteranno custodite nei supporti di memoria per anni per accorgersi poi che nel frattempo si sono auto-distrutte?

 

Quanto è eterna la foto digitale?

Tutte fotografie, quelle digitali, che occupano memoria: CD, DVD, hard disk. Qualcuno le conserva sui cloud offerti da alcune piattaforme. Ma quanto durerà la libertà di gestire le proprie foto su uno spazio che non è il nostro cardex fisico, il nostro archivio che vediamo, tocchiamo, spostiamo all‘occorrenza come se fosse un divano?

Ma, riguardo i supporti fisici, elettronici, di memoria, chi ci garantisce che avranno una durata più lunga di un negativo bianconero o di una stampa ai sali d‘argento? E, data la velocità industriale dell‘obsolescenza programmata, chi ci garantisce che i computer e software annessi ci consentiranno di leggere i file dei nostri hard disk tra 20 o 40 anni? Se ho gli scanner acquistati nel 2000 che non posso collegare a un nuovo Mac, perché non posso immaginare che accada lo stesso per gli HD? Quanti hard disk finiranno in discarica perché divenuti illeggibili, obsoleti? E i dischetti? Anche quelli possono saltare, difettarsi, diventare illeggibili. Mica sono come dischi in vinile. E dovranno essere gettati via. CD e DVD in policarbonato che in Italia non vengono riciclati e destinati quindi ai rifiuti indifferenziati.

 

Le foto inutili, ridondanti. La sovrapproduzione di fotografie digitali

Produciamo file in RAW di circa 20-40 MB. Sono negativi elettronici con tutte le informazioni che ci servono per post-produrli, “svilupparli” con softweare. Un file RAW di 20 MB, salvato poi in jpg dopo la sua lavorazione, occupa 7 MB di spazio perché è un tipo di formato che comprime l‘immagine. Virtualmente pesa 35 MB. Ma la scelta che dobbiamo fare è se conservare il RAW una volta lavorata la foto e salvata in JPEG o disfarcene. Il suggerimento è quello di conservare entrambi. Perché magari la tecnologia per lo sviluppo dei RAW si potrebbe perfezionare ulteriormente tra qualche anno e potremmo riprendere i vecchi file in RAW per ottenere immagini lavorate meglio. Conservando RAW e JPEG si aumenta il peso di memoria per l‘hard disk certo, ma dovremmo essere critici con noi stessi per eliminare i file in RAW simili a quello lavorato, cestinando gli scatti simili, quelli fuori fuoco, i sotto-sovra/esposti, quelli con punti di vista inutili, quelli ridondanti: il tuo tramonto è migliore di altre migliaia di tramonti che ci sono in rete? È una foto che stamperai per ricordo? Potrebbe essere pubblicata da un giornale? Contiene elementi socio-antropologici-architettonici evidenti che saranno soggetti a cambiamenti e quindi storicizzabile? È ben contestualizzata? Mostra un fatto in maniera eloquente sensibilizzando su un argomento in particolare? È una fotografia che secondo te spacca tanto che potrebbe essere impressa nella memoria di un osservatore e ricordata per sempre?

Più o meno queste domande dovremmo porci prima di gettare nel cestino i nostri file fotografici.

Eliminare il superfluo, insomma. Senza affezionarci troppo alle nostre foto inutili.

Meno foto = meno spazio occupato = meno supporti di memoria = meno rischio di riempire le discariche per dischetti e hard disk diventati illeggibili.

 

Non solo spazio sui supporti di memoria ma anche in rete

Carichi le foto in un album su Facebook nella stessa risoluzione dei file nativi?

Quel tempo in più che ci vuole per postarle significa che si sta sovraccaricando la linea telefonica.

Per mandare foto in visione a un giornale affinché l‘editore, o chi per lui, decida se pubblicarle, non cè bisogno di mandare i file originali ma è meglio ridurli di peso. Successivamente potranno essere spediti in alta definizione e solo quelli effettivamente richiesti.

Una foto JPEG da 35 MB può essere tranquillamente ridotta a meno di 1 MB per essere vista su un monitor.

