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22.05.2023 # 6264
Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Marco Maraviglia //

Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Per la prima volta l‘opera e l‘archivio in mostra di una fotografa svizzera autodidatta, tra foto di famiglia e viaggi nell‘Italia degli anni ‘60 e ‘70

Non era una misteriosa bambinaia che aveva i libri sullo scaffale con il dorso contro il muro e con l‘hobby della fotografia (v. Vivian Maier). Non era nemmeno la Regina Elisabetta di cui tutte le foto di famiglia che ha scattato non sapremo se riusciremo mai a vederle. E qui non si tratta nemmeno di un ritrovamento fortuito di lastre fotografiche in un mercatino e realizzate da un eccellente anonimo fotografo.

Di Peggy Kleiber si sa abbastanza della sua vita. Una vita trascorsa a immortalare i momenti felici e salienti della sua famiglia che la stessa ha voluto generosamente condividere pubblicamente il suo archivio fotografico.

 

Le fotografie del passato sono una preziosa memoria storica che non riguarda i fatti documentati di per sé, ma è universale, patrimonio dell‘umanità che non può non fare i conti col passato per conoscere il “come eravamo”.

Ci sono persone che preferiscono essere proiettate verso il futuro o il presente. Emotivamente non reggono la visione delle fotografie di famiglia dei tempi andati. Tendono a rimuovere i ricordi forse per non avere rimpianti, rimorsi o per non rivivere il dolore dell‘assenza dei propri cari. Non tutti hanno (avuto) la pazienza o il tempo di metabolizzare il passato esorcizzando un malessere latente che può esserci in ognuno di noi, trasformandolo in ricordi naturali da vivere con serenità. E purtroppo molti archivi fotografici di famiglia non vedranno mai la luce delle gallerie. Chissà quante belle immagini saranno disperse, dimenticate o custodite gelosamente per “rispetto della privacy” o per l‘inconsapevolezza del tesoro antropologico posseduto.

Non c‘è nessuno da condannare per questo.

Ma questa è un‘altra storia.

Due valigie cariche di negativi e stampe fotografiche ritrovate. 15.000 fotografie scattate tra la fine degli anni ‘50 e gli anni ‘90. Attimi di vita ripresi spontaneamente, senza intento commerciale/professionale e per questo si tratta di fotografie fresche, genuine, spontanee. Senza particolari sovrastrutture di impronta tecnica: è il bello di certa fotografia amatoriale, quella istintiva, realizzata con partecipazione emotiva, che restituisce la bellezza emozionale sentita da chi le scatta.

La scoperta di questo materiale arriva dopo la morte dell‘autrice, Peggy Kleiber, avvenuta nel 2015. In seguito la famiglia decide di valorizzare e rendere pubblico questo importante patrimonio rimasto a lungo nell‘oblio. Nel 2019 si pensò quindi di voler realizzare una mostra iniziando a digitalizzare una parte dei negativi ritrovati.

 

Peggy Kleiber cresce in una famiglia numerosa e vivace a Moutier in Svizzera. Tra le passioni della poesia, musica e letteratura, coltiva la passione per la fotografia. Non fa della fotografia una professione anche perché dalla fine degli anni ‘70 diventa insegnante, senza comunque abbandonare la Leica. La sua ricerca abbracciava la vita privata e la storia collettiva. Fotografie che sì, raccontano attimi intimi di vita familiare ma ricercava la stessa intimità ed empatia quando fotografava i luoghi che visitava nei suoi viaggi in Italia e in Europa.

 

In mostra ci sono 150 fotografie e una selezione delle stampe ritrovate, nei loro formati originali. Tutte scattate da Peggy Kleiber con la sua Leica M3, dotata di esposimetro sul corpo macchina. Con la bellezza dell’assenza di fotoritocco digitale: pure, così come ritrovate.

E poi c’è un video che ripercorre la riscoperta dell‘archivio attraverso i materiali inediti e filmati Super8 di famiglia.

La mostra è in due sezioni: una dedicata alla famiglia con immagini dei momenti salienti (cerimonie, nascite, compleanni, gite…) e l‘altra dedicata ai viaggi in Europa e in Italia, in particolare in Sicilia e a Roma alla quale era particolarmente legata, a partire dai primi anni ‘60. Immagini che non colsero solo la parte turistico-monumentale e artistica della città, ma con excursus nelle periferie che lasciano ricordare le storie di borgate di P. P. Pasolini.

Si tratta di entrare in una storia lunga 40 anni di un mondo che ha subìto repentine trasformazioni sociali, culturali e paesaggistiche.

Fotografie, queste di Peggy, che ci spingono a prestare attenzione alle emozioni tra le persone e alle loro sfumature nei gesti.

Qualcosa di cui abbiamo dimenticato.