E così anche per i siti WEB e blog, conviene ridurre le foto al formato di visualizzazione finale. Un bel “Salva per WEB” dal Photoshop, ottimizza ulteriormente le foto per gli usi di cui sopra alleggerendole e donandole una maggiore brillantezza dei colori per la visione sui display. Del resto, anche per la stampa tipografica le foto devono essere sistemate nel formato di stampa finale in cm (centimetri) a una risoluzione di 240-300dpi.

 

Traffico sulle autostrade

Immaginiamo un‘autostrada a tre corsie. A un certo punto entra una colonna di autotreni con i rimorchi vuoti. Difficile che i tir viaggino senza carico perché sono organizzati in modo tale da sfruttare l‘andata e il ritorno a pieno carico. Ma se entrano in autostrada privi di merce, ingombrano comunque inutilmente una corsia rallentando le altre. I veicoli in tal caso, consumano più carburante perché viaggiano in un tempo maggiore.

Dovremmo considerare le vie telematiche come autostrade. Il tir che viaggia a vuoto è come se fosse il nostro file trasmesso a 30 MB invece di 1 MB: occupa inutilmente spazio intasando, rallentando, il traffico telefonico.

«Eh, ma io ho la fibra!». Giusto, ma siamo arrivati alla fibra perché i modem a 56kbps e poi l‘ISDN e poi l‘ADSL non riuscivano più a supportare l‘enorme traffico della rete. Aumentato perché è cresciuto il numero di utenti ma anche perché ci sono quelli che utilizzano la rete, inconsapevolmente, in maniera inappropriata. Oltre il necessario.

Non possiamo immaginare di costruire autostrade a dieci corsie. Sarebbero tanti ettari di boschi e campagne cementificati. Probabilmente non sarebbe nemmeno necessario il 5G, il 10G o il 100G per aumentare la velocità delle connessioni se usassimo i dispositivi digitali in modo strettamente indispensabile per trasferire dati.

Magari invece di allargare le autostrade si potrebbe incentivare l‘uso di auto più piccole o progettarle a due piani. Chissà se il Joint Photographic Experts Group (JPEG) ottimizzerà in futuro il formato per file fotografici più compressi e “a due piani”.

 

I siti WEB dei fotografi sono sostenibili? Sono ecologici?

Più foto ci sono su un sito, più emissioni di CO2 si producono. Specie se sono anche pesanti e non ottimizzate con il “salva per WEB” da Photoshop.

Jack Amend, fondatore e CEO del Web Neutral Project, una società che mira a mitigare la dipendenza di Internet dai combustibili fossili, ha dichiarato che «Internet è la più grande macchina produttrice di carbonio al mondo».

Ci sono diverse piattaforme in rete che misurano le emissioni di CO2 dei siti WEB come ad esempio Karmametrix. Sarebbe bene testare le pagine in costruzione di volta in volta durante l‘allestimento del proprio sito.

Ovviamente il discorso vale anche per l‘invio di mail: più megabyte trasmettiamo, più CO2 produciamo.

Senza poi contare la quantità di server che, per ospitare i nostri siti WEB, devono crescere sempre di più e che, per restare accesi, emettono anch’essi CO2.

 

Riepilogo

Insomma, la consapevolezza delle nostre azioni dovrebbe portarci a governarle per gestirle in maniera più eco-sostenibile. A pochissimi fa piacere di contribuire all‘emissione di CO2 e piccole azioni servono ad arginare il problema.

Come dice un vecchio proverbio «Se tutti spazzassero fuori la porta di casa propria, l‘intera città sarebbe pulita».

 

Riepiloghiamo di seguito alcune pratiche sane scritte fin qui:

 

1.     Fotografare l‘indispensabile e come se avessimo solo 36 scatti in macchina

2.     Evitare di scattare a raffica

3.     Dedicarsi alla selezione delle foto prodotte per eliminare quelle inutili

4.     Postare poche foto e solo quelle più significative sui social caricandole in risoluzione più bassa, tipo 1000pixel il lato lungo

5.     Preferire gli hard disk ai dischetti o ai cloud per lo storage (archiviazione)

6.     Utilizzare la funzione di salvataggio “salva per WEB” di Photoshop prima di farle circolare sui social: serve a ridurre i dati delle foto senza che l‘occhio umano se ne accorga

7.     Evitare di inviare per la sola semplice visione, immagini superiori a 1 MB

8.     Inserire sul proprio sito solo le foto più significative e non album fotografici interi e con foto simili tra di loro

9.     Ottimizzare le foto per il sito WEB: il lato lungo a 1300pixel è più che sufficiente per la visione a monitor

 

 

Foto di copertina: Bethany Drouin da Pixabay 

19.12.2022 # 6187
Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Marco Maraviglia //

Martin Bogren, fotografia blur dal sapore vintage in mostra

Fotografia umanista contemporanea del fotografo svedese che documenta con vecchie fotocamere e ai sali d‘argento

Indefinite, sgranate, mosse, volutamente sfocate, senza i dettagli che cercherebbe per necessità un fotografo pubblicitario per gli still life. Rumorose, si oserebbe dire, ma le fotografie di Martin Bogren possiedono quelle interferenze visive che conducono all‘esplorazione emozionale oltre l‘immagine. Immagini, sì, ma che a volte sembrano disegni, schizzi, rough fatti a matita, gessetto e carboncino in cui si intravede il soggetto della foto ma intorno c‘è tutto un suono nebuloso che accompagna l‘indistinto che ne coglie il volo dello scatto. Lì non sono due persone che si baciano ma è l‘universo che gioca con quel bacio. Dalle infinite sfumature sensoriali la cui intensità percettiva dipende dall‘osservatore.

Come ascoltare un brano musicale. Un percorso cerebro-uditivo attraverso il quale coglierne il volume nella sua interezza o afferrare il senso di un contrappunto. È il parallelo che fa lo stesso autore, attraversare le sue immagini come addentrarsi in quel passaggio a sinusoide, mi mima con la mano il movimento di un serpente, tra le note di un brano.

Martin Bogren sembra comporre spartiti figurativi. Ai sali d‘argento. I suoi strumenti sono fotocamere vintage di medio formato. “Cassette”, camere ottiche anche a soffietto di cui un obiettivo ossidato nella lente o una tenuta di luce precaria, fanno la differenza: il difetto che segna la foto, la personalizza, come una firma, un timbro. L‘imperfetto è il quid. Perché la bellezza non è necessariamente perfezione ma il neo che caratterizza. Il blur che cattura l‘attenzione oltre quei due secondi che normalmente impieghiamo quando scrolliamo le foto su Instagram.

Eppure si tratta di fotografie documentarie. Di istanti di vita. Quei momenti che normalmente sfuggono all‘occhio distratto che invece Bogren cerca, si empatizza con essi costruendoci in uno scatto storie che raccontano stati d‘animo da lui percepiti e ci restituisce come frammenti di sogni prima che vengano dimenticati e dissolti dalla memoria al risveglio.


Catturare l‘intimità, esprimere la fragilità, mostrare l‘impermanenza delle cose: l‘universo visivo di Martin Bogren rivela l‘illusione del mondo. Le sue immagini catturano sulla loro superficie una realtà che si dissolve, ma che l‘arte del fotografo ha saputo cogliere in extremis, furtivamente.

- Cristina Ferraiuolo



Cristina Ferraiuolo, la curatrice della mostra allestita presso la propria Spot home gallery, ha voluto allestire una sintesi dei progetti di Martin Bogren. Una retrospettiva concisa. Come un puzzle del percorso artistico dell‘artista composto dai pezzi per lei più significativi. Con grande stupore dell‘autore per essersi trovato d‘accordo sulla selezione delle foto. E vi si trovano fotografie tratte da Metropolia, Passengers, Hollow, August song e Italia.