Bio (dal comunicato stampa)

Nata il 25 giugno 1940 a Moutier, Peggy Kleiber cresce in un ambiente ricco di stimoli culturali, con tanti fratelli e sorelle. Peggy è la secondogenita: vivace, sensibile, curiosa e generosa. Ama la letteratura e la musica, incontra la passione per la fotografia nel 1961 ad Amburgo, frequentando la scuola Hamburger Fotoschule. Questa esperienza segna un punto di svolta nella vita di Peggy: da quel momento, la sua Leica M3 la seguirà in ogni momento, nei riti di famiglia e nelle ricorrenze, così come nei viaggi all‘estero, alla scoperta del mondo.

Dall‘inizio degli anni ‘60 viaggia in tutta Europa (Parigi, Praga, Amsterdam, Leningrado, solo per citare alcune destinazioni), dedicando una grande attenzione all‘Italia: Roma e la Sicilia sono due capitoli importanti che le permettono di sperimentare e di lasciarsi incantare da luoghi ignoti.

Per Peggy Kleiber la macchina fotografica è un modo per nascondere e rivelare, anche se stessa. Lo fa attraverso lo splendido ciclo delle foto di famiglia, racchiuse nel libro autoprodotto “Rue Neuve 44 Cronaca della vita familiare 1963-1983” e donato ai suoi parenti nel 2006. Dalla fine degli anni ‘70 in poi si dedica con passione all‘insegnamento, senza abbandonare la fotografia, che diventa un modo per ripensare a distanza di tempo all‘intreccio dei rapporti di una vita. Peggy scompare prematuramente nel 2015.

 

 

 

Peggy Kleiber. Tutti i giorni della vita (fotografie 1959 -1992)

a cura di Arianna Catania e Lorenzo Pallini

Museo di Roma in Trastevere

Roma, Piazza S. Egidio 1/b

19 maggio -15 ottobre 2023

Da martedì a domenica ore 10.00 - 20.00

La biglietteria chiude alle ore 19.00

Chiuso lunedì.

 

L‘esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata dalle associazioni culturali Marmorata169 e On Image, con la collaborazione dell‘associazione Les photographies de Peggy Kleiber. Servizi museali Zètema Progetto Cultura.

04.07.2023 # 6299
Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Marco Maraviglia //

Vittorio Pandolfi e la Procida di un tempo

In mostra fino al 21 luglio al Palazzo della Cultura fotografie di Procida dal 1957 al 1980

1957. L‘isola di Arturo di Elsa Morante vince il Premio Strega. Nello stesso anno Antonio Scarfoglio chiede al ventiseienne Vittorio Pandolfi di andare un giorno a Procida, dall‘alba al tramonto, per realizzare un reportage fotografico dell‘isola. Foto destinate a un giornale dell‘Ente Provinciale per il Turismo.

Pandolfi scattò due rullini 120 Ektachrome con la sua Rolleiflex. Per un totale di 24 foto.

Erano i tempi in cui Procida era ancora la Cenerentola del Golfo. Nessuno avrebbe mai immaginato che nel 2022 sarebbe stata Capitale della Cultura. Forse la presenza del carcere borbonico, dismesso solo nel 1988, era un deterrente per il turismo.

E nessuno avrebbe mai immaginato che Marina Corricella, il “quartiere bello” di Procida, sarebbe divenuta un‘attrazione per gli amanti del turismo gastronomico a base di specialità di pesce con i profumi delle cucine che salgono fin sopra le rampe di accesso.

E pensare che persino durante il Grand Tour era ignorata. Perché erano preferite Capri e Ischia.

 

Le foto di Vittorio Pandolfi ci restituiscono quella Procida neorealista fatta di atmosfere silenziose, genuine, isolane, dove al massimo d‘estate ci villeggiavano puteolani o napoletani e i pochi appassionati dell‘epoca. Le barchette erano a remi, non c‘erano gli affollati attracchi da diporto, non c‘erano le Ape car che scorrazzavano da una parte all‘altra dell‘isola, si incrociava qualche pollaio lungo i cigli delle stradine perché non si temevano i furti di galline. Architetture spontanee, nuclei abitativi incastonati l‘uno sull‘altro, scale a collo d‘oca, capitelli dei pilastri fatti a scalini, terrazzini sovrastati da archi, volte a botte, a vela e a padiglione, muri smussati, case rurali su rocce tufacee e circondate dal verde…

Testimonianze di un paesaggio quasi scomparso.

Un tuffo nel passato per gli amanti di Procida. O comunque fotografie da vedere per chi la conosce solo per com‘è oggi.

 

Gli anni delle vacanze a Procida sono suggellati dalle foto che mio padre scattava durante le passeggiate estive.