Su un tavolo, nello spazio espositivo, un gran papiro da viaggio ma in tela, richiama l‘attenzione. Attraente, tattile, artigianale, due cinturini lo fasciano per richiuderlo e riporre quei segreti urbani emozionali: è Metropolia. Il portfolio con 16 stampe canvas 58x75 cm tratte dall‘omonimo libro che Bogren ha realizzato nell‘ottobre 2022. Una città immaginaria, luoghi anonimi, persone indefinite, sagome immerse in ambienti onirici dove, per la prima volta, l‘autore utilizza il colore.


L‘uso del colore è stato un modo per ribellarmi contro me stesso, per vedere se potevo fare qualcosa di totalmente nuovo. Con il bianco e nero ho iniziato a sapere un po‘ troppo quello che stavo facendo, mentre il colore era come una lingua straniera che ho imparato lentamente. Ma, a dire il vero, le mie immagini a colori sono molto monocromatiche.

- Martin Bogren (dal libro Metropolia)



Chi è Martin Bogren

Classe 1967. Svedese. vive tra Malmö e Berlino.

Negli anni ‘90 Martin Bogren sviluppa un approccio personale alla fotografia documentaria, seguendo musicisti e artisti svedesi sul palco, in tour e in studio. Il suo primo libro The Cardigans – Been It, pubblicato all‘apice del successo del gruppo nel 1996, rivela il suo lavoro e lancia la sua carriera.

Martin Bogren punta però ad andare oltre i lavori su commissione e il campo della musica: si concentra su

un lavoro fotografico più personale individuando e definendo il proprio stile.

Racconti intimi (Hollow, 2019, August Song, 2019), incontri di viaggio, (Metropolia, 2022, Passengers, 2021, Notes, 2008, Italia, 2016), la gioia delle prime scoperte (Ocean, 2008), o lo spleen adolescenziale (Lowlands,

2011, Tractors boys, 2013, Embraces, 2014): attraverso i suoi bianchi e neri sgranati e le sue immagini in scale di grigi, riesce a combinare un approccio documentario con una sensibile e poetica espressione della sua visione soggettiva.


Martin Bogren riesce a non sconvolgere il mondo entro cui si immerge, con educazione, sensibilità e

attenzione, con rispetto, senza giudicare – trattenendo il respiro.

- Christian Caujolle


Vincitore di numerosi premi, tra i quali il Coup de Cœur ai Rencontres d‘Arles in Francia e lo Scanpix Photography Award in Svezia, il suo lavoro è riconosciuto a livello internazionale e fa parte di diverse collezioni prestigiose, tra cui il Fotografiska Museet (Stoccolma), l‘Oregon Art Museum (Portland) e la Bibliothèque nationale de France.

È autore di diversi libri molto apprezzati e pluripremiati, tra i quali Ocean, Italia, August Song, Hollow, Metropolia.




Spot on Martin Bogren

A cura di Cristina Ferraiuolo

Dal 24 novembre 2022 al 24 febbraio 2023

Spot home gallery

via Toledo n. 66, Napoli

+39 081 9228816

info@spothomegallery.com 

www.spothomegallery.com 



22.11.2022 # 6182
Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Marco Maraviglia //

Antologica di Robert Doisneau al Camera di Torino fino al 14 febbraio 2023

Oltre 130 fotografie ai sali d‘argento, video-interviste e incontri percorrendo la vita del fotografo e di Parigi

Il bacio

«Fermi, fermi lì per favore! Me la rifate?... Non guardate in macchina!!!». Click.

Quante volte sarà capitato a un fotografo, reporter o di matrimoni, di non avere puntato in tempo una scena con l‘obiettivo e chiedere di simulare nuovamente un‘azione. Magari sistemando qualche dettaglio come l‘inclinazione del cappello indossato dal soggetto o chiedendo di rilassare le dita delle mani. Ed è, più o meno, quel che fece Robert Doisneau quando scattò la foto del Bacio davanti all‘hotel De Ville.

Un‘icona della Fotografia entrata nell‘immaginario collettivo che può competere solo con immagini come il ritratto di Che Guevara scattato da Alberto Korda o anche con il bacio di Klimt o quello di Francesco Hayez, se vogliamo trovare analogie con la pittura.