Passeggiate alla scoperta dei luoghi di un isola, non  solo spiaggia, vacanze e mare ma un insieme di luoghi a noi sconosciuti, nascosti e non intaccati dal turismo di massa.

Papà ci portava in giro nei pomeriggi estivi alle Centane, alla Corricella, nei vicoli della Chiaiolella e con sé aveva la Rolleiflex; in queste foto private sono conservati  scatti  di scene familiari e impressioni di quei luoghi di vacanza.

Per noi, bambini, cresciuti al Vomero tra strade cittadine piene di negozi, Procida si rivelava un‘altra realtà di vita, una dimensione in cui si poteva camminare scalzi, liberi dalla paura di essere investiti, in luoghi che non sempre erano vissuti dai villeggianti.

- Donatella Pandolfi

 

Parte delle foto dell‘Archivio Fotografico Vittorio Pandolfi sono raccolte anche nel catalogo Procida nello sguardo di Vittorio Pandolfi. Trentanove fotografie a colori e bianconero. Prese dal 1957 al 1980.

Una casa di pescatori sulla spiaggia della Chiaiolella. La domenica mattina a Marina Grande si passeggiava abbigliati con eleganza. Cittadina da sempre cat friendly. Case colorate. La Baia del Carbogno in bianconero lascia immaginare la ricchezza del colore del paesaggio. Gli scorci da Centane…

Uno spaccato paesaggistico, architettonico, urbanistico che ci accompagna in una poesia visiva di quello che è considerato un set cinematografico a cielo aperto.

 

Bio

Vittorio Pandolfi (Napoli 1931) adotta la fotografia come strumento indispensabile per la sua attività di studente di architettura già dai primi anni Cinquanta e poi come designer e grafico pubblicitario.

Collabora con Roberto Pane, come studente del corso, per le foto e i rilievi del libro Ville vesuviane del settecento, edito nel 1959.

Fornisce foto per articoli di riviste turistiche già dal 1956, di Procida, Ischia, Positano, Sorrento e Costiera ed anche dei viaggi in Germania e a Venezia. Nel frattempo apre un studio grafico a via Guantai Nuovi.

Negli anni ‘60 a Napoli fonda con Bruno di Bello lo studio grafico DP2  attivo fino alla fine degli anni ‘70.

Nel 1962 ha la cattedra di progettazione Arte Stampa all‘Istituto statale d‘arte Filippo Palizzi di Napoli e continua a fotografare utilizzando il banco ottico per l‘indagine di luoghi e periferie napoletane.

Pubblica tre libri con Ernesto De Martino, studioso delle ville vesuviane.  L‘ultimo, del 2013, è dedicato ai suoi scatti degli anni‘50: L‘architettura, il paesaggio, l‘ambiente delle ville vesuviane nelle fotografie di Vittorio Pandolfi, catalogo della mostra tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 2011.

 

 

Procida 1957 / 1980 nello sguardo di Vittorio Pandolfi

Palazzo della Cultura, ex conservatorio delle orfane nel borgo di Terra Murata

dalle ore 10 alle ore 13.30 e dalle ore 16.00 alle ore 18.00 (probabile apertura fino alle 19/20 da luglio con gli orari estivi della casa di Graziella)

dal 21 giugno al 21 luglio 2023


Copertina: © Archivio Fotografico Vittorio Pandolfi

Foto a sinistra: Chiaiolella, casa di pescatori - 1957

Foto a destra: Ruderi di S. Margherita nuova, vista di Terra Murata e l‘Abbazia - 1957

09.06.2023 # 6279
Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Marco Maraviglia //

L‘Italia è un desiderio in mostra alle Scuderie del Quirinale

Oltre 600 opere per raccontare il paesaggio come elemento identitario della cultura nazionale attraverso il ricco patrimonio fotografico della fondazione Alinari e del Mufoco

In auto, in treno, in bici, in moto, in camper, in barca, a piedi… attraversare l‘Italia è una delle esperienze sensoriali più suggestive che possa fare un viaggiatore.

È un Paese il cui paesaggio può cambiare drasticamente nel raggio di pochi chilometri. Strade tortuose di campagna, dall‘alto Lazio verso la Toscana e l‘Umbria, con le colline “decorate” da cipressi solitari. I boschi della Sila che in autunno sparano luci color oro e rosso fuoco. Le figure rocciose, un po‘ pareidoliche, della Sardegna. Lunghe strade piane ombreggiate da pini lungo i due lati. Borghi, laghi, fiumi e cascate, architetture monumentali e contemporanee, resti archeologici di ogni epoca e talvolta con vista sul mare, paesaggi alpini innevati, vulcani, casali settecenteschi, ville medicee, mandorli in fiore verso il mare di Taormina, grotte marine, i trapezi dei campi multicolore delle colline pugliesi, mare blu, azzurro, verde, spiagge con sabbia bianca, gialla, nera, pascoli di cavalli e pecore, scene contadine, archeologia industriale e miniere.

Parliamo di un patrimonio di una gran varietà paesaggistica concentrato su una superficie abbastanza ristretta.

Ci mancano solo le dune del deserto. Se non erro. Perché ad esempio c‘è la piana di Civita Castellana che con il Monte Soratte, potrebbe ricordarci l‘Ayers Rock australiano.

 

Del resto non a caso L‘Italia era il territorio preferito dai viaggiatori del Grand Tour.

Come del resto lo è anche per i magnati di tutto il mondo che attraccano i loro panfili al largo delle nostre coste o per personaggi del mondo dello spettacolo internazionale come Sting, Robert De Niro, Gérard Depardieu, George Clooney, Russell Crowe, Gwyneth Paltrow, Leonardo DiCaprio e di cui alcuni hanno persino acquistato casa qui.

 

È l‘Italia dei desideri. Perché non si può non desiderare di vedere, almeno una volta nella vita, la culla di tutte le civiltà del Mediterraneo. Il Paese che ha dato i natali a Dante, Leonardo, Raffaello, Michelangelo… e che è stato ed è all‘apice delle eccellenze internazionali nella moda, il made in Italy degli anni ‘60, l‘industria della Ferrari, Lamborghini, Olivetti.

L‘Italia, nonostante tutto, cattura l‘immaginario della bella vita. Quella della via Veneto “cinematografica” o anche quella dei latin lover della riviera romagnola e delle scampagnate nel verde. Geneticamente l‘Italia ha l‘amore dentro. E il paesaggio italiano non è un contorno ma l‘ingrediente del desiderio con grilli e lucciole nei campi di grano d‘estate, profumi della macchia mediterranea e la voce con accenti dialettali di gondolieri ed acchiappini annessi.

 

Sono esposte oltre 600 fotografie in vari formati della Fondazione Alinari e del Museo di Fotografia Contemporanea (MUFOCO), dal 1842 al 2022. Dagherrotipi, autocromie, diapositive su lastre dipinte a mano, stampe all‘albumina, ai sali d‘argento, cibachrome, stampe cromogeniche… fino a quelle più recenti stampate fine art su carta di pura cellulosa.

Strutturata secondo un percorso cronologico, l‘esposizione presenta al primo piano delle Scuderie del Quirinale le fotografie appartenenti agli Archivi Alinari. Vere e proprie memorie visive, con una selezione particolarmente significativa fra cui spiccano le grandi panoramiche di Roma e Firenze di Michele Petagna e di Leopoldo Alinari.

Al secondo piano le opere delle collezioni del Museo di Fotografia Contemporanea.

 

Dal paesaggio come scenario della narrazione sociale e politica che caratterizza la stagione del reportage (Letizia Battaglia, Carla Cerati, Uliano Lucas, Federico Patellani) si arriva, attraverso le sperimentazioni concettuali degli anni settanta (Mario Cresci, Franco Fontana, Mario Giacomelli), a uno dei fiori all‘occhiello di questa sezione, l‘esperienza di Viaggio in Italia, in cui Luigi Ghirri raccoglie una serie di ricerche che rivolgono lo sguardo verso luoghi spesso marginali, quotidiani e anti-spettacolari e che diventano il manifesto di una nuova fotografia italiana (Gabriele Basilico, Giovanni Chiaramonte, Guido Guidi).

- dal comunicato stampa

 

Non vi elenco qui tutti i nomi dei grandi autori esposti ma, avendo letto l‘indice del catalogo, vi garantisco che c‘è gran parte dell‘oro di chi ha prodotto fotografie del paesaggio italiano negli ultimi 180 anni, e non solo italiani.

 

Bisogna desiderarla e amarla l‘Italia per vivere emozionalmente questa mostra. Anche se alcuni “paesaggi” riportano a ricordi drammatici del Belpaese come i funerali della strage di piazza Fontana o provare un tuffo al cuore nel vedere le immagini di Gibellina.

Ma è la vita: è l‘Italia dei desideri.

 

 

L‘Italia è un desiderio

Fotografie, paesaggi e visioni 1842 - 2022

Le collezioni Alinari e Mufoco

Roma, Scuderie del Quirinale - via XXIV Maggio numero 16

Dall‘1 giugno al 3 settembre 2023

Orari: Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 20 (ultimo ingresso ore 19)

Biglietto d’ingresso: Intero € 12,00 Ridotto € 10,00

www.scuderiequirinale.it


Foto di copertina: Luciano Ferri per Studio Villani; Albero nella neve. Stampa alla gelatina bromuro d’argento su carta. Firenze, Archivi Alinari-archivio Villani 

Foto sotto: © Olivo Barbieri - Museo di Fotografia Contemporanea, “site specific_Milano 09” -Milano-Cinisello Balsamo   


06.06.2023 # 6277
Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Marco Maraviglia //

Franco Esse espone L‘isola di Arturo e Pesciuomini

Un‘insolita mostra provocatoria tra braille e pesca d‘altura

Un vulcano in piena. Una vita intensa vissuta tra fotografia, donne, moto e buona tavola.