Il bacio di Doisneau, pubblicato su Life nel 1950, fu portato in tribunale nel 1992 da una coppia che sosteneva essere oggetto della foto scattata senza il loro consenso. Fu a quel punto che il fotografo ammise che quella foto fu scattata chiedendo di ripetere la scena che gli era appena sfuggita all‘obiettivo. Ma a un‘altra coppia. Il giudice respinse l‘accusa. Nel 1993 si fece viva Françoise Bornet la donna della coppia effettivamente ritratta che possedeva una stampa di quello scatto, autografato dallo stesso Doisneau. Curiosità: nel 2005 Bornet vendette quella foto per oltre 150mila euro.

 

Per tutta la vita mi sono divertito a fabbricare il mio piccolo teatro… io non fotografo la vita reale, ma la vita come mi piacerebbe che fosse.

 

Un fotografo umanista

Nato a Gentilly, nella periferia parigina dove preferiva fotografarne la condizione umana.

Iniziò a dedicarsi alla fotografia dal 1929 e il suo primo lavoro fu come fotografo industriale e pubblicitario per la Renault fino al 1939.

Il suo stile estetico si definì fin dagli inizi con il suo modo di fare reportage teatralizzando la realtà. Se riusciva a falsificare documenti per i membri della Resistenza grazie alle sue conoscenze di litografo apprese prima di diventare fotografo, non gli doveva essere difficile falsificare la realtà. Ma per lo più i suoi erano falsi fotografici “gentili” perché non erano altro che un potenziare, esaltare qualcosa che comunque accadeva per le strade, nelle Banlieu parigine. Momenti di vita che se non avesse “falsificato” sarebbero probabilmente passati inosservati a chi avrebbe guardato i suoi scatti.

Bambini, donne, coppie, lavoratori, gente comune e genuina di periferia. Attimi di passaggio della vita di strada visti con l‘innocenza e la voglia di giocare di un bambino perché era quello il mondo che voleva vedere e mostrare.

L‘era della fotografia prima di lui documentava principalmente personaggi famosi, paesaggi urbani o naturali. Doisneau fu tra i principali esponenti della fotografia umanista, corrente francese nata dopo la guerra che mostrava particolare attenzione alla vita della gente di una società del dopoguerra che andava ricostruendosi.

Il suo occhio aveva uno sguardo spesso ironico ma mai offensivo. Tenerezza, amore, gioco, goliardia, caratterizzano le sue foto.

Il 1949 fu la nascita del programma televisivo statunitense di Candid Camera. Ma nel 1948 Doisneau già aveva sperimentato il meccanismo dell‘occhio indiscreto puntando una fotocamera su treppiedi nascosta oltre la vetrina della galleria d‘arte Romi, con la complicità dell‘amico Robert Giraud. Realizzò la serie Lo sguardo obliquo. Un dipinto di un nudo esposto in vetrina diede la possibilità di cogliere espressioni spontanee ed esilaranti dei passanti che gettavano lo sguardo su quel quadro posto di lato. Non sapendo di essere fotografati.

 

Fotografo per Vogue

E quando gli fu chiesto di collaborare per Vogue, mantenne lo stesso stile ironico nel documentare feste e cerimonie del mondo aristocratico e borghese parigino. Attimi fuggenti non costruiti, non in posa, tutto grottescamente e ipocritamente vero, e che ricordano le incisioni satiriche di Honoré Daumier.

Fotografie che comunque hanno mostrato scene della vita ricca di Parigi che prima poteva solo essere immaginata perché mai documentata fino a quel momento.

Quel periodo lo definì un “incidente di percorso”, qualcosa di cui non gliene importava un granché pensando che le foto di quella serie sarebbero state dimenticate. Sbagliandosi.

Probabilmente è stato anche il primo a realizzare servizi di moda in strada. Sempre in maniera reportagistica. Un genere di fashion-photography mai più tramontato.