A 68 anni Franco Esse ha un bagaglio di esperienze professionali che si intrecciano non raramente con le sue vicende personali e che non si risparmia nel raccontare.

Risorto più volte dalle ceneri della sua vita, si occupa tuttora di fotografia pubblicitaria e reportage.

Un omaccione che non ha mai mandato a dirla. Schietto, sincero e per questo, probabilmente, definito “cattivo”, “provocatorio”, da qualcuno. Almeno così mi disse giusto 30 anni fa, quando lo conobbi, mentre mi parlava di sterco e cavalli.

 

Perché Franco Esse è cresciuto nel Bosco di Capodimonte e la bellezza della natura e l‘interesse per gli animali, fanno parte del suo DNA, senza sovrastrutture formali.

Nel 2009, nel prestigioso Palazzo Cima di Cingoli (Macerata), espone “Cavalli” una installazione olfatto/visiva.

Cavalli ritratti abituandoli gradualmente, giorno dopo giorno, alla potenza dei flash per ottenere il massimo dettaglio. E, sotto le fotografie esposte in grande formato, dispose sterco a volontà per restituire la percezione olfattiva delle stalle.

 

Nel 1990 il suo studio fu devastato da infiltrazioni di acidi provenienti dai locali di un‘azienda adiacente. L‘archivio di diapositive andò quasi interamente corroso.

Come direbbe Oliviero Toscani, «una fotografia non esiste se non è pubblicata» e, infatti, Franco Esse è riuscito comunque a preservare la documentazione dei suoi lavori pubblicati fino a quel momento.

Dal 2001 al 2005 si trasferisce a Roma aprendosi a nuove opportunità di lavoro con le agenzie pubblicitarie della capitale.

Stesso nel 2005 si trasferisce in un casale delle Marche. Qui allestisce il suo nuovo studio fotografico. Entra in contatto con vari enti ed istituzioni delle Marche pur continuando a realizzare lavori per Napoli, Roma ed altre realtà editoriali e pubblicitarie internazionali.

Il terremoto delle Marche nel 2016 compromise il casale.

Nuovamente a Napoli, riallaccia i rapporti con i vecchi amici e colleghi di un tempo.

 

Negli anni Franco Esse, oltre a svolgere lavori su commissione, si è dedicato a dei progetti foto-documentaristici di approfondimento. Aniuomini, Maniuomini, Materiuomini (quest‘ultimo in progress). Progetti che qui non descrivo perché non saranno esposti ma che potrete chiedergli di farveli raccontare andando all‘inaugurazione della mostra.

 

L‘isola di Arturo

In seguito a un‘esperienza personale, Esse si ritirò in barca a Procida.

Ispirato da L‘isola di Arturo di Elsa Morante, ne riconobbe i luoghi descritti nel romanzo e fotografò alcuni scorci selezionando 24 immagini in bianconero.

E questo è uno dei due progetti in mostra all‘Art Garage dal 10 giugno.

Immagini sensoriali, stampate in formato 130x100 con una tecnica di stampa a rilievo, tattile. Vanno toccate, a occhi chiusi, per sentire sotto le dita la sabbia, il legno, il tufo. Fotografie materiche che avranno anche la didascalia in Braille.

Ventiquattro immagini ma…

 

Non sono un poeta, non sono un romantico. Mi sento, più che altro, un mestierante della fotografia. Trovato un tema, creo.

 

Pesciuomini

Pesciuomini è un altro progetto di Franco Esse. Commissionato dalla Regione Marche e dall‘Accademia di BBAA di Macerata.

Un lavoro che era destinato anche a un‘esposizione presso il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto ma, per amore della sua città, iniziò a prendere accordi per esporlo in una prestigiosa location. Ma la cosa non andò in porto.

Avremo quindi l‘esclusiva di vedere un bel reportage di pesca all‘Art Garage.

Oltre 70 fotografie realizzate per mare sui pescherecci. Era agosto 2020. Dall‘alba all‘alba. O per più notti ma dove il giorno e la notte non fanno più differenza. Dove non esiste il “dormire” ma l‘appisolarsi per un paio d‘ore. A contatto con pescatori di origine tunisina, marocchina, egiziana. Perché certi lavori gli italiani non se la sentono più di farli. Per 80 miglia a strascico. Con turni di due ore in due ore. Ogni tre ore si salpa la rete, si tira il sacco. Si svuota. Si rigetta la rete in mare. I gabbiani appostati sulla cabina di pilotaggio. Pesce, vongole, gamberi vengono subito congelati non prima di aver ripulito i pesci più grossi gettando a mare le interiora. Ogni volta, tre giorni per mare. Visti in bianconero.