 

Per se stesso

A Robert Doisneau piaceva fotografare come un appassionato fotoamatore senza lasciarsi condizionare dalla committenza. Ricercando principalmente il proprio piacere nel fotografare. Se allepoca c‘era chi usava già fotocamere maneggevoli da poco entrate nel mercato, lui preferiva, anche per il fotogiornalismo di strada, continuare a usare la 6x6 che gli consentiva l‘opportunità di avere una maggiore scelta per i crop in fase di stampa dei suoi scatti e anche per non farsi notare nel momento del click grazie al mirino a pozzetto.

Per lui scrittori come gli amici Jacques Prévert, Blaise Cendrars e lo stesso Giraud, furono quelli che gli insegnarono a vedere attraverso le loro metafore.

 

Quando trovavo un‘immagine pensavo a uno di loro, che poi era il primo a cui la mostravo. Un po‘ glielo dovevo, poiché erano stati loro a insegnarmi a vedere.

 

Fu considerato con H. C. Bresson il fondatore del fotogiornalismo di strada che oggi “chiamano” street-photography.

Per se stesso sperimentò un certo modo di fare installazioni contemporanee. Aveva una gran quantità di foto prese dal Pont des Arts dove andava spesso. Ne stampò diverse in mini-formato attaccandole sulle piastrine di un diamino, il corrispettivo del nostro “paroliere”. Alcune le divise per poterle poi ricomporre. Realizzò un patchwork di quadratini fotografici che, quando vide di aver raggiunto una certa armonia, lo riprodusse in formato più grande sottoponendo una stampa unica del Pont des Arts. Anche quello era il suo modo di giocare con la realtà. Estratta in maniera minimalista e da ricomporre tassello per tassello.

 

Mio padre si prendeva gioco della realtà di cui, in fondo, gli importava poco. A partire dalla realtà inventava un mondo più dolce, più tenero, più armonioso, più fraterno.

- Francine Deroudille, figlia di R. Doisneau

 

Robert Doisneau muore nel 1994 a 82 anni. In vita una volta misurò il suo successo in secondi:

 

300 foto a 1/100 di secondo. Tre secondi di successo in 50 anni. C‘è poco da congratularsi.

 

La mostra

La mostra presenta oltre 130 fotografie ai sali d‘argento in un percorso che comprende le sue immagini più iconiche insieme a scatti meno noti ma altrettanto straordinari, selezionati fra gli oltre 450.000 negativi di cui si compone il suo archivio.

La mostra si articola in 11 sezioni tematiche:

Bambini, 1934 - 1956

Occupazione e Liberazione, 1940 - 1944

Il dopoguerra, 1945 - 1953

Il mondo del lavoro, 1935 -1950

Il teatro della strada, 1945 - 1954

Scene di interni, 1943 - 1970

Portinerie, 1945 - 1953

Ritratti, 1942 - 1961

Una certa idea della felicità, 1945 -1961

Bistrot, 1948 - 1957

Moda e mondanità, 1950 - 1952

 

Completa l‘esposizione, un‘intervista video al curatore Gabriel Bauret e la proiezione di un estratto dal film realizzato nel 2016 dalla nipote del fotografo, Clémentine Deroudille: Robert Doisneau, le révolté du merveilleux (Robert Doisneau. La lente delle meraviglie).

 

 

 

ROBERT DOISNEAU

A cura di Gabriel Bauret

Con la collaborazione dell‘Atelier Robert Doisneau

11 ottobre 2022 – 14 febbraio 2023 | Aperti tutti i giorni

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, 10123 - Torino www.camera.to | camera@camera.to

Biglietti
Ingresso Intero € 12
Ingresso Ridotto € 8, fino a 26 anni, oltre 70 anni

Sconti e convenzioni: contattare www.camera.to | camera@camera.to


Robert Doisneau: Un regard oblique, Paris 1948 © Robert Doisneau


In copertina:

Robert Doisneau: Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris 1950 © Robert Doisneau

15.11.2022 # 6180
Gian Paolo Barbieri al Blu di Prussia

Marco Maraviglia //

Luigi Cipriano osservatore di tracce urbane espone ventinove fotografie

Immagini scattate con smartphone, un diario urbano postpandemico che racconta un probabile mondo giovanile fatto di disagi e amori

«Non so cosa scrivere». Sembra la sintesi del dramma di uno scrittore in crisi creativa, quello di trascorrere giorni e giorni col foglio bianco avanti, senza riuscire ad andare avanti col proprio romanzo. Intanto qualcuno, che probabilmente non era uno scrittore, lo ha scritto su un muro: non so cosa scrivere. L‘ossimoro di aver scritto qualcosa pur non avendo nulla da raccontare.

È una delle tracce immortalate da Luigi Cipriano, lungo i suoi percorsi tra i luoghi dell‘avellinese, beneventano e Napoli. Scrivere, ma non solo a prescindere perché “scrivo dunque sono”, ma perché si ha qualcosa da dire. Perché c‘è chi ha bisogno di lasciare una traccia di sé. O perlomeno di un suo pensiero. Anche se consapevole di restare inascoltato. Una data, una breve poesia. Un monito.

Muri, paline dei segnali, sassi di una scogliera, tronchi d‘albero, banchi di scuola, panchine, portoni e quant‘altro diventano pagine di diario. Frammentato. “Pagine” che, se si volessero trascrivere tutte in un libro cartaceo alcune potrebbero avere un fil rouge che riconduce ai temi principali di una società fatta di invisibili. Di arrabbiati contro un sistema in cui non si riconoscono. Di innamorati di amori non sempre corrisposti. Di un mondo parallelo, vandalistico per certi aspetti, che vuole affermare una propria identità.

 

Le tracce di Luigi Cipriano sono spesso segni di un disagio giovanile. Molte delle sue foto sono state prese durante il periodo post-pandemico e la sua riflessione si è soffermata sullo stato psicologico di quei ragazzi che hanno perso due anni della loro vita tra lockdown, didattica a distanza, divieti e stop and go.

È vero, il graffitismo c‘è stato anche prima del 2020 ma alcune di quelle tracce immortalate da Cipriano, riconducono inevitabilmente a quel periodo buio della nostra vita che un adulto riesce a superare forse meglio di una gioventù che appena iniziava ad affacciarsi nel mondo. Un mondo per loro divenuto improvvisamente distopico e senza la maturità di poterlo affrontare scavalcandone i danni psico-fisici.

Due ragazze sedute a distanza “di sicurezza” sul muretto del lungomare di Napoli, su quel muro c‘è una data: 2 maggio 2020. Fino a quel giorno, c‘erano ancora forti restrizioni anti-covid. In quella data scritta a spray si avverte il disagio, la sofferenza di chi l‘ha scritta. Per non dimenticare.

Scritte, segni, poesie, che deturpano il paesaggio, su portoni, alberi, monumenti. Un mondo minimalista di un universo psicologico che si mostra.

 

Luigi Cipriano inizia un po‘ per gioco a fotografare queste tracce con uno smartphone e poi man mano si ritrova con un progetto aperto. Da poter estendere all‘infinito. Perché ovunque vi sono tracce che occupano le superfici urbane.

E lo fa con un‘osservazione lenta: slow watching. Quando camminiamo, normalmente guardiamo ma senza osservare. Distratti dai nostri pensieri, dalla meta da raggiungere, da una conversazione con un amico, senza soffermarci su ciò che attraversiamo. Abbiamo la percezione dei volumi presenti intorno a noi ma spesso non alziamo la testa per notare balconi pittoreschi. Vale anche per le visite nei musei: il pubblico non si sofferma sempre sui dettagli di un dipinto magari anche solo per capire dal tratto del pennello se l‘artista poteva essere mancino o per scovare il cosiddetto “intruso”, il gattino presente tra i piedi di un commensale di una scena.

Luigi Cipriano osserva. Anzi, legge quelle tracce. Cercando di immaginare il filone antropologico che possa esserci dietro quelle presenze. Diventa raccoglitore di pensieri, di “messaggi in bottiglia” talvolta con destinatari consapevoli.

Esistenze deturpanti ma paradossalmente silenziose e inosservate, che a volte arricchiscono l‘immaginario del suo lettore che diventa cacciatore di storie. Tracce come urla nel silenzio.