Settanta fotografie ma…

 

La protesta

Franco Esse il “cattivo”. Esse il “provocatorio”. Franco e lo sterco dei cavalli. Il fiume in piena quando parla. Quello che si rapporta tanto con un dirigente d‘azienda o con l‘art director di un‘agenzia pubblicitaria come con un gruppo di contadini tra le colline. Franco Esse ha vissuto qualche colpo nella vita. Ma non molla.

Per forza di cose, equivoci e quant‘altro, alcuni suoi progetti espositivi sono abortiti. Ma rilancia. A modo suo.

Facendo il “cattivo”, con quel suo tono ironico, casinista, provocatorio.

E questa mostra è un suo segno di protesta che sfiora l‘auto-lesionismo. Contro le illogiche di un certo modo di condividere. Di condividere. Punto.

Sono esposte 24 fotografie di L‘isola di Arturo? No.

Ci sono oltre 70 fotografie di Pesciuomini? No.

È una “sorpresa”.

 

Bio

Franco Esse nasce a Napoli nel 55, in una famiglia di artisti e fotografi. Apprende fin da piccolo la tecnica fotografica nello studio del padre. Dopo gli anni del Liceo Artistico e della facoltà di Architettura, in cui approfondisce il suo interesse per la “figura” e la forma, inizierà a Berlino il lavoro su grande formato e “in studio”. Lavora all‘estero (Argentina, Francia, Germania, Iran, Turchia) e, in particolar modo, in Africa (Marocco, Libia, Egitto, Togo, Benin, Mauritania) dove prosegue la sua ricerca sulla luce e sulla figura umana. Numerose mostre e personali e pubblica, tra gli altri, su Kultur, Architettura, NDR, Interni, DOVE e per l‘editoria internazionale. Ha lavorato a 15 cataloghi per artisti nazionali e stranieri; per Electa, DeRosa, Soprintendenza ai monumenti di Cosenza, Cogeco, CGIL, Ass. per l‘Archeologia Industriale, Regione Molise, Mededil-Italstat, BMW, AtiTech.

Realizza immagini fotografiche per aziende come Marotta Aereonautica, Caremar Navigazione, Broccoli Calzature, Peluso Calzature, Mustilli Vini, Terre Del Principato Vini , Gallotti & Radice  Arredo Vetro, Joe Monaco Orologi, Costa Bruzia Surgelati, “Les Tortues” oggettistica in ceramica.

 

 

ESSE, di Franco Esse

Rassegna FotoArtInGarage
Coordinamento Artistico di Gianni Biccari

Art Garage

Viale Bognar, 21 - Pozzuoli

inaugurazione 10 giugno ore 17.30

fino al 17 giugno 2023


foto di copertina: Pesciuomini - © Franco Esse

foto sotto: L‘isola di Arturo - © Franco Esse


29.05.2023 # 6265
Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Marco Maraviglia //

Parisio, Troncone e gli anni ‘30 napoletani

Un viaggio di ricordi fotografici nella Napoli a cavallo tra le due guerre

Preparatevi a un viaggio nella macchina del tempo che vi porterà negli anni ‘30. “Non serve l‘ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella” come diceva la filastrocca delle fiabe sonore della Fratelli Fabbri Editore. Basta solo essere innamorati di Napoli e della fotografia vintage.

Giulio Parisio e i fratelli Troncone vi catapulteranno con le loro immagini in paesaggi e atmosfere di una Napoli ruspante, genuina. Quella di quando non era ancora assordata dal turismo contemporaneo del tipo “come se non ci fosse un domani”. Quando la gente passeggiava con abiti eleganti e cappello e il Vesuvio continuava a fumare con il profilo del cratere diverso da quello che poi assunse dopo l‘ultima eruzione del 1944. Ed eccolo lì, in una notte di luna piena, il Maschio Angioino in primo piano e sul vulcano in fondo, la fila di luci della funicolare a cremagliera. L‘unico impianto di risalita che fosse mai stato costruito su un vulcano attivo.

Vedrete l‘Arco di Trionfo progettato dallo stesso Parisio e costruito in occasione dell‘arrivo di Hitler a Napoli nel 1938. Vedrete che le barche, nello specchio del mare di Borgo Marinari, erano solo a remi o a vela. E le processioni erano delle feste condivise e vissute con emozione e partecipazione, senza telefonini che le riprendevano.

Tra le colonne di San Francesco di Paola, verso il Palazzo Reale, si intravede un ragazzo con divisa da Balilla.

C‘è della street photography in alcune foto di Giulio Parisio, come verrebbe chiamata oggi, gente sotto la pioggia con ombrelli aperti, immagini un po‘ blur, un po‘ impressioniste, un po‘ dai contrasti alla Giacomelli.

Perché Giulio Parisio non aveva uno stile unico. Spaziava dal paesaggio alla fotografia documentaristica, dallo still life alla fotografia industriale, era ritrattista, fotografo pubblicitario e sperimentò la ricerca futurista creando anche opere spazialiste.

 

Al pianterreno di quello che è stato l‘atelier di Giulio Parisio dal 1927 nella splendida cornice del colonnato di piazza Plebiscito, ci sono diciassette vedute di Napoli dello stesso Parisio. Tratte da lastre fotografiche digitalizzate, con un minimo di aggiusto dei toni, un po‘ di fotoritocco necessario e stampate fine art.

E poi, al piano superiore, dodici pannelli con le foto dei fratelli Troncone, digitalizzate principalmente da pellicole di medio formato. Sono scene animate, festa della ‘Nzegna e il gioco del palo insaponato sul mare, la liquefazione del sangue di San Gennaro dalla luce ed espressioni dei volti con effetto-Caravaggio, giocatori di carte in strada, spettacolo di guarrattelle seguito più da adulti che bambini, i “mercati dei commestibili”, marinai militari seduti ai tavolini all’esterno del Gambrinus…

Ci si perde nell‘osservare i dettagli delle immagini. Poche auto per le strade, tram e carrozze, le insegne dei negozi dalla grafica di primo ‘900, tutto concorre a un tripudio di quella Napoli che si riprendeva dalla fine della I guerra mondiale ma dove si respira il sentore della successiva.

 

Questa mostra è un‘occasione che vogliamo offrire non solo ai tanti turisti che stanno sempre più riscoprendo Napoli, ma anche ai napoletani stessi perché possano ritrovare nelle straordinarie foto in mostra luoghi o aspetti della propria identità. Dopo tanto tempo ancora una volta ci riproviamo: apriamo la nostra sede, convinti che questa sia la volta giusta. Il percorso espositivo all‘interno dell‘atelier di Giulio Parisio, che è rimasto sostanzialmente intatto, è anche una sorta di mini-antologica dei soggetti conservati, indicativa della vastità e importanza del patrimonio che con la nostra associazione onlus tuteliamo e valorizziamo.

- Stefano Fittipaldi

 

Lo storico atelier fotografico di Giulio Parisio è l‘unico rimasto a Napoli, ubicato lì dove nacque, e il prossimo anno saranno celebrati i suoi 100 anni dall‘apertura avvenuta nel 1924. Gestito dall‘associazione Archivio fotografico Parisio onlus istituita nel 1995, continua a custodire il patrimonio archivistico di Parisio e quello dei fratelli Troncone.

 

Il fondo fotografico Parisio è dichiarato dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania di notevole interesse storico perché “composto di 70.000 negativi, album e macchinari d‘epoca, dal secondo decennio del Novecento al 1985. L‘archivio costituisce una delle più importanti fonti fotografiche per la Storia di Napoli e del Mezzogiorno”.

 

Insomma, specie per chi non ha mai visitato gli spazi di Parisio, che non sempre sono aperti al pubblico, questa mostra è l‘occasione buona anche per incontrare Stefano Fittipaldi, sempre disponibile a raccontare le storie dell‘atelier e i progetti futuri dell‘associazione.

 

 

Un viaggio della Napoli degli anni Trenta. Le foto di Giulio Parisio e dei fratelli Troncone

a cura di Stefano Fittipaldi

dal 26 maggio al 2 luglio 2023

Aperta il giovedì, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 18.00

Archivio Parisio – Piazza del Plebiscito, Porticato San Francesco di Paola,10 – Napoli

Info: info@archiviofotograficoparisio.it

archiviofotograficoparisio.it

12.05.2023 # 6263
Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Marco Maraviglia //

Io sono Chiara, mostra fotografica di Corrada Onorifico

La ricerca di una matrice identitaria attraverso un ritratto lungo tre anni

C‘è una professione che è sbarcata anche in Italia: quella del Personal Brander.

È una sorta di coach che tira fuori le caratteristiche peculiari di una persona, le screma, le evidenzia attraverso un percorso di analisi della persona stessa. Il fine è quello di individuare il brand di un individuo che avrà poi i riferimenti adeguati per proporsi. Per proporre la sua immagine in relazione all‘attività che svolge.

La persona diventa quasi un prodotto da piazzare sul mercato. Nell‘accezione migliore, intendo.

Un influencer da un milione di follower, ad esempio, ha il suo brand.