 

Chi è Luigi Cipriano

Luigi Cipriano nasce a Guardia Lombardi (AV) nel 1968, si laurea nel 1993 in Economia e Commercio con tesi di Laurea in Geografia Urbana ed Organizzazione Territoriale presso l‘università Federico II di Napoli, vive e lavora ad Avellino.
Si appassiona alla fotografia già all‘età di 16 anni, quando gli viene regalata la prima reflex (una Olympus OM10) e, successivamente, inizia a viaggiare.
La fotografia diventa il suo hobby preferito, installa in casa una piccola camera oscura dedicandosi alla stampa in bianco e nero, nel suo percorso di foto-amatore predilige, come genere fotografico: la fotografia di paesaggio, la fotografia di osservazione nei luoghi, l‘esplorazione urbana e la street photography.
Anche se ha intrapreso lo studio della fotografia da autodidatta, ha approfondito le sue conoscenze seguendo diversi seminari e workshop.

Le sue fotografie sono state pubblicate da due enti accreditati che fanno capo al Progetto del Ministero dei beni culturali e del turismo fotografia.italia.it

 

Le fotografie

Ventinove fotografie formato 30x40 realizzate con smartphone e post-prodotte con l‘App Snapseed.

Stampe realizzate con Canon PIXMA PRO-10S con inchiostri Lucia rifinite con inchiostro trasparente Chroma Optimizer.

Carta Hahnemuhle William Turner 190 Gr.

 

 

 

Tracce (2015-2022)

Di Luigi Cipriano

Rassegna Foto Art in Garage a cura di Gianni Biccari

Dal 12 novembre al 2 dicembre 2022

dal lunedì al venerdì dalle 16:30 alle 20:00
Mattino, Sabato e Domenica su Appuntamento

Art Garage

Viale Bognar, 21 Pozzuoli – Napoli


Inside Ilas
torna su
Ilas sui social network
instagram facebook linkedin behance pinterest youtube twitter
Ilas - Accademia italiana di comunicazione
Recapiti telefonici

Italy / Napoli tel(+39) 0814201345
fax(+39) 081 0070569

Skype contacts

Segreteria studenti segreteriailas

Indirizzo

Italy / 80133 Napoli Via Alcide De Gasperi, 45
Scala A

numero verde ilas
Prenota il tuo corso o un colloquio informativo La prenotazione non è vincolante e consente di riservare un posto nei corsi a numero chiuso

Prenota il tuo corso

La prenotazione non è vincolante e consente di riservare un posto nei corsi a numero chiuso

prenota corso
Prenota il tuo corso Ilas

Prenota online

prenota corso
Chiama in sede

Prenota telefonicamente

Prenota un colloquio informativo

Riceverai, senza alcun impegno, tutte le informazioni da parte della segreteria organizzativa

prenota corso
Prenota il tuo corso Ilas

Prenota online

prenota corso
Chiama in sede

Prenota telefonicamente

listino corsi

Listino Prezzi dei Corsi Ilas

I prezzi proposti al pubblico sono comprensivi di iva calcolata al 22%.

Leggi i prezzi

Listino diplomati Ilas

Leggi i prezzi

Listino Accademie B.B.A.A.

Leggi i prezzi
chi siamo

Chi siamo

la struttura

Le aule

i docenti ilas

I docenti

seminari

I seminari

partnership

Partnership

dove siamo

Dove siamo

elenco corsi

Elenco corsi

listino prezzi

Listino prezzi

calendario corsi

Calendario

prenota corsi

Prenota

portfolio grafica

Grafica

portfolio web design

Web Design

portfolio fotografia

Fotografia

portfolio pubblicita

Pubblicità

portfolio 3d

Grafica 3D

portfolio ilas

Tutti i lavori

registri pubblici

Registri e materiali

libri di testo

Libri di testo

offerte di lavoro

Offerte di lavoro

comunicati scuola

Comunicati

moduli extra in dad

Moduli extra in DAD

listino prezzi

Listino prezzi diplomati Ilas