Alcuni personaggi pubblici commissionano alle agenzie specializzate la valutazione della loro reputazione online. Se qualcosa non coincide con il loro brand, l‘agenzia stessa si occupa di far rimuovere dai motori di ricerca immagini o notizie compromettenti. E questa cosa costa.

Costa meno acquistare in tutte le librerie del mondo, biografie non autorizzate come qualche volta è successo. Parlo di libri informativi, documentati e quindi non sequestrabili: solo da rimuovere con l‘acquisto. Per chi se lo può permettere.


“Uno nessuno e centomila”. Citando il libro di Pirandello siamo ciò che sentiamo di essere o ciò che percepisce la gente che ci conosce?

Il Personal Brander è lì che opera affinché la tua immagine coincida con la percezione altrui.

Philip Kotler, guru del marketing, nel 1987 pubblicò Alta visibilità, marketing della celebrità trattando la figura dell‘Image Maker, ben diversa dal Personal Brander. Tracciò alcune linee guida per la gestione della celebrità citando anche alcune case history in cui la finzione superava la realtà.

Matrimoni tra attori costruiti a tavolino per lanciare un film, presenziare in certi eventi, essere a capo di qualche Fondazione che si occupa del sociale. E chi ricorda le risse degli anni ’60 tra attori e paparazzi in via Veneto a Roma? Molte erano progettate dai maghi degli uffici stampa degli attori. Per acquisire visibilità attraverso i giornali gossip.

Ma questa è un‘altra storia.

 

Il Personal Brander non crea, non costruisce, non trasforma, non si inventa nulla di bizzarro. Non fa altro che tirare fuori quel che già c‘è in una persona.

E una parte del lavoro consiste nel mettere a nudo una persona attraverso l’obiettivo spietato di una reflex. Ed è il lavoro realizzato da Corrada Onorifico, fotografa documentarista che questa volta ha voluto misurarsi con un progetto nuovo. Passando un attimo dal viaggio geografico a un viaggio intimo.

Realizzando un viaggio-ritratto lungo tre anni: Io sono Chiara.

Chiara Scoglionero si è fatta ritrarre da Corrada per tre anni. Prima di decidere di operare nel personal branding.

 

Lo scopo di un percorso identitario è proprio quello di rimettere in discussione la propria identità personale e professionale affinché, dalla loro fusione, ne esca fuori una sola, nota come “Identità di Brander OnLife”, che possa parlare della persona che sei in quello che fai e di quello che fai grazie alla persona che sei.

Questo viaggio identitario ha messo Chiara di fronte a ponti da attraversare e ponti da bruciare. Della sua vecchia identità professionale da consulente di comunicazione, copywriter - storyteller , ha scelto di salvare il settore che ha sempre amato (comunicazione & marketing), e ha lasciato che la sua identità personale definisse meglio come e dove declinare le proprie conoscenze e competenze.

- Chiara Scoglionero

 

Corrada Onorifico accetta questa sfida. In fondo, scoprire una persona attraverso i suoi racconti è un po‘ come leggere un romanzo. Ma quel romanzo fatto di ferite, insicurezze, di confessioni e fobie che porteranno alla loro consapevolezza e quindi a una rinascita di Chiara che individuerà la sua matrice identitaria, Corrada ha avuto il compito di documentarlo illustrandolo fotograficamente.

 

Ne sono nati una serie di polittici. Nel primo, dal titolo “Chiara e lo scuro”, lei è attratta per istinto dal buio, ricerca istintivamente le ombre in cui trova protezione e rifugio. È il periodo in cui Chiara sta scavando nelle sue profondità nel tentativo di riportare alla luce della consapevolezza i suoi dolori.

- Corrada Onorifico

 

E così via, fotografie che tracciano le varie fasi di quella crisalide che sboccerà poi in farfalla. La luce prende il posto del buio lasciando emergere le insicurezze fisiche ed identitarie con disturbi alimentari annessi e poi quella ferita del primo scatto, fatto il giorno in cui Chiara ha deciso di raccontarsi, esplode in una meravigliosa fioritura.

 

Bio

Corrada Onorifico è una regista documentarista: per più di dieci anni ha scritto, condotto e diretto numerosi documentari sul turismo internazionale per varie emittenti italiane: Rai3, Rai International, Rai Sat, Gambero Rosso. Oggi continua il lavoro intrapreso in questi lunghi anni, scrivendo, per la carta stampata e per il web, articoli di viaggio corredati da fotoreportage che le permettono di raccontare i suoi viaggi sempre in chiave documentaristica ma con un approccio più antropologico.

 

 

Io sono Chiara, di Corrada Onorifico

PIT ART GALLERY

via Roberto Murolo 34

Dal 6 al 13 maggio 2023


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